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Al Lauro Rossi, Simone Cristicchi racconta “Li romani in Russia”

di | in: Primo Piano

Li romani in Russia

Il poema di Elia Marcelli diventa spettacolo teatrale ed epic novel grafica


MACERATA – Parole semplici, come quelle della gente di borgata innamorata di Mamma Roma. Anche quando quel corpo di donna adagiato tra Tevere e colli è ventre violato dalla guerra e dagli anni duri del ventennio. Semplici sì, ma crude e precise, capaci di disegnare istantanee cinematografiche e di toccare la dolcezza di terribili ricordi e temi alti, degni dei maggiori poeti. Versi, ottave rimate, che odorano di lacrime e sangue, di puzzo di corpi esangui e bianchi. Bianchi come le lande desolate e gelide della terra di Russia. Simone Cristicchi cede al fascino della storia vera, quella che viva, diviene sudore e grida e lascia gli scaffali delle librerie per diventare verità predicata e narrata dal pulpito di un palco teatrale. I versi sono quelli di Elia Marcelli, poeta e regista romano nato nel ’15 ed autore de “Li romani in Russia”, di scena ieri sera al teatro Lauro Rossi di Macerata nella riduzione di Marcello Teodonio, con la regia di Alessandro Benvenuti. Un monologo teso e di buon ritmo quello affidato all’ormai maceratese d’adozione Cristicchi, un ricamare gli eventi drammatici della Campagna di Russia (1941-1943), nella bellezza stilistica della rima in romanesco.


Perché la storia detta a ‘sta manera, pare fasulla perché è troppo vera”; ed è vera perchè è documento fatto carne, che rimane vivo nonostante i decenni. Quello stesso documento che Cristicchi ha cercato per ricostruire la storia di nonno Rinaldo che la guerra di Russia l’aveva vissuta.

Un palco vuoto, spoglio di tutto, dove solo la luce illumina in maniera caravaggesca la figura di Simone Cristicchi, in abiti militari con tanto di zaino e baionetta, unica voce narrante a cui è affidato il compito di spannare quel vetro che, trasparente, è la verità vera.

Una generazione di giovani a cui il treno destinato ai luoghi di battaglia strappa via il sorriso gentile degli anni; il commiato delle madri, le madonne addolorate, avvinghiate, come solo chi genera può fare, alla vita donata e ora minacciata. L’amata Roma con i suoi borghi e le sue strade, ammansita dai ricordi a cui bisogna dire addio.

Il cameratismo è quel che rimane, l’ultimo e solo aggancio con la terra natia e l’umanità che la guerra chiama ad annientare. Cristicchi, con ottima espressività, si addentra nei passi più toccanti dell’immenso poema epico di Marcelli, sceglie di sacrificare un po’ l’ironia che condisce l’intero lavoro originale a favore della crudezza, quella in grado di toccare e di commuovere, accennando a volte ad un breve sorriso.

Ed in guerra si sa, è l’altro colui che viene demonizzato. Ma proprio a tal proposito, interessante appare la descrizione del nemico. Quello da combattere, da ammazzare, appare umano, pur nelle proprie diversità. Un esempio ne è il passo in cui le truppe romane incontrano un gruppo di soldati mongoli che, arresi, sono chiamati a condividere con l’avversario spazi, viaggio e persino colazione. Perchè “er nemico quanno l’hai visto e c’hai parlato mica è quel mostro boia e delinquente che t’hanno sempre detto e predicato!”, è un uomo come te, solo diiverso. Ma quell’umanità, quella saggezza connessa all’alterità ha l’obbligo di morire con il primo fiocco di neve, con l’arrivo del Generale Inverno. Lande desolate, di un bianco mortifero, con temperature sotto i 45 gradi; l’armata russa che avanza e bombarda. I compagni morti, la fame, il freddo, la sete, i poveri asinelli da sgozzare per mangiare e riscaldarsi. la nostalgia di casa.

L’abbrutimento della guerra scinde l’uomo dal suo essere umano. Lo cristallizza, così come il gelo fa con i corpi, in versioni monocorde di strumenti polifonici. La bestia divora l’animo e non v’è amico con cui solidarizzare per un luogo caldo o un pasto.

Ma quando poi si rimane soli, in pochi, dispersi, allora si torna a se stessi.

Ed è a questo ritorno all’uomo e alla patria che è affidato l’ultimo passaggio del monologo. Quando la morte sopraggiunge, il compagno di sventura, divide il ricordo di una donna, di un pomeriggio gioioso ed accompagna gli ultimi respiri. La vita che si invola da chi, nato ieri, già giunge alla fine del viaggio; in questa tragedia si riconosce l’assassinio, l’assurdo ed inspiegabile che è nell’essenza stessa della guerra. Soli, non si può che provare a tornare a casa.

Teatro pieno ed applausi che emblematicamente sul finale scattano con ritardo, come a voler attestare il senso di abbandono che coglie quando il racconto si fa viaggio nella storia.

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4 dicembre 2011 alle 1:14 | Scrivi all'autore | stampa stampa | |

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