Riccardo Santolini tra i membri del Comitato per il Capitale Naturale

Il Ministero dell’Ambiente ha appena nominato i 10 membri del Comitato per il Capitale Naturale, che si occuperà di green economy e contenimento dell’uso di risorse naturali. Tra di essi, Riccardo Santolini, docente di Ecologia all’Università di Urbino, del quale pubblichiamo alcune dichiarazioni sulle attività del Comitato

 

Urbino – Il professor Riccardo Santolini, docente di Ecologia dell’Università di Urbino  è stato nominato tra i dieci membri del Comitato per il Capitale Naturale, l’organismo creato dal Ministero dell’Ambiente per “promuovere misure di green economy e ridurre il consumo di risorse naturali” in applicazione della legge 221 del 2015.

 

 

Professor Santolini, che obiettivi si pone il Comitato?

<Il primo compito è quello di trasmettere, entro il 28 febbraio di ogni anno, un rapporto sullo stato del capitale naturale del Paese, corredato di informazioni e dati ambientali espressi in unità fisiche e monetarie, seguendo le metodologie definite dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e dall’Unione europea, nonché di valutazioni ex ante ed ex post degli effetti delle politiche pubbliche sul Capitale Naturale e sui Servizi Ecosistemici.

 

Quali sono le urgenze di “green economy” alle quali il comitato è chiamato a rispondere?

<Il Comitato promuove anche l’adozione, da parte degli enti locali, di sistemi di contabilità ambientale e la predisposizione, da parte dei medesimi enti, di appositi bilanci ambientali, finalizzati al monitoraggio e alla rendicontazione dell’attuazione, dell’efficacia e dell’efficienza delle politiche e delle azioni svolte dall’ente per la tutela dell’ambiente, nonché dello stato dell’ambiente e del capitale naturale. In particolare il Comitato definisce uno schema di riferimento sulla base delle sperimentazioni già effettuate dagli enti locali in tale ambito, anche avvalendosi di cofinanziamenti europei. Si tratta di assumere consapevolezza del fatto che il Capitale di un territorio non è costituito solamente dal capitale costruito dall’uomo ma anche da tutte quelle funzioni ecologiche che mantengono gli ecosistemi (Capitale Naturale) e creano benessere: il valore di un bosco ad esempio non è solamente relativo al legname che produce (uso diretto della risorsa – bene privato), ma anche da una serie di funzioni di tipo indiretto (fissazione di CO2, produzione di O2, trattenimento del suolo, depurazione e trattenimento dell’acqua ecc.) patrimonio della collettività (bene comune), valutabili economicamente e che diventano servizi perchè produttrici di benessere. Si pensi alle funzioni della montagna e dell’alta collina> evidenzia il docente di Uniurb <e di tutte quelle attività (agro-silvo-pastorali) che possono mantenere queste funzioni, cioè garantire il funzionamento degli ecosistemi e la stabilità dei suoli, la produzione di prodotti di eccellenza attraverso il riconoscimento economico di chi mantiene e produce risorsa rispetto a chi la usa (perequazione territoriale) (es. L39/2015 Regolamento recante i criteri per la definizione del costo ambientale e del costo della risorsa per i vari settori d’impiego dell’acqua; L221/2015 “ex collegato ambientale” art. 70). Nel 2015 a livello nazionale, il valore economico di 6 tipologie di ecosistemi che erogano 8 servizi ecosistemici è stato stimato pari a 338 miliardi di euro (23% del PIL nazionale) 

 

Da quali esperienze è motivato il suo ruolo? 

<Con il mio gruppo di lavoro abbiamo sviluppato la prima stima a livello nazionale del Capitale Naturale per alcuni servizi ecosistemici (2012) e abbiamo approfondito questo valore per le aree protette sempre a livello nazionale (2014). Siamo riusciti a stimare il valore dei servizi ecosistemici legati al ciclo dell’acqua e alla fissazione della CO2 delle superfici boscate dei fiumi Foglia e Marecchia in rapporto al valore di uso diretto del legname che è risultato avere un rapporto di 1:3.  Questi metodi sono poi stati presi come riferimento per la valutazione di queste funzioni ecologiche a livello nazionale ed  europeo. Inoltre abbiamo collaborato all’interno del primo progetto Life italiano che ha valutato i Servizi Ecosistemici di una ventina di aree protette italiane in cui ci siamo occupati di 12 aree protette lombarde e del Parco del Sasso Simone e Simoncello partner del progetto e primo parco italiano a sviluppare esempi di pagamenti di servizi ecosistemici>.  

 

Sempre più forti si levano gli allarmi sullo stato del pianeta: ci sono ancora margini di recupero e attraverso quali azioni?

<Nel 2017 i 4 principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Tevere e Arno) hanno visto diminuire le portate medie annue di circa il 40% rispetto alla media del trentennio 1981-2010i. Sempre lo scorso anno, è stato richiesto lo stato di emergenza da 6 Regioni su 20 per carenze idriche anche nel settore potabile, per effetto delle quali si sono verificate interruzioni e razionamenti della fornitura: aree e comunità storicamente mai interessate da scarsità di risorse idriche sono state colpite da limitazioni di accesso all’acqua e ai servizi igienici, e diversi problemi di qualità dell’acqua per il consumo umano, con potenziali rischi sanitari. Perciò non c’è molto tempo, temo. E’ necessario lavorare sugli strumenti che permettano di sviluppare azioni efficaci e il paradigma del Capitale Naturale lo è perchè governare con la natura è più consapevolmente economico, sano e duraturo per tutti, piuttosto che farlo senza. Un altro strumento fondamentale> conclude Santolini nel segno della speranza <è l’educazione ambientale a tutti i livelli per creare consapevolezza e comportamenti sostenibili; il corso di scienze della formazione dove insegno ecologia diventa un’opportunità chiave per far maturare nuove coscienze. Come disse Einstein “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”>.

Clicca l’allegato: UDCM.DECRETI MINISTRO(R).0000035.15-02-2019

 

 




Erbario Orsini di Ascoli: intervista al prof. Poli

Un tesoro di Ascoli Piceno a rischio”, avverte il Prof. Poli

Nonostante la coscienza storica e ambientalista di conservazione dei beni del nostro Pianeta sia in continua crescita a livello sociale e mediatico, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. Ad Ascoli Piceno di storia ce ne è tanta, ma presso il Museo Orsini situato presso l’ex Cartiera Papale c’è un tesoro che urge di essere salvato, per la comprensione e lo studio della biodiversità e del territorio. L’erbario dell’Orsini, ivi conservato, raccoglie informazioni antiche circa 200 anni, preziose e introvabili. Una volta perdute, lo saranno per sempre. Antonio Orsini era uno scienziato di origini ascolane, il cui valore a livello europeo contribuì alla nascita delle Scienze Naturali stesse. E la storia dell’erudito Orsini ha affascinato il Professor Alessandro Poli, della Università di Bologna, al punto di fare ricerche, studiare l’erbario e lanciare un appello per salvarlo, insieme ad un progetto che richiederebbe anche un minimo investimento: lo stato di conservazione è in serio pericolo. Parliamone con il Prof. Poli, che il 28 gennaio alle 16.00 sarà alla Rinascita di Ascoli a presentare il suo nuovo libro di fisiologia degli animali marini.

Prof. Poli, ci spieghi la importanza dell’Erbario Orsini da un punto di vista botanico, storico e non solo

Tra i tanti reperti conservati nel Museo Orsini presso la Cartiera Papale di Ascoli Piceno emerge un corposo erbario con specie raccolte dal Naturalista ascolano prevalentemente nell’Appennino Umbro-Marchigiano-Abruzzese nel 1800. Il valore di questo erbario è di grande attualità perché contiene in se informazioni sulle condizioni ambientali specifiche e sulla biodiversità del territorio e come essa si è modificata nel tempo.

Quale intervento è necessario per preservare i reperti, e con quale urgenza?

Per evitare di perdere le informazioni intrinseche contenute nel reperto bisognerebbe realizzare la sua “digitalizzazione” e cioè la riproduzione dei diversi campioni e la registrazione di tutte le informazione a loro associate (genere, specie, luogo e data di raccolta). Tutte le informazioni potranno essere così condivise, analizzate e confrontate con le organizzazioni internazionali quali Catalogue of Life, CBOL (Consortium for the Barcode of Life, BioCASE (Biological Collection Access Service), TDWG (Taxonimic Databases Working Group).

Un simile erbario, propriamente archiviato e catalogato, si trova altrove o sarebbe effettivamente unico in un contesto regionale o nazionale?

Negli ultimi decenni i musei di tutto il mondo si stanno adoperando con sempre maggior impegno alla digitalizzazione dei “tesori” contenuti negli erbari. Il grande valore, inteso come proprietà intrinseca, delle collezioni naturalistiche presenti e passate, è ampiamente riconosciuto, in particolar modo alla luce della recente attenzione posta ai sempre più pressanti problemi ambientali. Come tanti altri, l’erbario Orsini può fornire indicazioni sulla biodiversità del territorio e come essa si è modificata nel tempo.

L’Erbario Orsini, attualmente collocato nella ex Cartiera di Ascoli, avrebbe una miglior sede dove essere ubicato?

Oltre alla digitalizzazione, che ritengo urgente, l’erbario (che è attualmente è in condizioni precarie) andrebbe conservato in condizioni ambientali controllate (temperatura,umidità, ecc.) e costanti per evitare il suo sbriciolamento.

Ci parli delle materie che ha sempre insegnato. Da come ne parla , vi si legge una profonda passione.

Sono un Fisiologo che si è occupato della funzione di vari organi ma in particolare del sistema nervoso dell’uomo e di altri animali. Nel corso dell’evoluzione gli animali si sono insediati in ambienti diversi (dai Poli all’Equatore) dove sopravvivono e si riproducono garantendo la conservazione della specie, grazie a particolari adattamenti. Lo studio di questi adattamenti mi ha sempre affascinato e, oltre alla ricerca, ho dedicato e continuo a dedicare molto tempo alla didattica per comunicare agli studenti questa passione.

Alessandro Poli si è laureato in Scienze Biologiche presso l’Università di Bologna. Nel 1979 ha trascorso un anno presso il Department of Tissue Culture del Norsk Hydro’s Institute for Cancer Research di Oslo (Norvegia) dove ha collaborato a ricerche riguardanti il controllo della sintesi proteica in cellule epatiche normali ed epatomi in coltura. Dal 1987 come, Professore Associato, è stato titolare dei corsi di Fisiologia Generale, Fisiologia degli Animali Marini, Ecofiologia Animale, Fisiologia Animale e Fisiologia degli Adattamenti Animali presso la Facoltà di Scienze M.F.N dell’Università degli Studi di Bologna. Attualmente è Professore a Contratto presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (BIGEA) dell’Università degli Studi di Bologna, dove insegna Ecofisiologia Animale per la laurea magistrale in Biodiversità ed Evoluzione e Scienze e Gestione della Natura (Scienze Naturali). Fatta eccezione per il periodo dedicato alle ricerche sul metabolismo epatico, l’attività scientifica è stata rivolta verso le problematiche legate alla funzione cerebrale e in particolare dei meccanismi coinvolti nella morte neuronale causata da carenza di ossigeno in diversi animali, caratterizzando i fattori coinvolti e le risposte di difesa dell’organismo. Ha pubblicato circa 70 articoli in riviste internazionali. Dal 1990 è membro della American Neuroscience Society e del Purine Club.

Autore di La Fisiologia degli animali (Zanichelli, 2006), Fisiologia degli animali marini (EDISES, I° Ed. 2012, II° Ed.2018) e Fisiologia animale (EDISES, I° Ed. 2014, II° Ed. 2018).




Tra maturità e ruvidezza, i Massimo Volume tornano con “Il nuotatore”: l’intervista

I Massimo Volume hanno avuto due vite: la prima da paladini del nuovo rock italiano, segnata da quattro album entrati nel mito (Stanze, 1993, Lungo i bordi, 1995, Da qui, 1997, Club Privé, 1999) e conclusasi con lo scioglimento della band nel 2002; la seconda iniziata con la reunion del 2008 e caratterizzata da due album dall’enorme successo di critica (Cattive abitudini, 2010, e Aspettando i barbari, 2013) ai quali da qualche giorno si è aggiunto Il nuotatore, titolo ispirato all’amato scrittore John Cheever. Il nuotatore suona sin dai primi ascolti come disco della maturità della band bolognese ma, allo stesso tempo, si abbandona ad una ruvidezza figlia dell’epoca degli esordi. Senza il supporto alla chitarra di Stefano Pilia, i Massimo Volume sono oggi, per la prima volta nella loro storia, un trio. Sono solo Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini a creare il suono vigoroso e duro di brani come Una voce a Orlando o Nostra signora del caso.
Abbiamo chiacchierato con Emidio Clementi, che del gruppo è bassista, cantante e autore dei testi, e che da oltre vent’anni è impegnato in un parallelo percorso da narratore, culminato lo scorso anno con lo spudorato romanzo L’amante imperfetto.

 

Come si ricomincia a scrivere dopo essersi denudati in modo impietoso, come hai fatto tu con L’amante imperfetto?
E’ una domanda che non mi sono posto. Per la prima volta ho iniziato a lavorare ai testi con le parti musicali già completate. Dal momento che avevamo già fissato i giorni di studio, la mia unica preoccupazione è stata quella di mettermi sotto a scrivere.
Credo che il cambio di prospettiva imposto dai testi dei Massimo Volume e dal lavoro con la band sia stato in qualche modo d’aiuto, o sbaglio? In altri termini, scrivere un disco dopo L’amante imperfetto è stato un po’ meno difficile di quanto sarebbe stato scrivere un altro romanzo dopo L’amante imperfetto?
Ne sono certo. In generale riesco a scrivere i testi delle canzoni con maggiore leggerezza rispetto a un libro, soprattutto un romanzo. In un disco a sostenermi c’è il ritmo, una precisa atmosfera musicale. E poi servono poche frasi. Quando scrivo narrativa, invece, attorno a me avverto solo un gran silenzio, a volte confortevole, spesso opprimente.
Immagino che tu sia un amante di John Cheever da molto tempo. Come mai proprio ora hai deciso di dedicargli un brano e un disco?
Non so con precisione perché un giorno mi sono messo lì a pensare: ora scrivo una canzone usando la trama de Il nuotatore. Spesso si va a tentoni. Si prova a scavare. A volte non si trova nulla, solo ghiaia e sabbia. Altre volte ci si accorge che qualcosa brilla sotto il fango e si continua a scavare.
Scrivere la title-track è stata un’operazione ad alto rischio, visto che si è trattato di riscrivere uno dei migliori racconti di uno dei migliori scrittori americani di racconti. Mi sembra che tu abbia accettato e vinto la sfida con grande coraggio, affidandoti ad un tono non meno pessimistico di quello di Cheever. Ci sono due versi, in particolare, che mi sembrano riassumere il senso del brano: “quello che non osavo scoprire/ho capito che era peggio di quello che temevo”. Nessun timore reverenziale?
Una volta mi è capitato di intervistare un giovane direttore d’orchestra. Gli ho chiesto se, oltre a dirigere, componesse anche musica sua. Lui, con molta sincerità, mi ha risposto: «come si fa a scrivere musica dopo aver diretto la nona di Mahler?». Il sapere, così come porsi troppe domande attorno a quello che si sta facendo, può essere deleterio. All’atto creativo serve incoscienza. Bisogna illudersi che il mondo non possa fare a meno del nostro sguardo, prezioso come quello di Thomas Mann o di Rilke.
L’impressione generale è che Il nuotatore sia un album di chiaroscuri, c’è uno sguardo poetico sicuramente pessimista ma, allo stesso tempo, ci sono degli spiragli di luce, come per esempio quello che passa attraverso la “crepa nel muro” in Una voce a Orlando, che mi ha ricordato un po’ la “crepa” cantata da Leonard Cohen in Anthem. E’ corretta la mia impressione?
Sì, mi è sempre piaciuta quella frase di Leonard Cohen e ho voluto farla mia, in un contesto diverso. Più in generale a me sembra che accanto allo scuro nel disco ci sia anche un registro ironico. L’ultima notte del mondo e Mia madre & la morte del generale Sanjurjo sono due favole nere, ma che potrebbero far sorridere chi le ascolta.
I punti di partenza per la scrittura dei tuoi testi sono solitamente suggestioni personali. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, però, hai sentito il bisogno di rappresentare il presente, di farlo entrare nella tua narrazione?
Parlo spesso del presente, ma riesco a mettere a fuoco solo fino a una certa distanza. Se provassi a descrivere quello che c’è oltre, la mia scrittura sbiadirebbe.
Nel periodo intercorso tra il precedente disco dei Massimo Volume, Aspettando i barbari, e Il nuotatore è morto Sam Shepard, artista-guida per te. C’è qualche riferimento a lui nel nuovo lavoro?
No, non direttamente, anche se leggere Sam Shepard credo mi abbia segnato per sempre. In ogni caso, un paio di anni fa, con Sorge (progetto di Clementi con Marco Caldera, che ha pubblicato l’album La guerra di domani per l’etichetta La Tempesta nel 2016, ndr), ho musicato un testo tratto da Motel Chronicles. Sapere che non c’è più è triste. Pareva una di quelle persone capaci di invecchiare, ma non di morire.
In Fred, invece, parli di Nietzsche, di te e Nietzsche…
Sì. Mi ha colpito leggere dei suoi soggiorni in Italia. La fragilità della sua condizione fisica in contrasto con la sua incessante attività mentale. Chi lo ha conosciuto lo descrive come una persone molto gentile. Forse non sarebbe stato difficile fermarlo in qualche calle, accompagnarlo per un pezzo di strada, magari offrirgli un pranzo e restare lì ad ascoltarlo parlare di Eraclito o Maupassant.
Amica prudenza e Vedremo domani sono un tentativo di avvicinare una più classica forma-canzone?
A tutti noi piacciono le canzoni, i bei ritornelli. Il problema è che non abbiamo quell’impronta lì. A mio avviso a rendere lo stacco di Amica prudenza un ritornello vero e proprio è stata la voce di Francesca Bono. E’ come se avesse aperto le finestre e fatto entrare un soffio d’aria fresca.
Per la prima volta nella loro storia i Massimo Volume hanno realizzato un album come trio. Ci siete soltanto te, Egle e Vittoria. Quanto il risultato finale è figlio della purezza e dell’essenzialità di un suono creato solo con chitarra, basso e batteria?
In un primo momento avevamo pensato di coinvolgere un nuovo chitarrista in fase di composizione. Poi ci siamo affezionati a quel suono scarno, che usciva fuori durante le prove. Imporsi dei limiti, tecnici o espressivi, ogni tanto aiuta a concentrare la scrittura lì dove serve.
Gli adolescenti e i ventenni di oggi, in generale, sono interessati ad una musica molto diversa dalla vostra. Per la prima volta da molto tempo questa generazione ha ucciso i propri padri (psicoanaliticamente parlando) musicali, ha smesso di venerare i soliti numi tutelari del rock italiano (Massimo Volume compresi), ha creato nuovi idoli e questo, secondo me, è qualcosa di estremamente positivo. Ho un’opinione meno positiva, invece, della musica che questa generazione ha scelto per farsi rappresentare; non ne faccio solo un discorso estetico, ma anche un discorso di messaggio. Che opinione hai in merito?
Io credo che sia stata un’operazione strategicamente molto riuscita. Vent’anni fa i modelli arrivavano dall’estero: suono spigoloso, distorsioni, un certo gusto per la soluzione ardita. Sono stati prodotti molti bei dischi, ma che non hanno inciso più di tanto sui fatturati delle case discografiche. Nessuno di quella scena è riuscito a scalzare i cantautori. La nuova generazione è partita invece proprio dall’esperienza dei cantautori, fino a sostituirsi a loro, con un suono simile, ma più fresco.
E che effetto ti fa sapere che alla maggior parte dei ventenni non interesserà nulla del nuovo album dei Massimo Volume?
Dici? Guarda che anche vent’anni fa, la maggior parte dei giovani ci snobbava. Troppo pesanti, troppo cupi, troppo monocordi. Quei pochi che ci seguivano però sono stati combattivi, hanno retto più a lungo. Forse non c’entra nulla, ma sembra che la grande epoca del Rinascimento italiano all’inizio ruotasse attorno a un pugno di persone. Quanti erano? Quindici? Venti? Trenta? Non credo di più. Non sono così presuntuoso da paragonare noi o il nostro pubblico a loro, ma penso che il presente sia uno spazio temporale troppo limitato per poter dare giudizi. Detto questo, è molto più probabile che, fra trent’anni, nessuno si ricorderà più di noi.
Infine, cosa pensi dell’utilizzo della lingua italiana degli autori di canzoni venuti fuori negli ultimi anni?
Non li conosco abbastanza per potermi esprimere. Sento che c’è molto ‘noi’, molta appartenenza, quando invece quelli della mia generazione sono ancora oggi molto gelosi del proprio ‘io’. A volte, ascoltando i nuovi autori, ho come l’impressione di invitare a cena una bella donna e di vederla arrivare all’appuntamento con uno stuolo di amici dei tempi del liceo.




La storia di Saved By Bear, il Lakota che uccise il Generale Custer

di Raffaella Milandri

Una delle storie più avvincenti della lotta tra i Nativi Americani e gli Uomini Bianchi è quella della clamorosa sconfitta del Generale Custer al Little Big Horn. Il campo di battaglia, che si trova sul territorio dei Crow, che furono alleati di Custer, è visitato ogni anno da migliaia e migliaia di persone e risveglia un passato emozionante, che, nel caso dei Lakota (Sioux), parla di una grande vittoria. Dalle ricostruzioni storiche, non è stato svelato chiaramente chi uccise Custer. Durante il mio viaggio in Sud Dakota, ho incontrato e intervistato i pronipoti di Saved By Bear, Mato Niyanpi in lingua originale, che affermano che sia proprio il loro antenato ad avere ucciso Custer. Harley L. Zephier e Robin L. Zephier hanno raccolto in un volume, “Warrior Is”, la storia di Saved By Bear, conosciuto anche come Scar Leg, ma anche quella del fiero popolo Lakota. Insieme all’appello alla comunità globale di unirsi per proteggere la Madre Terra.

Siete i pronipoti di Saved by Bear e nel vostro libro, Warrior Is, raccontate la sua vita, le sue esperienza e le sue battaglie.

Mato Niyanpi, ovvero Saved by Bear, è il prode guerriero Mnincoju Lakota che ha ucciso il Tenente Colonnello Custer, in un atto di impegno e coraggio dedicato alla sua gente e al Creatore, durante la Greasy Grass Battle –la battaglia del Little Big Horn- il 25 giugno 1876. Nel prendere la sua vita, Saved By Bear è diventato il custode dello spirito di Custer, e continua ad esserlo. Questa storia è basata sulla storia orale della nostra famiglia, passata solo attraverso i discendenti diretti e mai rivelata da 142 anni. Abbiamo raccolto in Warrior Is la vita di Saved By Bear, ma anche quella del popolo Lakota durante il tempo dei grandi cambiamenti. Noi siamo i pronipoti, membri della tribù Mnincoju Lakota, che raccontano la storia del loro bisavolo. E narriamo anche i tempi della Creazione, e come il dono del Creatore sia la coesistenza e il rispetto di tutti gli esseri viventi sulla Madre Terra. I principali messaggi di ciò che narriamo, attraverso la battaglia del Little Big Horn, sono due. Il primo, è che i Nativi Americani, se uniti da una sola fede, hanno un unico scopo: proteggere e conservare la vita. Il secondo, è che bisogna pregare e lottare per porre fine ai conflitti. Le preghiere ci possono unire nel buon intento della Umanità, in una comunità globale dove gli uomini e tutti gli altri esseri possono vivere in armonia e in equilibrio.

E’ stato difficile scrivere un libro così ricco di informazioni dal passato?

Sì, è stato difficile ma è stato un lavoro di amore, impegno e dovere, per poter raccontare la storia del nostro bisavolo. Durante una cerimonia sacra sul campo di battaglia di Greasy Grass in Montana, il 29 settembre 2010, abbiamo ricevuto il permesso spirituale di raccontare la storia di Saved By Bear per la prima volta al mondo. Subito dopo, abbiamo iniziato a scrivere il libro, registrando molte ore di memorie a casa di Harley che è nella riserva di Cheyenne River, vicino alla casa di Saved By Bear. Ci sono voluti quasi 7 anni per completarlo. Gran parte della storia di Saved By Bear viene dalla Storia Orale, narrata da Mato Niyanpi a sua figlia, nostra nonna Mary Scar Leg Bagola, e da altri. Abbiamo raccontato anche del nostro passato e delle nostre tradizioni Lakota, con le origini di Madre Terra e l’inizio della vita su essa grazie alla acqua sacra. Per noi è stato un privilegio e un onore scrivere questa storia. Niente nella vita è facile, soprattutto le cose più importanti.   

Cosa pensate della differenza tra i Lakota e le altre tribù? I Lakota hanno combattuto fino all’ultimo per la loro libertà.

Noi siamo tutti connessi a Unci Maka (Madre Terra) il cui insieme di creature è sacro. Noi siamo i “Keepers of the Earth”, i Protettori della Madre Terra . Tutti i popoli indigeni in Turtle Island (Nord America) e sulla terra, conoscono e si impegnano al dovere di rispettare Madre Terra e di prendersi cura di essa e dei suoi figli. I Mnincoju Lakota, la nostra tribù, sono conosciuti come i Protettori di Unci Maka, e del sacro He Sapa (il territorio delle Black Hills). La nostra connessione con Unci Maka deve continuare, il nostro ruolo deve perpetuarsi. Noi dobbiamo sopravvivere come popolo, l’indipendenza è il dono che il Creatore ha fatto al nostro popolo e dobbiamo proteggerla, è sacra per ogni singolo individio. Quando gente da fuori, spinta da avidità, è venuta a derubare il nostro sacro He Sapa (Black Hills) per le pietre d’oro che racchiudeva, sapemmo che dovevamo proteggere He Sapa, e al contempo noi stessi.

Quali sono i principali problemi per i Lakota oggi?

Una perdita di spirito. Il genocidio e i suoi effetti generazionali sono simili alla sindrome post-traumatica, ed esistono tuttora. I soldi, la avidità, il furto e il controllo politico delle risorse naturali sono un grave danno per il nostro popolo Lakota. Perdiamo la nostra integrità tradizionale, la verità di chi siamo. Occorre onestà tra le culture, bisogna riparare il Broken Hoop, il Cerchio rotto. Coscienza di sè, dignità di sè, orgoglio e coraggio spirituale devono tornare in tutti noi per ritornare ad essere più forti ed è più importante ora che mai prima. Bisogna accettare chi si è, le proprie origini, e non nascondersi. Come gli Italiani, che hanno le loro storie di vita, di sacrifici, di successi e di forza,attraverso secoli di esistenza per i loro diritti .

Avete suggerimenti per il futuro dei Nativi Americani che vivono nelle riserve?

Molti di noi Lakota, e di altre tribù, vedono le riserve come un metaforico campo di prigionia. Sono prigionieri della povertà, della mancanza di speranza, delle ingiustizie, della corruzione del governo, e della ostilità razziale quando sono a contatto con la società esterna. I nostri governi tradizionali sono sostituiti da elezioni di tipo politico dove ognuno pensa a chi li sostiene e non a tutti. In origine noi Lakota vivevamo in modo comunitario, dividendo le cose tra tutti e aiutando chi ne aveva bisogno. Le riserve attuano una violazione quotidiana di diritti umani, generazione dopo generazione. Il nostro migliore suggerimento dal cuore alle nostre sorelle e fratelli che vivono nelle riserve oggi, è : “Combattete per voi stessi, non fatevi intimidire, credete nei vostri antenati, e praticate le tradizioni oggi, come tanto tempo fa”. Noi speriamo che chi legge la storia del nostro bisavolo veda sè stesso e la propria famiglia nella nostra storia, e che abbia una scintilla di energia positiva per conoscere il proprio passato, il proprio posto di diritto nel Sacro Cerchio. Perchè di ogni vita, di tutte le vite su Madre Terra, c’è bisogno nel Circolo.

Cosa possiamo imparare, qui in Europa, dal vostro libro?

C’è una relazione speciale tra la gente europea e Turtle Island e i suoi abitanti, proprio perchè gli Europei sono venuti qua a portare così tanta sofferenza e distruzione alle nostre terre. Per riparare il Cerchio Rotto del Mondo, occorrono persone di buon cuore, di buoni propositi, e di spirito buono. Quello che potete rispettare e ammirare nei Lakota e nelle loro credenze, potete condividerlo, attraverso il culto della famiglia e la indipendenza della vostra cultura. Prendete il valore dell’acqua, ad esempio, che il Creatore ha posto così in alto: il valore dell’acqua è stato sorpassato dal valore dei soldi, come quello delle vite umane. Ne è la prova l’inquinamento dell’acqua in tutto il mondo. Dobbiamo imparare dal passato, e insieme prestare e condividere l’un l’altro il meglio delle nostre tradizioni e culture, in nome della pace, della unione, della tolleranza e dell’amore. In nome della Madre Terra.

Biografie

 

Harley L. Zephier (“Wanbli Hoksila”/Eagle Boy) è nato il 28 novembre 1956 in Faith, South Dakota. “La mia ascendenza è Mnincoju Lakota, dalle Grandi Pianure del Nord America. Da qui ho iniziato a cercare l’identità e il posto giusto tra gli umani. Noi veniamo da famiglie di uomini della medicina, dalla prima generazione. Io e mio fratello Robin abbiamo chiesto di diventare narratori della nostra cultura e tradizione. Da bambino ascoltavo e imparavo dagli anziani, sulla importanza di mantenere vivo il nostro mondo, attraverso la fede e il legame col Creatore. Ho passato decenni di concentrazione e pratica come uomo che ha bisogno di comprendere, e partecipando alle cerimonie di passaggio maschili, alla sweat lodge (capanna sudatoria), al pianto delle visioni sulla collina, alla danza del sole. Fiero di essere un uomo”.

Robin L. Zephier (“Sungila Sapa”; Black Fox) è nato il 4 agosto1961.  Vive con sua moglie Patti, e loro figlio JoJo sul sacro He Sapa (Black Hills) a Rapid City, in Sud Dakota.  E’ Mnincoju Lakota.  I genitori di Harley e Robin sono Alverda Bagola Zephier and Harley D. Zephier, ad Aberdeen, Sud Dakota.  Harley and Robin hanno cinque fratelli: Linda, Loren, Whitley, Darin e Lanni. Robin ama scrivere, fare escursioni, leggere, visitare posti, disegnare, tutti gli sport, l’attivismo per le cause indigene, la protezione di Unci Maka (Grandmother Earth), e i diritti dei Lakota.  Robin è un avvocato in Sud Dakota, ma prima di tuto si sente un essere umano e un figlio del Creatore, senza una etichetta professionale. Warrior Is è il suo primo libro, ma sta lavorando ad altri progetti editoriali inclusa la sceneggiatura di Warrior Is, e al suo seguito.




Diritti della Natura

Anche ecosistemi e fiumi si costituiscono parte civile: the Rights of Nature

2018-12-23 – In tutto il mondo, faticosamente, la coscienza ambientalista sta crescendo. Noi cittadini siamo i primi ad essere chiamati e sensibilizzati, attraverso dati statistici e immagini devastanti di quello che l’inquinamento, lo sfruttamento e la immane quantità di rifiuti stanno causando al Pianeta. Siamo piccole formichine con i nostri grandi sacchi di immondizia sulle spalle, spronati a differenziare e a pagare tasse, colpevolizzati da un sistema mondiale ed economico in cui il nostro agire costituisce, purtroppo, ben poco. Quello che invece è importante è la nostra coscienza, che ci spinga ad opporci e perchè no, ad arrabbiarci. Perchè essere ambientalisti è inutile, in un Paese che non adotti e perfezioni le dovute norme di protezione dell’ambiente, oppure che permetta a milioni di aziende di usare imballaggi e materie prime inquinanti, o di trivellare il suolo in modo dissennato. Una alternativa possibile ci viene dagli Stati Uniti, proprio dal Paese che Trump ha chiamato fuori dagli Accordi di Parigi sul clima: attraverso la adozione di leggi specifiche, la proposta è far diventare soggetti che abbiano propri diritti legali gli ecosistemi, i parchi, i fiumi e territori. I Diritti della Natura, Rights of Nature, possono essere adottati da città, da regioni, da interi Stati, come è successo con la disposizione adottata nella Costituzione dell’Ecuador.

Il Centro Internazionale per i Diritti della Natura del CELDF (Community Environmental Legal Defense Fund) sta lavorando per questo, e ce ne parla Mari Margil, che lo dirige.

Mari, spiega ai nostri lettori qual è il concetto principale dei Rights of Nature, e la idea rivoluzionaria contenuta in essi.

Le leggi per l’ambiente nei vari Paesi del Pianeta trattano la Natura come una cosa, come una proprietà. Queste leggi regolano l’uso della proprietà, cioè come noi possiamo usare la Natura. E questo uso include il fracking, le attività minerarie, e così via. Pertanto queste leggi “ambientali” autorizzano lo sfruttamento e il danneggiamento della Natura. Sotto questo tipo di leggi, che esistono da decenni, la degradazione ambientale avanza nel mondo. Ma c’è una crescente coscienza che noi dobbiamo cambiare la relazione tra l’Umanità e la Natura. Fare questo passo fondamentale, noi crediamo, significa riconoscere la nostra dipendenza dalla Natura e che abbiamo bisogno di vivere in armonia con essa, con il mondo naturale. Questo significa assicurare il massimo livello di protezione legale per la Natura, attraverso il riconoscimento di diritti legali.

Quali sono i programmi e lo sviluppo dei Rights of Nature? Pensi che si possa espandere in tutto il mondo, e come?
Da quando la prima legge dei diritti della natura è stata emanata, nel 2006 negli Stati Uniti, si è sviluppato un movimento per promuovere i diritti legali della Natura. Oggi, ci sono leggi emanate negli Stati Uniti, in Ecuador, Bolivia, Brasile e Nuova Zelanda che riconoscono certi diritti. E anche tribunali in India e Colombia hanno garantito i diritti di certi ecosistemi. Questo movimento è in crescita in tutto il mondo.
Che problemi avete riscontrato finora nell’aprire nuove collaborazioni per far adottare le leggi dei Diritti della Natura?

Fondamentalmente, ogni nuova idea incontra una potenziale indecisione. Ma per fortuna c’è una sempre maggiore comprensione che la crisi ambientale non può essere risolta con le leggi esistenti, sotto le quali è proprio nata la attuale crisi. Un nuovo percorso è assolutamente necessario.

In quale Paese c’è una maggiore apertura nei confronti dei Diritti della Natura? Pensi che tale apertura posa dipendere dal tipo di governo, di politica, o da come un Paese gestisce l’ambiente e cerca di agire contro il riscaldamento globale?
I Diritti della Natura stanno procedendo in diversi Paesi, nonostante le culture e le leggi molto diverse. C’è una caratteristica comune fra loro, e cioè che le leggi sull’ambiente esistenti -basate sul trattare la Natura come se esistesse per l’uso umano- siano assolutamente inadeguate a proteggere la Natura. Cresce il consenso sul fatto che questo debba cambiare.
Dimmi quali sono i programmi e le novità
Ci sono crescenti sforzi per far avanzare i Diritti della Natura. Negli Stati Uniti, il consiglio comunale di Toledo, Ohio, ha appena votato per una sorta di referendum popolare sulla Legge dei Diritti del Lago Erie da tenere a Febbraio prossimo. Questa sarebbe la prima legge negli Stati Uniti a garantire diritti ad uno specifico ecosistema.

Sono sicuramente degli spunti interessanti, che toccano in primis il fatto di poter ritenere un fiume, un lago o un ecosistema non come “cose” ma come organismi viventi, che devono quindi essere protetti dall’entità “Uomo”, questo essere che si è autoproclamato, ad un certo punto, signore e padrone di tutto ciò che è sfruttabile soprattutto in funzione del denaro. La CELDF è stata fondata nel 1995 da Stacey Schmader and Thomas Linzey, con la primaria intenzione di aiutare le comunità rurali della Pennsylvania a proteggere l’ambiente.  Si scontrarono con le molte barriere legali che si trovano tra le comunità e la protezione della Natura, e così il lavoro della organizzazione si è mosso per promuovere un sistema che possa far avanzare i diritti della Natura, ma anche i diritti democratici della gente e delle comunità. Ecco alcune righe dei Principi dei Diritti della Natura:

  • La Natura è la fonte della vita in ogni forma e dovrebbe essere riconosciuta come un soggetto dai diritti innati e intrinseci;
  • la esistenza e la salute dei maggiori ecosistemi del Pianeta è in pericolo;
  • le attuali leggi sull’ambiente sono incapaci di fermare questo declino;
  • le attuali leggi mancano di riconoscere la Natura e gli ecosistemi come interconnessi e come componenti viventi che possiedono propri diritti;
  • queste mancanze peggiorano lo stato della Natura e ostacolano gli sforzi per proteggerla;

Perciò,

  • un nuovo sistema di leggi basate sul rispetto della Natura deve riconoscerla come soggetto che detiene diritti;
  • questi diritti devono essere indipendenti, e supplementari, dalle responsabilità delle leggi esistenti;
  • facciamo appello, e ci impegnamo a supportare, comunità, genti, organizzazioni e governi a promulgare, implementare e rafforzare i Diritti della Natura



Minimo Teatro: tutti in classe!

Maurizio Boldrini verso quota 100: 60 anni e 36 di teatro
MACERATA – Ci sono ancora alcuni giorni utili per iscriversi al 36° anno della Scuola di Dizione Lettura e Recitazione del Minimo Teatro, le lezioni ufficialmente inizieranno il 7 novembre, giorno che coinciderà con il 60° compleanno del direttore Maurizio Boldrini, anche se nel mese di ottobre sono già iniziate le lezioni di Ingegneria Umanistica, destinate agli allievi veterani, il laboratorio su “La lezione” di Ionesco e gli incontri per docenti su “La lettura – ieri oggi domani” con il patrocinio del Comune di Macerata.

Dott. Boldrini, sessanta anni e trentasei di teatro, quota cento è vicina!
L’arte non va in pensione, è una condanna a vita, per la vita.
E questa vita è bella?
Rispondo con le parole della mamma di un poeta: “Sì, bella … da morire”.
In tutti questi anni cosa ha compreso dell’universo “teatro”?
Potrei fare un lungo elenco di ricerche e risultati, ma l’importante non è ciò che si è compreso bensì ciò che ancora non si comprende, volano formidabile per continuare il viaggio insieme agli allievi, ogni nuovo viaggio è la continuazione del precedente: indagine costante, ogni “scena” costruita apre a una nuova meta.
A proposito, quante “scene” avrà costruito in questi 36 anni?
E’ come chiedere a un gommista quante gomme ha cambiato! Comunque un numero sufficiente per farci il viaggio del mondo almeno tre volte, oceani compresi.
Qual è la miglior dote di un allievo?
Non c’è una dote in assoluto, ciò che vale per una persona non è detto che valga per un’altra, posso solo dire ciò che preferisco io, potrà sembrare una piccolezza ma per me l’importante è che sappia prendere appunti, il diario di bordo per me è strumento fondamentale di navigazione.
E il peggior difetto?
Essere troppo affezionati al proprio pensiero, ciò vale per l’allievo e per il maestro.
Qual è il tema base di questo nuovo anno di corso?
Stiamo andando verso uno studio sempre più personale, ci sarà un teatro per ogni partecipante, per capirci: la biografia, ecco il tema, per far affiorare segni che possano essere indicativi per tutta la classe, con la fondata speranza che possano essere indicativi anche per l’essenza di quella che chiamiamo “umanità”.
Programma ambizioso!
Direi modesto, poiché inizialmente la didattica prevede: corretta pronuncia, lettura espressiva, dinamiche base del gesto, del movimento, dell’azione, recitazione in versi, rapporto voce-musica, scrittura drammatica e poetica, ecc. insomma solo dalla base, dalle materie, dalla modestia paziente dello studio, potremo guardare verso l’altezza della conoscenza.
Per informazioni:  347 1054651. Per le iscrizioni è necessario presentarsi per appuntamento al Minimo Teatro, in via Borgo Sforzacosta 275 – Sforzacosta di Macerata.



 Liliana Segre al convegno sulle leggi razziali: “Il vero nemico è l’indifferenza, che copre tutto come una nebbia”

La video testimonianza della senatrice alla due giorni organizzata dalla Rete degli Istituti Storici in collaborazione di Unimc. Il rettore Adornato: “Attraverso il sapere critico, l’Ateneo deve colmare il colpevole silenzio del passato”.

 

Macerata – Ieri (10 ottobre 2018), al Polo Pantaleoni, in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali, ha avuto luogo la prima giornata del convegno “A ottant’anni dalle leggi razziali”, organizzato dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri-Rete degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età Contemporanea, la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, l’Istituto Storico di Macerata e l’Università di Macerata.

Dopo una nota introduttiva di Filippo Focardi, direttore dell’Istituto Parri, ha preso parola il rettore dell’Università di Macerata Francesco Adornato: “Nel corso degli anni c’è stata una metamorfosi del razzismo, attraverso un percorso che ha dimostrato l’infondatezza scientifica delle teorie discriminatorie. L’Università di Macerata è stata protagonista di un colpevole silenzio, tra il 1937 e il 1939, riguardo le leggi razziali, e adesso si cerca di colmare il vuoto del passato. Unimc è un’istituzione formativa che con il sapere critico vuole evitare che si ripetano le persecuzioni e gli orrori del passato.”

A seguire ci sono stati i saluti del prefetto di Macerata Iolanda Rolli e del vicesindaco Stefania Monteverde. Sono, poi, intervenuti Liliana Picciotto, direttrice dell’archivio storico del Centro di documentazione ebraica contemporanea, Paolo Pezzino, presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” – Rete degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età Contemporanea, e infine Paolo Coppari, presidente dell’Istituto Storico della resistenza e dell’età contemporanea di Macerata.

Il momento che ha destato maggiore emozione è stato, probabilmente, la proiezione dell’intervista a Liliana Segre,

realizzata a Pesaro lo scorso 6 settembre, in cui la donna racconta il condizionamento che ha subito la sua vita a causa delle leggi razziali: “Nel 1938 fui espulsa dalla scuola a causa dell’istituzione di nuove leggi; in quel momento capii di essere ebrea, ero diventata l’”altra” agli occhi delle persone. Il vero nemico è l’indifferenza, che copre tutto come una nebbia.”

Il convegno è proseguito con le relazioni di Michele Batini dell’Università di Pisa, Valaeria Galimi dell’Università degli Studi di Milano, Antonella Salomoni, dell’Università della Calabria ed infine di Francesca Cavarocchi dell’Università di Udine. Oggi la seconda giornata di lavori sempre al Polo Pantaleoni.




Raffaella Milandri: i viaggi e le riserve indiane

E’ tornata da poco da un nuovo viaggio nelle riserve indiane degli Stati Uniti e sta preparando la proiezione di un reportage che terrà il 14 ottobre alle ore 18.00 all’Auditorium Tebaldini di San Benedetto del Tronto. Raffaella Milandri: scrittrice, giornalista, fotografa umanitaria e attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, viaggia in solitaria nei più remoti angoli del Pianeta. E’ membro adottivo della tribù Crow in Montana e del popolo dei San in Botswana. Vediamo i punti chiave di questo personaggio dalla indubbia originalità operativa.

Chiediamo innanzitutto di chiarirci, Raffaella, cosa significa per te essere una “attivista”?

Essere attivista per me vuol dire innanzitutto avere a cuore una o più cause per i diritti umani, ed essere pronta ad espormi in prima persona per esse e per gli ideali in cui credo. La giustizia oggi non va certo a braccetto con gli interessi economici di governi e multinazionali, per cui spesso mi trovo in situazioni di pericolo in cui devo essere “under cover”, sotto copertura, per fare delle inchieste e per poter poi divulgare le verità e le testimonianze che raccolgo. In questo l’essere donna mi aiuta tantissimo, come dico spesso: ‘ quando fingo di essere una donna stupida, ci credono sempre ’. Chi è donna mi comprende benissimo”.

Perchè viaggi in solitaria?

Viaggiare da sola mi permette di cambiare programma all’ultimo minuto, di fare deviazioni sulla base di informazioni o conoscenze vicine ai temi delle mie ricerche. Mi permette di rischiare senza mettere in pericolo altre persone. Ma, cosa fondamentale, mi permette di approcciarmi a nuove realtà, o a comunità, o a remote tribù, dove essere sola, ed essere donna, fanno sì che io sia accolta molto più facilmente. Diciamo la verità: non faccio paura a nessuno.

Perchè ti occupi dei Popoli Indigeni?

Perchè hanno una spiritualità e una connessione alla Madre Terra che noi abbiamo perso quasi del tutto; abitano o hanno sempre abitato in paradisi terrestri che hanno sempre rispettato senza sfruttamenti o sprechi. Sono in netto contrasto con la civiltà occidentale e con lo stile di vita “moderno”. Hanno un legame profondo con ogni essere vivente, animale e vegetale, e per loro l’inquinamento ad esempio è un vero e proprio insulto alla vita. Sono una realtà fondamentale per capire il mondo moderno, e per apprendere una sapienza millenaria che, insieme alle loro culture, linguaggi e usanze, sono un vero Patrimonio dell’Umanità.

Ma tra diritti umani dei Popoli Indigeni e diritti di noi occidentali, quali sono per te più importanti?

Entrambi, in ugual modo. I Popoli Indigeni hanno sperimentato per primi, avendo sempre avuto meno diritti alla terra e al possesso di essa, cosa vuol dire essere sacrificati per denaro, e per lo sfruttamento delle risorse naturali. Noi ancora ce la caviamo, ad esempio a San Benedetto del Tronto i cittadini si sono espressi in prima persona contro lo stoccaggio del gas, che costituisce una minaccia all’ambiente e alle persone. Nelle Black Hills per esempio, i Lakota hanno visto sorgere ben due miniere di uranio senza potersi realmente opporre, e solo ora stanno valutando i danni: inquinamento delle falde acquifere con relativo incremento esponenziale dei casi di tumore. L’inquinamento, secondo il rapporto 2015 della Lancet Commission on Pollution & Health, causa 9 milioni di morti l’anno, di cui mezzo milione nella sola Europa. Siamo tutti sulla stessa barca, e occorre prenderne coscienza.

Cosa hai riportato a casa dalla ultima esperienza nelle riserve indiane?

Tanta umanità, e nuove amicizie profonde basate su un sentire comune. Ma anche tanta tristezza. I Nativi Americani avvertono moltissimo i cambiamenti del nostro Pianeta e della società civile, proprio perchè le loro terre sono, rispetto a quelle originali, grandi come fazzoletti. E perchè vivono ai margini della società americana, in riserve che sono tanti piccoli microcosmi collegati da stili di vita e tradizioni comuni. Per loro problemi come l’inquinamento dei fiumi, l’uso del fracking per estrarre il gas, la perdita delle tradizioni sono dei drammi terribili, di cui noi non ci accorgiamo, presi come siamo nel vortice del consumismo e dei valori imposti dall’economia globale. Pensiamo al portafoglio, ma perdiamo di vista cose ben più importanti.

Quindi il tuo ultimo libro “Liberi di non comprare” è un appello collegato alle tue esperienze con i Popoli Indigeni?

Senz’altro. E’ un libro molto provocatorio che ha acceso molte discussioni poichè chiama in causa tutti noi, uomini occidentali. E critica il senso della vita, privo di etica e di umanità.

Prossimi programmi?

Sto iniziando un nuovo libro, una guida etica alle riserve indiane con cui vorrei aiutare i Nativi Americani indirizzando a loro favore i flussi turistici. A patto che i visitatori si comportino con profondo rispetto. Con la Omnibus Omnes, di cui sono presidente, stiamo organizzando appunto alcuni eventi legati ai Nativi Americani tra cui un mio convegno reportage il 14 ottobre, una introduzione alla lingua Lakota, e un incontro con Lance Henson, un poeta Cheyenne che abbiamo già avuto il piacere di ospitare a San Benedetto. In programma anche la celebrazione del Buy Nothing Day, ma per adesso è top secret.

 

 




“Sangue di provincia”, il nuovo album degli Amelie Tritesse raccontato da Manuel Graziani

Vengono da Teramo, suonano insieme da oltre dieci anni, hanno appena pubblicato il nuovo album Sangue di provincia e nell’epoca balorda che stiamo vivendo c’è un gran bisogno di storie raccontate con la loro devozione e la loro sincerità. Quello degli Amelie Tritesse (Manuel Graziani : voce, basso, batteria; Paolo Marini: chitarra, voce, tastiera; Stefano Di Gregorio: batteria, basso; Cristiano Pizzuti: basso, synth) è un read’n’rock di periferia che sa guardare ad una dimensione spazio-temporale lontana (due dei nuovi brani, per esempio, sono ispirati alle opere degli scrittori italo-americani Pascal D’Angelo e Pietro Di Donato) e muoversi con autorevolezza in territori di frontiera (umana, non geografica), fotografando senza filtri le aberranti aspirazioni e le grandiose miserie che abitano ogni bar di paese. Abbiamo rivolto alcune domande a Manuel Graziani che, con il piglio del narratore – iperrealista, crudo, ma anche sottilmente ironico – è autore e voce narrante dei dieci racconti di vita vissuta e osservata che compongono Sangue di provincia.

 

 

Gli Amelie Tritesse esistono da oltre dieci anni, che bilancio si può fare del vostro percorso?

E sì, il primo concerto è dell’estate 2007. Abbiamo avuto delle pause perché in questo lasso di tempo ci sono nati dei figli (a me e a Stefano) ma non abbiamo mai pensato di mollare. Questa longevità, se così si può chiamare, è dovuta al fatto che prima di tutto siamo amici. Ci divertiamo a stare insieme, che si suoni o meno. Ci siamo trovati molto bene con Interno 4 Records/NdA di Rimini che ci ha pubblicato nel 2011 il cd-libro Cazzo ne sapete voi del rock and roll. La critica ci ha accolti bene, sono uscite molte recensioni, più di quante mi aspettassi, alcune davvero positive. Abbiamo avuto l’opportunità di girare un po’ in Italia e suonare dal vivo condividendo palchi e palchetti con gente che stimiamo come Thurston Moore dei Sonic Youth, Diaframma, Offlaga Disco Pax, Emidio Clementi, Digos Goat, I Cani, Inutili, Pete Bentham… direi che il bilancio è piuttosto positivo.

Non è semplice oggi trovare proposte così fedeli e coerenti alla propria poetica, così lontane da ciò che è mainstream, orgogliosamente dure e senza fronzoli. Quanto conta la coerenza nel vostro patto artistico?

Coerenza a oltranza, come cantano gli ultras del Teramo (la nostra città). Al di là delle battute… noi suoniamo perché innanzitutto siamo famelici ascoltatori di musica. E la musica che ci fa battere il cuore non è esattamente commerciale. Avendo qualche anno sulle spalle, sappiamo cosa vogliamo fare e come (provare a) farlo, tendiamo a togliere piuttosto che a caricare i pezzi: parlo sia sotto il profilo musicale che dal punto di vista dei testi. Niente (o pochi) orpelli. Il nostro è un approccio minimalista, giochiamo di sottrazione, ma lo facciamo in maniera del tutto naturale.

Come è stato concepito il nuovo disco?

I dieci pezzi dell’album sono nati in sala prove, suonando assieme. Alcuni li suoniamo da un po’ di tempo, anche dal vivo, ad esempio Son of Italy, Cristo fra i muratori, Questa è la città. Altri sono più recenti, vedi Seymandi, Guantoni e Wojtek: in quest’ultima i miei compagni mi hanno permesso di suonare la batteria facendomi davvero felice. Non è un concept, eppure mi piace pensare che un filo rosso, di un rosso scuro, unisca i pezzi. L’album lo abbiamo registrato in presa diretta, un sabato e una domenica, suonando live in stanze diverse, nell’ottimo Noiselab Studio di Sergio Pomante, a Giulianova.

Sembra di scorgere un ghigno beffardo dietro molti dei tuoi testi, penso per esempio a Seymandi o a Uno stratosferico coglione. Che rapporto hai con l’ironia nel processo di scrittura?

Per me l’ironia è fondamentale, ancor di più l’autoironia. Non sei il primo a dirmelo e sono contento che questo aspetto venga colto spesso. Quando scrivo racconti, perché di racconti si tratta, voglio essere il primo a ghignare, anche di me stesso. E quando ciò accade mi accorgo che il testo può funzionare. Non sono un intellettuale e non ho alcuna intenzione ad atteggiarmici. Diffido degli intellettuali, soprattutto da chi si autoproclama tale. Sono d’accordo sul fatto che i due testi da te citati sono pervasi da una certa, beffarda ironia… soprattutto Seymandi che, seppur cantilenante e in apparenza scanzonato, trovo sia il pezzo più “politico” dell’album. Uno stratosferico coglione ha a che fare più col sarcasmo, disinteressandosi del politicamente corretto.

Pietro Di Donato “Cristo fra i murtori”

Son of Italy e Cristo fra i muratori sono ispirate alle opere di due scrittori italo-americani, Pascal D’Angelo e Pietro Di Donato. Due omaggi assolutamente preziosi e necessari, soprattutto oggi. Vuoi dire qualcosa su questi due brani e suoi due libri che li hanno ispirati?

Da appassionato di letteratura, e da abruzzese, sono un estimatore di John Fante. Anni fa, facendo una ricerca sulla letteratura italo-americana, mi sono imbattuto in Pietro Di Donato e nel suo capolavoro Christ in Concrete del 1939: un romanzo proletario, durissimo, di denuncia, molto toccante, che fotografa la condizione disumana dei muratori italiani emigrati nella Grande Mela. Il romanzo non è in catalogo da una vita, ai tempi recuperai la prima edizione Oscar Mondadori del 1973… nel 2014 è stato ristampato, con una nuova traduzione, dalla piccola casa editrice aquilana Textus in una bella edizione. Di Donato è nato e vissuto negli USA, ma da genitori abruzzesi, di Vasto. Il romanzo fu un successo in America, pensa che nel 1949 il regista Edward Dmytryk ne trasse un film per Hollywood. Sulle tracce di Pietro Di Donato ho scoperto Pascal D’Angelo… la sua è una storia ancora più incredibile: nato in provincia di L’Aquila nel 1894, a 16 anni è emigrato in America assieme al padre. Rimasto solo negli States, si è mantenuto svolgendo i lavori più duri e umilianti. Ha imparato l’inglese sui libri, con rara ostinazione. Nel 1924 è stato pubblicato il suo capolavoro Son of Italy, un memoir struggente e bellissimo dove ripercorre la sua vita in Abruzzo e i mille lavori per sbarcare il lunario al di là dell’Oceano. Era più un poeta, un poeta-manovale. Purtroppo morì giovane, povero e solo, ad appena 38 anni. Questi due libri mi hanno colpito molto, mi sono rimasti dentro, così ho deciso di prendere alcuni passi, “trattarli”, adattarli liberamente e creare dei testi. Spero che l’omaggio sincero che abbiamo fatto con gli Amelie venga apprezzato.

Musica e parole trovano un mirabile equilibrio in tutte le tracce. Quando scrivi i testi, hai già in testa come “suoneranno”?

Quello che dici mi fa molto piacere, grazie! Trovo fastidioso chi si mette di fronte ad un microfono a leggere storie con la voce impostata, mentre dietro di lui dei poveri musicisti gli creano un tappeto sonoro buono per qualunque lettura. Il reading puro non mi interessa, a meno che non ti chiam(av)i Remo Remotti. Gli Amelie Tritesse sono un gruppo, noi veniamo dal punk, musica e parole hanno pari dignità, l’una non può prescindere dalle altre e viceversa. Alcuni testi li ho scritti appositamente con l’idea di portarli in sala prove, quindi ho scelto le parole pensando al loro suono, alla loro pronuncia. Altri sono nati come racconti brevi e li ho riadattati facendo anche qui molta attenzione alla musicalità e alla scansione delle parole. C’è da dire che declamare/leggere storie al microfono può fare l’effetto tavola da surf, appiattire la canzone e renderla un filo monocorde. Nel nostro caso, per fortuna, spesso interviene il cantato di Paolo che butta dentro gocce di melodia acidula ed esotica per via dell’inglese.

Ad essere sapientemente amalgamati sono anche i vari brani tra loro. In che misura avete lavorato per dare all’album quest’unità di fondo?

Come ti dicevo Sangue di provincia non è un concept. Tuttavia è vero che i testi hanno un’unità di fondo. A me piace scrivere e raccontare storie minime, con personaggi sospesi che si muovono ai margini. La letteratura ha attinto molto dalla marginalità e su questo ci sarebbe da fare un lungo discorso. Ti dico soltanto che non m’appassiona granché la retorica del loser, non ho la presunzione di narrare l’epopea degli ultimi. Piuttosto raccontare i penultimi, quelli che non s’incula nessuno: l’uomo medio che galleggia nelle bassezze e nelle miserie di tutti i giorni, penso a Pino di Uno stratosferico coglione, a Pendolo e Il Monsignore che compaiono in The Greatest Hit of Joe 21. Musicalmente c’è amalgama perché siamo amici, ci capiamo al volo nonostante i nostri ascolti siano diversificati. E poi Paolo Marini, Stefano Di Gregorio e Cristiano Pizzuti sono musicisti di lungo corso dalla rara sensibilità… mi ci metto anch’io, va’, che suonicchio il basso in un paio d’occasioni e la batteria nel pezzo che chiude l’album, Wojtek, dedicato a Wojtek Dmochowski: il ballerino della band post-punk inglese Blue Aeroplanes.

La cover di “Sangue di provincia”, opera di Rino Rossi

Visto che proponete una musica dalla forte impronta letteraria, puoi dirmi quali sono i tuoi autori di riferimento e i romanzi della tua vita?

Quanto tempo abbiamo? Sarebbero troppi gli scrittori e i libri da citare. Non sono così originale, e non voglio esserlo forzatamente… come molti sono stato folgorato durante l’adolescenza da Il Giovane Holden di Salinger. E come molti poi mi sono perdutamente innamorato di Bukowski e di Carver che ho divorato. Di John Fante ti dicevo prima. Ho seguito e apprezzato i “minimalisti e postminimalisti hemingwayani”, come li chiamava la Pivano, soprattutto Bret Easton Ellis, che poi tanto minimalista non è. Tra gli italiani direi Tondelli, tutto Tondelli, Silvia Ballestra degli inizi, Claudio Piersanti che, peraltro, ha origini teramane… mi piacciono anche il Peppe Lanzetta scrittore, Gaetano Cappelli e Piersandro Pallavicini che trovo di una leggerezza molto arguta ed elegante. Libri della vita non ne ho, sinceramente. Gli ultimi romanzi legati alla musica che mi hanno lasciato un segno sono Mezzanotte a vita di Jerry Stahl, pubblicato 10 anni fa da Leconte e ristampato di recente da Baldini & Castoldi, e Beautiful Music di Michael Zaadorian pubblicato pochi mesi fa da Marcos Y Marcos.

Cosa sta succedendo nella scena teramana, quali fermenti ci sono?

La scena musicale teramana è viva e vegeta. A Teramo e dintorni c’è sempre stata una buona cultura di rock alternativo, un’attenzione particolare verso le musiche altre. Mi riferisco a gruppi, locali che propongono musica dal vivo, organizzatori di concerti. La Goodbye Boozy Records del mio amico Gabriele è una piccola e spettacolare etichetta che produce vinili di garage-punk-r’n’r e che ci invidiano in tutto il mondo. Tra i miei gruppi cittadini preferiti ti dico Inutili, Los Infartos, A Minor Place e Wide Hips 69: andateveli a cercare. Sul versante concerti si muovono bene i ragazzi del Sound (un nuovo locale aperto lo scorso anno) quelli dell’Officina, storico circolo Arci nel centro della città, e quelli dell’associazione MIT – Musica Inedita Teramana.

 




HangArtFest, “concetti non più sfumati” dopo l’incontro con l’artista Marta Bevilacqua

Incontro con l’Artista svoltosi ieri sera in occasione della prima assoluta di “Concetti Sfumati ai Bordi”.
Silvia Poletti, giornalista e autorevole critico di danza per la rivista Danza&Danza, intervista la coreografa Marta Bevilacqua

Dialogo a cuore aperto tra Silvia Poletti, critico di danza, e Marta Bevilacqua dopo la “prima”

 

Grande successo per Hangartfest all’apertura della XV edizione.
Domani sera doppio appuntamento

 

Pesaro, 2018-09-07 – Il pubblico che ha riempito le tribune allestite alla Chiesa della Maddalena per la prima nazionale della coreografa Marta Bevilacqua “CONCETTI SFUMATI AI BORDI” (sold out anche giovedì per Malina) ha potuto assistere al termine dello spettacolo all’atteso appuntamento “L’incontro con l’artista”, un momento significativo della XY Edizione di Hangartfest e che rientra nel progetto educativo EXPLORER, ideato per favorire la sensibilizzazione dello spettatore alle arti performative con lo scopo di fornire strumenti di lettura critica per “costruire” un pubblico più consapevole.

Coordinatrice dell’incontro Silvia Poletti, giornalista e autorevole critico di danza per la rivista Danza&Danza: <Devo innanzitutto sottolineare l’importanza di sostenere un’artista nella sua ricerca e nel suo lavoro offrendole una tranquillità come ha deciso di fare Hangartfest per Marta Bevilacqua> ha detto Silvia Poletti, tratteggiando il profilo artistico ed umano, dalla fase formativa all’Accademia Isola Danza a Venezia diretta da Carolyn Carson fino ad arrivare all’attuale collaborazione con la Compagnia Arearea (1998) dell’artista veneta.

<L’incontro con Carolyn Carson ha rappresentato una svolta importante per la mia carriera – ha affermato Marta Bevilacqua – la sua visione dello spazio-tempo nel gesto individuale del linguaggio è molto presente anche in questo spettacolo>.

Nella provincia remota veneta non c’erano molte alternative: ginnastica o danza: <Mi sono avvicinata subito ai concetti di “disobbedienza” rappresentati dalla possibilità di rotolare sulle tavole di un palcoscenico in contrapposizione con la formalità dello studio>.

Il pubblico, rimasto incollato alla poltrona ad ascoltare affascinato al colloquio tra il critico Silvia Poletti e Marta Bevilacqua, ha visto dal “vivo” la nascita di un’opera teatrale di danza: <Che è senz’altro perfettibile – ha detto Marta Bevilacqua – perché dopo mesi di lavoro esaltante, alternato a momenti di sconforto, il rapporto e le emozioni che si traggono ogni sera dal pubblico sono utili per la crescita dello spettacolo>.

Come nasce Concetti sfumati ai bordi e quali sono le sue frasi interpretative?

<Per me è e per Valentina Saggin, che mi accompagna in questo viaggio, il punto centrale del nostro linguaggio interpretativo è la sintonizzazione spazio-temporale in cui cerchiamo di essere presenti a noi stessi. Il corpo offre un’eccedenza di linguaggio – ha detto ancora Marta Bevilacqua – che è non solo verbale o numerico. Noi ci fidiamo di un linguaggio condiviso in cui diventiamo cosa tra le cose, madre-figlia, amanti e attraversiamo questo percorso per analogie con la “disubbidienza” come punto di partenza. Devo dire che questo uso dello spazio scenico l’ho acquisito molto grazie alla mia esperienza ormai ventennale in Arearea>.

Ed a proposito di Arearea, domani domenica 9 alle ore 18.00, presenta LE MURA, uno spettacolo itinerante, che parte dalla Corte di Palazzo Mazzolari-Mosca per proseguire in Piazza Mosca, coreografia di Roberto Cocconi, uno dei protagonisti della storica compagnia di danza contemporanea Sosta Palmizi. LE MURA, che vede in scena 10 danzatori, sono la scenografia dell’agire quotidiano, in cui ogni azione viene determinata da rituali rassicuranti, sono la protezione dall’ignoto, dei limiti definiti in un labirinto. Ma sono anche l’ambiente urbano circostante, che è sì creazione degli uomini, ma al tempo stesso anche motivo di condizionamenti sul loro agire. Ingresso: € 3 unico in piedi.

Alle ore 21, con il sostegno del Ministero della Cultura Israeliano, alla Chiesa della Maddalena, Hangartfest ospita la prima nazionale di ALL’ARRABBIATA presentato dalla Sderot Adama Dance Company diretta da Liat Dror e Nir Ben Gal, sulle coreografie di Liat Dror. Ingresso € 10 intero, € 7 ridotto

 

ph Camilla De Filippis

MARTA BEVILACQUA

Danzatrice e coreografa collabora stabilmente con la Compagnia Arearea dal 1998. Si forma all’Accademia Isola Danza a Venezia diretta da Carolyn Carlson (2001). Il suo tratto coreografico si contraddistingue per la combinazione di ricerca gestuale e necessità tematiche. Le sue creazioni si nutrono di riferimenti filosofici espressi in chiave contemporanea e autorale. Tra le sue coreografie più premiate Nec Nec (Anticorpi Explò), Organonsull’ingombranza del pensiero (Premio Equilibrio), Innestiil corpo tecnico, Ruedisruote di confine. Duttilità e fascino per il rischio, fanno sì che venga coinvolta in progetti educativi e sociali che affondano nella realtà di tutti i giorni. È docente di danza contemporanea in centri di alta formazione come l’Accademia d’Arte drammatica “Nico Pepe” di Udine, l’Accademia delle Diversità di Bolzano, Lo Studio di Udine. È docente tutor della sezione Performance nel Master in Comunicazioni e Linguaggi non Verbali – Università Cà Foscari di Venezia. Lavora con passione nella doppia dimensione del teatro e della danza urbana. Ha danzato come interprete con compagnie di ricerca come Adarte, Aldes, Balletto Civile, Ersilia Danza, Naturalis Labor, TPO, CSS Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, Versilia Danza. È stata coinvolta nei seguenti progetti internazionali: Luoghi Comuni (Lieux Publics) con la performance Dafneper una mitologia urbana (2011), al progetto “Writing site by site” in Graz, per la piattaforma internazionale IN-SITU, per la quale ha creato Panta Reiper una filosofia urbana (2012), coprodotto dalla Reggia della Venaria Reale (Torino) e il suo progetto Oltre La Luna (2012), è stato prodotto da Dance Channels, piattaforma europea di sostegno a nuovi coreografi tra Saragoza, Manchester e Genova. Tra le sue ultime produzioni figurano: SchnurrbartFritz secondo Lou, Play With Me, Le Quattro Stagioni. In versione urbana e Le Quattro Stagioni_From Summer to Autum (selezionato per Nid Platform 2017).

Collabora con Ricci/Forte in qualità di coach di compagnia per La Ramificazione del Pidocchio (2016) e firma i movimenti scenici dell’opera Turandot per Macerata Opera Festival.