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Tindersticks “The Waiting Room”

di | in: in Vetrina, Recensioni

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Etichetta: City Slang

Brani: Follow Me / Second Chance Man / Were We Once Lovers / Help Yourself / Hey Lucinda / Fear Of Emptiness / How He Entered / The Witing Room / Planting Holes / We Are Dreamers / Like Only Lovers Do

Produttore: Stuart A. Staples

 

Sono quasi venticinque anni che i Tindersticks percorrono con la loro musica il lato più buio dell’esistenza, dove si cammina in punta di piedi e con l’unica compagnia di una luce fioca. La band di Nottingham non ha mai edulcorato il suo tempo, l’ha sempre cantato, anzi, senza tacerne le crepe, i rovesci, le battute d’arresto – merito anche di una voce, quella di Stuart Staples, vellutata e notturna, imbevuta di alcol e spleen, raggrinzita dalla nicotina, incrinata ma resiliente, pulsante. Accanto a lui si muovono oggi due dei membri fondatori della band, Neil Fraser (chitarre) e David Boulter (tastiere), e due session man ormai stabilizzati nella formazione, Earl Harvin (batteria) e Dan McKinna (basso).

Malinconico senza essere retrò, lento e cedevole senza essere indolente, il nuovo The Waiting Room eccelle in quello che è uno dei tratti distintivi della band: riuscire a creare un’atmosfera.

L’apertura è un colpo di teatro: una sorprendente rilettura di un brano di Bronislau Kaper, Follow Me, tratto dalla colonna sonora de Gli ammutinati del Bounty, apre il sipario ai raffinati passi di danza di Second Chance Man. Andando avanti c’è modo di gustare le fascinazioni jazz di Help Yourself, il recitato struggente di How He Entered, la saturazione di We Are Dreamers, che ospita la voce di Jehnny Beth delle Savages, e la commovente Hey Lucinda, duetto con Llhasa de Sela, cantante americana più volte collaboratrice dei Tindersticks e prematuramente scomparsa nel 2010. Quest’ultimo è uno dei tanti momenti magici di The Waiting Room, forse il più magico: “ci ho messo molto tempo prima di riavvicinarmi a Hey Lucinda e trovare il coraggio di riascoltare la voce di Llhasa”, dice Stuart, “ma quando finalmente sono tornato a lavorarci con il gruppo, ho capito che sarebbe venuto fuori qualcosa di speciale”. Il disco si chiude con una ballata nel più classico stile della casa, morbida, suadente, ma con un testo che dice esattamente così: «we can only hurt each other the way that lovers can/so where do we go?». Perché da che i Tindersticks sono i Tindersticks, le carezze si misurano con il dolore che sottendono.

Dopo l’ottimo The Something Rain e quattro anni di lavoro, con The Waiting Room i Tindersticks continuano a mantenere uno standard qualitativo altissimo e a non cedere di un centimetro rispetto ad un disegno artistico perfettamente riconoscibile e tuttora integro, dopo venticinque anni di lontananza militante da ogni logica commerciale.

 

 

© 2016, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




26 Gennaio 2016 alle 20:10 | Scrivi all'autore | | |

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