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Villagers “The Art Of Pretending To Swim”

di | in: in Vetrina, Recensioni

“The Art Of Pretending To Swim” (Domino, 2018)

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Etichetta: Domino
Brani: Again / A Trick of the Light / Sweet Saviour / Long Time Waiting / Fool / Love Came With All That It Brings / Real Go-Getter / Hold Me Down / Ada
Produttore: Conor O’Brien

 

L’irlandese Conor O’Brien torna con un album dal titolo letterario e dal forte impatto emozionale, The Art Of Pretending To Swim. Si tratta del quarto lavoro in studio dei suoi Villagers ed è un caleidoscopio di colori (già a partire dalla copertina di Niall McCormack) che sembra dimenticare l’opera di introspezione ed essenzialità del precedente Darling Arithmetic (2015) – e anche della raccolta Where Have You Been All My Life? (2016), che rileggeva i successi dei primi tre album in chiave acustica – e recupera il gusto per gli arrangiamenti già messo in mostra in Awayland (2013). Nel frattempo le capacità in fase di produzione di Conor sono maturate e così The Art Of Pretending To Swim beneficia di scelte coraggiose che ampliano di un bel tot lo spettro d’azione dei Villagers, che qua e là arrivano a muoversi addirittura dalle parti del soul o di un raffinato r’n’b. A rimanere immutata in questi dieci anni di carriera è la capacità di Conor di scrivere pezzi capaci di affrontare temi profondi con invidiabile leggerezza. In The Art Of Pretending To Swim ce ne sono diversi, a partire da Fool, il brano preferito dallo stesso artista, una ballata per cuori infranti che non sanno smettere di sanguinare ma almeno lo fanno col sorriso. Sulla stessa lunghezza d’onda è A Trick Of The Light, una suadente digressione nel pop che non rinuncia all’autoanalisi («it’s time that I let go of/things I can’t control»). Conor non ha ancora sciolto i suoi nodi esistenziali e non è ancora venuto a patti con il suo posto nel mondo. Le liriche indagano il disorientamento tipico di una vita adulta che spesso finisce per somigliare ad una trappola: «I see the door/but there’s something in the way/and I can’t get out/I’m in a room/but I don’t know how I got here/or what I’m allowed», canta in Hold Me Down, che musicalmente è un abbraccio di nerissimo languore, un momento hitchcockiano colto ed elegante.

Again recupera il rigore tipico di Darling Arithmetic ma lo immerge in un bagno di fine elettronica. Sweet Saviour è il brano che i Coldplay non sanno più scrivere, accattivante e catchy pur mantenendo una propria autenticità. Real Go-Getter è un gioco di specchi sintetici che somiglia ad un musica da club allo stato latente. I synth sono effettivamente centrali negli arrangiamenti dei nuovi pezzi, spesso arricchiti dagli archi e dai fiati, e definiscono un impeccabile chamber pop dalle sorprendenti venature black. L’unico momento più rilassato, più vecchi Villagers, è Ada, una ballata acustica che ricorda le aperture west-coast del Beck di Sea Change/Morning Phase. «I feel like a servant» è il verso di commiato di un disco variopinto ma compatto, un disco senza momenti di transizione, dove ognuno dei nove brani è funzionale al discorso d’insieme. Un disco, in definitiva, uniformemente toccato dalla grazia, che conferma Conor come uno dei migliori autori della sua generazione.

 

 

© 2018, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




30 settembre 2018 alle 18:53 | Scrivi all'autore | | |

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