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Paolo Benvegnù “H3+”

di | in: Primo Piano, Recensioni

Etichetta: Woodworm
Brani: Victor Neuer | Macchine | Goodbye Planet Earth | Olovisione In Parte Terza | Se Questo Sono Io | Quattrocentoquattromila | Boxes | Slow Parsec Slow | Astrobar Sinatra | No Drinks No Food

 

Con H3+ si chiude l’ideale trilogia iniziata da Benvegnù con Hermann nel 2011 e proseguita con Earth Hotel nel 2014. Dei tre, H3+ è probabilmente il lavoro più ispirato, un viaggio interstellare che ha il suo apice in quella ballata di amore cosmico che è Astrobar Sinatra, il genere di canzone che ad altre latitudini potrebbe portare la firma dei Radiohead piuttosto che, esagerando, di David Bowie, e che in Italia solo Benvegnù può scrivere. H3+ è lo ione triatomico d’idrogeno, la molecola alla base dell’Universo, ciò che separa chimicamente una stella dall’altra: c’è in Italia qualcun altro che possa cantare credibilmente tutto ciò? Benvegnù si avventura in territori lontani anni luce dai riferimenti culturali sempre più bassi della nostra musica mercificata e talentizzata e realizza un disco di rarefazioni demoniache, di distanze incolmabili se non con la poesia: e qui arrivano in soccorso le liriche forgiate con la solita cura maniacale. “Cerco il posto dove nasce il sole/dove tutto è identico/che di certo non ho visto niente” sono alcuni dei versi con cui l’artista lombardo indaga un’identità ancora nebulosa e spesso ostile e si mette in viaggio nell’astratto e nel sommerso perché “la perfezione brucia/l’intelligenza è falsa”, come canta in Macchine, cinque minuti di diversità elettronica. Gli equilibrismi materici di Boxers e il suadente ambient-rock di Slow Parsec Show (con il sax di Steven Brown dei Tuxedomoon) riescono ad essere, allo stesso tempo, arty ed autentici, così come l’autoanalisi di Se questo sono io, in cui Benvegnù si mette a nudo come fece solamente con Suggestionabili nel suo primo album (“ho varcato orizzonti soltanto per perdermi sempre/l’errore sono io”). Gradino dopo gradino, H3+ diventa una teatrale scalata all’infinito, una personale space oddity che non può che concludersi con la meraviglia di No Drinks No Food, con un arrangiamento d’archi che scioglie ogni tensione, ogni inganno, ogni solitudine. “L’universo è in fuga giorno dopo giorno in ogni istante/rinasceremo ancora come luce nel riflesso di un diamante/non ci sarà più niente da inventare/e nessun dolore”: ancora una volta, grazie Paolo.

© 2017, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.

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10 aprile 2017 alle 19:31 | Scrivi all'autore | | |

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