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“Salvate i miei alberi se potete”. Alberto Gigli, il novantenne simbolo di Arquata

di | in: Interviste

Alberto Gigli nel suo orto

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Arquata del Tronto, 2016-11-27 – “Io non mi oppongo, ma devono promettermi che almeno proveranno a non distruggere il mio frutteto”. Inizia così la chiacchierata con Alberto Gigli, 90enne di Borgo di Arquata del Tronto, e sua moglie Nazzarena, una vita da raccontare che è un orgoglio di onesta e laboriosa italianità. Purtroppo siamo qui insieme per parlare di un problema: la occupazione d’urgenza, in seguito al sisma, dell’orto e del frutteto di Alberto. Per una ordinanza del Comune di Arquata, il tesoro a cui Alberto è più legato, i suoi alberi e le viti, è a rischio di essere distrutto. Per una ottima motivazione, la costruzione delle famose casette di legno. Alberto dice: “Sono d’accordo certo, ma per favore devono provare a risparmiare le mie viti e i miei alberi.Con un po’ di attenzione”. Nazzarena arriva con in mano delle bellissime rose: “Ogni giorno papà le raccoglie dal suo orto e le porta alla mamma, oggi come sempre da 63 anni che sono sposati” dice la figlia Sabrina.

Alberto e Nazzarena sfollati  sulla spiaggia di San Benedetto

Alberto e Nazzarena sfollati sulla spiaggia di San Benedetto


Una bella storia, quella di Alberto e Nazzarena, due persone genuine, una vita di sani princìpi e rispetto per tutti. Ma da tre mesi la vita di Alberto “gira male”: tre terremoti, la casa inagibile, una polmonite presa a settembre nella tendopoli. “Di giorno nella tenda faceva caldissimo, e fuori c’era l’aria fresca della montagna. Lo hanno portato all’ospedale d’urgenza, non finiva più di tossire”, dice Nazzarena. “Sai”, racconta Alberto, toccandosi i fili del respiratore, poichè dopo la polmonite di settembre deve portare con sé il peso della bombola di ossigeno, “sono stato emigrato 30 anni in Belgio. Ho lavorato per 15 anni in una miniera di carbone, a Charleroi, e mi sono preso la silicosi. Un lavoro pesante, con polvere dappertutto, giù nel profondo della terra. Faceva caldo in miniera, era un lavoro duro e pesante, ma io cantavo sempre. Poi ho continuato a lavorare sodo, come muratore, finchè nel 1980 sono tornato alla mia amata Arquata, a dedicarmi al mio terreno”. Dopo le terribili scosse di terremoto, Alberto torna ad Arquata per accudire il suo terreno, a Borgo, comprato coi frutti del suo lavoro in miniera: ha conigli, galline, un orto, un vigneto e un frutteto.”Il mio terreno è il lavoro di una vita. E’ la cosa più importante per me. Lo ho comprato facendo il minatore emigrato, e poi lo ho accudito ogni giorno della mia vita”, dice con orgoglio. Alberto è il simbolo dell’italiano emigrato. “Pensa c’era ai tempi, mi pare nel 1948, un accordo tra Italia e Belgio, il Belgio dava allo Stato Italiano 25 kg di carbone per ogni operaio italiano, un bel ricavato. In quegli anni in Italia c’era la miseria, la miseria nera. Ai tempi, non ti prendevano a lavorare in Belgio se non eri sano come un pesce: ti facevano tanti esami e se non eri a posto, ti scartavano. La commissione belga, a Milano, ci tenne quattro giorni per esaminarci: si prendevano solo il fior fiore della gioventù italiana”. Aggiunge Nazzarena: “Pensa, per un periodo mentre faceva il minatore faceva anche il doppio lavoro, si alzava alle tre, andava a scaricare la frutta e dopo in miniera”.

 

 

Parliamo del frutteto e del vitigno: per voi sono una fonte di sostentamento.
”Eccome no-risponde Alberto- le noci, l’uva per fare il vino, la frutta,le patate, le mele, le uova. Ci viviamo. Le viti sono quelle originarie di Arquata, quelle del vino pecorino locale, ora sono rare. Pure le mele sono di tanti tipi diversi, alcune non si trovano più”.

 

Alberto, quanti terremoti hai vissuto ad Arquata?
“Tantissimi. Me ne ricordo uno in particolare, nella estate del 1945. Ero andato a raccogliere la legna, allora si cucinava sempre con la legna. Ero in un canalone in montagna, mi ha impressionato pure di più di quelli di adesso. Un boato mostruoso”.

 
Dove eravate durante la ultima fortissima scossa del 30 ottobre?
“Dalle tende ci avevano fatto andare alla struttura chiamata ‘Country House’, quella mattina è stato terribile. Ma nel lato dove stavamo noi il muro ha resistito, dall’altra parte è crollato tutto. E poi ci hanno portato al mare. Si sta bene qui a San Benedetto, c’è un bellissimo lungomare, ma mi manca tanto Arquata e devo tornare ad accudire il mio terreno e i miei animali”. Interviene Nazzarena: “Mio marito è sempre stato una roccia e va avanti, pure col respiratore. E’ stato operato col by-pass 39 anni fa, uno dei primi interventi innovativi. E anche dopo l’operazione, ha continuato a lavorare, anzi ha lavorato il doppio”.

 
E adesso Alberto questa brutta notizia, l’occupazione del tuo terreno con effetto immediato.
“Nella vita ne ho passate tante. Ma mi sono sempre ripreso. In un certo modo, mi ritengo molto fortunato. Ora però, non abbattete le mie piante. Per me è terribile, mettiamoci a tavolino, vediamo come salvare gli alberi e il vitigno.Capisco che il terreno serve, sono d’accordissimo, ma con un po’ di attenzione, le mie piante si possono salvare. Per me ma anche per i miei cinque figli”.

© 2016, Raffaella Milandri. All rights reserved.




27 Novembre 2016 alle 13:36 | Scrivi all'autore | | |

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