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Un anno di rock: la top five del 2014

di | in: Foto e Vignette, Play List

Beck “Morning Phase” (Capitol Records, 2014)

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  Beck “Morning Phase”

Pochi artisti hanno la capacità di mescolare le carte con ogni nuovo album. Beck è di sicuro uno di questi e con “Morning Phase” è tornato, a sei anni di distanza dall’ultimo album di inediti, a scoperchiare una creatività fuori dal comune e, come sempre, a spiazzare. “Morning Phase” sembra una prosecuzione degli acquerelli acustici di “Sea Change”, il bestseller del 2002 che aveva rivelato il lato più cupo e malinconico del genietto di Los Angeles. E’ un disco compatto nella sua lentezza, in cui ogni elemento si svela a poco a poco come in un risveglio in mezzo alla natura. Per quaranta minuti si respira un’atmosfera bucolica che, al momento giusto, sa abbracciare claustrofobici lamenti (Wave) e magistrali ululati (Blue Moon), prima che con i cinque meravigliosi beatlesiani pacificatori minuti finali di Waking Light ci si svegli per davvero. Artista poliedrico per vocazione, capace di passare con disarmante nonchalance dall’hip-hop al pop sbilenco, dal country alla psichedelica, proprio in concomitanza con il ventennale di Loser, il singolo che nel 1994 ne fece l’(anti)eroe della Generazione X, Beck ha deciso di festeggiare regalandosi e regalandoci un album struggente e raffinato: “Morning Phase” è la quintessenza del folk beckiano, forse addirittura superiore a “Sea Change”.

 

war_on_drugs_lost_in_the_dream_album_1395236302  The War On Drugs “Lost In The Dream”

“Lost In The Dream” rappresenta la nuova vita dei War On Drugs e porta con sé una sintesi estetica sorprendente. Dopo un periodo complicato in cui è riuscito a smettere di bere, di mangiare carne, di amare la ragazza con cui stava da quattro anni e si è ritirato in casa con la sola compagnia del suo panico, Adam Granduciel ha composto un disco che è già un classico dei nostri tempi, combinando gli anni Ottanta di Springsteen e Dire Straits con l’estetica indie del nuovo millennio. Canzoni lunghe, piene di sintetizzatori e soprattutto di assoli di chitarra talmente demodé da risultare spiazzanti, un suono fatto di spazi, di corse, di tremolii e lacerazioni, un folk-rock liquefatto, venato di psichedelia e dopato da code strumentali che richiedono abbandono e promettono catarsi. Dall’iniziale Under The Pressure alla conclusiva In Reverse, passando per perle come An Ocean In Between The Waves e Eyes To The Wind, “Lost In The Dream” è un disco che faticherà a uscire dal nostro stereo.

 

Joe-Henry-Invisible-Hour  Joe Henry “Invisible Hour”

Chissà se sono maturi i tempi perché la musica di Joe Henry possa ricevere il riconoscimento che merita. Verrebbe da dire che, se non l’hanno fatto con album come “Scar” e “Civilians”, i tempi potrebbero non maturare mai. Di certo, a tre anni di distanza dal pur lodevole “Reverie”, con il nuovo “Invisible Hour” Henry posa un altro mattone pregiato nella sua personale costruzione di un cantautorato imprevedibile, asciutto e liberamente sconfinante in altri generi, specie nel jazz. “Invisible Hour” è una raccolta di undici rigorosi lamenti che, sebbene pretendano la vibrante intensità dell’ascolto solitario, hanno il pregio di lasciar sempre intravedere l’ottimismo. E’ un disco a mezz’aria tra condivisione e intimità, prosciugato di tutto il superfluo pur nella sua prolissità, semplicemente immancabile come ogni disco di Joe Henry.

 

mcmorrow-500x500  James Vincent McMorrow “Post Tropical”

Alla faccia di chi lo definisce troppo simile a Bon Iver o di chi lo considera alla strega di un doppione di James Blake, la verità è un’altra: James Vincent McMorrow, con il suo secondo album, ha fatto centro. Il trentunenne irlandese si è avventurato in un territorio per lui nuovo, dimenticando gli arnesi dell’artigiano folk e assecondando l’ampio spettro del suo sentire musicale. Il risultato è un suadente r’n’b fatto di cambi di tempo e drum machine, piano Rhodes, sezioni di fiati e, soprattutto, una voce sensazionale, capace di abbracciare tristezze oceaniche e di ricondurle in una dimensione aliena, quasi ad impedirgli di fare male. Con brani come Cavalier e Gold, “Post Tropical” è andato oltre le aspettative, regalando ad un cantautore di belle speranze lo status di musicista totale e il diritto di guardare al futuro con il più giustificato ottimismo.

 

tweedy_sukierae_0914  Tweedy “Sukierae”

Il primo album solista della lunga carriera di Jeff Tweedy coincide con un affare di famiglia composto perlopiù di ballate agrodolci dedicate alla moglie Susan, registrate con il primogenito Spencer alla batteria. Snocciolando ben venti tracce, “Sukierae” mescola il gusto pop di Ray Davies e John Lennon con almeno quattro decenni di musica americana, dosando le lezioni di Gram Parsons, The Band, R.E.M., Will Oldham, Elliott Smith con l’obliqua introspezione tipica del songwriting di Jeff Tweedy. Il risultato è eccitante e strega tanto i nuovi adepti quanto i vecchi fan dei Wilco. Provare per credere il minimalismo acustico di Pigeons, la delicatezza di Nobody Dies Anymore, il power pop di Low Key, la melodia vintage di Summer Noon o il meraviglioso walzer che si nasconde in Wait For Love, forse la più bella canzone d’amore del 2014.

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4 Gennaio 2015 alle 13:54 | Scrivi all'autore | | |

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