Mam, Museo d’Arte sul Mare: la storia – 14

LE OPERE DEL MAM E LA LORO STORIA – 14

di Piernicola Cocchiaro

 

 

 

San Benedetto del Tronto, 2018-12-13 –  Un nuovo post con le foto delle opere del MAM realizzate durante la quattordicesima edizione di “Scultura Viva”, nel 2010 e la loro storia.
Le foto sono tratte dal catalogo del Festival dell’Arte sul Mare 2018, realizzato da Fabrizio Mariani, mentre la storia e’ tratta dal libro “Cercavo proprio te” di Piernicola Cocchiaro.

Scultura Viva 2010

Tokoname

Tokoname è il nome di una bella città del Giappone. E’ famosa per la sua ceramica e oltre ad essere un centro turistico, è anche importante per la sua attività commerciale. Ha quasi gli stessi abitanti di San Benedetto e sono tre le cose che le due città hanno in comune: il turismo, il mare e il simposio di scultura.
Durante la 13^ edizione del 2009 di Scultura Viva, ebbi il piacere di ricevere la visita di Nobuschige Akiyama, uno scultore giapponese che lavora a Roma presso l’Istituto Giapponese di Cultura. Lo avevo già conosciuto nel 2005, quando, durante il decennale di Scultura Viva, venne a trovare Toshihiko Minamoto, che lui definiva suo “maestro”. La sua visita fu motivata anche dal suo desiderio di coinvolgermi in un suo progetto artistico molto interessante che io condivisi immediatamente.
La sua idea era quella di creare una sorta di gemellaggio artistico tra i due simposi di Tokoname e San Benedetto e di celebrare l’evento, organizzando nel 2010 un’edizione speciale di Scultura Viva con la partecipazione di cinque scultori giapponesi, tutti residenti nell’area di Tokoname. Lui avrebbe selezionato gli artisti ed organizzato il viaggio dal Giappone a Roma e da Roma a San Benedetto.
L’idea mi sembrò molto interessante e dunque accettai senza riserve la proposta di Nobushige che fu felice della mia decisione. Rimanemmo d’accordo che ci saremmo risentiti via e-mail intorno al successivo novembre per iniziare a lavorare insieme all’edizione del 2010 e che nel frattempo, avrei scelto due artisti locali, che avrebbero avuto il compito di rappresentare, nel gemellaggio, l’area di San Benedetto.
Tra un’e-mail e l’altra, arrivammo alla metà di maggio 2010 e anche se mancavano ancora più di quattro settimane alla 14^ edizione del simposio, tutto era già pronto, compreso l’intervento sul catalogo, dell’ambasciatore giapponese a Roma. Con Nobushige ci demmo appuntamento al casello autostradale di Grottammare. Quell’anno, infatti, l’albergo cambiò nuovamente e gli artisti furono ospitati presso un hotel situato sul lungomare della cittadina rivierasca, di cui non voglio pubblicizzare il nome, per quanto fu orrenda l’ospitalità.
“Sto arrivando”, mi disse Nobushige al cellulare, “ho superato il casello di San Benedetto”. Dopo qualche minuto vidi arrivare una piccola Peugeot 106 bianca con cinque persone a bordo, quattro uomini e una donna, quasi del tutto sommerse da borse e cose di vario genere e due piani di valigie e contenitori legati sul portapacchi fissato al tetto della piccola macchina. Ci salutammo e li accompagnai in albergo per poi darci un appuntamento pomeridiano in Comune e procedere all’allestimento della mostra delle loro opere nella sala consiliare.
Il giorno dopo iniziò la quatordicesima edizione di Scultura Viva che quell’anno ebbe un grande successo, anche perchè oltre al gemellaggio artistico con Tokoname, ci fu un’altra importante novità. Il programma della settimana artistica, prevedeva infatti, per la prima volta nella nella storia del simposio, anche una Serata Jazz dedicata agli artisti partecipanti, una sorta di benvenuto di cui avrebbe goduto soprattutto il pubblico che avrebbe potuto assistere all’evento gratuitamente.
La Serata Jazz si tenne nel dopocena di mercoledi al molo sud, in prossimità della scultura dedicata al gabbiano Jonathan e nonostante fosse un giorno feriale, ci fu un grande afflusso di pubblico. Per l’occasione chiamai il Giacinto Cistola trio che già avevo avuto modo di apprezzare durante un ricevimento che fece mio figlio per celebrare in Italia il suo matrimonio americano. Ospite della serata fu Simone Beck, l’ecclettico scultore che aveva partecipato all’edizione 2008 di Scultura Viva e che, in qualità di scrittore, aveva appena pubblicato un poema intitolato “Oneiros” che citava il simposio di San Benedetto. La mia idea di invitarlo fu vincente perchè le due poesie, quella del jazz di Giacinto e quella del poema di Simone, alternandosi, si fusero in un tutt’uno creando un’atmosfera veramente unica.
Naturalmente, insieme a Simone venne anche il padre Gualtiero che fu felice di salutare per la terza volta i suoi “amici di San Benedetto”, ma nessuno immaginava, nemmeno io ancora, che ci sarebbe stato anche un successivo quarto incontro.
Durante la serata Peppino portò due o tre bottiglioni del suo speciale verdicchio che offrì al pubblico e agli artisti presenti. Gli scultori giapponesi, non erano abituati a così tanta disponibilità di vino, anche perchè l’albergo che li ospitava lo serviva con il contagocce e solo durante i pasti, se così si potevano chiamare. Ricordo ancora infatti una “strana cosa” dura e marrone, che durante una cena alla quale partecipai anch’io, per verificare la qualità dell’hotel, il cameriere ebbe il coraggio di chiamare sogliola.
Sicuramente però, più di me e dei giapponesi, che per indole non si lamentavano mai di nulla, la ricorderà ancora di più Gualtiero Mocenni, che quella sera non solo ordinò e poi naturalmente lasciò nel piatto quella schifezza, ma addirittura ebbe la sfortuna di invitare a cena un importante collezionista della zona, con la speranza di fare oltre che una bella figura anche qualche buon affare. Non gli chiesi come andò, ma dalla sua faccia capii subito che quella era una serata da dimenticare.
Dunque, tornando alla Serata Jazz, i giapponesi furono così estasiati dal verdicchio che Peppino offrì a tutti, che gli chiesero di portarne ancora il giorno dopo. Lui non se lo fece dire due volte e oltre al vino, il giorno dopo si fece portare dalla moglie Antonietta, una delle sue squisite merende a base di bruschette e crostini. Il risultato fu che alle quattro del pomeriggio, dei cinque scultori giapponesi, uno era disteso a pancia in giù sull’asfalto della passeggiata del molo sud, vicino al compressore dell’aria e un altro paio sonnecchiavano all’ombra della tenda che lo proteggeva e sotto la quale c’era il tavolo con quello che era rimasto dello spuntino e del vino, praticamente nulla.
Nobushige, unico sopravvissuto oltre alla scultrice, sembrava un pò imbarazzato, ma al tempo stesso mi regalò un grande sorriso facendomi capire che in fondo il simposio era anche quello e che tutto era comunque sotto il suo controllo.
Oltre ai cinque scultori giapponesi capitanati da Nobushige, invitai al simposio anche due artisti locali, Silvano Pizza di San Benedetto, che scolpì un bellissimo inginocchiatoio fatto di onde marine e Kristina Kanaan di Monsampolo che realizzò un grande occhio di balena per lanciare il suo messaggio ecologico in loro difesa, forse un pò polemico con i giapponesi che tuttavia secondo me, non se ne accorsero. Anche Peppino Straccia, che come sempre in cambio del suo aiuto voleva fare una scultura gratuitamente, quell’anno dimostrò il suo inaspettato spirito animalista. Infatti realizzò una scultura che rappresentava due foche che reggevano con il muso un mappamondo e che intitolò “Salviamo le foche nel mondo”.
Sempre a proposito di Peppino, mi ricordo un simpatico episodio che mi è rimasto impresso per la sua originalità. Un giorno, mentre stava scolpendo le due foche, Peppino abbandonò la sua postazione per raggiungere, una ventina di metri più in là, un grosso pezzo di travertino che sporgeva dagli altri ed era incastrato tra due blocchi adiacenti. Lo vidi toccare la pietra più volte ed osservarla attentamente, per poi tornare dove erano le due foche, prendere la sua mola ed il suo cavo elettrico e raggiungere di nuovo il pezzo di travertino che aveva appena lasciato.
Qualche minuto dopo lo vidi mentre lo lavorava con la mola, tirandone fuori a poco a poco, un viso che sembrava quello di una donna. Finì la scultura in poco più di un’ora e quando mi avvicinai per vedere cosa avesse fatto, mi disse: “Non potevo rimandare ancora e ho dovuto abbandonare il lavoro che sto facendo per liberare dalla pietra questa bella sirena che continuava a chiamarmi.”
Quello del 2010 fu un bellissimo simposio, che ricorderò sempre con piacere e che oltre a regalare alla città altre belle sculture, suggellò la nascita di un’altra bella amicizia, quella con Nobushige Akiyama.