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Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola

Bronzi Dorati da Cartoceto di Pergola, un vero e proprio enigma

I BRONZI DORATI DA CARTOCETO TRA I GRANDI ESEMPI DI SCULTURA DELL’ANTICHITÀ

Si inaugura il prossimo 6 luglio, al Musée des Beaux Arts di Montréal, in Canada, la mostra “I Bronzi Dorati da Cartoceto di Pergola”: evento che apre ufficialmente le celebrazioni per la Giornata delle Marche 2007. I Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola, scelti sono stati scelti per l’alto valore culturale e di rappresentanza. Resteranno in Canada fino al 2 dicembre. La loro partenza è prevista per il 26 di giugno. “Sono gli ambasciatori delle Marche in occasione della festa della regione che si celebra in Canada”: ha sottolineato il presidente Gian Mario Spacca

 

Il gruppo noto come “Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola” costituisce uno dei pochissimi grandi complessi scultorei equestri dell’antichità giunti fino a noi, paragonabili, come imponenza, tra quelli conservati in Italia, solo ai Cavalli di San Marco a Venezia ed al Marco Aurelio di Roma, anche questi, monumenti entrambi impreziositi, dalla doratura.

Il complesso scultoreo da Cartoceto rappresenta un probabile gruppo familiare di alto lignaggio, composto in origine da due coppie di figure femminili ammantate e velate e da due cavalieri al centro in veste militare d’alto rango, con cavalli riccamente ornati, secondo uno schema simmetrico e speculare ad andamento piramidale. La grande scultura bronzea era molto apprezzata ed amata nel mondo antico, e in quello romano in particolare. Si deve purtroppo all’azione dell’uomo se un numero decisamente assai esiguo di grandi bronzi antichi si è conservato. Non a caso, quindi, il maggior numero di sculture superstiti è costituito da quei bronzi che la precoce obliterazione nella terra - come quelli da Cartoceto - o sotto il mare, ha consegnato all’archeologia, permettendo loro di tornare oggi a noi come testimonianza storica di quel lontano passato.

Le indagini e le analisi effettuate sui Bronzi mostrano che le sculture furono fuse a cera persa con il metodo indiretto. Dopo la fusione, le parti principali furono saldate a bronzo, rifinite e dorate col metodo “a foglia”, applicata direttamente sulla superficie metallica. Sulla base di quanto osservato, si può dedurre che l’officina in cui fu realizzato il gruppo doveva, in ogni caso, essere di alto livello e di caratteristiche non artigianali, e servire una committenza facoltosa e continuativa, tale da rendere conveniente il disporre di un gran numero di matrici per singole sezioni di statue.

La figura maschile meglio conservata tiene il braccio destro alzato nel tipico gesto dell’adlocutio o dell’adventus; appare di età matura, come mostrano l’incipiente stempiatura e i tratti vissuti del volto. L’uomo monta un cavallo di grossa corporatura, riccamente bardato con falere e pettorale, decorati in rilievo con figure mitologiche spesso di ambito marino. Dell’altra scultura equestre restano poco più che le gambe dell’uomo con calzari patrizi e un braccio frammentario nella stessa posa dell’altro cavaliere, nonché la testa, le zampe e altre porzioni del corpo del cavallo. Una delle figure femminili è pressoché completa: rappresenta una dama di non giovane età, con lineamenti marcati e austeri, ammantata e velata; l’abbigliamento, la posa e la significativa presenza di un particolare tipo di anello ne testimoniano la nobiltà e il rango. La seconda figura femminile, conservata nella sola porzione inferiore, doveva essere vestita e atteggiata in modo simile.

La frammentazione e la lacunosità delle sculture e alcune,anche pesanti, deformazioni delle parti superstiti evidenziano come il gruppo sia stato intenzionalmente distrutto con attrezzi contundenti prima di essere sepolto.

Il complesso è una preziosa testimonianza storica di quella diffusione di immagini monumentali come simbolo e propaganda di potere, comune nel mondo romano dalla tarda repubblica in poi e durante tutto il periodo imperiale, da cui derivarono, come in questo caso, opere di buon artigianato artistico, con caratteristiche seriali ma di ottimo livello tecnico.

L’ENIGMA DEI BRONZI DORATI DA CARTOCETO

Quello che si nasconde dietro al celebre gruppo equestre dei Bronzi Dorati da Cartoceto di Pergola, uno dei complessi archeologici più prestigiosi delle Marche, è un vero e proprio enigma. Lo straordinario ritrovamento archeologico, avvenuto più di 60 anni fa, presenta infatti a tutt’oggi problematiche irrisolte sia di tipo stilistico-iconografico sia di rapporto storico-archeologico con il territorio su cui si continua a indagare.

La mostra di Montréal, oltre ad essere un’occasione per promuovere e far conoscere il patrimonio archeologico marchigiano e nazionale, potrebbe costituire un’opportunità per riproporre all’attenzione degli esperti questo eccezionale reperto e riaprire un dibattito scientifico coinvolgendo studiosi che si siano già occupati del problema ed altri esperti di settore di livello internazionale.

La storia dei Bronzi riporta indietro nel tempo, al giugno 1946, quando furono rinvenuti casualmente in località di S. Lucia di Calamello, presso Cartoceto, in Comune di Pergola (Prov. di Pesaro e Urbino) da Giuseppe e Pietro Peruzzini, nel corso di lavori agricoli.

Fu immediatamente avvisata l’allora Soprintendenza alle Antichità delle Marche. I Bronzi furono recuperati e trasferiti al Museo Nazionale di Ancona tramite l’Ispettore Onorario di Fossombrone, Canonico Mons. Giovanni Vernarecci. In tale occasione furono effettuati anche saggi di scavo, per comprendere le modalità di seppellimento dei frammenti componenti il gruppo e per ricostruire un loro eventuale contesto archeologico. Indagini che però, come quelle ripetute nel 1958, non dettero alcun risultato, tranne quello di accertare che i reperti erano stati deposti unitariamente, in epoca imprecisabile, ammassati in una fossa appositamente scavata nel terreno, a non grande profondità.

Il complesso è stato poi oggetto di vari restauri ed esposizioni. Il primo restauro fu condotto, tra il 1948 e il 1959, dal noto fonditore artistico e restauratore fiorentino, Bruno Bearzi, e a cui seguì l’esposizione, fino al 1972, nel Museo di Ancona, interrotta dagli eventi sismici di quell’anno, che resero inagibile la sede espositiva. Il secondo e più importante intervento conservativo, fu condotto con  nuove  metodologie  tra  il  1975  e il  1986  presso  il  Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, al termine del quale fu realizzata nel 1987 una grande mostra nel Museo Archeologico di Firenze e un’adeguata edizione scientifica.

Il gruppo scultoreo, a lungo conteso tra Ancona, sede istituzionale ed originaria, e il Comune di Pergola, luogo del ritrovamento, dal 1999 è esposto nella sede del “Museo dei Bronzi Dorati e della città di Pergola” grazie all’accordo programmatico intercorso per iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche.

Due serie di copie del gruppo, l’una identica agli originali, l’altra ricostruttiva che mostra le opere come dovevano presentarsi al momento della loro messa in opera, si trovano attualmente presso il Museo Nazionale di Ancona.

Fin qui la storia nota. Il resto è avvolto nel mistero. Molte sono le ipotesi fatte sull’origine dei Bronzi. Per Sandro Stucchi, la figura femminile di cui si conserva il volto rappresenta Livia, già moglie di Livio Druso e poi di Augusto, e madre di Tiberio, mentre il cavaliere sarebbe Nerone Cesare, lo sfortunato figlio di Germanico caduto in disgrazia, ad opera del tirannico reggente Seiano, insieme con il fratello Druso e la madre Agrippina, nel 28 d.C.; le figure mancanti dovevano identificarsi appunto con i due ultimi personaggi citati. Sempre secondo questo autore, il gruppo, originariamente collocato in uno dei centri romani vicini alla località di rinvenimento (Sentinum – Sassoferrato, Forum Sempronii – Fossombrone, o Suasa – Castelleone di Suasa) oppure in uno di quelli costieri (Fano, Pesaro), sarebbe stato, a seguito di tale sfortuna politica, distrutto e sepolto per una abolitio o damnatio memoriae.

Altre ipotesi caratterizzano il gruppo scultoreo come monumento onorario di una famiglia d’alto rango, quasi certamente senatorio, sufficientemente abbiente da permettersi la realizzazione di un gruppo simile, e nella quale le donne avessero o avessero avuto un ruolo non secondario. Su questa linea si muovono John Pollini e Filippo Coarelli che hanno successivamente reimpostato il problema datando il gruppo nel I secolo a.C., tra gli anni 50 e 30, ossia, tra l’età cesariana e gli inizi di quella augustea. Per Coarelli, la famiglia doveva essere di origine locale, di un territorio prossimo al luogo di ritrovamento, lo studioso propone di identificare in uno dei due personaggi maschili Marco Satrio, noto, oltre che dalle fonti letterarie, da iscrizioni di Suasa e di Sentinum, definito “patronus agri Piceni”, luogotenente di Giulio Cesare in Gallia ma poi tra i congiurati che lo uccisero; egli pervenne all’ordine senatorio tramite l’adozione da parte dello zio materno Lucio Minucio Basilio, originario di Cupra Maritima, adozione patrocinata dalla madre, sorella di quest’ultimo. Coarelli ipotizza anche che il gruppo, raffigurante appunto i personaggi citati, si trovasse a Sentinum, dove, presa la città da Ottaviano nel 41 a.C., sarebbe quindi stato distrutto per motivi politici, e seppellito a Cartoceto. John Pollini propone invece di attribuire il gruppo ai Domizi Enobarbi, antichissima, celebre e doviziosa famiglia romana, proprietaria di sterminati possedimenti terrieri, confluita poi in quella imperiale giulio-claudia; i personaggi proposti sarebbero Gneo Domizio Enobarbo, console nel 32 a.C., con sua madre Porcia, la moglie e il padre Lucio Domizio.

In realtà, l’enigma rimane irrisolto, come il quesito sulla fine del gruppo, se essa debba attribuirsi ad una volontà di obliterazione dei personaggi oppure a un saccheggio avvenuto in un’epoca imprecisabile e a un accantonamento dei rottami in un “ripostiglio” posto in una località priva in se stessa di presenze romane ma non distante da importanti vie di comunicazione.


  

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