La Samb Basket verso la prossima stagione, il punto di Marzetti

San Benedetto del Tronto – La Sambenedettese Basket, dopo aver concluso il primo campionato di Serie C Gold della sua storia, si sta strutturando per affrontare al meglio l’inizio della prossima stagione.
Ecco il punto della situazione con il dirigente Giovanni Marzetti:
“Lo scorso campionato ha rappresentato per noi una fase di verifica e consolidamento, che ci ha visto mantenere il titolo sportivo di C Gold e  superare le aspettative di inizio anno con la premiante partecipazione ai playoff. E’ stata per noi una prima esperienza a questo livello, siamo stati capaci di creare entusiasmo nella tifoseria e motivo di significativo allargamento dell’interesse nella cittadinanza con una sensibile  crescita del pubblico alle partite casalinghe. Merito questo anche dello staff tecnico e dei giocatori che sono stati per certi versi eccezionali, hanno condiviso con noi questa avventura dando il meglio di loro stessi fino all’ultimo. Siamo orgogliosi di poter dire che per tutti loro è stata una importante occasione di crescita nonché vetrina di valorizzazione. Da un lato siamo rammaricati per il fatto che molti di loro non resteranno ma siamo contenti di aver contribuito a permettere loro di calcare parquet per il momento più blasonati nella prossima stagione.

Questo infatti continuerà ad essere uno dei nostri tratti distintivi, ovvero l’idea di puntare su giocatori che vogliano scommettere sui loro margini di crescita per caratterizzare la nostra società come una di quelle capaci di valorizzare al meglio i talenti. Questo tratto rappresenta per noi un vincolo/opportunità dovuto ad un’attenta gestione delle risorse finanziarie che si vuole sposare con una continuità nel tempo di questa esperienza.
Confermato il Coach Aniello con il quale siamo legati da un contratto triennale e da profonda stima professionale ed amicizia. Tra gli atleti siamo contenti di riavere con noi Carlo Ortenzi, che l’anno scorso si è distinto con acuti determinanti e per le sue caratteristiche tecniche ed umane, oltre ai giocatori locali Alessandro Roncarolo e Luca Quinzi.
La capacita di confermarci nel tempo a questi livelli  è funzionale  all’incrementare della diffusione di questo sport nel nostro territorio, accrescendo la numerosità ed il livello dei nostri giovani atleti, che già quest’anno si sono distinti per aver raggiunto diversi traguardi importanti nonché sviluppare ulteriormente il settore cruciale per l’attività giovanile quale è rappresentato dal minibasket che forte dell’esperienza passata e con l’innesto di nuove figure nello staff tecnico rappresenterà la principale scommessa da vincere nel prossimo futuro”.
La Sambenedettese Basket è al lavoro per completare la squadra e a breve sono attese importanti novità in tal senso. Ma la novità più importante viene al momento dal settore giovanile: dalla prossima stagione infatti la Sambenedettese Basket, oltre a partecipare a tutti i campionati giovanili, organizzerà direttamente il Minibasket a San Benedetto del Tronto cooptando le figure di riferimento quali Erika Racamato, Marina  Tommolini e Gianmarco Bruni con il coordinamento tecnico di Coach Giovanni Simonetti.”



Maurizio Boldrini tra Crono e Teatro

Prenderà il via il corso per allievi cronometristi

MACERATA – Maurizio Boldrini è da 37 anni direttore del Minimo Teatro e recentemente è stato eletto presidente dell’Associazione Cronometristi Macerata, 92 anni di attività sportiva.

 

Che effetto le fa essere rappresentante di 130 anni di storia maceratese?

“Non vorrei passare per un monumento ai caduti! Per me ogni anno che passa, per la natura dell’attività che svolgo, ha significato sempre ricominciare da capo, ogni nuova stagione operativa è sempre la prima. Con questo spirito ho affrontato anche il nuovo impegno con i cronometristi. Quindi non mi pesa la storia, ne sento l’onore della tradizione e la leggo con la leggerezza della poesia.”

 

Che differenza c’è tra il tempo cronometrico e il tempo teatrale.

“Il tempo cronometrico segna il “quanto”, il tempo teatrale segna il “come”, due modi opposti di leggere il gesto e l’azione, due letture che è bene siano comparate per arrivare all’essenza delle situazioni e delle relazioni che viviamo.”

 

L’Associazione Cronometristi attiva il corso 2019 per diventare Allievi Cronometristi, che caratteristiche deve avere l’aspirante allievo?

“La prima è la passione per lo sport, il desiderio di essere a stretto contatto con il gesto e le tensioni dell’atleta al di là dei colori che rappresenta, il tempo che gli registra netto, senza la tara di preferenze, di tifo, di appartenenze. Altra dote è la precisione, chi segna precisamente il tempo, deve ovviamente essere esempio di precisione. Il cronometrista è un dilettante il quale fornisce una prestazione professionale, una cosa ormai “fuori dal tempo”, quindi  un’etica antica vissuta dentro la più moderna tecnologia.”

 

Quando prenderà il via il corso e come si articola?

“Già stanno arrivando abbastanza adesioni, altre ne arriveranno, contiamo di attivare il corso, ricordo che è completamente gratuito,  entro due settimane, presso la nostra sede di via Panfilo 19 (ex Mattatoio).  Sarà un corso intenzionalmente breve con un programma minimo di quattro incontri, più una verifica, perché il vero apprendimento sarà sul “campo”, gli allievi opereranno in affiancamento con i cronometristi ufficiali. Il direttore del corso è l’Istruttore Federale Patrizio Piccini, onore della nostra associazione per esperienza e competenza. “

 

Chi diventa cronometrista, al di là del piacere di vivere lo sport direttamente, che vantaggi ha?

“La divisa comprende un abbigliamento di pregio, mica si scherza! Battuta a parte, per ogni servizio di cronometraggio effettuato c’è un rimborso, al termine di ogni anno di attività il cronometrista riceve il totale dei rimborsi,  può far comodo e comunque fa piacere. Poi la tessera Federale dà diritto all’ingresso gratuito in tutte le manifestazioni sportive in cui è previsto il servizio di cronometraggio, quindi uno si può fare una bella scorpacciata di spettacoli sportivi.”

Per informazioni e adesioni al corso cronometristi: tel. 347 1054651

 

 




La “Fedeltà” secondo Marco Missiroli: intervista allo scrittore del momento

Dopo il successo di pubblico e critica ottenuto con Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015), Marco Missiroli è tornato con Fedeltà, romanzo che, attraverso la storia di Carlo e Margherita, immortala impietosamente la precarietà sentimentale ed economica della generazione dei trenta-quarantenni di oggi. Carlo insegna all’università, nonostante sogni di diventare uno scrittore; Margherita lavora in un’agenzia immobiliare, nonostante una laurea in Architettura. Lui perde la testa per Sofia, una giovane studentessa con il talento della narratrice; lei cede alla tentazione di sedurre Andrea, il suo fisioterapista. Sono spaventati e fragili, indecisi ed impotenti, eppure complici: il loro matrimonio, al di là delle infedeltà reali o presunte, resiste.
Abbiamo intervistato Missiroli, che con Fedeltà è candidato al Premio Strega 2019. 

 

Qual è la linea di congiunzione tra Atti osceni e luogo privato e Fedeltà?

Non ho mai pensato Fedeltà come un seguito di Atti osceni in luogo privato e il tempo che è passato tra un libro e l’altro, quattro anni, ha aiutato a creare una separazione tra le due sostanze narrative. C’è però una coincidenza. Quando Fedeltà inizia, i protagonisti Carlo e Margherita hanno trentacinque anni, cioè la stessa età che ha Libero, il protagonista di Atti osceni in luogo privato, alla fine di quel libro. Nella mia testa idealmente e anche inconsciamente è un susseguirsi della formazione di Libero nella formazione dei due nuovi protagonisti attraverso le vicissitudini matrimoniali e le presunte infedeltà. Questo è l’unico legame che ci può essere tra i due romanzi, forse insieme a quello dei libri citati, che però in Fedeltà avviene in minima parte rispetto ad Atti osceni in luogo privato.

Hai scritto Atti osceni in luogo privato, o almeno la sua prima stesura, in un brevissimo arco di tempo, di getto. Per Fedeltà, invece, sei andato molto più lentamente.

Per Fedeltà ho impiegato quattro anni di lavoro. Prima un anno abbondante di studio per quanto riguarda la base degli eventi, per i quali mi sono basato su fatti veri, studiando testimonianze, casi clinici, etc. Poi la stesura di due anni e mezzo, con le difficoltà relative agli scambi di punti di vista, al ‘passaggio di anime’, e quelle per trovare una lingua adattata a ciascun personaggio nel suo quotidiano, una lingua che non doveva essere troppo alta né troppo bassa. Questo mi ha portato a vari tentativi, ci sono stati due blocchi che sono durati abbastanza e durante i quali mi sono fermato. Rispetto ad Atti osceni in luogo privato è tutto un altro libro, è un libro più pensato, un libro che aveva bisogno di più esperienza, sempre però mantenendo una sua naturalezza.

Ray Bradbury sostiene che abbandonarsi al proprio istinto sia il modo migliore per raggiungere la verità. “Più rapidamente scrivi, più onesto sei”, dice. Sei d’accordo?

Io ho provato entrambe le realtà. Se penso a Atti osceni in luogo privato, Bradbury ha detto una cosa giusta. La velocità non ti permette di mettere dei filtri. Fedeltà, con i quattro anni di lavoro e con il pensiero più dilatato, mi ha permesso di fare una struttura e una narrazione al calor bianco, qualcosa che riflettesse successivamente la situazione emotiva dei personaggi. Questo tempo pensato, che diventa certamente controllo di lingua, può portare una sensazione di minor spontaneità, ma in realtà il controllo mi ha portato un riverbero emotivo molto più grosso una volta che ho chiuso il libro, rispetto ad una bruciatura immediata del testo come era in Atti osceni in luogo privato. Sono due forme di scrittura differenti: puoi aspettare quattro anni e fare un libro pensato, valutato, puoi aspettare venti giorni o un mese e fare un libro bradburiano, immediato, l’importante è che in nessuno dei due casi ci sia il senso dell’artificio, del finto.

I protagonisti di Fedeltà sono personaggi che non riescono ad essere ciò che vorrebbero essere. È un po’ il dramma dell’età adulta: riconoscersi nello scarto che separa ciò che sognavamo da ciò che siamo diventati. Carlo, in particolare, mi sembra quello più irrisolto. “E’ un figlio con l’indole della rinuncia”, per dirla con suo padre, mentre per Sofia il lascito del professore “è un freno a mano tirato”. Chi sono, più precisamente, Carlo e Margherita?

Sono figli eterni, figli di una vecchia generazione che li tiene in ostaggio. Non riescono ad essere genitori a loro volta. Non riescono ad essere indipendenti, ad essere ciò che volevano essere per loro stessi. In questo senso, vicino Fedeltà vedo un libro come Doppio sogno di Schnitzler: anche Fedeltà è un valzer di fragilità, proprio perché ognuno dei protagonisti è solo un condizionale, un forse, solo una forma in divenire in questa società che non riesce ad accogliere forme definite. Il loro rincorrersi nasconde la difficoltà e la paura di dire addio alla stagione della giovinezza. Ecco il motivo per cui rimangono malamente giovani, non riuscendo ad entrare in una vita adulta. Fedeltà, per questo, è la fotografia di una generazione, la nostra.

La casa è uno dei temi centrali del romanzo. Credo che tu abbia colto un punto fondamentale dell’essere adulti precari oggi.

La casa è il fulcro di Fedeltà per quanto riguarda i traumi tra le vecchie e le nuove generazioni, per quanto riguarda i contrasti che i giovani hanno con genitori che vorrebbero che fossero rispettate delle aspettative che invece non verranno mai rispettate, perché i tempi sono cambiati. La nuova generazione se ne accorge subito sulla propria pelle, la vecchia generazione non capisce: questo è il grande scontro tra Carlo e suo padre, ma anche tra Margherita e la sua famiglia di origine. La casa di Concordia è 122 metri quadrati che si riempiono con 122 metri quadrati di disillusione; alla fine diventa il luogo dell’anatema, del litigio ed è la propulsione narrativa verso uno scontro con i padri. Quello economico e abitativo è il terreno di battaglia con i vecchi valori che si adattano così male a quest’epoca.

Mi ha colpito molto una frase che fai pronunciare ad Anna, la madre di Margherita: “i loro corpi sapevano stare vicini”. E’ una frase che indica che il matrimonio di Carlo e Margherita è molto più solido di quello che sembra? E che persino i rispettivi tradimenti non sono che delle piccole scosse che non compromettono la stabilità generale?

Esattamente. Come se il corpo fosse la vera bussola di un matrimonio mentre ci sono scossoni, deflagrazioni o rotture momentanee. Quella frase indica che Anna ha capito che, qualsiasi cosa stiano passando, sua figlia e suo genero sono in un’armonia e in un incastro giusti e questo è ciò che fa la differenza. Il corpo, dunque, come baricentro fondamentale e silenzioso. Molto spesso Carlo e Margherita sono una coppia che non comunica, ma i loro corpi non smettono mai di comunicare, anche se in qualche momento sembrano appartenere ad altri.

Tra diverse forme di genitorialità, quella incarnata da Anna è la più bella. Anche rispetto al concetto di fedeltà, Anna è un personaggio chiave, visto il modo in cui riesce a non farsi travolgere quando scopre, dopo la morte del marito, la sua relazione extraconiugale.

Anna è una donna che trova la sua vera identità dopo la morte del marito, che in qualche modo la rende indipendente, quasi con ferocia. È come se fosse una donna che si stacca dalla sua generazione, salta la generazione di Margherita e piomba direttamente in quella dei più giovani, Sofia e Andrea, cercando di capirne ogni angolazione, facendolo in piena libertà, e poi torna nella sua dimensione con un bilancio in tasca. In questa maniera riesce, grazie all’esperienza passata della sua generazione e a tutte le altre che attraversa, ad essere una donna-perno, una donna che bilancia tutte le isterie della nostra epoca con le ipocrisie delle epoche passate. È una donna che riesce ad avere una coscienza superiore e per questo è una madre di tutti.

La fedeltà, non soltanto in ambito sentimentale, non è oggi un concetto del tutto svalutato?

Sì, c’è una svalutazione del concetto di fedeltà così come c’è un’ipertrofia del concetto di infedeltà. E proprio dalla svalutazione del concetto di fedeltà che è nato il romanzo. La fedeltà è uno di quei territori che cambiano moltissimo a seconda delle epoche, una delle parole cosiddette sensibili, che si muovono e sono specchio rivelatore del tempo. Una volta era una questione quasi coatta, una legge da rispettare a tutti i costi per le norme sociali, ora è quasi un concetto che è necessario sfatare per essere al passo con i tempi. La fedeltà è quasi un segno di anacronismo. Quindi fedeltà per me è una parola rivelatoria e mi piaceva che fosse il termometro di questa generazione che cambia giorno dopo giorno, e tante volte in un giorno, proprio perché infedele.

Parlavamo prima dei libri disseminati nel testo, tra questi c’è un romanzo stupendo di Leonard Micheals, Sylvia, che mi sembra abbia un importante peso specifico in Fedeltà.

Dopo Atti osceni in luogo privato mi sono giurato che non avrei più inserito libri all’interno di un romanzo, forse perché la vedevo come una cosa che doveva esaurirsi in quel romanzo lì. Però, mentre scrivevo Fedeltà, ho capito che erano rimaste delle tracce di quel genere di metaletteratura che dovevo però gestire in modo diverso. All’interno di Fedeltà dovevano esserci dei libri che influenzassero non soltanto la psicologia dei personaggi ma il corso della narrazione. Da Suite francese della Némirovsky a Avventure della ragazza cattiva di Vargas Llosa, sono tutti libri che ho inserito in modo naturale, fino ovviamente a Sylvia di Leonard Michaels, che è un libro che si muove su due fronti: la tenerezza per un amore che non si dimentica e l’isteria e la forza di un amore che disturba il tempo. Questa specie di contrasto è ciò che vedevo in Carlo e Sofia, quindi mi sembrava un libro che naturalmente si potesse legare a loro. Alla fine Sylvia è un vero e proprio protagonista della seconda parte del romanzo.




Patricia Monica Vena, “Senza Pelle”

“Senza Pelle”: intervista a Patricia Vena, al Kabina Welcome domenica 7 aprile

San Benedetto del Tronto – Domenica alle 18.00, presso la Kabina Welcome in via Torino 200 lungo la Strada Statale Salaria a San Benedetto, si terrà la presentazione del libro “Senza Pelle” di Patricia Monica Vena, una raccolta di poesie della autrice argentina. Presenta la giornalista e scrittrice Raffaella Milandri e i commenti sono a cura dell’artista Maxs Felinfer. La poetessa, che vive nel Piceno da trent’anni, miscela sapientemente, ma con forza e spontaneità, profonde emozioni che riescono a toccare il cuore e a dare voce ai sentimenti di tutti, attraverso la nostalgia del passato, ma anche quella del futuro. Dice Patricia Vena: “Vivo a Monteprandone, e in stagioni come la primavera e l’autunno queste zone mi richiamano fortemente quella parte di vita che ho vissuto in Argentina, nella terra natìa. Ma oggi, è nel mio paese di accoglienza, il Piceno, dove albergano tutti i sentimenti”. “Il suo è un realismo a volte amaro, ma non è mai pessimismo. I suoi versi sono genuina poesia che ci richiama alla memoria i grandi poeti sudamericani”, commenta la Milandri. Patricia Vena è dottoressa in biochimica, ma è stata rapita presto dall’arte: sono numerose le sue pubblicazioni in spagnolo e in italiano, di poesie ma anche di racconti brevi. Fa parte del Gruppo Europeo di Arte Contemporanea”Frequenzen”, con il quale ha presentato le sue installazioni poetiche in diversi paesi europei. Attualmente conduce il circolo Caffè Letterario Novecento, dove si tengono dibattiti e incontri sulla letteratura contemporanea e del Novecento, e a cura del quale è l’incontro del 7 aprile.

Le poniamo alcune domande:

Patricia, da dove viene principalmente la sua ispirazione?

L’ispirazione, o piuttosto la spinta a scrivere una poesia, nel mio caso, può venire da molteplici situazione, eventi, sia della mia vita personale che di questioni che riguardano tutti noi, a livello sociale, che in qualche modo fanno scaturire in me delle riflessioni profonde o delle emozioni intense. La poesia, per me, è sempre una catarsi.

Ci dica cosa vuol comunicare al pubblico attraverso i suoi versi poetici

Prima di tutto attraverso i miei versi cerco di comunicare delle cose a me stessa, nel senso che scrivendoli capisco meglio le emozioni che si muovono dentro di me. E poi, come logica conseguenza, spero di comunicare quelle stesse emozioni a chi legge le poesie. Ecco da dove viene fuori il titolo, “Senza pelle”; io penso che la poesia debba essere scritta, appunto “senza pelle”, cioè senza alcuna barriera tra ciò che c’è dentro di me e l’esterno, e che nello stesso modo debba arrivare alla coscienza del lettore, direttamente, senza filtri né barriere.

Cosa pensa del mondo della poesia, oggi?

Sono convinta che, a differenza di certe posizioni che credono che la poesia sia un genere vecchio, superato nel tempo, sia, invece, sempre viva e necessaria. Oggi assistiamo ad un fenomeno che vede un fiorire di poesie e poeti un po’ dappertutto, e sebbene io creda che scrivere poesia sia, sempre e comunque, un’attività dal forte carattere terapeutico, nel senso che fa bene allo spirito e alla psiche esprimere le proprie emozioni attraverso la scrittura, non credo che ci sia, in tutti coloro che lo fanno, quel minimo di spirito critico necessario per distinguere tra l’esercizio di espressione utile a chi scrive, e ciò che è davvero poesia, quella da consegnare ai lettori, quella capace di toccare e far vibrare l’anima di chi la riceve.

Quali sono i Suoi progetti futuri?

I progetti futuri sono: scrivere, scrivere e ancora scrivere. Non solo poesia, poiché a seconda dei momenti sento il bisogno di raccontare sotto forma di poesia o di narrativa.

I suoi poeti preferiti e , se ve ne sono, gli autori che l’hanno maggiormente ispirata

I miei poeti preferiti sono molti, ma non posso che mettere al primo posto il mio amato Pablo Neruda, per me uno dei poeti più completi in quanto ha scritto poesie un po’ su tutto, dall’amore, alla poesia militante, alle sue magnifiche Odi Elementari in cui canta alle cose più semplici che fanno parte del nostro mondo e della nostra vita. Poi c’è Nazim Hikmet, il grande poeta turco, Borges, genio assoluto della letteratura argentina, l’uruguayo Mario Benedetti, che io definisco il poeta del quotidiano, il portoghese Fernando Pessoa… Insomma, tanti poeti.
Scrittori a cui mi sono ispirata: anche qui non ce n’è soltanto uno; credo che a livello di poesia forse c’è nel mio modo di scrivere un qualcosa di Benedetti, mentre che per quanto riguarda i racconti credo che i miei hanno una forte influenza di Julio Cortázar, un altro argentino che amo profondamente e considero un grande della narrativa.

 




Premiato il libro della Milandri al Premio Letterario Internazionale della Città di Cattolica

San Benedetto del Tronto – Importante riconoscimento per l’ultimo libro della scrittrice e giornalista sambenedettese Raffaella Milandri, “Liberi di non Comprare. Invito alla Rivoluzione”, al Premio Letterario Internazionale della Città di Cattolica XI° edizione, la cui serata di gala si terrà il prossimo 13 aprile presso il Teatro Regina di Cattolica.

Raffaella Milandri, “Liberi di non comprare. Un invito alla rivoluzione”

Chiediamo all’autrice se è soddisfatta: “E’ la prima volta che uno dei miei libri partecipa ad un concorso. Il mio libro è arrivato in quarta posizione, data la levatura del Premio è un ottimo riconoscimento”.

Fanno parte della giuria del Premio, fra gli altri, Hafez Haidar, candidato due anni fa al Nobel per la Pace; Enrico Beruschi, attore e regista, Angelo Chiaretti Ispettore Onorario del Ministero della Cultura, il Presidente della Giuria Giuseppe Benelli già Presidente del Premio Bancarella, le giornaliste Rai e gemelle Laura e Silvia Squizzato. Il libro della Milandri è un saggio che tratta, in maniera singolare, le tematiche dell’anticonsumismo e della salvaguardia dell’ambiente, con richiami a Pasolini e a Baumann, e interventi del Professore Emerito Francesco Barbagallo di Storia Contemporanea all’Università di Napoli Federico II°, e di Renzo Paris, uno dei maggiori scrittori viventi del Novecento vissuto al fianco di Moravia e di Pasolini stesso.

“I miei dialoghi principali nel libro avvengono con Jesus, un senzatetto di New York, e con esponenti di Popoli Indigeni. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno contribuito al libro”, aggiunge la Milandri. Ricordiamo che la autrice è membro onorario della tribù Crow, in Montana, e del popolo dei San, nel Kalahari. La autrice sta terminando in questi giorni il suo sesto libro, che parla dei Nativi Americani. Sei libri in otto anni, chiediamo alla Milandri come mai sia una autrice tanto prolifica:
“Essendo, i miei, soprattutto libri di denuncia che trattano violazioni dei diritti umani, io ho premura che siano divulgati, che la verità sia resa pubblica; i miei editori sollecitano e plaudono alla mia prolificità, mi hanno già chiesto di scrivere un nuovo libro. Il problema della editoria oggi è che un buon autore con editori validi che lo pubblichino non può considerarsi soddisfatto, finché non entra nel macchinario della promozione e distribuzione editoriale in cui pochi nomi fanno la parte del leone: bisogna essere tenaci e costanti.”




Riccardo Santolini tra i membri del Comitato per il Capitale Naturale

Il Ministero dell’Ambiente ha appena nominato i 10 membri del Comitato per il Capitale Naturale, che si occuperà di green economy e contenimento dell’uso di risorse naturali. Tra di essi, Riccardo Santolini, docente di Ecologia all’Università di Urbino, del quale pubblichiamo alcune dichiarazioni sulle attività del Comitato

 

Urbino – Il professor Riccardo Santolini, docente di Ecologia dell’Università di Urbino  è stato nominato tra i dieci membri del Comitato per il Capitale Naturale, l’organismo creato dal Ministero dell’Ambiente per “promuovere misure di green economy e ridurre il consumo di risorse naturali” in applicazione della legge 221 del 2015.

 

 

Professor Santolini, che obiettivi si pone il Comitato?

<Il primo compito è quello di trasmettere, entro il 28 febbraio di ogni anno, un rapporto sullo stato del capitale naturale del Paese, corredato di informazioni e dati ambientali espressi in unità fisiche e monetarie, seguendo le metodologie definite dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e dall’Unione europea, nonché di valutazioni ex ante ed ex post degli effetti delle politiche pubbliche sul Capitale Naturale e sui Servizi Ecosistemici.

 

Quali sono le urgenze di “green economy” alle quali il comitato è chiamato a rispondere?

<Il Comitato promuove anche l’adozione, da parte degli enti locali, di sistemi di contabilità ambientale e la predisposizione, da parte dei medesimi enti, di appositi bilanci ambientali, finalizzati al monitoraggio e alla rendicontazione dell’attuazione, dell’efficacia e dell’efficienza delle politiche e delle azioni svolte dall’ente per la tutela dell’ambiente, nonché dello stato dell’ambiente e del capitale naturale. In particolare il Comitato definisce uno schema di riferimento sulla base delle sperimentazioni già effettuate dagli enti locali in tale ambito, anche avvalendosi di cofinanziamenti europei. Si tratta di assumere consapevolezza del fatto che il Capitale di un territorio non è costituito solamente dal capitale costruito dall’uomo ma anche da tutte quelle funzioni ecologiche che mantengono gli ecosistemi (Capitale Naturale) e creano benessere: il valore di un bosco ad esempio non è solamente relativo al legname che produce (uso diretto della risorsa – bene privato), ma anche da una serie di funzioni di tipo indiretto (fissazione di CO2, produzione di O2, trattenimento del suolo, depurazione e trattenimento dell’acqua ecc.) patrimonio della collettività (bene comune), valutabili economicamente e che diventano servizi perchè produttrici di benessere. Si pensi alle funzioni della montagna e dell’alta collina> evidenzia il docente di Uniurb <e di tutte quelle attività (agro-silvo-pastorali) che possono mantenere queste funzioni, cioè garantire il funzionamento degli ecosistemi e la stabilità dei suoli, la produzione di prodotti di eccellenza attraverso il riconoscimento economico di chi mantiene e produce risorsa rispetto a chi la usa (perequazione territoriale) (es. L39/2015 Regolamento recante i criteri per la definizione del costo ambientale e del costo della risorsa per i vari settori d’impiego dell’acqua; L221/2015 “ex collegato ambientale” art. 70). Nel 2015 a livello nazionale, il valore economico di 6 tipologie di ecosistemi che erogano 8 servizi ecosistemici è stato stimato pari a 338 miliardi di euro (23% del PIL nazionale) 

 

Da quali esperienze è motivato il suo ruolo? 

<Con il mio gruppo di lavoro abbiamo sviluppato la prima stima a livello nazionale del Capitale Naturale per alcuni servizi ecosistemici (2012) e abbiamo approfondito questo valore per le aree protette sempre a livello nazionale (2014). Siamo riusciti a stimare il valore dei servizi ecosistemici legati al ciclo dell’acqua e alla fissazione della CO2 delle superfici boscate dei fiumi Foglia e Marecchia in rapporto al valore di uso diretto del legname che è risultato avere un rapporto di 1:3.  Questi metodi sono poi stati presi come riferimento per la valutazione di queste funzioni ecologiche a livello nazionale ed  europeo. Inoltre abbiamo collaborato all’interno del primo progetto Life italiano che ha valutato i Servizi Ecosistemici di una ventina di aree protette italiane in cui ci siamo occupati di 12 aree protette lombarde e del Parco del Sasso Simone e Simoncello partner del progetto e primo parco italiano a sviluppare esempi di pagamenti di servizi ecosistemici>.  

 

Sempre più forti si levano gli allarmi sullo stato del pianeta: ci sono ancora margini di recupero e attraverso quali azioni?

<Nel 2017 i 4 principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Tevere e Arno) hanno visto diminuire le portate medie annue di circa il 40% rispetto alla media del trentennio 1981-2010i. Sempre lo scorso anno, è stato richiesto lo stato di emergenza da 6 Regioni su 20 per carenze idriche anche nel settore potabile, per effetto delle quali si sono verificate interruzioni e razionamenti della fornitura: aree e comunità storicamente mai interessate da scarsità di risorse idriche sono state colpite da limitazioni di accesso all’acqua e ai servizi igienici, e diversi problemi di qualità dell’acqua per il consumo umano, con potenziali rischi sanitari. Perciò non c’è molto tempo, temo. E’ necessario lavorare sugli strumenti che permettano di sviluppare azioni efficaci e il paradigma del Capitale Naturale lo è perchè governare con la natura è più consapevolmente economico, sano e duraturo per tutti, piuttosto che farlo senza. Un altro strumento fondamentale> conclude Santolini nel segno della speranza <è l’educazione ambientale a tutti i livelli per creare consapevolezza e comportamenti sostenibili; il corso di scienze della formazione dove insegno ecologia diventa un’opportunità chiave per far maturare nuove coscienze. Come disse Einstein “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”>.

Clicca l’allegato: UDCM.DECRETI MINISTRO(R).0000035.15-02-2019

 

 




Erbario Orsini di Ascoli: intervista al prof. Poli

Un tesoro di Ascoli Piceno a rischio”, avverte il Prof. Poli

Nonostante la coscienza storica e ambientalista di conservazione dei beni del nostro Pianeta sia in continua crescita a livello sociale e mediatico, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. Ad Ascoli Piceno di storia ce ne è tanta, ma presso il Museo Orsini situato presso l’ex Cartiera Papale c’è un tesoro che urge di essere salvato, per la comprensione e lo studio della biodiversità e del territorio. L’erbario dell’Orsini, ivi conservato, raccoglie informazioni antiche circa 200 anni, preziose e introvabili. Una volta perdute, lo saranno per sempre. Antonio Orsini era uno scienziato di origini ascolane, il cui valore a livello europeo contribuì alla nascita delle Scienze Naturali stesse. E la storia dell’erudito Orsini ha affascinato il Professor Alessandro Poli, della Università di Bologna, al punto di fare ricerche, studiare l’erbario e lanciare un appello per salvarlo, insieme ad un progetto che richiederebbe anche un minimo investimento: lo stato di conservazione è in serio pericolo. Parliamone con il Prof. Poli, che il 28 gennaio alle 16.00 sarà alla Rinascita di Ascoli a presentare il suo nuovo libro di fisiologia degli animali marini.

Prof. Poli, ci spieghi la importanza dell’Erbario Orsini da un punto di vista botanico, storico e non solo

Tra i tanti reperti conservati nel Museo Orsini presso la Cartiera Papale di Ascoli Piceno emerge un corposo erbario con specie raccolte dal Naturalista ascolano prevalentemente nell’Appennino Umbro-Marchigiano-Abruzzese nel 1800. Il valore di questo erbario è di grande attualità perché contiene in se informazioni sulle condizioni ambientali specifiche e sulla biodiversità del territorio e come essa si è modificata nel tempo.

Quale intervento è necessario per preservare i reperti, e con quale urgenza?

Per evitare di perdere le informazioni intrinseche contenute nel reperto bisognerebbe realizzare la sua “digitalizzazione” e cioè la riproduzione dei diversi campioni e la registrazione di tutte le informazione a loro associate (genere, specie, luogo e data di raccolta). Tutte le informazioni potranno essere così condivise, analizzate e confrontate con le organizzazioni internazionali quali Catalogue of Life, CBOL (Consortium for the Barcode of Life, BioCASE (Biological Collection Access Service), TDWG (Taxonimic Databases Working Group).

Un simile erbario, propriamente archiviato e catalogato, si trova altrove o sarebbe effettivamente unico in un contesto regionale o nazionale?

Negli ultimi decenni i musei di tutto il mondo si stanno adoperando con sempre maggior impegno alla digitalizzazione dei “tesori” contenuti negli erbari. Il grande valore, inteso come proprietà intrinseca, delle collezioni naturalistiche presenti e passate, è ampiamente riconosciuto, in particolar modo alla luce della recente attenzione posta ai sempre più pressanti problemi ambientali. Come tanti altri, l’erbario Orsini può fornire indicazioni sulla biodiversità del territorio e come essa si è modificata nel tempo.

L’Erbario Orsini, attualmente collocato nella ex Cartiera di Ascoli, avrebbe una miglior sede dove essere ubicato?

Oltre alla digitalizzazione, che ritengo urgente, l’erbario (che è attualmente è in condizioni precarie) andrebbe conservato in condizioni ambientali controllate (temperatura,umidità, ecc.) e costanti per evitare il suo sbriciolamento.

Ci parli delle materie che ha sempre insegnato. Da come ne parla , vi si legge una profonda passione.

Sono un Fisiologo che si è occupato della funzione di vari organi ma in particolare del sistema nervoso dell’uomo e di altri animali. Nel corso dell’evoluzione gli animali si sono insediati in ambienti diversi (dai Poli all’Equatore) dove sopravvivono e si riproducono garantendo la conservazione della specie, grazie a particolari adattamenti. Lo studio di questi adattamenti mi ha sempre affascinato e, oltre alla ricerca, ho dedicato e continuo a dedicare molto tempo alla didattica per comunicare agli studenti questa passione.

Alessandro Poli si è laureato in Scienze Biologiche presso l’Università di Bologna. Nel 1979 ha trascorso un anno presso il Department of Tissue Culture del Norsk Hydro’s Institute for Cancer Research di Oslo (Norvegia) dove ha collaborato a ricerche riguardanti il controllo della sintesi proteica in cellule epatiche normali ed epatomi in coltura. Dal 1987 come, Professore Associato, è stato titolare dei corsi di Fisiologia Generale, Fisiologia degli Animali Marini, Ecofiologia Animale, Fisiologia Animale e Fisiologia degli Adattamenti Animali presso la Facoltà di Scienze M.F.N dell’Università degli Studi di Bologna. Attualmente è Professore a Contratto presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (BIGEA) dell’Università degli Studi di Bologna, dove insegna Ecofisiologia Animale per la laurea magistrale in Biodiversità ed Evoluzione e Scienze e Gestione della Natura (Scienze Naturali). Fatta eccezione per il periodo dedicato alle ricerche sul metabolismo epatico, l’attività scientifica è stata rivolta verso le problematiche legate alla funzione cerebrale e in particolare dei meccanismi coinvolti nella morte neuronale causata da carenza di ossigeno in diversi animali, caratterizzando i fattori coinvolti e le risposte di difesa dell’organismo. Ha pubblicato circa 70 articoli in riviste internazionali. Dal 1990 è membro della American Neuroscience Society e del Purine Club.

Autore di La Fisiologia degli animali (Zanichelli, 2006), Fisiologia degli animali marini (EDISES, I° Ed. 2012, II° Ed.2018) e Fisiologia animale (EDISES, I° Ed. 2014, II° Ed. 2018).




Tra maturità e ruvidezza, i Massimo Volume tornano con “Il nuotatore”: l’intervista

I Massimo Volume hanno avuto due vite: la prima da paladini del nuovo rock italiano, segnata da quattro album entrati nel mito (Stanze, 1993, Lungo i bordi, 1995, Da qui, 1997, Club Privé, 1999) e conclusasi con lo scioglimento della band nel 2002; la seconda iniziata con la reunion del 2008 e caratterizzata da due album dall’enorme successo di critica (Cattive abitudini, 2010, e Aspettando i barbari, 2013) ai quali da qualche giorno si è aggiunto Il nuotatore, titolo ispirato all’amato scrittore John Cheever. Il nuotatore suona sin dai primi ascolti come disco della maturità della band bolognese ma, allo stesso tempo, si abbandona ad una ruvidezza figlia dell’epoca degli esordi. Senza il supporto alla chitarra di Stefano Pilia, i Massimo Volume sono oggi, per la prima volta nella loro storia, un trio. Sono solo Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini a creare il suono vigoroso e duro di brani come Una voce a Orlando o Nostra signora del caso.
Abbiamo chiacchierato con Emidio Clementi, che del gruppo è bassista, cantante e autore dei testi, e che da oltre vent’anni è impegnato in un parallelo percorso da narratore, culminato lo scorso anno con lo spudorato romanzo L’amante imperfetto.

 

Come si ricomincia a scrivere dopo essersi denudati in modo impietoso, come hai fatto tu con L’amante imperfetto?
E’ una domanda che non mi sono posto. Per la prima volta ho iniziato a lavorare ai testi con le parti musicali già completate. Dal momento che avevamo già fissato i giorni di studio, la mia unica preoccupazione è stata quella di mettermi sotto a scrivere.
Credo che il cambio di prospettiva imposto dai testi dei Massimo Volume e dal lavoro con la band sia stato in qualche modo d’aiuto, o sbaglio? In altri termini, scrivere un disco dopo L’amante imperfetto è stato un po’ meno difficile di quanto sarebbe stato scrivere un altro romanzo dopo L’amante imperfetto?
Ne sono certo. In generale riesco a scrivere i testi delle canzoni con maggiore leggerezza rispetto a un libro, soprattutto un romanzo. In un disco a sostenermi c’è il ritmo, una precisa atmosfera musicale. E poi servono poche frasi. Quando scrivo narrativa, invece, attorno a me avverto solo un gran silenzio, a volte confortevole, spesso opprimente.
Immagino che tu sia un amante di John Cheever da molto tempo. Come mai proprio ora hai deciso di dedicargli un brano e un disco?
Non so con precisione perché un giorno mi sono messo lì a pensare: ora scrivo una canzone usando la trama de Il nuotatore. Spesso si va a tentoni. Si prova a scavare. A volte non si trova nulla, solo ghiaia e sabbia. Altre volte ci si accorge che qualcosa brilla sotto il fango e si continua a scavare.
Scrivere la title-track è stata un’operazione ad alto rischio, visto che si è trattato di riscrivere uno dei migliori racconti di uno dei migliori scrittori americani di racconti. Mi sembra che tu abbia accettato e vinto la sfida con grande coraggio, affidandoti ad un tono non meno pessimistico di quello di Cheever. Ci sono due versi, in particolare, che mi sembrano riassumere il senso del brano: “quello che non osavo scoprire/ho capito che era peggio di quello che temevo”. Nessun timore reverenziale?
Una volta mi è capitato di intervistare un giovane direttore d’orchestra. Gli ho chiesto se, oltre a dirigere, componesse anche musica sua. Lui, con molta sincerità, mi ha risposto: «come si fa a scrivere musica dopo aver diretto la nona di Mahler?». Il sapere, così come porsi troppe domande attorno a quello che si sta facendo, può essere deleterio. All’atto creativo serve incoscienza. Bisogna illudersi che il mondo non possa fare a meno del nostro sguardo, prezioso come quello di Thomas Mann o di Rilke.
L’impressione generale è che Il nuotatore sia un album di chiaroscuri, c’è uno sguardo poetico sicuramente pessimista ma, allo stesso tempo, ci sono degli spiragli di luce, come per esempio quello che passa attraverso la “crepa nel muro” in Una voce a Orlando, che mi ha ricordato un po’ la “crepa” cantata da Leonard Cohen in Anthem. E’ corretta la mia impressione?
Sì, mi è sempre piaciuta quella frase di Leonard Cohen e ho voluto farla mia, in un contesto diverso. Più in generale a me sembra che accanto allo scuro nel disco ci sia anche un registro ironico. L’ultima notte del mondo e Mia madre & la morte del generale Sanjurjo sono due favole nere, ma che potrebbero far sorridere chi le ascolta.
I punti di partenza per la scrittura dei tuoi testi sono solitamente suggestioni personali. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, però, hai sentito il bisogno di rappresentare il presente, di farlo entrare nella tua narrazione?
Parlo spesso del presente, ma riesco a mettere a fuoco solo fino a una certa distanza. Se provassi a descrivere quello che c’è oltre, la mia scrittura sbiadirebbe.
Nel periodo intercorso tra il precedente disco dei Massimo Volume, Aspettando i barbari, e Il nuotatore è morto Sam Shepard, artista-guida per te. C’è qualche riferimento a lui nel nuovo lavoro?
No, non direttamente, anche se leggere Sam Shepard credo mi abbia segnato per sempre. In ogni caso, un paio di anni fa, con Sorge (progetto di Clementi con Marco Caldera, che ha pubblicato l’album La guerra di domani per l’etichetta La Tempesta nel 2016, ndr), ho musicato un testo tratto da Motel Chronicles. Sapere che non c’è più è triste. Pareva una di quelle persone capaci di invecchiare, ma non di morire.
In Fred, invece, parli di Nietzsche, di te e Nietzsche…
Sì. Mi ha colpito leggere dei suoi soggiorni in Italia. La fragilità della sua condizione fisica in contrasto con la sua incessante attività mentale. Chi lo ha conosciuto lo descrive come una persone molto gentile. Forse non sarebbe stato difficile fermarlo in qualche calle, accompagnarlo per un pezzo di strada, magari offrirgli un pranzo e restare lì ad ascoltarlo parlare di Eraclito o Maupassant.
Amica prudenza e Vedremo domani sono un tentativo di avvicinare una più classica forma-canzone?
A tutti noi piacciono le canzoni, i bei ritornelli. Il problema è che non abbiamo quell’impronta lì. A mio avviso a rendere lo stacco di Amica prudenza un ritornello vero e proprio è stata la voce di Francesca Bono. E’ come se avesse aperto le finestre e fatto entrare un soffio d’aria fresca.
Per la prima volta nella loro storia i Massimo Volume hanno realizzato un album come trio. Ci siete soltanto te, Egle e Vittoria. Quanto il risultato finale è figlio della purezza e dell’essenzialità di un suono creato solo con chitarra, basso e batteria?
In un primo momento avevamo pensato di coinvolgere un nuovo chitarrista in fase di composizione. Poi ci siamo affezionati a quel suono scarno, che usciva fuori durante le prove. Imporsi dei limiti, tecnici o espressivi, ogni tanto aiuta a concentrare la scrittura lì dove serve.
Gli adolescenti e i ventenni di oggi, in generale, sono interessati ad una musica molto diversa dalla vostra. Per la prima volta da molto tempo questa generazione ha ucciso i propri padri (psicoanaliticamente parlando) musicali, ha smesso di venerare i soliti numi tutelari del rock italiano (Massimo Volume compresi), ha creato nuovi idoli e questo, secondo me, è qualcosa di estremamente positivo. Ho un’opinione meno positiva, invece, della musica che questa generazione ha scelto per farsi rappresentare; non ne faccio solo un discorso estetico, ma anche un discorso di messaggio. Che opinione hai in merito?
Io credo che sia stata un’operazione strategicamente molto riuscita. Vent’anni fa i modelli arrivavano dall’estero: suono spigoloso, distorsioni, un certo gusto per la soluzione ardita. Sono stati prodotti molti bei dischi, ma che non hanno inciso più di tanto sui fatturati delle case discografiche. Nessuno di quella scena è riuscito a scalzare i cantautori. La nuova generazione è partita invece proprio dall’esperienza dei cantautori, fino a sostituirsi a loro, con un suono simile, ma più fresco.
E che effetto ti fa sapere che alla maggior parte dei ventenni non interesserà nulla del nuovo album dei Massimo Volume?
Dici? Guarda che anche vent’anni fa, la maggior parte dei giovani ci snobbava. Troppo pesanti, troppo cupi, troppo monocordi. Quei pochi che ci seguivano però sono stati combattivi, hanno retto più a lungo. Forse non c’entra nulla, ma sembra che la grande epoca del Rinascimento italiano all’inizio ruotasse attorno a un pugno di persone. Quanti erano? Quindici? Venti? Trenta? Non credo di più. Non sono così presuntuoso da paragonare noi o il nostro pubblico a loro, ma penso che il presente sia uno spazio temporale troppo limitato per poter dare giudizi. Detto questo, è molto più probabile che, fra trent’anni, nessuno si ricorderà più di noi.
Infine, cosa pensi dell’utilizzo della lingua italiana degli autori di canzoni venuti fuori negli ultimi anni?
Non li conosco abbastanza per potermi esprimere. Sento che c’è molto ‘noi’, molta appartenenza, quando invece quelli della mia generazione sono ancora oggi molto gelosi del proprio ‘io’. A volte, ascoltando i nuovi autori, ho come l’impressione di invitare a cena una bella donna e di vederla arrivare all’appuntamento con uno stuolo di amici dei tempi del liceo.




La storia di Saved By Bear, il Lakota che uccise il Generale Custer

di Raffaella Milandri

Una delle storie più avvincenti della lotta tra i Nativi Americani e gli Uomini Bianchi è quella della clamorosa sconfitta del Generale Custer al Little Big Horn. Il campo di battaglia, che si trova sul territorio dei Crow, che furono alleati di Custer, è visitato ogni anno da migliaia e migliaia di persone e risveglia un passato emozionante, che, nel caso dei Lakota (Sioux), parla di una grande vittoria. Dalle ricostruzioni storiche, non è stato svelato chiaramente chi uccise Custer. Durante il mio viaggio in Sud Dakota, ho incontrato e intervistato i pronipoti di Saved By Bear, Mato Niyanpi in lingua originale, che affermano che sia proprio il loro antenato ad avere ucciso Custer. Harley L. Zephier e Robin L. Zephier hanno raccolto in un volume, “Warrior Is”, la storia di Saved By Bear, conosciuto anche come Scar Leg, ma anche quella del fiero popolo Lakota. Insieme all’appello alla comunità globale di unirsi per proteggere la Madre Terra.

Siete i pronipoti di Saved by Bear e nel vostro libro, Warrior Is, raccontate la sua vita, le sue esperienza e le sue battaglie.

Mato Niyanpi, ovvero Saved by Bear, è il prode guerriero Mnincoju Lakota che ha ucciso il Tenente Colonnello Custer, in un atto di impegno e coraggio dedicato alla sua gente e al Creatore, durante la Greasy Grass Battle –la battaglia del Little Big Horn- il 25 giugno 1876. Nel prendere la sua vita, Saved By Bear è diventato il custode dello spirito di Custer, e continua ad esserlo. Questa storia è basata sulla storia orale della nostra famiglia, passata solo attraverso i discendenti diretti e mai rivelata da 142 anni. Abbiamo raccolto in Warrior Is la vita di Saved By Bear, ma anche quella del popolo Lakota durante il tempo dei grandi cambiamenti. Noi siamo i pronipoti, membri della tribù Mnincoju Lakota, che raccontano la storia del loro bisavolo. E narriamo anche i tempi della Creazione, e come il dono del Creatore sia la coesistenza e il rispetto di tutti gli esseri viventi sulla Madre Terra. I principali messaggi di ciò che narriamo, attraverso la battaglia del Little Big Horn, sono due. Il primo, è che i Nativi Americani, se uniti da una sola fede, hanno un unico scopo: proteggere e conservare la vita. Il secondo, è che bisogna pregare e lottare per porre fine ai conflitti. Le preghiere ci possono unire nel buon intento della Umanità, in una comunità globale dove gli uomini e tutti gli altri esseri possono vivere in armonia e in equilibrio.

E’ stato difficile scrivere un libro così ricco di informazioni dal passato?

Sì, è stato difficile ma è stato un lavoro di amore, impegno e dovere, per poter raccontare la storia del nostro bisavolo. Durante una cerimonia sacra sul campo di battaglia di Greasy Grass in Montana, il 29 settembre 2010, abbiamo ricevuto il permesso spirituale di raccontare la storia di Saved By Bear per la prima volta al mondo. Subito dopo, abbiamo iniziato a scrivere il libro, registrando molte ore di memorie a casa di Harley che è nella riserva di Cheyenne River, vicino alla casa di Saved By Bear. Ci sono voluti quasi 7 anni per completarlo. Gran parte della storia di Saved By Bear viene dalla Storia Orale, narrata da Mato Niyanpi a sua figlia, nostra nonna Mary Scar Leg Bagola, e da altri. Abbiamo raccontato anche del nostro passato e delle nostre tradizioni Lakota, con le origini di Madre Terra e l’inizio della vita su essa grazie alla acqua sacra. Per noi è stato un privilegio e un onore scrivere questa storia. Niente nella vita è facile, soprattutto le cose più importanti.   

Cosa pensate della differenza tra i Lakota e le altre tribù? I Lakota hanno combattuto fino all’ultimo per la loro libertà.

Noi siamo tutti connessi a Unci Maka (Madre Terra) il cui insieme di creature è sacro. Noi siamo i “Keepers of the Earth”, i Protettori della Madre Terra . Tutti i popoli indigeni in Turtle Island (Nord America) e sulla terra, conoscono e si impegnano al dovere di rispettare Madre Terra e di prendersi cura di essa e dei suoi figli. I Mnincoju Lakota, la nostra tribù, sono conosciuti come i Protettori di Unci Maka, e del sacro He Sapa (il territorio delle Black Hills). La nostra connessione con Unci Maka deve continuare, il nostro ruolo deve perpetuarsi. Noi dobbiamo sopravvivere come popolo, l’indipendenza è il dono che il Creatore ha fatto al nostro popolo e dobbiamo proteggerla, è sacra per ogni singolo individio. Quando gente da fuori, spinta da avidità, è venuta a derubare il nostro sacro He Sapa (Black Hills) per le pietre d’oro che racchiudeva, sapemmo che dovevamo proteggere He Sapa, e al contempo noi stessi.

Quali sono i principali problemi per i Lakota oggi?

Una perdita di spirito. Il genocidio e i suoi effetti generazionali sono simili alla sindrome post-traumatica, ed esistono tuttora. I soldi, la avidità, il furto e il controllo politico delle risorse naturali sono un grave danno per il nostro popolo Lakota. Perdiamo la nostra integrità tradizionale, la verità di chi siamo. Occorre onestà tra le culture, bisogna riparare il Broken Hoop, il Cerchio rotto. Coscienza di sè, dignità di sè, orgoglio e coraggio spirituale devono tornare in tutti noi per ritornare ad essere più forti ed è più importante ora che mai prima. Bisogna accettare chi si è, le proprie origini, e non nascondersi. Come gli Italiani, che hanno le loro storie di vita, di sacrifici, di successi e di forza,attraverso secoli di esistenza per i loro diritti .

Avete suggerimenti per il futuro dei Nativi Americani che vivono nelle riserve?

Molti di noi Lakota, e di altre tribù, vedono le riserve come un metaforico campo di prigionia. Sono prigionieri della povertà, della mancanza di speranza, delle ingiustizie, della corruzione del governo, e della ostilità razziale quando sono a contatto con la società esterna. I nostri governi tradizionali sono sostituiti da elezioni di tipo politico dove ognuno pensa a chi li sostiene e non a tutti. In origine noi Lakota vivevamo in modo comunitario, dividendo le cose tra tutti e aiutando chi ne aveva bisogno. Le riserve attuano una violazione quotidiana di diritti umani, generazione dopo generazione. Il nostro migliore suggerimento dal cuore alle nostre sorelle e fratelli che vivono nelle riserve oggi, è : “Combattete per voi stessi, non fatevi intimidire, credete nei vostri antenati, e praticate le tradizioni oggi, come tanto tempo fa”. Noi speriamo che chi legge la storia del nostro bisavolo veda sè stesso e la propria famiglia nella nostra storia, e che abbia una scintilla di energia positiva per conoscere il proprio passato, il proprio posto di diritto nel Sacro Cerchio. Perchè di ogni vita, di tutte le vite su Madre Terra, c’è bisogno nel Circolo.

Cosa possiamo imparare, qui in Europa, dal vostro libro?

C’è una relazione speciale tra la gente europea e Turtle Island e i suoi abitanti, proprio perchè gli Europei sono venuti qua a portare così tanta sofferenza e distruzione alle nostre terre. Per riparare il Cerchio Rotto del Mondo, occorrono persone di buon cuore, di buoni propositi, e di spirito buono. Quello che potete rispettare e ammirare nei Lakota e nelle loro credenze, potete condividerlo, attraverso il culto della famiglia e la indipendenza della vostra cultura. Prendete il valore dell’acqua, ad esempio, che il Creatore ha posto così in alto: il valore dell’acqua è stato sorpassato dal valore dei soldi, come quello delle vite umane. Ne è la prova l’inquinamento dell’acqua in tutto il mondo. Dobbiamo imparare dal passato, e insieme prestare e condividere l’un l’altro il meglio delle nostre tradizioni e culture, in nome della pace, della unione, della tolleranza e dell’amore. In nome della Madre Terra.

Biografie

 

Harley L. Zephier (“Wanbli Hoksila”/Eagle Boy) è nato il 28 novembre 1956 in Faith, South Dakota. “La mia ascendenza è Mnincoju Lakota, dalle Grandi Pianure del Nord America. Da qui ho iniziato a cercare l’identità e il posto giusto tra gli umani. Noi veniamo da famiglie di uomini della medicina, dalla prima generazione. Io e mio fratello Robin abbiamo chiesto di diventare narratori della nostra cultura e tradizione. Da bambino ascoltavo e imparavo dagli anziani, sulla importanza di mantenere vivo il nostro mondo, attraverso la fede e il legame col Creatore. Ho passato decenni di concentrazione e pratica come uomo che ha bisogno di comprendere, e partecipando alle cerimonie di passaggio maschili, alla sweat lodge (capanna sudatoria), al pianto delle visioni sulla collina, alla danza del sole. Fiero di essere un uomo”.

Robin L. Zephier (“Sungila Sapa”; Black Fox) è nato il 4 agosto1961.  Vive con sua moglie Patti, e loro figlio JoJo sul sacro He Sapa (Black Hills) a Rapid City, in Sud Dakota.  E’ Mnincoju Lakota.  I genitori di Harley e Robin sono Alverda Bagola Zephier and Harley D. Zephier, ad Aberdeen, Sud Dakota.  Harley and Robin hanno cinque fratelli: Linda, Loren, Whitley, Darin e Lanni. Robin ama scrivere, fare escursioni, leggere, visitare posti, disegnare, tutti gli sport, l’attivismo per le cause indigene, la protezione di Unci Maka (Grandmother Earth), e i diritti dei Lakota.  Robin è un avvocato in Sud Dakota, ma prima di tuto si sente un essere umano e un figlio del Creatore, senza una etichetta professionale. Warrior Is è il suo primo libro, ma sta lavorando ad altri progetti editoriali inclusa la sceneggiatura di Warrior Is, e al suo seguito.




Diritti della Natura

Anche ecosistemi e fiumi si costituiscono parte civile: the Rights of Nature

2018-12-23 – In tutto il mondo, faticosamente, la coscienza ambientalista sta crescendo. Noi cittadini siamo i primi ad essere chiamati e sensibilizzati, attraverso dati statistici e immagini devastanti di quello che l’inquinamento, lo sfruttamento e la immane quantità di rifiuti stanno causando al Pianeta. Siamo piccole formichine con i nostri grandi sacchi di immondizia sulle spalle, spronati a differenziare e a pagare tasse, colpevolizzati da un sistema mondiale ed economico in cui il nostro agire costituisce, purtroppo, ben poco. Quello che invece è importante è la nostra coscienza, che ci spinga ad opporci e perchè no, ad arrabbiarci. Perchè essere ambientalisti è inutile, in un Paese che non adotti e perfezioni le dovute norme di protezione dell’ambiente, oppure che permetta a milioni di aziende di usare imballaggi e materie prime inquinanti, o di trivellare il suolo in modo dissennato. Una alternativa possibile ci viene dagli Stati Uniti, proprio dal Paese che Trump ha chiamato fuori dagli Accordi di Parigi sul clima: attraverso la adozione di leggi specifiche, la proposta è far diventare soggetti che abbiano propri diritti legali gli ecosistemi, i parchi, i fiumi e territori. I Diritti della Natura, Rights of Nature, possono essere adottati da città, da regioni, da interi Stati, come è successo con la disposizione adottata nella Costituzione dell’Ecuador.

Il Centro Internazionale per i Diritti della Natura del CELDF (Community Environmental Legal Defense Fund) sta lavorando per questo, e ce ne parla Mari Margil, che lo dirige.

Mari, spiega ai nostri lettori qual è il concetto principale dei Rights of Nature, e la idea rivoluzionaria contenuta in essi.

Le leggi per l’ambiente nei vari Paesi del Pianeta trattano la Natura come una cosa, come una proprietà. Queste leggi regolano l’uso della proprietà, cioè come noi possiamo usare la Natura. E questo uso include il fracking, le attività minerarie, e così via. Pertanto queste leggi “ambientali” autorizzano lo sfruttamento e il danneggiamento della Natura. Sotto questo tipo di leggi, che esistono da decenni, la degradazione ambientale avanza nel mondo. Ma c’è una crescente coscienza che noi dobbiamo cambiare la relazione tra l’Umanità e la Natura. Fare questo passo fondamentale, noi crediamo, significa riconoscere la nostra dipendenza dalla Natura e che abbiamo bisogno di vivere in armonia con essa, con il mondo naturale. Questo significa assicurare il massimo livello di protezione legale per la Natura, attraverso il riconoscimento di diritti legali.

Quali sono i programmi e lo sviluppo dei Rights of Nature? Pensi che si possa espandere in tutto il mondo, e come?
Da quando la prima legge dei diritti della natura è stata emanata, nel 2006 negli Stati Uniti, si è sviluppato un movimento per promuovere i diritti legali della Natura. Oggi, ci sono leggi emanate negli Stati Uniti, in Ecuador, Bolivia, Brasile e Nuova Zelanda che riconoscono certi diritti. E anche tribunali in India e Colombia hanno garantito i diritti di certi ecosistemi. Questo movimento è in crescita in tutto il mondo.
Che problemi avete riscontrato finora nell’aprire nuove collaborazioni per far adottare le leggi dei Diritti della Natura?

Fondamentalmente, ogni nuova idea incontra una potenziale indecisione. Ma per fortuna c’è una sempre maggiore comprensione che la crisi ambientale non può essere risolta con le leggi esistenti, sotto le quali è proprio nata la attuale crisi. Un nuovo percorso è assolutamente necessario.

In quale Paese c’è una maggiore apertura nei confronti dei Diritti della Natura? Pensi che tale apertura posa dipendere dal tipo di governo, di politica, o da come un Paese gestisce l’ambiente e cerca di agire contro il riscaldamento globale?
I Diritti della Natura stanno procedendo in diversi Paesi, nonostante le culture e le leggi molto diverse. C’è una caratteristica comune fra loro, e cioè che le leggi sull’ambiente esistenti -basate sul trattare la Natura come se esistesse per l’uso umano- siano assolutamente inadeguate a proteggere la Natura. Cresce il consenso sul fatto che questo debba cambiare.
Dimmi quali sono i programmi e le novità
Ci sono crescenti sforzi per far avanzare i Diritti della Natura. Negli Stati Uniti, il consiglio comunale di Toledo, Ohio, ha appena votato per una sorta di referendum popolare sulla Legge dei Diritti del Lago Erie da tenere a Febbraio prossimo. Questa sarebbe la prima legge negli Stati Uniti a garantire diritti ad uno specifico ecosistema.

Sono sicuramente degli spunti interessanti, che toccano in primis il fatto di poter ritenere un fiume, un lago o un ecosistema non come “cose” ma come organismi viventi, che devono quindi essere protetti dall’entità “Uomo”, questo essere che si è autoproclamato, ad un certo punto, signore e padrone di tutto ciò che è sfruttabile soprattutto in funzione del denaro. La CELDF è stata fondata nel 1995 da Stacey Schmader and Thomas Linzey, con la primaria intenzione di aiutare le comunità rurali della Pennsylvania a proteggere l’ambiente.  Si scontrarono con le molte barriere legali che si trovano tra le comunità e la protezione della Natura, e così il lavoro della organizzazione si è mosso per promuovere un sistema che possa far avanzare i diritti della Natura, ma anche i diritti democratici della gente e delle comunità. Ecco alcune righe dei Principi dei Diritti della Natura:

  • La Natura è la fonte della vita in ogni forma e dovrebbe essere riconosciuta come un soggetto dai diritti innati e intrinseci;
  • la esistenza e la salute dei maggiori ecosistemi del Pianeta è in pericolo;
  • le attuali leggi sull’ambiente sono incapaci di fermare questo declino;
  • le attuali leggi mancano di riconoscere la Natura e gli ecosistemi come interconnessi e come componenti viventi che possiedono propri diritti;
  • queste mancanze peggiorano lo stato della Natura e ostacolano gli sforzi per proteggerla;

Perciò,

  • un nuovo sistema di leggi basate sul rispetto della Natura deve riconoscerla come soggetto che detiene diritti;
  • questi diritti devono essere indipendenti, e supplementari, dalle responsabilità delle leggi esistenti;
  • facciamo appello, e ci impegnamo a supportare, comunità, genti, organizzazioni e governi a promulgare, implementare e rafforzare i Diritti della Natura