La storia di Saved By Bear, il Lakota che uccise il Generale Custer

di Raffaella Milandri

Una delle storie più avvincenti della lotta tra i Nativi Americani e gli Uomini Bianchi è quella della clamorosa sconfitta del Generale Custer al Little Big Horn. Il campo di battaglia, che si trova sul territorio dei Crow, che furono alleati di Custer, è visitato ogni anno da migliaia e migliaia di persone e risveglia un passato emozionante, che, nel caso dei Lakota (Sioux), parla di una grande vittoria. Dalle ricostruzioni storiche, non è stato svelato chiaramente chi uccise Custer. Durante il mio viaggio in Sud Dakota, ho incontrato e intervistato i pronipoti di Saved By Bear, Mato Niyanpi in lingua originale, che affermano che sia proprio il loro antenato ad avere ucciso Custer. Harley L. Zephier e Robin L. Zephier hanno raccolto in un volume, “Warrior Is”, la storia di Saved By Bear, conosciuto anche come Scar Leg, ma anche quella del fiero popolo Lakota. Insieme all’appello alla comunità globale di unirsi per proteggere la Madre Terra.

Siete i pronipoti di Saved by Bear e nel vostro libro, Warrior Is, raccontate la sua vita, le sue esperienza e le sue battaglie.

Mato Niyanpi, ovvero Saved by Bear, è il prode guerriero Mnincoju Lakota che ha ucciso il Tenente Colonnello Custer, in un atto di impegno e coraggio dedicato alla sua gente e al Creatore, durante la Greasy Grass Battle –la battaglia del Little Big Horn- il 25 giugno 1876. Nel prendere la sua vita, Saved By Bear è diventato il custode dello spirito di Custer, e continua ad esserlo. Questa storia è basata sulla storia orale della nostra famiglia, passata solo attraverso i discendenti diretti e mai rivelata da 142 anni. Abbiamo raccolto in Warrior Is la vita di Saved By Bear, ma anche quella del popolo Lakota durante il tempo dei grandi cambiamenti. Noi siamo i pronipoti, membri della tribù Mnincoju Lakota, che raccontano la storia del loro bisavolo. E narriamo anche i tempi della Creazione, e come il dono del Creatore sia la coesistenza e il rispetto di tutti gli esseri viventi sulla Madre Terra. I principali messaggi di ciò che narriamo, attraverso la battaglia del Little Big Horn, sono due. Il primo, è che i Nativi Americani, se uniti da una sola fede, hanno un unico scopo: proteggere e conservare la vita. Il secondo, è che bisogna pregare e lottare per porre fine ai conflitti. Le preghiere ci possono unire nel buon intento della Umanità, in una comunità globale dove gli uomini e tutti gli altri esseri possono vivere in armonia e in equilibrio.

E’ stato difficile scrivere un libro così ricco di informazioni dal passato?

Sì, è stato difficile ma è stato un lavoro di amore, impegno e dovere, per poter raccontare la storia del nostro bisavolo. Durante una cerimonia sacra sul campo di battaglia di Greasy Grass in Montana, il 29 settembre 2010, abbiamo ricevuto il permesso spirituale di raccontare la storia di Saved By Bear per la prima volta al mondo. Subito dopo, abbiamo iniziato a scrivere il libro, registrando molte ore di memorie a casa di Harley che è nella riserva di Cheyenne River, vicino alla casa di Saved By Bear. Ci sono voluti quasi 7 anni per completarlo. Gran parte della storia di Saved By Bear viene dalla Storia Orale, narrata da Mato Niyanpi a sua figlia, nostra nonna Mary Scar Leg Bagola, e da altri. Abbiamo raccontato anche del nostro passato e delle nostre tradizioni Lakota, con le origini di Madre Terra e l’inizio della vita su essa grazie alla acqua sacra. Per noi è stato un privilegio e un onore scrivere questa storia. Niente nella vita è facile, soprattutto le cose più importanti.   

Cosa pensate della differenza tra i Lakota e le altre tribù? I Lakota hanno combattuto fino all’ultimo per la loro libertà.

Noi siamo tutti connessi a Unci Maka (Madre Terra) il cui insieme di creature è sacro. Noi siamo i “Keepers of the Earth”, i Protettori della Madre Terra . Tutti i popoli indigeni in Turtle Island (Nord America) e sulla terra, conoscono e si impegnano al dovere di rispettare Madre Terra e di prendersi cura di essa e dei suoi figli. I Mnincoju Lakota, la nostra tribù, sono conosciuti come i Protettori di Unci Maka, e del sacro He Sapa (il territorio delle Black Hills). La nostra connessione con Unci Maka deve continuare, il nostro ruolo deve perpetuarsi. Noi dobbiamo sopravvivere come popolo, l’indipendenza è il dono che il Creatore ha fatto al nostro popolo e dobbiamo proteggerla, è sacra per ogni singolo individio. Quando gente da fuori, spinta da avidità, è venuta a derubare il nostro sacro He Sapa (Black Hills) per le pietre d’oro che racchiudeva, sapemmo che dovevamo proteggere He Sapa, e al contempo noi stessi.

Quali sono i principali problemi per i Lakota oggi?

Una perdita di spirito. Il genocidio e i suoi effetti generazionali sono simili alla sindrome post-traumatica, ed esistono tuttora. I soldi, la avidità, il furto e il controllo politico delle risorse naturali sono un grave danno per il nostro popolo Lakota. Perdiamo la nostra integrità tradizionale, la verità di chi siamo. Occorre onestà tra le culture, bisogna riparare il Broken Hoop, il Cerchio rotto. Coscienza di sè, dignità di sè, orgoglio e coraggio spirituale devono tornare in tutti noi per ritornare ad essere più forti ed è più importante ora che mai prima. Bisogna accettare chi si è, le proprie origini, e non nascondersi. Come gli Italiani, che hanno le loro storie di vita, di sacrifici, di successi e di forza,attraverso secoli di esistenza per i loro diritti .

Avete suggerimenti per il futuro dei Nativi Americani che vivono nelle riserve?

Molti di noi Lakota, e di altre tribù, vedono le riserve come un metaforico campo di prigionia. Sono prigionieri della povertà, della mancanza di speranza, delle ingiustizie, della corruzione del governo, e della ostilità razziale quando sono a contatto con la società esterna. I nostri governi tradizionali sono sostituiti da elezioni di tipo politico dove ognuno pensa a chi li sostiene e non a tutti. In origine noi Lakota vivevamo in modo comunitario, dividendo le cose tra tutti e aiutando chi ne aveva bisogno. Le riserve attuano una violazione quotidiana di diritti umani, generazione dopo generazione. Il nostro migliore suggerimento dal cuore alle nostre sorelle e fratelli che vivono nelle riserve oggi, è : “Combattete per voi stessi, non fatevi intimidire, credete nei vostri antenati, e praticate le tradizioni oggi, come tanto tempo fa”. Noi speriamo che chi legge la storia del nostro bisavolo veda sè stesso e la propria famiglia nella nostra storia, e che abbia una scintilla di energia positiva per conoscere il proprio passato, il proprio posto di diritto nel Sacro Cerchio. Perchè di ogni vita, di tutte le vite su Madre Terra, c’è bisogno nel Circolo.

Cosa possiamo imparare, qui in Europa, dal vostro libro?

C’è una relazione speciale tra la gente europea e Turtle Island e i suoi abitanti, proprio perchè gli Europei sono venuti qua a portare così tanta sofferenza e distruzione alle nostre terre. Per riparare il Cerchio Rotto del Mondo, occorrono persone di buon cuore, di buoni propositi, e di spirito buono. Quello che potete rispettare e ammirare nei Lakota e nelle loro credenze, potete condividerlo, attraverso il culto della famiglia e la indipendenza della vostra cultura. Prendete il valore dell’acqua, ad esempio, che il Creatore ha posto così in alto: il valore dell’acqua è stato sorpassato dal valore dei soldi, come quello delle vite umane. Ne è la prova l’inquinamento dell’acqua in tutto il mondo. Dobbiamo imparare dal passato, e insieme prestare e condividere l’un l’altro il meglio delle nostre tradizioni e culture, in nome della pace, della unione, della tolleranza e dell’amore. In nome della Madre Terra.

Biografie

 

Harley L. Zephier (“Wanbli Hoksila”/Eagle Boy) è nato il 28 novembre 1956 in Faith, South Dakota. “La mia ascendenza è Mnincoju Lakota, dalle Grandi Pianure del Nord America. Da qui ho iniziato a cercare l’identità e il posto giusto tra gli umani. Noi veniamo da famiglie di uomini della medicina, dalla prima generazione. Io e mio fratello Robin abbiamo chiesto di diventare narratori della nostra cultura e tradizione. Da bambino ascoltavo e imparavo dagli anziani, sulla importanza di mantenere vivo il nostro mondo, attraverso la fede e il legame col Creatore. Ho passato decenni di concentrazione e pratica come uomo che ha bisogno di comprendere, e partecipando alle cerimonie di passaggio maschili, alla sweat lodge (capanna sudatoria), al pianto delle visioni sulla collina, alla danza del sole. Fiero di essere un uomo”.

Robin L. Zephier (“Sungila Sapa”; Black Fox) è nato il 4 agosto1961.  Vive con sua moglie Patti, e loro figlio JoJo sul sacro He Sapa (Black Hills) a Rapid City, in Sud Dakota.  E’ Mnincoju Lakota.  I genitori di Harley e Robin sono Alverda Bagola Zephier and Harley D. Zephier, ad Aberdeen, Sud Dakota.  Harley and Robin hanno cinque fratelli: Linda, Loren, Whitley, Darin e Lanni. Robin ama scrivere, fare escursioni, leggere, visitare posti, disegnare, tutti gli sport, l’attivismo per le cause indigene, la protezione di Unci Maka (Grandmother Earth), e i diritti dei Lakota.  Robin è un avvocato in Sud Dakota, ma prima di tuto si sente un essere umano e un figlio del Creatore, senza una etichetta professionale. Warrior Is è il suo primo libro, ma sta lavorando ad altri progetti editoriali inclusa la sceneggiatura di Warrior Is, e al suo seguito.




Diritti della Natura

Anche ecosistemi e fiumi si costituiscono parte civile: the Rights of Nature

2018-12-23 – In tutto il mondo, faticosamente, la coscienza ambientalista sta crescendo. Noi cittadini siamo i primi ad essere chiamati e sensibilizzati, attraverso dati statistici e immagini devastanti di quello che l’inquinamento, lo sfruttamento e la immane quantità di rifiuti stanno causando al Pianeta. Siamo piccole formichine con i nostri grandi sacchi di immondizia sulle spalle, spronati a differenziare e a pagare tasse, colpevolizzati da un sistema mondiale ed economico in cui il nostro agire costituisce, purtroppo, ben poco. Quello che invece è importante è la nostra coscienza, che ci spinga ad opporci e perchè no, ad arrabbiarci. Perchè essere ambientalisti è inutile, in un Paese che non adotti e perfezioni le dovute norme di protezione dell’ambiente, oppure che permetta a milioni di aziende di usare imballaggi e materie prime inquinanti, o di trivellare il suolo in modo dissennato. Una alternativa possibile ci viene dagli Stati Uniti, proprio dal Paese che Trump ha chiamato fuori dagli Accordi di Parigi sul clima: attraverso la adozione di leggi specifiche, la proposta è far diventare soggetti che abbiano propri diritti legali gli ecosistemi, i parchi, i fiumi e territori. I Diritti della Natura, Rights of Nature, possono essere adottati da città, da regioni, da interi Stati, come è successo con la disposizione adottata nella Costituzione dell’Ecuador.

Il Centro Internazionale per i Diritti della Natura del CELDF (Community Environmental Legal Defense Fund) sta lavorando per questo, e ce ne parla Mari Margil, che lo dirige.

Mari, spiega ai nostri lettori qual è il concetto principale dei Rights of Nature, e la idea rivoluzionaria contenuta in essi.

Le leggi per l’ambiente nei vari Paesi del Pianeta trattano la Natura come una cosa, come una proprietà. Queste leggi regolano l’uso della proprietà, cioè come noi possiamo usare la Natura. E questo uso include il fracking, le attività minerarie, e così via. Pertanto queste leggi “ambientali” autorizzano lo sfruttamento e il danneggiamento della Natura. Sotto questo tipo di leggi, che esistono da decenni, la degradazione ambientale avanza nel mondo. Ma c’è una crescente coscienza che noi dobbiamo cambiare la relazione tra l’Umanità e la Natura. Fare questo passo fondamentale, noi crediamo, significa riconoscere la nostra dipendenza dalla Natura e che abbiamo bisogno di vivere in armonia con essa, con il mondo naturale. Questo significa assicurare il massimo livello di protezione legale per la Natura, attraverso il riconoscimento di diritti legali.

Quali sono i programmi e lo sviluppo dei Rights of Nature? Pensi che si possa espandere in tutto il mondo, e come?
Da quando la prima legge dei diritti della natura è stata emanata, nel 2006 negli Stati Uniti, si è sviluppato un movimento per promuovere i diritti legali della Natura. Oggi, ci sono leggi emanate negli Stati Uniti, in Ecuador, Bolivia, Brasile e Nuova Zelanda che riconoscono certi diritti. E anche tribunali in India e Colombia hanno garantito i diritti di certi ecosistemi. Questo movimento è in crescita in tutto il mondo.
Che problemi avete riscontrato finora nell’aprire nuove collaborazioni per far adottare le leggi dei Diritti della Natura?

Fondamentalmente, ogni nuova idea incontra una potenziale indecisione. Ma per fortuna c’è una sempre maggiore comprensione che la crisi ambientale non può essere risolta con le leggi esistenti, sotto le quali è proprio nata la attuale crisi. Un nuovo percorso è assolutamente necessario.

In quale Paese c’è una maggiore apertura nei confronti dei Diritti della Natura? Pensi che tale apertura posa dipendere dal tipo di governo, di politica, o da come un Paese gestisce l’ambiente e cerca di agire contro il riscaldamento globale?
I Diritti della Natura stanno procedendo in diversi Paesi, nonostante le culture e le leggi molto diverse. C’è una caratteristica comune fra loro, e cioè che le leggi sull’ambiente esistenti -basate sul trattare la Natura come se esistesse per l’uso umano- siano assolutamente inadeguate a proteggere la Natura. Cresce il consenso sul fatto che questo debba cambiare.
Dimmi quali sono i programmi e le novità
Ci sono crescenti sforzi per far avanzare i Diritti della Natura. Negli Stati Uniti, il consiglio comunale di Toledo, Ohio, ha appena votato per una sorta di referendum popolare sulla Legge dei Diritti del Lago Erie da tenere a Febbraio prossimo. Questa sarebbe la prima legge negli Stati Uniti a garantire diritti ad uno specifico ecosistema.

Sono sicuramente degli spunti interessanti, che toccano in primis il fatto di poter ritenere un fiume, un lago o un ecosistema non come “cose” ma come organismi viventi, che devono quindi essere protetti dall’entità “Uomo”, questo essere che si è autoproclamato, ad un certo punto, signore e padrone di tutto ciò che è sfruttabile soprattutto in funzione del denaro. La CELDF è stata fondata nel 1995 da Stacey Schmader and Thomas Linzey, con la primaria intenzione di aiutare le comunità rurali della Pennsylvania a proteggere l’ambiente.  Si scontrarono con le molte barriere legali che si trovano tra le comunità e la protezione della Natura, e così il lavoro della organizzazione si è mosso per promuovere un sistema che possa far avanzare i diritti della Natura, ma anche i diritti democratici della gente e delle comunità. Ecco alcune righe dei Principi dei Diritti della Natura:

  • La Natura è la fonte della vita in ogni forma e dovrebbe essere riconosciuta come un soggetto dai diritti innati e intrinseci;
  • la esistenza e la salute dei maggiori ecosistemi del Pianeta è in pericolo;
  • le attuali leggi sull’ambiente sono incapaci di fermare questo declino;
  • le attuali leggi mancano di riconoscere la Natura e gli ecosistemi come interconnessi e come componenti viventi che possiedono propri diritti;
  • queste mancanze peggiorano lo stato della Natura e ostacolano gli sforzi per proteggerla;

Perciò,

  • un nuovo sistema di leggi basate sul rispetto della Natura deve riconoscerla come soggetto che detiene diritti;
  • questi diritti devono essere indipendenti, e supplementari, dalle responsabilità delle leggi esistenti;
  • facciamo appello, e ci impegnamo a supportare, comunità, genti, organizzazioni e governi a promulgare, implementare e rafforzare i Diritti della Natura



Minimo Teatro: tutti in classe!

Maurizio Boldrini verso quota 100: 60 anni e 36 di teatro
MACERATA – Ci sono ancora alcuni giorni utili per iscriversi al 36° anno della Scuola di Dizione Lettura e Recitazione del Minimo Teatro, le lezioni ufficialmente inizieranno il 7 novembre, giorno che coinciderà con il 60° compleanno del direttore Maurizio Boldrini, anche se nel mese di ottobre sono già iniziate le lezioni di Ingegneria Umanistica, destinate agli allievi veterani, il laboratorio su “La lezione” di Ionesco e gli incontri per docenti su “La lettura – ieri oggi domani” con il patrocinio del Comune di Macerata.

Dott. Boldrini, sessanta anni e trentasei di teatro, quota cento è vicina!
L’arte non va in pensione, è una condanna a vita, per la vita.
E questa vita è bella?
Rispondo con le parole della mamma di un poeta: “Sì, bella … da morire”.
In tutti questi anni cosa ha compreso dell’universo “teatro”?
Potrei fare un lungo elenco di ricerche e risultati, ma l’importante non è ciò che si è compreso bensì ciò che ancora non si comprende, volano formidabile per continuare il viaggio insieme agli allievi, ogni nuovo viaggio è la continuazione del precedente: indagine costante, ogni “scena” costruita apre a una nuova meta.
A proposito, quante “scene” avrà costruito in questi 36 anni?
E’ come chiedere a un gommista quante gomme ha cambiato! Comunque un numero sufficiente per farci il viaggio del mondo almeno tre volte, oceani compresi.
Qual è la miglior dote di un allievo?
Non c’è una dote in assoluto, ciò che vale per una persona non è detto che valga per un’altra, posso solo dire ciò che preferisco io, potrà sembrare una piccolezza ma per me l’importante è che sappia prendere appunti, il diario di bordo per me è strumento fondamentale di navigazione.
E il peggior difetto?
Essere troppo affezionati al proprio pensiero, ciò vale per l’allievo e per il maestro.
Qual è il tema base di questo nuovo anno di corso?
Stiamo andando verso uno studio sempre più personale, ci sarà un teatro per ogni partecipante, per capirci: la biografia, ecco il tema, per far affiorare segni che possano essere indicativi per tutta la classe, con la fondata speranza che possano essere indicativi anche per l’essenza di quella che chiamiamo “umanità”.
Programma ambizioso!
Direi modesto, poiché inizialmente la didattica prevede: corretta pronuncia, lettura espressiva, dinamiche base del gesto, del movimento, dell’azione, recitazione in versi, rapporto voce-musica, scrittura drammatica e poetica, ecc. insomma solo dalla base, dalle materie, dalla modestia paziente dello studio, potremo guardare verso l’altezza della conoscenza.
Per informazioni:  347 1054651. Per le iscrizioni è necessario presentarsi per appuntamento al Minimo Teatro, in via Borgo Sforzacosta 275 – Sforzacosta di Macerata.



 Liliana Segre al convegno sulle leggi razziali: “Il vero nemico è l’indifferenza, che copre tutto come una nebbia”

La video testimonianza della senatrice alla due giorni organizzata dalla Rete degli Istituti Storici in collaborazione di Unimc. Il rettore Adornato: “Attraverso il sapere critico, l’Ateneo deve colmare il colpevole silenzio del passato”.

 

Macerata – Ieri (10 ottobre 2018), al Polo Pantaleoni, in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali, ha avuto luogo la prima giornata del convegno “A ottant’anni dalle leggi razziali”, organizzato dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri-Rete degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età Contemporanea, la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, l’Istituto Storico di Macerata e l’Università di Macerata.

Dopo una nota introduttiva di Filippo Focardi, direttore dell’Istituto Parri, ha preso parola il rettore dell’Università di Macerata Francesco Adornato: “Nel corso degli anni c’è stata una metamorfosi del razzismo, attraverso un percorso che ha dimostrato l’infondatezza scientifica delle teorie discriminatorie. L’Università di Macerata è stata protagonista di un colpevole silenzio, tra il 1937 e il 1939, riguardo le leggi razziali, e adesso si cerca di colmare il vuoto del passato. Unimc è un’istituzione formativa che con il sapere critico vuole evitare che si ripetano le persecuzioni e gli orrori del passato.”

A seguire ci sono stati i saluti del prefetto di Macerata Iolanda Rolli e del vicesindaco Stefania Monteverde. Sono, poi, intervenuti Liliana Picciotto, direttrice dell’archivio storico del Centro di documentazione ebraica contemporanea, Paolo Pezzino, presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” – Rete degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età Contemporanea, e infine Paolo Coppari, presidente dell’Istituto Storico della resistenza e dell’età contemporanea di Macerata.

Il momento che ha destato maggiore emozione è stato, probabilmente, la proiezione dell’intervista a Liliana Segre,

realizzata a Pesaro lo scorso 6 settembre, in cui la donna racconta il condizionamento che ha subito la sua vita a causa delle leggi razziali: “Nel 1938 fui espulsa dalla scuola a causa dell’istituzione di nuove leggi; in quel momento capii di essere ebrea, ero diventata l’”altra” agli occhi delle persone. Il vero nemico è l’indifferenza, che copre tutto come una nebbia.”

Il convegno è proseguito con le relazioni di Michele Batini dell’Università di Pisa, Valaeria Galimi dell’Università degli Studi di Milano, Antonella Salomoni, dell’Università della Calabria ed infine di Francesca Cavarocchi dell’Università di Udine. Oggi la seconda giornata di lavori sempre al Polo Pantaleoni.




Raffaella Milandri: i viaggi e le riserve indiane

E’ tornata da poco da un nuovo viaggio nelle riserve indiane degli Stati Uniti e sta preparando la proiezione di un reportage che terrà il 14 ottobre alle ore 18.00 all’Auditorium Tebaldini di San Benedetto del Tronto. Raffaella Milandri: scrittrice, giornalista, fotografa umanitaria e attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, viaggia in solitaria nei più remoti angoli del Pianeta. E’ membro adottivo della tribù Crow in Montana e del popolo dei San in Botswana. Vediamo i punti chiave di questo personaggio dalla indubbia originalità operativa.

Chiediamo innanzitutto di chiarirci, Raffaella, cosa significa per te essere una “attivista”?

Essere attivista per me vuol dire innanzitutto avere a cuore una o più cause per i diritti umani, ed essere pronta ad espormi in prima persona per esse e per gli ideali in cui credo. La giustizia oggi non va certo a braccetto con gli interessi economici di governi e multinazionali, per cui spesso mi trovo in situazioni di pericolo in cui devo essere “under cover”, sotto copertura, per fare delle inchieste e per poter poi divulgare le verità e le testimonianze che raccolgo. In questo l’essere donna mi aiuta tantissimo, come dico spesso: ‘ quando fingo di essere una donna stupida, ci credono sempre ’. Chi è donna mi comprende benissimo”.

Perchè viaggi in solitaria?

Viaggiare da sola mi permette di cambiare programma all’ultimo minuto, di fare deviazioni sulla base di informazioni o conoscenze vicine ai temi delle mie ricerche. Mi permette di rischiare senza mettere in pericolo altre persone. Ma, cosa fondamentale, mi permette di approcciarmi a nuove realtà, o a comunità, o a remote tribù, dove essere sola, ed essere donna, fanno sì che io sia accolta molto più facilmente. Diciamo la verità: non faccio paura a nessuno.

Perchè ti occupi dei Popoli Indigeni?

Perchè hanno una spiritualità e una connessione alla Madre Terra che noi abbiamo perso quasi del tutto; abitano o hanno sempre abitato in paradisi terrestri che hanno sempre rispettato senza sfruttamenti o sprechi. Sono in netto contrasto con la civiltà occidentale e con lo stile di vita “moderno”. Hanno un legame profondo con ogni essere vivente, animale e vegetale, e per loro l’inquinamento ad esempio è un vero e proprio insulto alla vita. Sono una realtà fondamentale per capire il mondo moderno, e per apprendere una sapienza millenaria che, insieme alle loro culture, linguaggi e usanze, sono un vero Patrimonio dell’Umanità.

Ma tra diritti umani dei Popoli Indigeni e diritti di noi occidentali, quali sono per te più importanti?

Entrambi, in ugual modo. I Popoli Indigeni hanno sperimentato per primi, avendo sempre avuto meno diritti alla terra e al possesso di essa, cosa vuol dire essere sacrificati per denaro, e per lo sfruttamento delle risorse naturali. Noi ancora ce la caviamo, ad esempio a San Benedetto del Tronto i cittadini si sono espressi in prima persona contro lo stoccaggio del gas, che costituisce una minaccia all’ambiente e alle persone. Nelle Black Hills per esempio, i Lakota hanno visto sorgere ben due miniere di uranio senza potersi realmente opporre, e solo ora stanno valutando i danni: inquinamento delle falde acquifere con relativo incremento esponenziale dei casi di tumore. L’inquinamento, secondo il rapporto 2015 della Lancet Commission on Pollution & Health, causa 9 milioni di morti l’anno, di cui mezzo milione nella sola Europa. Siamo tutti sulla stessa barca, e occorre prenderne coscienza.

Cosa hai riportato a casa dalla ultima esperienza nelle riserve indiane?

Tanta umanità, e nuove amicizie profonde basate su un sentire comune. Ma anche tanta tristezza. I Nativi Americani avvertono moltissimo i cambiamenti del nostro Pianeta e della società civile, proprio perchè le loro terre sono, rispetto a quelle originali, grandi come fazzoletti. E perchè vivono ai margini della società americana, in riserve che sono tanti piccoli microcosmi collegati da stili di vita e tradizioni comuni. Per loro problemi come l’inquinamento dei fiumi, l’uso del fracking per estrarre il gas, la perdita delle tradizioni sono dei drammi terribili, di cui noi non ci accorgiamo, presi come siamo nel vortice del consumismo e dei valori imposti dall’economia globale. Pensiamo al portafoglio, ma perdiamo di vista cose ben più importanti.

Quindi il tuo ultimo libro “Liberi di non comprare” è un appello collegato alle tue esperienze con i Popoli Indigeni?

Senz’altro. E’ un libro molto provocatorio che ha acceso molte discussioni poichè chiama in causa tutti noi, uomini occidentali. E critica il senso della vita, privo di etica e di umanità.

Prossimi programmi?

Sto iniziando un nuovo libro, una guida etica alle riserve indiane con cui vorrei aiutare i Nativi Americani indirizzando a loro favore i flussi turistici. A patto che i visitatori si comportino con profondo rispetto. Con la Omnibus Omnes, di cui sono presidente, stiamo organizzando appunto alcuni eventi legati ai Nativi Americani tra cui un mio convegno reportage il 14 ottobre, una introduzione alla lingua Lakota, e un incontro con Lance Henson, un poeta Cheyenne che abbiamo già avuto il piacere di ospitare a San Benedetto. In programma anche la celebrazione del Buy Nothing Day, ma per adesso è top secret.

 

 




“Sangue di provincia”, il nuovo album degli Amelie Tritesse raccontato da Manuel Graziani

Vengono da Teramo, suonano insieme da oltre dieci anni, hanno appena pubblicato il nuovo album Sangue di provincia e nell’epoca balorda che stiamo vivendo c’è un gran bisogno di storie raccontate con la loro devozione e la loro sincerità. Quello degli Amelie Tritesse (Manuel Graziani : voce, basso, batteria; Paolo Marini: chitarra, voce, tastiera; Stefano Di Gregorio: batteria, basso; Cristiano Pizzuti: basso, synth) è un read’n’rock di periferia che sa guardare ad una dimensione spazio-temporale lontana (due dei nuovi brani, per esempio, sono ispirati alle opere degli scrittori italo-americani Pascal D’Angelo e Pietro Di Donato) e muoversi con autorevolezza in territori di frontiera (umana, non geografica), fotografando senza filtri le aberranti aspirazioni e le grandiose miserie che abitano ogni bar di paese. Abbiamo rivolto alcune domande a Manuel Graziani che, con il piglio del narratore – iperrealista, crudo, ma anche sottilmente ironico – è autore e voce narrante dei dieci racconti di vita vissuta e osservata che compongono Sangue di provincia.

 

 

Gli Amelie Tritesse esistono da oltre dieci anni, che bilancio si può fare del vostro percorso?

E sì, il primo concerto è dell’estate 2007. Abbiamo avuto delle pause perché in questo lasso di tempo ci sono nati dei figli (a me e a Stefano) ma non abbiamo mai pensato di mollare. Questa longevità, se così si può chiamare, è dovuta al fatto che prima di tutto siamo amici. Ci divertiamo a stare insieme, che si suoni o meno. Ci siamo trovati molto bene con Interno 4 Records/NdA di Rimini che ci ha pubblicato nel 2011 il cd-libro Cazzo ne sapete voi del rock and roll. La critica ci ha accolti bene, sono uscite molte recensioni, più di quante mi aspettassi, alcune davvero positive. Abbiamo avuto l’opportunità di girare un po’ in Italia e suonare dal vivo condividendo palchi e palchetti con gente che stimiamo come Thurston Moore dei Sonic Youth, Diaframma, Offlaga Disco Pax, Emidio Clementi, Digos Goat, I Cani, Inutili, Pete Bentham… direi che il bilancio è piuttosto positivo.

Non è semplice oggi trovare proposte così fedeli e coerenti alla propria poetica, così lontane da ciò che è mainstream, orgogliosamente dure e senza fronzoli. Quanto conta la coerenza nel vostro patto artistico?

Coerenza a oltranza, come cantano gli ultras del Teramo (la nostra città). Al di là delle battute… noi suoniamo perché innanzitutto siamo famelici ascoltatori di musica. E la musica che ci fa battere il cuore non è esattamente commerciale. Avendo qualche anno sulle spalle, sappiamo cosa vogliamo fare e come (provare a) farlo, tendiamo a togliere piuttosto che a caricare i pezzi: parlo sia sotto il profilo musicale che dal punto di vista dei testi. Niente (o pochi) orpelli. Il nostro è un approccio minimalista, giochiamo di sottrazione, ma lo facciamo in maniera del tutto naturale.

Come è stato concepito il nuovo disco?

I dieci pezzi dell’album sono nati in sala prove, suonando assieme. Alcuni li suoniamo da un po’ di tempo, anche dal vivo, ad esempio Son of Italy, Cristo fra i muratori, Questa è la città. Altri sono più recenti, vedi Seymandi, Guantoni e Wojtek: in quest’ultima i miei compagni mi hanno permesso di suonare la batteria facendomi davvero felice. Non è un concept, eppure mi piace pensare che un filo rosso, di un rosso scuro, unisca i pezzi. L’album lo abbiamo registrato in presa diretta, un sabato e una domenica, suonando live in stanze diverse, nell’ottimo Noiselab Studio di Sergio Pomante, a Giulianova.

Sembra di scorgere un ghigno beffardo dietro molti dei tuoi testi, penso per esempio a Seymandi o a Uno stratosferico coglione. Che rapporto hai con l’ironia nel processo di scrittura?

Per me l’ironia è fondamentale, ancor di più l’autoironia. Non sei il primo a dirmelo e sono contento che questo aspetto venga colto spesso. Quando scrivo racconti, perché di racconti si tratta, voglio essere il primo a ghignare, anche di me stesso. E quando ciò accade mi accorgo che il testo può funzionare. Non sono un intellettuale e non ho alcuna intenzione ad atteggiarmici. Diffido degli intellettuali, soprattutto da chi si autoproclama tale. Sono d’accordo sul fatto che i due testi da te citati sono pervasi da una certa, beffarda ironia… soprattutto Seymandi che, seppur cantilenante e in apparenza scanzonato, trovo sia il pezzo più “politico” dell’album. Uno stratosferico coglione ha a che fare più col sarcasmo, disinteressandosi del politicamente corretto.

Pietro Di Donato “Cristo fra i murtori”

Son of Italy e Cristo fra i muratori sono ispirate alle opere di due scrittori italo-americani, Pascal D’Angelo e Pietro Di Donato. Due omaggi assolutamente preziosi e necessari, soprattutto oggi. Vuoi dire qualcosa su questi due brani e suoi due libri che li hanno ispirati?

Da appassionato di letteratura, e da abruzzese, sono un estimatore di John Fante. Anni fa, facendo una ricerca sulla letteratura italo-americana, mi sono imbattuto in Pietro Di Donato e nel suo capolavoro Christ in Concrete del 1939: un romanzo proletario, durissimo, di denuncia, molto toccante, che fotografa la condizione disumana dei muratori italiani emigrati nella Grande Mela. Il romanzo non è in catalogo da una vita, ai tempi recuperai la prima edizione Oscar Mondadori del 1973… nel 2014 è stato ristampato, con una nuova traduzione, dalla piccola casa editrice aquilana Textus in una bella edizione. Di Donato è nato e vissuto negli USA, ma da genitori abruzzesi, di Vasto. Il romanzo fu un successo in America, pensa che nel 1949 il regista Edward Dmytryk ne trasse un film per Hollywood. Sulle tracce di Pietro Di Donato ho scoperto Pascal D’Angelo… la sua è una storia ancora più incredibile: nato in provincia di L’Aquila nel 1894, a 16 anni è emigrato in America assieme al padre. Rimasto solo negli States, si è mantenuto svolgendo i lavori più duri e umilianti. Ha imparato l’inglese sui libri, con rara ostinazione. Nel 1924 è stato pubblicato il suo capolavoro Son of Italy, un memoir struggente e bellissimo dove ripercorre la sua vita in Abruzzo e i mille lavori per sbarcare il lunario al di là dell’Oceano. Era più un poeta, un poeta-manovale. Purtroppo morì giovane, povero e solo, ad appena 38 anni. Questi due libri mi hanno colpito molto, mi sono rimasti dentro, così ho deciso di prendere alcuni passi, “trattarli”, adattarli liberamente e creare dei testi. Spero che l’omaggio sincero che abbiamo fatto con gli Amelie venga apprezzato.

Musica e parole trovano un mirabile equilibrio in tutte le tracce. Quando scrivi i testi, hai già in testa come “suoneranno”?

Quello che dici mi fa molto piacere, grazie! Trovo fastidioso chi si mette di fronte ad un microfono a leggere storie con la voce impostata, mentre dietro di lui dei poveri musicisti gli creano un tappeto sonoro buono per qualunque lettura. Il reading puro non mi interessa, a meno che non ti chiam(av)i Remo Remotti. Gli Amelie Tritesse sono un gruppo, noi veniamo dal punk, musica e parole hanno pari dignità, l’una non può prescindere dalle altre e viceversa. Alcuni testi li ho scritti appositamente con l’idea di portarli in sala prove, quindi ho scelto le parole pensando al loro suono, alla loro pronuncia. Altri sono nati come racconti brevi e li ho riadattati facendo anche qui molta attenzione alla musicalità e alla scansione delle parole. C’è da dire che declamare/leggere storie al microfono può fare l’effetto tavola da surf, appiattire la canzone e renderla un filo monocorde. Nel nostro caso, per fortuna, spesso interviene il cantato di Paolo che butta dentro gocce di melodia acidula ed esotica per via dell’inglese.

Ad essere sapientemente amalgamati sono anche i vari brani tra loro. In che misura avete lavorato per dare all’album quest’unità di fondo?

Come ti dicevo Sangue di provincia non è un concept. Tuttavia è vero che i testi hanno un’unità di fondo. A me piace scrivere e raccontare storie minime, con personaggi sospesi che si muovono ai margini. La letteratura ha attinto molto dalla marginalità e su questo ci sarebbe da fare un lungo discorso. Ti dico soltanto che non m’appassiona granché la retorica del loser, non ho la presunzione di narrare l’epopea degli ultimi. Piuttosto raccontare i penultimi, quelli che non s’incula nessuno: l’uomo medio che galleggia nelle bassezze e nelle miserie di tutti i giorni, penso a Pino di Uno stratosferico coglione, a Pendolo e Il Monsignore che compaiono in The Greatest Hit of Joe 21. Musicalmente c’è amalgama perché siamo amici, ci capiamo al volo nonostante i nostri ascolti siano diversificati. E poi Paolo Marini, Stefano Di Gregorio e Cristiano Pizzuti sono musicisti di lungo corso dalla rara sensibilità… mi ci metto anch’io, va’, che suonicchio il basso in un paio d’occasioni e la batteria nel pezzo che chiude l’album, Wojtek, dedicato a Wojtek Dmochowski: il ballerino della band post-punk inglese Blue Aeroplanes.

La cover di “Sangue di provincia”, opera di Rino Rossi

Visto che proponete una musica dalla forte impronta letteraria, puoi dirmi quali sono i tuoi autori di riferimento e i romanzi della tua vita?

Quanto tempo abbiamo? Sarebbero troppi gli scrittori e i libri da citare. Non sono così originale, e non voglio esserlo forzatamente… come molti sono stato folgorato durante l’adolescenza da Il Giovane Holden di Salinger. E come molti poi mi sono perdutamente innamorato di Bukowski e di Carver che ho divorato. Di John Fante ti dicevo prima. Ho seguito e apprezzato i “minimalisti e postminimalisti hemingwayani”, come li chiamava la Pivano, soprattutto Bret Easton Ellis, che poi tanto minimalista non è. Tra gli italiani direi Tondelli, tutto Tondelli, Silvia Ballestra degli inizi, Claudio Piersanti che, peraltro, ha origini teramane… mi piacciono anche il Peppe Lanzetta scrittore, Gaetano Cappelli e Piersandro Pallavicini che trovo di una leggerezza molto arguta ed elegante. Libri della vita non ne ho, sinceramente. Gli ultimi romanzi legati alla musica che mi hanno lasciato un segno sono Mezzanotte a vita di Jerry Stahl, pubblicato 10 anni fa da Leconte e ristampato di recente da Baldini & Castoldi, e Beautiful Music di Michael Zaadorian pubblicato pochi mesi fa da Marcos Y Marcos.

Cosa sta succedendo nella scena teramana, quali fermenti ci sono?

La scena musicale teramana è viva e vegeta. A Teramo e dintorni c’è sempre stata una buona cultura di rock alternativo, un’attenzione particolare verso le musiche altre. Mi riferisco a gruppi, locali che propongono musica dal vivo, organizzatori di concerti. La Goodbye Boozy Records del mio amico Gabriele è una piccola e spettacolare etichetta che produce vinili di garage-punk-r’n’r e che ci invidiano in tutto il mondo. Tra i miei gruppi cittadini preferiti ti dico Inutili, Los Infartos, A Minor Place e Wide Hips 69: andateveli a cercare. Sul versante concerti si muovono bene i ragazzi del Sound (un nuovo locale aperto lo scorso anno) quelli dell’Officina, storico circolo Arci nel centro della città, e quelli dell’associazione MIT – Musica Inedita Teramana.

 




HangArtFest, “concetti non più sfumati” dopo l’incontro con l’artista Marta Bevilacqua

Incontro con l’Artista svoltosi ieri sera in occasione della prima assoluta di “Concetti Sfumati ai Bordi”.
Silvia Poletti, giornalista e autorevole critico di danza per la rivista Danza&Danza, intervista la coreografa Marta Bevilacqua

Dialogo a cuore aperto tra Silvia Poletti, critico di danza, e Marta Bevilacqua dopo la “prima”

 

Grande successo per Hangartfest all’apertura della XV edizione.
Domani sera doppio appuntamento

 

Pesaro, 2018-09-07 – Il pubblico che ha riempito le tribune allestite alla Chiesa della Maddalena per la prima nazionale della coreografa Marta Bevilacqua “CONCETTI SFUMATI AI BORDI” (sold out anche giovedì per Malina) ha potuto assistere al termine dello spettacolo all’atteso appuntamento “L’incontro con l’artista”, un momento significativo della XY Edizione di Hangartfest e che rientra nel progetto educativo EXPLORER, ideato per favorire la sensibilizzazione dello spettatore alle arti performative con lo scopo di fornire strumenti di lettura critica per “costruire” un pubblico più consapevole.

Coordinatrice dell’incontro Silvia Poletti, giornalista e autorevole critico di danza per la rivista Danza&Danza: <Devo innanzitutto sottolineare l’importanza di sostenere un’artista nella sua ricerca e nel suo lavoro offrendole una tranquillità come ha deciso di fare Hangartfest per Marta Bevilacqua> ha detto Silvia Poletti, tratteggiando il profilo artistico ed umano, dalla fase formativa all’Accademia Isola Danza a Venezia diretta da Carolyn Carson fino ad arrivare all’attuale collaborazione con la Compagnia Arearea (1998) dell’artista veneta.

<L’incontro con Carolyn Carson ha rappresentato una svolta importante per la mia carriera – ha affermato Marta Bevilacqua – la sua visione dello spazio-tempo nel gesto individuale del linguaggio è molto presente anche in questo spettacolo>.

Nella provincia remota veneta non c’erano molte alternative: ginnastica o danza: <Mi sono avvicinata subito ai concetti di “disobbedienza” rappresentati dalla possibilità di rotolare sulle tavole di un palcoscenico in contrapposizione con la formalità dello studio>.

Il pubblico, rimasto incollato alla poltrona ad ascoltare affascinato al colloquio tra il critico Silvia Poletti e Marta Bevilacqua, ha visto dal “vivo” la nascita di un’opera teatrale di danza: <Che è senz’altro perfettibile – ha detto Marta Bevilacqua – perché dopo mesi di lavoro esaltante, alternato a momenti di sconforto, il rapporto e le emozioni che si traggono ogni sera dal pubblico sono utili per la crescita dello spettacolo>.

Come nasce Concetti sfumati ai bordi e quali sono le sue frasi interpretative?

<Per me è e per Valentina Saggin, che mi accompagna in questo viaggio, il punto centrale del nostro linguaggio interpretativo è la sintonizzazione spazio-temporale in cui cerchiamo di essere presenti a noi stessi. Il corpo offre un’eccedenza di linguaggio – ha detto ancora Marta Bevilacqua – che è non solo verbale o numerico. Noi ci fidiamo di un linguaggio condiviso in cui diventiamo cosa tra le cose, madre-figlia, amanti e attraversiamo questo percorso per analogie con la “disubbidienza” come punto di partenza. Devo dire che questo uso dello spazio scenico l’ho acquisito molto grazie alla mia esperienza ormai ventennale in Arearea>.

Ed a proposito di Arearea, domani domenica 9 alle ore 18.00, presenta LE MURA, uno spettacolo itinerante, che parte dalla Corte di Palazzo Mazzolari-Mosca per proseguire in Piazza Mosca, coreografia di Roberto Cocconi, uno dei protagonisti della storica compagnia di danza contemporanea Sosta Palmizi. LE MURA, che vede in scena 10 danzatori, sono la scenografia dell’agire quotidiano, in cui ogni azione viene determinata da rituali rassicuranti, sono la protezione dall’ignoto, dei limiti definiti in un labirinto. Ma sono anche l’ambiente urbano circostante, che è sì creazione degli uomini, ma al tempo stesso anche motivo di condizionamenti sul loro agire. Ingresso: € 3 unico in piedi.

Alle ore 21, con il sostegno del Ministero della Cultura Israeliano, alla Chiesa della Maddalena, Hangartfest ospita la prima nazionale di ALL’ARRABBIATA presentato dalla Sderot Adama Dance Company diretta da Liat Dror e Nir Ben Gal, sulle coreografie di Liat Dror. Ingresso € 10 intero, € 7 ridotto

 

ph Camilla De Filippis

MARTA BEVILACQUA

Danzatrice e coreografa collabora stabilmente con la Compagnia Arearea dal 1998. Si forma all’Accademia Isola Danza a Venezia diretta da Carolyn Carlson (2001). Il suo tratto coreografico si contraddistingue per la combinazione di ricerca gestuale e necessità tematiche. Le sue creazioni si nutrono di riferimenti filosofici espressi in chiave contemporanea e autorale. Tra le sue coreografie più premiate Nec Nec (Anticorpi Explò), Organonsull’ingombranza del pensiero (Premio Equilibrio), Innestiil corpo tecnico, Ruedisruote di confine. Duttilità e fascino per il rischio, fanno sì che venga coinvolta in progetti educativi e sociali che affondano nella realtà di tutti i giorni. È docente di danza contemporanea in centri di alta formazione come l’Accademia d’Arte drammatica “Nico Pepe” di Udine, l’Accademia delle Diversità di Bolzano, Lo Studio di Udine. È docente tutor della sezione Performance nel Master in Comunicazioni e Linguaggi non Verbali – Università Cà Foscari di Venezia. Lavora con passione nella doppia dimensione del teatro e della danza urbana. Ha danzato come interprete con compagnie di ricerca come Adarte, Aldes, Balletto Civile, Ersilia Danza, Naturalis Labor, TPO, CSS Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, Versilia Danza. È stata coinvolta nei seguenti progetti internazionali: Luoghi Comuni (Lieux Publics) con la performance Dafneper una mitologia urbana (2011), al progetto “Writing site by site” in Graz, per la piattaforma internazionale IN-SITU, per la quale ha creato Panta Reiper una filosofia urbana (2012), coprodotto dalla Reggia della Venaria Reale (Torino) e il suo progetto Oltre La Luna (2012), è stato prodotto da Dance Channels, piattaforma europea di sostegno a nuovi coreografi tra Saragoza, Manchester e Genova. Tra le sue ultime produzioni figurano: SchnurrbartFritz secondo Lou, Play With Me, Le Quattro Stagioni. In versione urbana e Le Quattro Stagioni_From Summer to Autum (selezionato per Nid Platform 2017).

Collabora con Ricci/Forte in qualità di coach di compagnia per La Ramificazione del Pidocchio (2016) e firma i movimenti scenici dell’opera Turandot per Macerata Opera Festival.




La forza degli ultimi nel progetto di Sara Annovi

di Raffaella Milandri

 

Il progetto “Sightless”, di Sara Annovi, che si basa su una esperienza personale e uno studio sul mondo dei senzatetto, vuole mettere a fuoco la cecità indotta dalla differenza di condizione sociale, in particolare nei confronti degli ultimi. Una ricerca importante, dalla quale si estrapola una profonda riflessione sui valori dell’uomo e della società attuali. Sara ha vissuta ella stessa come una senzatetto, in una comunità di polacchi. Ho incontrato Sara Annovi, in arte Sarah Stuart, sia alla Biennale di Firenze che ad un evento internazionale ad Assisi, grazie all’amico comune Giovanni Iovene, pittore e curatore di eventi artistici di spessore.

Sara, come è nata la passione per la fotografia, prima ancora della opera di film-making?

Esattamente, le mie video-produzioni sono nate in un secondo tempo. Sin da quando avevo 12 anni ho iniziato a partecipare a importanti contest di Fotografia, della Contrasto e poi di Lifeframer. In maniera particolare mi sono avvicinata alla fotografia documentaria e al ritratto, e poi sono entrata all’Accademia Italiana di Firenze. Cio’ che mi ha spinto alla scelta dello scatto, rispetto ad altre arti visive, e’ stato inizialmente la mia poca confidenza ad avvicinarmi socialmente alle persone: la camera costituisce una barriera e un’unione al contempo, permette di costruire un personale spazio di interpretazione ed azione e congela una connessione con il soggetto fotografato. Ho scoperto quanto potessi diventare potente suggellando un momento con la macchina fotografica, e il vero valore della fotografia, sin dagli ultimi anni del liceo: scattare foto mi dava energia, entusiasmo, non era piu’ solo un hobby, era diventata un’esigenza, seguiva la mia idea di vita, il mio lifestyle. Sono del ‘93, una generazione dove la potenza dell’inventiva si e’ in parte afflosciata perché tutto e di piu’ e’ già stato proposto, toccato e addirittura plagiato. Come fotografa difendo la mia parte artistica, ma purtroppo ciò che vende oggi e’ spesso il fine commerciale dell’immagine e non la qualita’ artistica . Fotografare significa comporre un’immagine e scrivere con la luce: il fotografo estrae una parte di realta’, la reinterpreta, non la riproduce.

La storia di Sightless nasce dalla relazione con questo giovane senzatetto polacco e con i suoi amici. Cosa La ha maggiormente incuriosita di questo mondo “diverso”, con ritmi di vita e regole decisamente inusuali per noi “borghesi”?

Pur se io provengo da una famiglia medio-borghese, non mi sono sentita poi così diversa da quelle persone che, indipendentemente dagli anni passati in strada, sono umanamente e civilmente così simili a noi. Mi ha colpito il loro inusuale rispetto degli spazi, dal momento in cui, in territorio pubblico, non esistono privatizzazioni e all’aria aperta tutto dovrebbe essere accessibile. Mi sono resa conto di quanto il tetto per loro fosse diventato un fattore accessorio; il senso dell’onore e del rispetto che questi polacchi avevano per la quiete e per il sonno di ognuno, dopo ore di burla e qualche bicchiere di troppo, erano sicuramente più difficili da mantenere in uno spazio condiviso, che loro sono in grado di privatizzare in maniera ammirabile. Hanno “colonizzato” una chiesa a Gavinana, e il parco attorno ad essa. Lo Zio piu’ saggio del gruppo, che tutti amano chiamare “Clint Eastwood”, si svegliava alle cinque ogni giorno e con le mani imperterrito raccoglieva cicche, riordinava il posto letto, igienizzava con alcol le poche posate ricevute dalla Caritas, e cercava di mantenere in ordine la strada, dove ragazzi adolescenti e piromani passavano di notte lanciando cartacce bruciate, incendiando cassonetti . Loro non sono per niente disagiati in quanto vagabondi, e sono abituati ad arrangiarsi. Ho scoperto che vivere all’aperto può costituire una “droga”; che talvolta non esiste una concezione di giusto e sbagliato; che un materasso e’ sicuramente piu’ comodo ma agli occhi della fame, come alle mense e riuniti in uno spoglio spazio comune, eravamo tutti esseri umani e che quindi di un “materasso” si può fare a meno. La civiltà, intesa come una non-necessaria patina comportamentale e sociale con cui siamo cresciuti, e il galateo che ci hanno impartito, possono sicuramente arrivare a dividerci dalla semplicità dei nostri istinti, dal cameratismo universale che gli uomini dovrebbero avere gli uni per gli altri. L’intesa e la forma comunitaria che questi individui, pur non integrandosi nella nostra società, sono riusciti ad instaurare è sufficiente a mantenerli in vita, rinunciando anche al denaro. Questa esperienza mi ha fatto godere ogni attimo abbandonando l’ansia frenetica, portata dalla competizione di tutti i giorni, nella ricerca disperata di un’identificazione nel mio lavoro. Ero Sara, nessuno mi conosceva, ma sentivo di conoscere tutti, e mi sentivo di controllare quell’aspetto di me “ribelle” passando inosservata. Come diceva il saggio Clint Eastwood ero libera dai canoni, dallo stress, imposti dal Conformismo. Ero curiosa di scoprire quanto a loro basti poco per stare bene, e come io invece sia piena di esigenze. Di colpo, immergendomi nel loro mondo, mi sono sentita stranamente soddisfatta. Non potevo tradire le loro usanze, nel momento in cui ero parte del gruppo, e questo ha battuto addirittura le norme e i principi con cui ero stata allevata; mi davano la libertà di potermi dissociare e di poter scegliere chi essere ad ogni momento, in quanto mi apprezzavano come quella ragazza, un po’ ingenua e studiosa, che il mio ex aveva presentato loro.

Il cuore di Sightless: qual é è il cuore della storia, e la morale che ne ha voluto trarre e divulgare attraverso le immagini?

Sightless nasce per far riflettere le persone sul valore della comunita’ inteso come gruppo di persone che agiscono con lo scopo unico e imprescindibile di sopravvivere. Il messaggio dietro questo progetto da una parte tocca il tema della minoranza sociale, dall’altra quella della disoccupazione, perché possa aprire gli occhi sulla condizione dei cittadini in generale. In caso non ci fosse una soluzione, dopo il pignoramento della propria casa per esempio, come fare per non perdere l’entusiasmo, come fare a non commettere atti di disperazione? Credo che la scelta della strada non sia certo una scappatoia, ma la scelta di questi polacchi è ammirabile e spunto di riflessione: affrontare la strada, senza tempo per rimpianti o rancore, ma con una continua dedizione all’aiuto reciproco. Il segreto di “Sightless” è nel mettersi nei miei panni, una ragazza che non ha nulla in comune con il resto del gruppo, eppure riesce a vivere due vite differenti senza sentirsi per forza in dovere di giudicare e di seguire norme comportamentali prestabilite. Il mio progetto vuol suggerire quanto tempo si potrebbe guadagnare invece di perderlo dietro futili preoccupazioni, spendendolo per cambiare lo stile della propria vita e fare in modo che anche l’esperienza più drammatica possa trasformarsi in un’avventura, in un riscatto, in una possibilità di azione. Sightless, in quanto futura trasposizione cinematografica, vuole essere anche un piccolo corso di pronto soccorso e una sorta di incitamento all’auto-gestione. I personaggi di Sightless non sono degli eroi, ma degli Anti-Eroi, come Noi, come Tutti.

Ci parli del progetto cinematografico relativo a Sightless

Sto definendo le ultime pagine dello script. Ho intenzione di fare un crowdfunding per finanziare il progetto, e parte del ricavato andrà a beneficio della costruzione di strutture per senzatetto e per i loro cani. Molti attori saranno presi direttamente da ambienti di strada. Le location individuate per la realizzazione sono la Scozia, alcuni sprazzi della Polonia del Nord, centri urbani metropolitani come Firenze, Milano,Venezia. E magari anche la Grande Mela. Un grande progetto, che potrebbe arrivare al Festival di Cannes, di Venezia e di Toronto, seguendo gli standard neorealisti dei Contest.

Futuri programmi?

Sto lavorando a diversi progetti fotografici, a un canale Youtube, e a un progetto nell’ambito della carcerazione. Per completare il progetto di Sightless ho maturato il tema della reclusione, operando come volontaria per il giornale dei Ristretti Orizzonti di Padova. Il mio target è concentrarmi sugli emarginati, gli inetti, le persone recluse: rispecchia il mio continuo interesse verso il più debole, incluso chi viene descritto come pericoloso socialmente. Sto anche collaborando con band musicali per la realizzazione di video e short film, sviluppando una mia “estetica” del suono.

Cosa pensa del mondo della fotografia e dei media oggi? Come si trova, come giovane fotografa, ad affermare il suo lavoro e la sua opera?

Io sono un po’ old-school, mi appoggio a quello che mi disse un grande maestro e direttore della fotografia, Luciano Tovoli: ”Per fare questo lavoro, devi indossare delle buone scarpe”, ovvero bisogna dosare il piu’ possibile il proprio carisma, avere pugno forte e avere una predisposizione attitudinale positiva. Invece che lasciarsi scoraggiare da chi e’ arrivato prima di noi, bisogna carpirne quanti piu’ segreti possibile ed essere curiosi. Spesso chi primeggia toglie ai giovani la forza di mettersi in gioco e di provarci solo per paura di essere superato. I giovani sono freschi, dinamici, e con occhi spalancati osservano il mondo desiderosi di sapere. In una professione come questa sapersi vendere e credere nelle proprie competenze e’ l’ingrediente principale per avere successo. Credo che molti fotografi della mia eta’ vengano abusati e messi alle strette al punto da non ricevere quanto meritano. Bisogna sempre mantenere un piano B,C,D e così via, ma mai arrendersi.

Chi è Sara Annovi, in arte Sarah Stuart

Produttrice, screenwriter, direttrice della fotografia e regista di corti, video e shortfilm, artista espositrice in collaborazione con Giovanni Iovene, l’ambizione di Sarah Stuart, lo pseudonimo di Sara Annovi, e’ lavorare nel settore cinematografico e nella direzione della fotografia in ambiente americano.

Nata a Carpi (MO) nel 1993, si diploma al Liceo Classico di Correggio, si laurea all’Accademia di Arte, Fashion & Design di Firenze, specializzandosi in produzione fotografica e Nuovi Media visuali. Frequenta un Master di Cinematografia alla Shot Academy di Roma. Durante la stesura della tesi in “Direzione della Luce Naturale: riflessione sul Dogma 95 di Lars Von Trier”, farà conoscenza di personaggi e maestri cinematografici del settore fra cui Luciano Tovoli. Ottiene riconoscimenti artistici di spessore; realizza cataloghi e servizi fotografici per Marianna Ferrara, fashion designer russa. L’incontro con il curatore artistico Giovanni Iovene, durante l’evento culturale e la sfilata di moda al Wien Italianisches Kulturinstitute in cui riceve il titolo di fotografa ufficiale, seguirà la sua presenza attestata dal Ministero della Cultura in quanto video-montatrice, operatrice anche nelle successive mostre artistiche, fra cui la Biennale di Firenze, Grand Palais a Parigi, la Mostra di Assisi in cui espone i suoi scatti fotografici del progetto “Sightless” concentrato sul ritrarre la realtà dei senzatetto, e dal quale scaturisce il piano per un futuro lungometraggio. Tra le sue esperienze formative, uno stage per i Ristretti Orizzonti, giornale di Padova che tratta specificamente della carcerazione; un lavoro come fotografa, assistente e marketing content assistant per Daniela De Montby, brand di grande successo; una esperienza di filmmaker presso la Guestlist Magazine durante la quale entra in contatto col mondo musicale rapper, drum and bass e con artisti quali Token, Strike, Eminem e nel blues, soul, country con gli Arthur’s Brothers. A Firenze produce video musicali per Simon & The Strangers, di cui realizza il video ufficiale, e a Cibeno, in collaborazione con Maximilian Parolisi, produce un video artistico visuale per il lancio di una sua personale produzione “Something New”. A Londra collabora come videoassistentee runner in alcune film produzioni fra cui quella di “A change of Heart for Fred”, della regista Tiana Linden. In ordine di realizzazione le opere che le hanno fatto vincere alcuni contest: alla Toscana Film Commission “Living the Sound of the Street” nel 2014, “Motivational Video” nel 2015, “Stanislaw Builder Interview and Dance Performace”, “Opus Ballet Show recordings”nel 2016, “God is a Dj”, nel 2017, “Une tragédie comique” 2017, “Anya Walking Prayer” 2016/2017, “Meeting Her” uno script per la FMA School a Firenze, ora sotto la supervisione della Lions Gate, “As much as Dorian” 2017. Attualmente sta lavorando a SIGHTLESS, a una delle sue ultime produzioni a Londra “Documentary about homeless”, “Felicidade: an anthropologist ’ study on happyness”, “The day we never met”, “LM 3 MEZZI”; coinvolta nella progettazione di una video musicale country per gli Arthur’s Brothers e un film basato sulla pellicola di Edgar Allan Poe. Un video musicale che sta partorendo sopra una delle base strumentali prodotte da Strike Force. Nel 2017 riceve l’opportunità da parte del team Maremma Ventura attuale Esplorando di poter costituire la camera operatrice assistente durante un documentario intitolato “Cacciatori di Miniere” per il Gavorrano Park; in concomitanza con ciò lavora per una produzione indipendente CinePhotoArt, coordinata da Marco Kroma, una web serie alchimista e gotica di cui curerà la direzione della fotografia.

In un canale Youtube cui produce film review, intervista altri artisti nel settore e prosegue nella realizzazione di shortfilm, come di puntate per film-produzioni di cui lei stessa cura lo script, insieme ad altri artisti coinvolti nel panorama internazionale, fra cui l’art-director August Ryder e il sound designer Jimbo. Realizza per gli attori che collaborano con un personale showreel da presentare alle case di produzione.

 




Esclusiva, il Lungomare si confessa

 

SPECIALE LUDIBRIUM

Esclusiva – IL LUNGOMARE SI CONFESSA

Nella mia carriera di onesto lungomare ne ho viste tante, troppe ma mi accorgo ora che non è mai abbastanza.
I guai sono iniziati quando hanno deciso di “RIQUALIFICARMI”.

Lì ho capito come si può sentire un onesto lavoratore che dopo essere stato sottoposto ai lavori più usuranti e degradanti viene confinato in cassa integrazione.
Lì mi è stato chiaro che cosa ha provato Simonatettaronacoppadavis spogliarellistasoloperbeneficenza vedendo arrivare tutta quella concorrenza dall’est che ormai si svende solo a pagamento.
E se ci penso mi viene in mente Arturo che per chiamarsi Terry,  si è fatto/a  riqualificare a Casablanca, e non c’era né Bogart, nè quel fottutissimo pianista, Samuelediscorotto, ma solo aghi, bisturi, silicone e tariffe infami, senza pudore.

E così che mi sento io, ora.
Ma è bene che si sappiano le cose.

Riqualificare è come seppellire la storia soffocandola con lastroni patinati, oasi sintetiche,  luci simmetriche che servono solo ad abbagliare le coscienze di chi ha permesso negli anni andati, misfatti di ogni genere, scontornando una cartolina unica e preziosa per sovrascrivere sull’incanto: asfalto, corsie, parcheggi, piste ed altra roba simil-dovuta-alla-modernità.

Riqualificare è come aggrapparsi in molti allo sciacquone per spazzare via le nefandezze e le responsabilità, stando attenti a rimanere seduti al posto giusto, evitando di curare le emorroidi o le piaghe da decubito della “res publica”.

Riqualificare è la grottesca apologia di chi sfila impettito su quei lastroni a raccogliere immeritata gloria non avendo fatto – nulla – prima, per preservare la memoria.

Dov’erano i RIQUALIFICATORI quando mi cingolavano addosso latrando le ruspe  tranciandomi  impietosamente l’anima, dov’erano quando il nero magma ustionava a morte la terra soffocandomi il respiro con i rullo-compressori.

S’è fatto tardi, vedo gente torno al mio lavoro di onesto lungomare.
A presto e se venite da queste parti, – un consiglio: “grattatevi i grattini”.

“Es muss sein” – “così deve essere” – direbbe Kundera l’evaporatore di abissi, e… così sia.

 

ndr: un articolo © Cagliostro del 2007 ancora attuale

Cronaca e Attualità
Oblò: Appunti e Spunti
Cactus

 Articolo letto 397 volte. San Benedetto del Tronto il  5 giugno 07 alle 11:33

 

Lungomare: evoluzione o involuzione?

 




Vita da Chef: Patrick Bateman

 

 

di Raffaella Milandri

 

 

2018-06-09 – La intervista allo chef Patrick Bateman è appena conclusa, quando arriva la notizia del suicidio di Anthony Bourdain, famoso chef e protagonista di tanti programmi televisivi di successo. Gli chiedo un commento.
“E’ una notizia molto triste. Una grande perdita. Ogni chef rinomato è in fin dei conti un artista, con una sensibilità e creatività spiccate. La spettacolarizzazione della cucina, la trasformazione di uno chef in una star televisiva, sempre sotto i riflettori, credo che alle volte possa essere una responsabilità pesante da portare. In questo senso, negli ultimi anni si assiste ad un eccesso di programmi televisivi in cui cucinare bene sembra diventare un trampolino di lancio per una vita di fama e ricchezza. Ma non è sempre così. In ogni cosa, bisogna restare prima di tutti umani”.

una creazione di Patrick Bateman

Patrick, hai passato gli ultimi mesi viaggiando e visitando ristoranti e studiando le nuove tendenze culinarie nel mondo. Puoi riassumerci la tua esperienza, cosa hai potuto notare?

“Specialmente nelle grandi città, si trovano ristoranti che offrono una vasta selezione di diversi tipi di cucina. Ma anche in città più piccole, ad esempio, ho trovato delle gemme nascoste, e sono rimasto piacevolmente sorpreso. Oggi moltissimi clienti si affidano a Tripadvisor o ad altri siti online per decidere dove andare a mangiare, ma ritengo che esplorare anche al di fuori del “turismo culinario” commerciale possa essere una incredibile esperienza. La cucina indiana, giapponese, spagnola, etiope, francese, cinese e di tanti altri Paesi sono davvero da esplorare senza preconcetti. Alle volte, la trattoria più umile può nascondere piatti originali e sapori differenti. Durante i miei viaggi degli ultimi mesi, ma anche in precedenza, ho sperimentato posti fantastici dove mangiare, ma anche parecchie delusioni. Amo in particolare la cucina fusion piuttosto che quella tradizionale; nella fusion ingredienti e spezie si amalgamano per creare nuovi incredibili sapori”.

 

Da questi ultimi viaggi hai riportato nuove idee?

“Ci sono ancora una infinità di ingredienti, usati in altri Paesi, da esplorare. Per poter creare in un menu una gamma di nuovi aromi e sapori. L’importante è non strafare: ad esempio, in un ristorante stellato a Londra, due mesi fa, ho assaggiato dei piatti improponibili. Un incubo. Era anche affollatissimo. Credo che alle volte avere troppe prenotazioni porti ad un calo della qualità e a piatti discutibili. La prima regola in un ristorante è assicurare ad ogni cliente, in modo uguale, la esperienza del cibo e del servizio migliori. Deve essere la priorità. In questo senso, ho trovato pochi ristoranti, molto popolari e quotati, che abbiano il coraggio di rinunciare a qualche prenotazione in più per il benessere del cliente”.

 

In generale, cosa pensi delle nuove evoluzioni della cucina?

“In questo momento innanzitutto i clienti vanno alla ricerca di esperienze culinarie complete e appaganti. Per fare questo, i ristoranti più “alla moda” propongono e ripropongono modi di cucinare innovativi, come la cucina molecolare, che forse non piace a tutti. Oppure rispolverano il sous vide, che si usava – con strumenti dell’epoca- negli anni ’70, e che serve a cucinare il cibo a bassa temperatura, per mantenere sapori e idratazione. Altri ristoranti propongono la cucina con l’azoto liquido. Ma le regole sono sempre le stesse: bisogna usare le linee guida per ogni tipo di cucina, seguire le regole per la freschezza e genuinità, avere basi solide sulla preparazione di tutti gli ingredienti.

 

Quale tipo di cucina è più popolare al momento?

La cucina giapponese, nelle sue mille varietà –non esiste solo il sushi- è quella che si è diffusa maggiormente. Amalgamare la cucina giapponese con gli ingredienti locali è il modo per conquistare il palato dei clienti, poichè ogni stile di cucina, se applicato rigorosamente, può avere un riscontro non sempre positivo. Ad esempio i norvegesi vanno pazzi per le aringhe con la panna acida: in Italia non sono così apprezzate. Anche la cucina messicana ha tanti sapori da scoprire, che vanno ben al di là dei piatti più conosciuti: è molto interessante.

 

Cosa andrai a cucinare in futuro, quali saranno le tue proposte?

Voglio creare nuovi piatti fusion con influenze internazionali, ed esplorare nuove idee, nuovi ingredienti, nuovi metodi di cucina. Ho fatto molte ricerche, adesso mi divertirò a metterle in pratica.