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“Il mio romanzo sulla liberazione”: intervista a Marco Missiroli

di | in: Interviste

“Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli, 2015)

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«Un anno mancato di sessualità in adolescenza poteva corrispondere a cinque anni spregiudicati in adultità, ecco la sorte a cui andavo incontro se non avessi allineato l’anima agli ormoni.»

 

Marco Missiroli, con la sua quinta fatica letteraria, decide di liberarsi dei propri demoni, guardandoli in faccia senza paura né pudore e il risultato è un romanzo di formazione coinvolgente, emozionante, raffinato come pochi altri. “Atti osceni in luogo privato” racconta la storia di Libero Marsell, un ragazzino italo-francese che, dopo aver scoperto l’infedeltà materna, si addentra con fervida immaginazione e incontenibile esuberanza nel grande teatro del sesso: troverà il suo palcoscenico, il luogo dell’anima dove definire se stesso, codificare il proprio io e raggiungere la maturità.

Per dirla con Salinger – e il paragone è quantomai calzante – “Atti osceni in luogo privato” è uno di quei libri che, dopo averlo letto, “vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Così, appena il tempo di girare l’ultima pagina e commuoverci un po’, abbiamo contattato Missiroli per una chiacchierata.

 

 

Il tuo romanzo è un trionfo, di vitalità, di sesso, e di molto altro. Soprattutto è un trionfo narrativo, un romanzo di formazione di rara efficacia e potenza. C’è stato un momento, durante la lavorazione, in cui hai avuto la percezione che il romanzo stesse maturando una tale forza?

E’ un romanzo che da subito mi ha dominato. Solitamente scrivo al massimo una pagina al giorno, stavolta invece le cose sono andate in rivoluzione: in meno di un mese l’avevo scritto. Poi l’ho lavorato per più di due anni, ma la sua visceralità è stata immediata.

“Atti osceni” è un romanzo sulla libertà di essere se stesso e trovare la verità nella propria oscenità e il proprio posto nel mondo…

È un romanzo sulla liberazione, su come si può diventare se stessi andando in cerca di se stessi. Su come spesso il coraggio è timidezza, crescere è sentirsi incompleti, conquistare è osservare. L’oscenità in luogo privato è l’azzardo: e non è un concetto solo erotico, ma esistenziale. Libero fa suo il proprio rischio e si butta nel mondo per essere ciò che è.

Ti ha richiesto più fatica la fase in cui Libero aspetta la liberazione sessuale, la prima volta, mentre tutti i suoi amici hanno già avuto le loro esperienze, o la fase di sessualità bulimica e del “mettere le tacche”?

Quella del “mettere le tacche”. Perché la prima parte del libro è stata davvero un salto nel vuoto e come tale ho tolto ogni tipo di freno. Nella seconda c’era il rischio di fare un mattatoio carnale che se per certi versi era un buon riflesso, per altri infrangeva la sostanza timida di Libero. Per cui andava trovato un compromesso tra carne e affanno affettivo.

La madre di Libero tradisce il padre con il suo migliore amico, Libero tradisce il suo migliore amico Mario rubandogli la fidanzata, Mario dice “l’inconscio fa brutti scherzi”. Quella psicoanalitica mi sembra inevitabilmente una delle chiavi di lettura più interessanti del romanzo.

Credo che un romanzo di iniziazione e di crescita umana avrebbe comunque e sempre delle attinenze psicanalitiche anche se non volute come in questo caso. Però sì: edipo, ricerca del padre, rivendicazioni sentimentali, copioni emotivi, onanismi… ma anche il titolo di questo romanzo: tutto ha una forte matrice psicoanalitica.

La figura materna è una della più affascinanti, forse la più spigolosa e indefinibile del romanzo, non a caso avvicinata, nella metafora tennistica finale, a John McEnroe. Come è nata? Sin dall’inizio avevi in mente una Madame Marsell così come l’abbiamo letta in “Atti osceni”?

Niente di “Atti osceni” era premeditato. Avevo solo una gran forza sotterranea che guidava alla stesura della storia. Però appena mi sono accorto di questa figura femminile che stava emergendo ho capito che doveva dominare lei, con la sua forza eclettica, molte delle situazioni, anche a distanza. In parte è un omaggio a mia madre.

E’ anche ammirevole il modo in cui, nella seconda parte del libro, descrivi e racconti Milano, che non sfigura vicino a Parigi, dove invece è ambientata la prima parte.

Milano è la patria che rimette al mondo Libero. Parigi lo concepisce, lo illude, lo disillude. Milano è la grande prova per diventare adulto. È qui, in questa città burbera, che capisce che ama le piccole bellezze milanesi ed esistenziali più delle grandi bellezze parigine e illusorie.

Il romanzo di formazione: hai dei modelli di riferimento?

Nessuno, e non sapevo nemmeno di stare scrivendo un romanzo di formazione. Ho semplicemente scritto una storia di un ragazzino che cresce. Sono venuti dopo i paragoni con Holden Caufield.

Ci sono dei romanzi che Libero ama e che credo anche tu ami. Ma se tra “Mentre morivo” di Faulkner, “Lo straniero” di Camus, “Il commesso” di Malamud e “Il deserto dei Tartari” di Buzzati ne dovessi scegliere uno solo, quale sceglieresti?

Sceglierei “Il commesso”: come Morris Bober anche Libero è un’anima in allarme, timida e in bassorilievo. Non ha quell’affanno cosmico ed ebreo, ma ha la grande fatica di trovare un posto nel mondo. La differenza esistenziale è che Libero può avere speranza, Bober non più. Anche Giovanni Drogo de “Il deserto dei Tartari” è cruciale per nemesi: lui crepa di solitudine, il suo sacrificio salverà Libero nella ricerca della buona solitudine.

Volendo fare un appunto, direi che non mi ha convinto la scelta della copertina, piuttosto fuorviante. Come è avvenuta la scelta?

Tra copertina e titolo e contenuto del libro c’è salto, ed è innegabile. La copertina è un’opera che Libero vede al MoMA e guardando quel sedere stilizzato capisce un po’ il suo destino erotico: il corpo non è più solo consumo per lui, ma diventa sentimentale. E questa sua storia è sì erotica, ma mai volgare. Così è quella copertina alienante, disturbante ed erotica, mai volgare. Diciamo che è stata una scelta legata alla storia, eravamo consapevoli che sarebbe stata forte: e infatti divide, c’è chi la ama moltissimo (alcuni hanno letto il romanzo solo per la cover) e chi invece ne è disturbato. In un modo o nell’altro colpisce.

 

 

© 2015, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




2 Aprile 2015 alle 15:57 | Scrivi all'autore | | |

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