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Aspiranti scrittori, mai proporre o pubblicare un libro senza…

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di Raffaella Milandri

 

Dal 2011 ad oggi, ho scritto cinque libri, l’ultimo in uscita tra poche settimane. Ho avuto la fortuna di iniziare a scrivere ognuno di essi con il contratto editoriale già in mano, e quindi senza dover realizzare prima, e iniziare a proporre poi, la mia opera in un mondo editoriale già saturo e poco incline ad accogliere nuovi autori, cosa che spinge molti aspiranti scrittori ad autopubblicarsi. Io, come dicevo, ho avuto fortuna, innanzitutto perché mi sono inserita in un segmento specifico, parlando di viaggi e di popoli indigeni. Le mie attività precedenti alla scrittura – viaggi in solitaria in sperduti angoli di mondo, fotografia, conferenze, attivismo per i diritti umani – hanno portato il mio primo editore a chiamarmi e a chiedermi: “Può scriverci un libro sui Pigmei?”. Domanda alla quale ho esitato a rispondere, perché, pur se scrivere è sempre stato nelle mie corde, e ho scritto tanti articoli, scrivere un libro è una cosa importante e deve essere fatta bene. Scrivo perciò oggi a tutti gli aspiranti scrittori, o a coloro che magari hanno già autopubblicato un libro. Innanzitutto, pur se l’idea di scrivere un libro piace a molti, anzi moltissimi, non siamo nati tutti scrittori, come nemmeno poeti, pittori, musicisti. Ci vuole una forte spinta ad esprimere il proprio Io attraverso una delle attività artistiche, e deve essere quella per cui ci sia una predisposizione: ripeto, non siamo nati tutti scrittori. Oggi facebook offre una vetrina a tutti coloro che vogliano pubblicare foto, poesie, racconti, filmati, e ognuno ha un manipolo di amici pronti ad incoraggiare, fare complimenti, semplicemente per amicizia, per compiacenza, e spesso senza una base critica.


Scrivere un libro richiede mesi o anche anni; molti sono tentati di scrivere un libro sulla propria vita e sulle proprie esperienze, o sulle proprie passioni, che sono – senz’altro per loro stessi – incredibili e straordinarie, ma… un libro è tutt’altra cosa. Deve essere scritto pensando a chi legge, deve essere un atto rivolto al prossimo. L’argomento e la storia devono essere interessanti e coinvolgenti. Il modo di scrivere deve suscitare emozioni, anche contrastanti. Il linguaggio deve essere chiaramente comprensibile a tutti. Le frasi devono essere scritte e poi rilette dall’autore come se si estraniasse da se, per gli altri. Quello che emoziona in una frase che scriviamo, non sempre emoziona chi la legge, che magari vive, lavora, pensa in una dimensione diversa dalla nostra. Inoltre, ci deve essere un filo conduttore che tenga il lettore ancorato al libro, che desti interesse. Anche il nostro amico più caro potrebbe abbandonare quel libro sul comodino per sempre, o accantonarne il file dell’ebook. Se si scrive direttamente per una casa editrice, il lavoro di editing è automatico: un editor, ovvero un redattore editoriale, sarà pronto a correggere la prima bozza del libro, a chiedere di semplificare alcune frasi, ad evidenziare i refusi e le sviste. Ma se si scrive un libro per proporlo, o direttamente per autopubblicarsi, è assolutamente necessario rivolgersi a un editor esperto. Leggere da soli il nostro testo ci porta ad autocompiacersi, e a non vedere degli errori evidenti. La scelta del titolo ci sembra ottima. “Come siamo bravi”, senza editor! Personalmente, ho avuto la collaborazione di un rigoroso editor della casa editrice nella stesura degli ultimi tre libri e ne sono entusiasta. E’ chiaro, bisogna accettare le critiche alle volte su alcune delle frasi che ci piacciono di più. Bisogna arrendersi al fatto che possiamo sbagliare, e che quel concetto che ci sembrava chiaro e lampante, al pubblico potrebbe suonare incomprensibile. Alle volte io e l’editor abbiamo discusso e rimpallato una singola parola per mesi, e mentre io difendevo quella parola come se stessi lottando durante la presa della Bastiglia, l’editor continuava imperterrito a disarmarmi e a mettermi con le spalle al muro. Alle volte sembra che con l’editor si debba difendere la propria identità, il proprio onore, alle volte ci sentiamo offesi e vorremmo buttare tutto allaria. Ma…è quello, il lavoro di editing, che è fondamentale per sentirsi dire poi da un lettore: “L’ho letto tutto d’un fiato”. Che soddisfazione! Quindi: mai proporre a una casa editrice o autopubblicarsi un libro senza…un editor che lo abbia analizzato, riveduto, corretto. Alle volte sembra di impazzire, quando ci troviamo a rileggere il nostro libro per la quarta volta, per controllare che sia tutto a posto nella bozza dell’impaginato. Ma è solo con una valida opera professionale, imparziale, che si può avere una chance per poter dire: “sì, ho scritto un buon libro per il pubblico”.

( ndr: Fabrizio Patriarca, “Tokyo Transit”: <<Scrivere un romanzo, anche uno pessimo, in qualche modo ti mangia la vita>>

 

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27 maggio 2018 alle 10:29 | Scrivi all'autore | | |

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