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	<title>Il Mascalzone - San Benedetto del Tronto - l'informazione della riviera adriatica a portata di mouse &#187; Interviste</title>
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		<title>L’assenza del quotidiano, la scrittura ottica e l’insostenibile pesantezza dell’essere: intervista a Paolo Benvegnù</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 16:33:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Lucadei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Benvegnù]]></category>
		<category><![CDATA[Perturbazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scisma]]></category>
		<category><![CDATA[Vandemars]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervistare Paolo Benvegnù è un atto d’amore. Dare voce ad uno dei pochi veri artisti in circolazione, incapace di risparmiarsi com’è e sempre sul punto di cantare quella che pare essere la sua ultima canzone, è allo stesso tempo, per chi scrive di musica, un piacere e un dovere. Esiste oggi in Italia un musicista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervistare Paolo Benvegnù è un atto d’amore. Dare voce ad uno dei pochi veri artisti in circolazione, incapace di risparmiarsi com’è e sempre sul punto di cantare quella che pare essere la sua ultima canzone, è allo stesso tempo, per chi scrive di musica, un piacere e un dovere. Esiste oggi in Italia un musicista più generoso, puro e indipendente di Paolo? A me non viene in mente nessuno. Da quando ha intrapreso la sua splendida carriera solista, l’ex Scisma ha pubblicato due album (“Piccoli fragilissimi film”, 2004, e “Le labbra”, 2008) che possono essere considerati tra i punti più alti della canzone d’autore italiana degli ultimi anni, più tre ep (“Cerchi nell’acqua”, 2005, “14-18”, 2007, e “500”, 2009), che di minore hanno solo il numero dei brani. Da qualche settimana Paolo ha pubblicato un disco live, “Dissolution”, che documenta il concerto romano dello scorso dicembre con una formazione allargata con archi e fiati. E’ l’occasione per ridargli la parola.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Come mai hai scelto questo momento per pubblicare il primo album live della tua carriera?<br />
 </strong><em>Perché l’idea era quella di chiudere finalmente il periodo dell’educazione sentimentale. Nella vita ho cercato tanto, ho trovato tanto, nel bene e nel male, e la cosa che mi veniva da dire era “facciamo un concerto in cui riassumiamo tutto” ed è quello che poi è successo. Non abbiamo cercato questo live in maniera insistita, abbiamo detto “registriamo e proviamo a vedere”, poi c’è sembrato che il materiale fosse buono e l’abbiamo mixato in pochissimo tempo, i brani erano già così, non abbiamo dovuto correggere nulla, per cui il disco è una copia abbastanza fedele di uno dei nostri tanti concerti improvvisati.</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><strong>A che livello credi sia arrivato il tuo live-act? <br />
 </strong><em>Non so, quando suoniamo con continuità i live sono molto potenti, anche perché secondo me riusciamo a dare quel qualcosa in più e ad essere davvero quello che diciamo e che suoniamo e non per tutti è così scontato. <br />
 </em><br />
 <strong>Infatti ai tuoi concerti si percepisce un’intensità diversa rispetto a tante altre situazioni. Personalmente dal vivo ho sempre l’impressione che ogni canzone sia per te questione di vita o di morte. <br />
 </strong><em>Per me tutte le cose andrebbero fatte così, poi io non riesco a pensare a un gioco più serio di questo. La mia vita è assolutamente fatta per scrivere canzoni e per cantarle, tanto è vero che proprio mentre sto scrivendo (adesso sto scrivendo un disco che dovrebbe uscire a marzo prossimo) ogni istante è vitale e sto sempre attento a tutto, e questo da un lato è bellissimo, dall’altro mi fa perdere tante cose soprattutto mi fa perdere la misura del quotidiano. Io non ho quotidiano, non so che giorno è oggi. Per certi versi è anche meglio. Diciamo che ho fatto delle scelte per arrivare a questo. Ho lavorato per tantissimo tempo, prima di incominciare seriamente a fare il musicista squattrinato ho fatto l’impiegato squattrinato e prima ancora il barista squattrinato, insomma ne ho fatte parecchie di esperienze, perciò oggi è proprio una scelta il fatto di non avere un quotidiano specifico. Questo non è detto che porti sanità mentale, io anzi ogni anno che passa lo sento proprio, pesantemente, perché è così… c’è sempre una ricerca spasmodica. Per cui se dal vivo senti delle differenze rispetto a tante altre situazioni può darsi che sia anche per questo.</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><strong>In questi anni di grande apprezzamento per il tuo lavoro, quanto sei stato tirato per la giacca e da chi?</strong></p>
<p><strong> </strong><em>No, non son stato tirato per la giacca da nessuno. Anzi. Spesso io e i ragazzi della band ci sentiamo come quei cavalli del Palio di Siena che si continuano ad allenare nell’ansia di vivere il Palio e poi il Palio non lo fanno mai. L’apprezzamento è un privilegio, ho fatto tanto per arrivare a questo, per cui ogni restituzione la vivo davvero come un privilegio. So di non avere un grande talento ma ho un grande impegno e questo mi spinge a impegnarmi ancora di più per spostare i limiti della scrittura. Per quanto riguarda giacchette e cose del genere, però, non sono stato tirato da nessuno perché quasi nessuno si interessa a situazioni di questa densità, che è diversa dalla densità usuale, dalla densità che si sente nelle radio… Di questo però in tutta sincerità me ne frego, credo che uno debba stare più vicino possibile a se stesso, per cui io faccio la mia cosa in qualsiasi posto, se poi i posti son piccoli non mi interessa.<br />
 </em><br />
 <strong>Tue canzoni sono state interpretate da Irene Grandi, Marina Rei, Giusy Ferreri, persino da Mina: come giudichi le riproposizioni fatte da queste donne?<br />
 </strong><em>Per me sono grandi restituzioni. Irene Grandi e Marina Rei sono grandi performer però Mina è una donna, non penso di offendere le altre dicendo questo. Anche se il brano di Mina è arrangiato in maniera non usuale per me, basta che lei cominci a cantare per sentire che è una donna che ha vissuto gioie e dolori e ogni volta che apre il canto questa cosa la senti. Giusy Ferreri non la conosco, lei non s’è fatta conoscere, nessuno mi ha detto che la sua cover usciva, ma sono stato contento perché ci ho pagato tre mesi di affitto.<br />
 </em><br />
 <strong>Quando invece sei te a cimentarti con brani altrui è sempre magia. Ricordo, su tutte, una riuscitissima cover di “In A Manner Of Speaking” dei Tuxedomoon. Su “Dissolution” ti misuri con “Who By Fire” di Leonard Cohen. Qual è il tuo modo di approcciare le canzoni da reinterpretare?</strong><br />
 <em>Oh, “In A Manner Of Speaking”&#8230; mi piaceva molto quel pezzo! Comunque mi approccio in maniera molto semplice alla canzone da interpretare, cerco di evitare di pensarla, mi tuffo sul canto, sulla melodia come si può tuffare un bambino tra le braccia di una mamma, il più delle volte non ci riesco, a volte invece ci riesco e sento che è qualcosa che mi arricchisce. <br />
 </em><br />
 <strong>Nelle tue canzoni c’è un incessante fluire di sentimenti. Esiste una direzione precisa verso cui si dirigono ed esiste un posto dove alla fine si fermeranno?<br />
 </strong><em>Per me il travalicare l’aspetto uno contro uno è andare verso il mondo, quel poco che faccio per come lo faccio mi sembra la storia di un uomo che va nel mondo. E ogni restituzione dal mondo, ripeto, per me è un privilegio. Io faccio una vita molto ritirata, vivo come un monaco, vivo per scrivere canzoni e anche il fatto che tu sia qui ad intervistarmi per me è una grande restituzione.</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<div id="attachment_27783" class="wp-caption alignleft" style="width: 158px"><strong><strong><a href="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/07/pb-cover_dissolution.JPG" rel="lightbox[27782]"><img class="size-medium wp-image-27783" title="Paolo Benvegnù &quot;Dissolution&quot;" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/07/pb-cover_dissolution-148x150.jpg" alt="Paolo Benvegnù &quot;Dissolution&quot; (La Pioggia, 2010)" width="148" height="150" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">Paolo Benvegnù &quot;Dissolution&quot; (La Pioggia, 2010)</p></div>
<p><strong>Hai una tecnica particolare per la stesura dei testi?<br />
 </strong><em>No, l’unica tecnica che ho è il cercare di non scrivere cose brutte. Ho, da “Le labbra” in poi, una soglia di autocensura molto alta, per cui sono più le cose che scarto che quelle che tengo. Poi mi sono accorto che uso spesso le stesse parole e gli stessi temi, è una cosa da cui vorrei uscire ma non so se ce la farò perché la mia è un po’ una scrittura ottica. A volte gli uomini vedono sempre le stesse cose ed è un po’ difficile uscirne fuori. Mi piacerebbe tantissimo andare oltre l’orizzonte che vedo sempre ma per riuscire a far questo dovrei riuscire a smettere di pensare, che è un privilegio che è concesso a pochi uomini. Io vorrei arrivare al punto di smettere di pensare e uscire da questo tipo di scrittura ottica. Non so se ce la farò, sono ancora troppo pesante, troppo grave.<br />
 </em><br />
 <strong>Negli ultimi anni sei diventato un produttore richiestissimo. Personalmente, tra tutti i progetti a cui hai collaborato, ne sceglierei due: “Canzoni allo specchio” dei Perturbazione e “Unmade Beds” di Marti. I tuoi preferiti invece quali sono?<br />
 </strong><em>In “Canzoni allo specchio” ci ho messo grande amore e dopo non averlo sentito per tre anni, l’ho risentito l’anno scorso ed è davvero un disco incredibile. Risentendolo, sono proprio stato soddisfatto, considerati anche i limiti che abbiamo avuto al tempo per fare quel lavoro. Poi a loro voglio bene, i Perturbazione sono belle persone. Poi, tra i lavori che ho fatto, direi Murièl, e tutti i ragazzi che gravitano a Prato, Dilatazione… Baby Blue, anche se lì ho solo collaborato. E poi Vandemars, un gruppo di Siena. Loro sono fantastici, poi se vuoi ti do una copia del disco, perché il loro è davvero il disco più bello che io abbia fatto.<br />
 </em><br />
 <strong>Ho letto una tua dichiarazione che diceva pressappoco così «sono uno dei produttori meno pagati, è per questo che mi cercano in molti». Confermi o ritratti?<br />
 </strong><em>E’ verissimo. Tra l’altro ho avuto la fortuna, grazie a Giusy Ferreri e a Marina Rei, di riuscire a stare quattro o cinque mesi senza dovermi preoccupare dell’affitto, perciò non mi sono fatto nemmeno pagare in alcune situazioni, o pagare pochissimo, diciamo in modo simbolico. C’è anche da dire che produrre un disco mi appassiona tantissimo. Molti pensano che io sia un produttore molto rigoroso ma non è vero, quello che faccio è mettermi lì e cercare di far uscire quello che gli artisti hanno da dire.</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><strong>Che ambiente è quello della musica indie italiana? Una piccola oasi in un mondo di merda o un mondo di merda a sua volta?<br />
 </strong><em>E’ un mondo migliore del mondo di un qualsiasi condominio. Non è un mondo di merda. Ci sono tantissime persone che cercano spazio, chi in maniera ineffabile chi invece in maniera rigorosa e sobria. Naturalmente io, essendo sobrio, preferisco i sobri, ma quello è un discorso diverso. In realtà, rispetto al mondo reale, che è quello della posta, della spesa e del condominio, è un mondo bello.</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><em> </em><strong>Hai amici veri in questo ambiente? Intendo al di fuori dei ragazzi della band…</strong><br />
 <em>Sì, a parte i ragazzi della band che sono proprio miei fratelli… Se non ci fossero loro penso che avrei smesso già da tempo, perché davvero mi trovo bene, è una felicità star con loro…  ma in un modo diverso. C’era una complicità anche con gli Scisma, ma erano altri gli obiettivi ai tempi. Ora che ci siamo ritrovati magari ci sarà tempo per altre cose, magari per vedere i figli delle ragazze degli Scisma che diventano grandi… che è bellissimo! Con i ragazzi del gruppo c’è invece una vera fratellanza, di quelle da grugnito, di quelle che mangi e fai qualsiasi cosa insieme, io non ho mai avuto una fratellanza del genere, una famiglia del genere. Comunque ho un po’ di amici. Quasi tutti i gruppi con cui ho lavorato in produzione sono persone con cui mi sento e con cui mi trovo bene, poi ci sono persone che stimo tanto, per esempio Bobo Rondelli, Marco Parente. Sarà che io sono un uomo di cuori, come mi dicono in tanti, ma a me quello dell’indie sembra davvero un mondo non cattivo. C’è un lato più sgradevole, quello più di facciata, ma credo anche che ci siano mondi molto più terribili.<br />
 </em><br />
 <strong>Perché ogni volta che si ascolta “Simmetrie” è come se il tempo si fermasse e ci si ritrovasse a fluttuare nel vuoto con l’amore della propria vita?<br />
 </strong><em>Non lo so, quella è una canzone di auspicio, è una canzone d’amore ma una canzone d’amore spostata nel tempo. Per me tutte le canzoni, così come tutti gli scritti, dovrebbero essere senza tempo. Di limiti di tempo e di spazio ne abbiamo troppi ogni giorno, così per la scrittura delle canzoni o dei romanzi si dovrebbe proprio traslare nel tempo, come quando vai al cinema e vivi per due ore una vita diversa. Poi, non so, io quando suono “Simmetrie” ho sempre l’impressione che sia un brano leggero e denso, se mi dici che a te fa fluttuare nel vuoto per me è un onore e un po’ arrossisco anche. <br />
 </em><br />
 <strong>Quale consideri l’apice della tua via alla canzone d’amore?<br />
 </strong><em>Sicuramente “500”. Quando la disillusione non porta al cinismo ma porta all’amore. “500”. Per me quel pezzo lì è perfetto. E guarda è rarissimo, infatti il mio problema adesso è scrivere canzoni a quell’altezza. “500” è un pezzo perfetto, dice cinque cose ma sono cinque cose basilari, se uno ha voglia di sentirle. </em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><strong>Come mai i dischi degli Scisma sono finiti fuori catalogo?<br />
 </strong><em>Noi eravamo un po’ sindacalisti, per quanto il mondo indie-rock italiano ai tempi ci considerasse un po’ dei fighetti. All’interno della EMI abbiamo fatto un po’ i sindacalisti, abbiamo fatto delle scelte che da loro non sono state per niente gradite, al punto che appena ci siamo sciolti so che hanno buttato al macero i nostri dischi… di “Armstrong” (ultimo album degli Scisma, del 2000, nda) so per certo che hanno distrutto almeno 3-400 copie. Ho chiesto loro se me le vendevano, ma le avevano buttate al macero. Allora c’era una grande abbondanza… adesso quelle 400 copie non le butterebbero più via, magari ci pagherebbero gli stipendi dei quadri intermedi.</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><em> </em><strong>Quali dischi ti sono piaciuti ultimamente?<br />
 </strong><em>Non ascolto molta musica, perché sono molto impegnato a farne. Comunque sono fermo un po’ lì. I dischi che mi hanno segnato tanto in questi anni sono stati “Loughing Stock” dei Talk Talk e il disco solista di Mark Hollis (leader degli stessi Talk Talk che ha realizzato il suo unico album solista, intitolato semplicemente “Mark Hollis”, nel 1988, nda). Quei due dischi sono secondo me bellissimi, fatti con una grazia e un talento che io non posseggo. Il mio tentativo è sempre quello di andare verso un tipo di scrittura così rarefatta e così perfetta ma non ci riesco. Sono ancora, ribadisco, pesante e allora prima di spiccare il volo credo ci vorrà ancora tanto slancio. </em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>“Vogliamo solo spettinare la gente”: intervista ai Transisters</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 11:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Biondetti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrivere Male]]></category>
		<category><![CDATA[The Transisters]]></category>

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		<description><![CDATA[Mescolando lo stile postpunk dei primi anni Ottanta con l’attitudine garage e un’innegabile voglia di sperimentazione, i trevigiani/veneziani Transisters hanno da poco pubblicato per l’etichetta Scrivere Male (distribuzione Goodfellas) “How To Irritate People”, album che segue di due anni l’esordio “Under Control”. Enrico Biondetti, Matteo Scarpa, Roberto Durante, Marco Mason hanno registrato “How To Irritate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mescolando lo stile postpunk dei primi anni Ottanta con l’attitudine garage e un’innegabile voglia di sperimentazione, i trevigiani/veneziani Transisters hanno da poco pubblicato per l’etichetta Scrivere Male (distribuzione Goodfellas) “How To Irritate People”, album che segue di due anni l’esordio “Under Control”. Enrico Biondetti, Matteo Scarpa, Roberto Durante, Marco Mason hanno registrato “How To Irritate People” la scorsa estate presso l’Inside Outside Studio di Montebelluna, utilizzando soltanto strumentazione analogica. Il risultato è un disco energico, fibrillante, convulso, che fa pregustare un live ad altissimo coinvolgimento fisico. Ne abbiamo parlato con Enrico Biondetti, chitarra e voce dei Transisters.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>La prima cosa che colpisce è l’energia che viene fuori dall’ascolto del disco. Da dove la attingete?</strong><br />
 <em>L&#8217;energia viene attinta direttamente dalle emanazioni elettromagnetiche dell&#8217;universo&#8230; anzi, forse viene dalla nostra frustrazione di esseri viventi occidentali.</em></p>
<p><strong>Qual è il peso specifico del sintetizzatore nella vostra musica?<br />
 </strong><em>Il synth nella nostra musica è sia fondamentale che superfluo, serve a sporcare e a graffiare il tutto, non è in prima linea, ma fa da retroguardia, non decide l&#8217;andamento del pezzo, ma lo filtra. La musica che suoniamo non è musica elettronica, è rock’n’roll spruzzato di toni sintetici. I synth analogici usati in modo discreto e non invasivo danno ai pezzi una piega wave e postpunk.</em></p>
<p><strong>La sezione ritmica è martellante. Avete una concezione fisica e/o tribale della musica?<br />
 </strong><em>Certo, la musica che suoniamo è principalmente fisica, infatti la nostra è una band prettamente live. La nostra attitudine è sempre stata quella di suonare in modo agressivo e violento, abbiamo sempre cercato di spingere la potenza del volume sonoro ai suoi massimi, volevamo coinvolgere il pubblico più per la parte emozionale che per quella razionale. Non ci interessa di fare qualcosa di intellettuale o di estremamente strano o originale, noi vogliamo solo spettinare la gente che viene a vederci ai concerti. Vogliamo che la gente senta un fischio nelle orecchie dopo averci visto, e che le ragazze sentano un bisogno irrefrenabile di ballare.</em><br />
 <strong>Ci sono spiegazioni particolari dietro la scelta del titolo “How To Irritate People”?<br />
 </strong><em>Il titolo &#8220;How To Irritate People&#8221; viene da uno show televisivo inglese del &#8216;68 con membri dei Monty Python. &#8220;How To Irritate People&#8221; è uno show che spiega le situazioni più irritanti che possano capitare, come al cinema quando due si mettono a commentare ogni scena del film ad alta voce. Abbiamo scelto questo titolo appunto perchè la nostra musica può risultare irritante per qualcuno troppo sensibile.</em></p>
<p><strong>“How To Irritate People” segue di circa due anni l’uscita del vostro primo album. Quali sono le differenze principali tra i due lavori?</strong> <br />
 <em>“Under Control” venne registrato da Geoff Turner, membro dei New Wet Kojac, side project dei Girls Against Boys. Fu lui il nostro primo produttore/fonico, Geoff viene direttamente da Washington Dc, dalla scena punk della Dischord Records, vedi Fugazi. Invece &#8220;How To Irritate People&#8221; lo abbiamo registrato all’Inside Outside Studio di Montebelluna, casa dei Mojomatic, con Nene, fonico di altissimo livello ma anche musicista con i Movie Star Junkie e con i Vermillion Sand, due gruppi eccezionali. Ci siamo trovati splendidamente con lui, primo perché ha un talento infinito, poi perché è sempre entusiasta a provare metodi di registrazione e mixaggio sperimentali, per non dire assurdi. Abbiamo registrato e mixato rigorosamente in analogico. A parte il suono, che nell’analogico è molto più caldo e pastoso, la differenza col digitale sta anche nel fatto che in uno studio digitale hai uno schermo di un computer con le tracce, e la musica la vedi, mentre in analogico hai solo il nastro, e la musica la ascolti. Questo cambia notevolmente l’approccio nel mix. E poi il mixaggio è live, cioè non puoi salvarlo, e se va bene va bene se va male devi rifarlo da capo. Il che è molto emozionante.</em></p>
<p><strong>Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione?</strong><br />
 <em>Be’, principalmente due gruppi ai quali siamo molto legati, cioè The Fall e Joy Division.</em> <br />
 <strong>L’ascolto del disco invoglia di sicuro a vedervi live. Come potete descrivere a chi non l’ha mai visto, il vostro live act?</strong><br />
 <em>Il nostro live è cattivo e alto, di volume.</em></p>
<p><strong>Com’è la condizione di chi fa musica indie oggi in Italia?<br />
 </strong><em>Oggi in Italia ci sono tanti gruppi, molti validi, molti no, internet ha dato una spinta propulsiva, oggi tutti riescono a suonare bene o male in giro, basta un po’ sbattersi. Se devo essere sincero però preferisco suonare all&#8217;estero, tipo in Germania, dove c&#8217;è molta più organizzazione e interesse per la musica.</em></p>
<p><strong>La scena veneta che periodo sta attraversando?</strong><br />
 <em>Anche in Veneto ci sono centinaia di band, e puoi trovare di tutto&#8230; non c&#8217;è però una scena stabile con una struttura forte di etichette o booking agency, è più come il sottobosco di una foresta in cui infinite piante nascono e muoiono relazionandosi più o meno alla realtà che le circonda&#8230;</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>La solitudine nell’era di facebook: intervista a Jonathan Coe</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 10:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Lucadei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[in Vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Coe]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne “I terribili segreti di Maxwell Sim” Coe tratta il tema della solitudine alla luce delle nuove diavolerie tecnologiche e lo fa ambientando la storia nel 2009, nel bel mezzo della crisi economica che ha sconvolto il mondo occidentale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Jonathan Coe, nato a Birmingham quarantanove anni fa, si è costruito la propria fama con romanzi pirotecnici come “La famiglia Winshaw” e “La casa del sonno” e oggi è uno degli scrittori più letti e apprezzati al mondo. A tre anni dal precedente “La pioggia prima che cada”, Coe è tornato in libreria con il nuovo romanzo, pubblicato da Feltrinelli nella collana I Narratori, “I terribili segreti di Maxwell Sim”, che racconta la storia di un uomo completamente solo, appena separato, in cattivi rapporti con il padre, incapace di comunicare con la sua unica figlia; un commesso viaggiatore che, nonostante i tanti amici su facebook, non ha nessuno con cui condividere i suoi problemi. Ne “I terribili segreti di Maxwell Sim” Coe tratta il tema della solitudine alla luce delle nuove diavolerie tecnologiche e lo fa ambientando la storia nel 2009, nel bel mezzo della crisi economica che ha sconvolto il mondo occidentale.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Quali sono i temi principali del suo ultimo romanzo?<br />
 </strong><em>A sentire chi l’ha già letto, sembra che i temi del libro siano la tecnologia, la comunicazione o la tecnologia nella comunicazione, ma per me non è così. Credo che i temi principali del libro siano l’intimità, le relazioni umane e, per quanto riguarda le tecnologie, mi interessava capire se queste possano aiutare a relazionarci meglio. <br />
 </em><strong>Quando c’è stata la scintilla che ha generato questo romanzo?<br />
 </strong><em>L’idea del romanzo è nata tre anni fa in Australia, dove mi trovavo con mia moglie e le mie figlie. Eravamo in un ristorante di Sidney e mi sono reso conto che molte delle persone che erano ai tavoli non si parlavano ma facevano altro, mandavano sms o si guardavano intorno. Nemmeno io e mia moglie ci parlavamo, infatti anch’io mi guardavo, appunto, intorno. Era così in tutti i tavoli del ristorante tranne in uno, dove una donna cinese e sua figlia parlavano, ridevano, sembravano in grande sintonia. Lì ho pensato, provando quasi invidia, “ecco, questo è il paradigma delle relazioni umane”. Mi chiesi anche “come sarebbe se fossi qui da solo, se fossi un uomo senza famiglia, fratelli, affetti” e “quanto più mi sentirei solo guardando quelle due donne”. Così è nato Maxwell Sim, che per me è un simbolo di solitudine. Non a caso in alcuni Paesi il titolo è stato tradotto con “La terribile solitudine di Maxwell Sim”.<br />
 </em><strong>Questa scintilla ha dato il via a tutto il romanzo?<br />
 </strong><em>In realtà c’è stato un altro episodio, sempre in Australia, a Melbourne. Mi ero dato un appuntamento con un mio amico che vive lì. Avevamo deciso di vederci al bar dei giardini botanici. Ai giardini botanici, però, di bar ce ne sono due, ai due estremi dei giardini. Ci siamo ritrovati ad aspettare ore, lui è uno vecchio stile, che non ama le nuove tecnologie e non ha nemmeno il cellulare. Per questo abbiamo rischiato di perderci. Ma questo episodio, oltre che il tema della tecnologia, tocca anche un tema comune a tutti i miei romanzi, quello del caso.<br />
 </em><strong>Nel romanzo viene data anche una spiegazione molto chiarificatrice e semplice della crisi economica.</strong><br />
 <em>Devo dire che diciotto mesi fa capivo molto poco della situazione economica. Poi il mio amico John Lanchester ha scritto un libro che è un po’ una guida alla crisi finanziaria per stupidi. Siccome io mi reputo uno stupido in materia, leggendo il suo libro ho capito molte cose, per esempio che l’economia mondiale è un po’ come scommettere ai cavalli, solo che viene fatto coi nostri soldi. Devo riconoscere che la situazione politica italiana è molto diversa da quella inglese e più mi parlano di ciò che succede in Italia più mi rendo conto che la vostra situazione politica è veramente disperata (ride, nda). Però c’è da dire che se l’Italia è colpita in minima parte dalla crisi è perché il suo sistema bancario è abbastanza retrogrado e non troppo avvezzo alle speculazioni che hanno messo in ginocchio la nostra economia. Io vivo a Chelsea, che è un quartiere quasi interamente popolato da banchieri, credo di essere l’unico non banchiere che vive lì, forse anche il più povero. Conosco quelle persone, il loro stile di vita, e posso assicurare che non è cambiato nulla da quando c’è la crisi. Evidentemente la lezione non è stata imparata e se si continua così magari si ripresenterà un’altra crisi, chissà forse addirittura peggiore.<br />
 </em><strong>Critico nei confronti del nostro tempo vuol dire anche nostalgico?<br />
 </strong><em>No, non voglio essere nostalgico. Ho due figlie, di nove e dodici anni, che sono convinte che il tempo che stanno vivendo sia fantastico. Quando racconto loro degli anni Settanta, di come ci vestivamo, della musica che ascoltavamo, loro provano orrore davanti al fatto che non ci fossero computer, che non ci fosse facebook…<br />
 </em><strong>A proposito di musica, come mai ne “I terribili segreti di Maxwell Sim” non ci sono i riferimenti musicali, ma anche quelli cinematografici, che normalmente affollano i suoi romanzi?<br />
 </strong><em>Alcune recensioni uscite in Inghilterra hanno detto “ma com’è possibile scrivere di un personaggio noioso come Maxwell Sim?” e io la trovo una cosa un po’ offensiva perché Maxwell Sim ha molto di me stesso (ride, nda). C’è una grossa differenza però tra Maxwell Sim e me, appunto. E’ una differenza che ho percorso consapevolmente. Io mi sono sempre affidato alla musica, al cinema, alla letteratura, che reputo forme d’arte importantissime per me e per la mia crescita. Ultimamente però mi sono reso conto che ci sono moltissime persone che sì, ogni tanto leggono un libro, ma solitamente non leggono, non ascoltano musica, non vanno al cinema, e nonostante questo hanno una vita buona, magari hanno anche successo. Così ho voluto scrivere di un personaggio di questo tipo, uno che non va al cinema, non ascolta musica.<br />
 </em><strong>A cosa è dovuta la solitudine dell’uomo contemporaneo?<br />
 </strong><em>Non credo che l’uomo contemporaneo sia più solo dell’uomo di vent’anni fa o di cinquant’anni fa. Questo libro, che è ambientato nel 2009, non è il tentativo di definire quella attuale come un’epoca di solitudine. Racconta invece di un personaggio che sarebbe stato solo anche in un’altra epoca. Tuttavia nel 2009 ci sono degli aiuti tecnologici che dovrebbero proteggere dalla solitudine. Chi è solo e usa questi siti web, questi social network, non fa che usare nuovi mezzi per affrontare un problema che c’era anche prima. Cinquant’anni fa magari si sarebbe letto un libro, ci si sarebbe identificati con un personaggio letterario, che, a conti fatti, non è molto diverso dal concetto di avatar.<br />
 </em><strong>Ha cambiato abitudini di scrittura negli ultimi anni o ha mantenuto la sua proverbiale regolarità?<br />
 </strong><em>Non ho cambiato abitudini, scrivo sempre come se fossi un contabile. Vado in ufficio ogni mattina, arrivo lì per le 9,30, mi siedo, penso, ascolto musica e mi metto scrivere. Di solito finisco alle 17,30. E’una vita noiosa, lo so, ma è così che piace a me.</em></p>
<p><em></p>

<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/07/27083/jonathancoecopertina/' title='jonathan coe copertina'><img width="50" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/07/jonathancoecopertina-50x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="jonathan coe copertina" /></a>
<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/07/27083/coe2def/' title='Jonathan Coe'><img width="70" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/07/coe2def-70x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Jonathan Coe" /></a>

<p>
</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>&#8220;Florence Fight Club&#8221;: un documentario racconta gli uomini veri del calcio storico</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 17:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Lucadei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[calcio storico fiorentino]]></category>
		<category><![CDATA[Florence Fight Club]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Maria Perotti]]></category>
		<category><![CDATA[Rovero Impiglia]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista a Rovero Impiglia che, insieme a Luigi Maria Perotti, ha diretto "Florence Fight Club".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Florence Fight Club” è un documentario sul calcio storico fiorentino, scritto da <strong>Rovero Impiglia</strong> e codiretto dallo stesso Impiglia con <strong>Luigi Maria Perotti</strong>, presentato di recente al Krakow Film Festival.</p>
<p>Pur essendo entrambi sambenedettesi, i registi sono rimasti folgorati dall’antica <em>arte</em> del calcio fiorentino e hanno con grande passione realizzato un documentario per stomaci forti. Perché il calcio storico è per stomaci forti, qualcosa che va ben oltre i meri aspetti folkloristici, provare per credere: proprio in questi giorni si gioca in Piazza Santa Croce, il 12 giugno le due semifinali e il 24 giugno la finale. <br />
 Incuriositi dal trailer (guardalo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=QW-wxTW7OCI">qui</a>) abbiamo rivolto alcune domande a Rovero Impiglia, nella speranza che “Florence Fight Club” possa avere presto una distribuzione italiana.</p>
<p><strong><br />
 Com’è nata l’idea di girare un documentario sul calcio storico fiorentino?</strong><br />
 <em>L&#8217;idea è nata quasi 3 anni fa ormai&#8230; Era da qualche anno che mi interessavo al calcio storico fiorentino, ai calcianti e alla vicende legate a questo contesto. Mi stupiva come una rievocazione storica così affascinante e spettacolare fosse in realtà conosciuta pochissimo sia in Italia che all&#8217;estero. <br />
 </em><strong>Puoi raccontare brevemente le origini di questo gioco a beneficio di chi non le conosce?</strong><br />
 <em>Il calcio storico fiorentino nasce sulle rive dell&#8217;Arno innanzitutto come gioco militare e le sue origini sono antichissime. Inizialmente praticato dai legionari romani, poi divenne lo sport dei nobili ed anche di qualche futuro papa. Ufficialmente il torneo si svolge una volta l&#8217;anno a Firenze dal 1530, anno in cui la città era sotto assedio dalle truppe di Carlo V. Tranne qualche interruzione il torneo si è svolto regolarmente appunto per celebrare lo spirito coraggioso dei fiorentini. I quattro quartieri principali della città (Santa Croce, Santa Maria Novella, San Giovanni e Santo Spirito) si scontrano una volta l&#8217;anno in un torneo senza esclusione di colpi. Sono solo tre partite ad eliminazione diretta (due semifinali e la finale) giocate nello splendido scenario di Piazza Santa Croce nel mese di giugno, appositamente coperta di rena e circondata da un&#8217;arena. <br />
 </em><strong>Come sono le partite?<br />
 </strong><em>In ogni partita si fronteggiano 54 uomini (27 calcianti per ciascuna squadra) che danno vita ad uno scontro maschio e spettacolare. Un solo tempo che dura 50 min. Pochissime le regole. Il gioco è uno strano mix tra rugby, calcio, boxe, lotta greco romana. I calcianti si allenano per quasi un anno, facendo sacrifici enormi e rischiando tantissimo. Tutto questo solo per l&#8217;Onore e con la speranza di vincere un premio simbolico: poter accarezzare una vitella bianca di pura razza chianina. I calcianti sono davvero dei gladiatori del nuovo millennio e verso di loro nutro il massimo rispetto ed una profonda stima. Realizzare questo docu-film è stato davvero un lavoro lungo ed ambizioso ma è stato davvero un’esperienza incredibile.</em> <br />
 <strong>Com’è strutturato il documentario?<br />
 </strong><em>Allora, l&#8217;idea non era quella di realizzare un documentario “classico”. Qualcosa che raccontasse per filo e per segno ogni aspetto del gioco e della sua storia. L&#8217;intento è sempre stato quello di raccontare il contesto del calcio storico fiorentino attraverso le vite reali di alcuni personaggi dal profilo diverso ma accomunati da questa grande passione. Un vero e proprio film-documentario appunto, un racconto corale, dove le vicende agonistiche e private dei personaggi si intrecciano e si sviluppano autonomamente fino ad arrivare all&#8217;inevitabile scontro nell&#8217;arena. Sono quattro personaggi chiave quindi, ognuno di loro con i propri sogni, i propri obiettivi e conflitti da risolvere, che sono stati seguiti dalle camere per più di un mese in tutto. Dall&#8217;inizio degli allenamenti, fino ai giorni del torneo. <br />
 </em><strong>Cosa ti ha colpito maggiormente intervistando i calcianti?</strong><br />
 <em>Guarda, io credo di essere profondamente di parte. Ho conosciuto degli Uomini con la “U” maiuscola. Raramente capita oggigiorno. In quell&#8217;arena c&#8217;è davvero di tutto. Gente con precedenti penali, ingegneri, artisti, sportivi, ragazzi giovani che vogliono sconfiggere le proprie paure. Alcuni non sono dei santi ovvio, ma io non riesco ad essere critico nei confronti di chi dimostra una passione così grande. In quell&#8217;arena non servono titoli di studio, non importa la posizione sociale, conta solo il coraggio e il rispetto. Come giustamente mi ha detto un veterano: “nell&#8217;arena scopri quanto uomo sei e quanto lo sono gli altri”. I calcianti hanno le loro regole non scritte e chi si macchia di gravi infamie in campo ne paga le conseguenze.</em> <strong></strong></p>
<p><strong>Nel trailer c’è un calciante che dice “se devo morire preferisco morire in Piazza Santa Croce”.</strong> <br />
 <em>Ecco. Proprio quel Calciante è un esempio perfetto per far capire a tutti lo spirito del fiorentino. Lui stesso definisce i fiorentini “medioevali” in alcuni atteggiamenti. Parlando di Gabrio (questo è il nome del personaggio in questione), beh lui è forse quello che nel film intraprende il percorso più profondo. Sportivo, padre di famiglia, grafico ed artista sensibile, da sempre contrario alla violenza. Il suo obiettivo era quello di confrontarsi con la sua parte più oscura senza cedere ad essa. Guardare in faccia le sue paure più profonde ed esorcizzarle. Un novello Dante: artista ma anche soldato. E&#8217; stato interessante osservare la sua evoluzione.</em><strong><br />
 <a href="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/rovero.JPG" rel="lightbox[23983]"><img class="alignleft size-full wp-image-23985" title="rovero impiglia" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/rovero.JPG" alt="rovero impiglia" width="130" height="83" /></a>Quali sono state le scelte di regia nel riprendere e montare le partite?</strong><br />
 <em>Riprendere bene una partita di calcio storico è davvero un’impresa. Accadono talmente tante cose in quel campo che davvero sembra impossibile coprire ogni sua zona. Non basta seguire la palla. Oltre all&#8217;azione di gioco, nell&#8217;arena ci sono tantissime altre situazioni. Poi non dovevamo perdere di vista i nostri personaggi ed ovviamente i familiari sugli spalti. Avevamo 6 camere in tutto. Al di là delle scelte di regia che per forza di cose (e come sempre quando si intraprende l&#8217;avventura di un documentario) si sono dovute scontrare con la realtà, l&#8217;intento era quello di raccontare le partite attraverso gli stati d&#8217;animo dei nostri personaggi chiave. L&#8217;azione non è più fine a se stessa. Quando si vede un’azione in campo, un pugno, un calcio o qualsiasi altro gesto, ogni cosa si carica di significato perché ne conosciamo la storia. Quella che apparentemente potrebbe sembrare violenza fine a se stessa, diventa racconto ed assume un significato profondo. L&#8217;idea riguardo alle partite era comunque quella di mostrare un contesto fuori dal tempo e credo proprio che l&#8217;obiettivo sia stato raggiunto. <br />
 </em><strong>Da chi è stato prodotto il film?</strong> <br />
 <em>Il film è stato prodotto dalla casa di produzione Stamen Film in parte con il contributo di finanziamento europeo MEDIA per il settore audio visivo. <br />
 </em><strong>Il film ha partecipato ad alcuni festival europei? Che riscontri ha avuto?</strong> <br />
 <em>Per ora il film è stato tra le opere selezionate quest&#8217;anno al David di Donatello ed ha recentemente partecipato in concorso al Krakow Film Festival. Ha riscosso molto interesse e critiche positive, ma purtroppo nessun premio. La concorrenza nel settore dei film-documentari è molto alta. <br />
 </em><strong>Lo vedremo in Italia?<br />
 </strong><em>Bella domanda! Lo spero tanto. C&#8217;è molto interesse ma poco spazio nella televisione italiana per opere di questo genere. Chi si sta occupando della distribuzione sta valutando diverse ipotesi ma in questo momento non so dire niente di preciso. Per ora il documentario sarà trasmesso in Germania dal canale televisivo WDR. </em></p>
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		<title>Capecci e Brighinti, due sambenedettesi alla 100 Km del ‘Passatore’ raccontano le loro esperienze</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 11:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Lucadei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Mascalzone Sportivo]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Quelli che...]]></category>
		<category><![CDATA[100 Km del Passatore]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Capecci]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Calcaterra]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Brighinti]]></category>
		<category><![CDATA[Porto 85]]></category>

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		<description><![CDATA[“Epica… solo alla partenza ci si rende conto su che barca si è saliti e non si può più scendere… da lì a 100 km tutta di un fiato… Raccontarla è riduttivo ma guardare negli occhi chi arriva al traguardo rende a pieno… lo specchio della vita… Sacrifici e sacrifici sperando di raccogliere i frutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Epica… solo alla partenza ci si rende conto su che barca si è saliti e non si può più scendere… da lì a 100 km tutta di un fiato… Raccontarla è riduttivo ma guardare negli occhi chi arriva al traguardo rende a pieno… lo specchio della vita… Sacrifici e sacrifici sperando di raccogliere i frutti senza mandare tutto in aria sul più bello, magari al 95mo Km. Le gioie più belle sono quelle che si sudano e Dio solo sa quanto ho sudato e quanto ho gioito all’arrivo quando la forza non conta nulla ma conta solo la maturità personale”. <br />
<em>Ma la vittoria dopo tutto questo correre è…</em></p>
<p>“Al lunedì essere al lavoro al 100% senza che nessuno si accorga che sono stato capace di fare in 11 ore ben 100 Km senza l’ausilio di mezzi se non le mie gambe… e la mia testa”</p>
<p><em>Sono le parole di Massimo Brighinti, atleta del ‘Porto 85’, dopo la sua prima esperienza alla ‘100 km del Passatore’ percorsa in 11 ore e 2 minuti anche grazie ai consigli del veterano ultramaratoneta Francesco Capecci della ‘Maratoneti Riuniti’.</em></p>
<p><span id="more-23517"></span><br />
<em>Sentiamo Francesco Capecci. Allora Francesco, parlaci della ‘Passatore’ 2010</em></p>
<p>“Siamo partiti solo in due da San Benedetto, <em>dice con rammarico il ‘baffo’ Francesco</em>, ed io sono stato condizionato da una ferita al piede. Per me è stata la nona ‘Passatore’ dal 1996 e per il 2010 è stata la 17ma gara di cui: due 50 km, una 6 ore, la 100 km di Seregno e la 100 km del Passatore.<br />
Il primo rammarico è, appunto, quello di essere rimasto quasi solo alle ultramaratone dopo i bei tempi quando dalla nostra zona partivo con Clorindo Fazzini, Francesco Pallotta, Francesco Vitolla.</p>
<p>Per la ‘Passatore’ del 2010 sono riuscito a convincere e a dare consigli a Brighinti che si è comportato molto bene. Per le ultramaratone non basta solo l’allenamento ma conta molto la condizione psicofisica, è dunque una questione di ‘testa’ per superare i momenti difficili: ci sono alcuni che si ritirano al 95mo km, tanto per fare un esempio”.</p>
<p><em>Dacci alcuni numeri e notizie particolari (ndr: per tutti i particolari della ‘Passatore’ 2010 consultare il il link a fondo pagina)</em></p>
<p>“Si parte alle 15 di sabato 29 maggio con il caldo infernale da Via de’ Calzaiuoli di Frenze per salire verso Fiesole e poi ancora su verso Vetta le Croci, tutti dietro al mitico Calcaterra. Ritmo elevato favorito dalla giornata soleggiata e ventilata sul versante toscano che lascia poi il posto a pioggia e grandine sull’Appennino Romagnolo. Arrivo alle 11 di domenica 30 maggio in Piazza del Popolo a Faenza. Iscritti 1383, partiti 1321, arrivati 1031 (di cui due diversabili), record della gara”.</p>
<p><em>Ti riposerai dopo questa ‘Passatore’?</em></p>
<p>“Mi riposo un paio di settimane. Riposo teorico perché devo allenarmi per la prossima gara del 12-13 giugno alla 24 ore di Fano dove devo difendere il terzo posto del podio 2009”.</p>
<p><em>Ciao, ci sentiamo dopo la 24 ore</em></p>
<p>Clicka il link: <a href="http://www.100kmdelpassatore.it/Comunicati%20Stampa/2010/100%20Km%202010%20Comunicato%2015%20_POKERISSIMO%20DI%20CALCATERRA%2030.05.10_.pdf"><span style="color: #ff0000;">Calcaterra sul cappello del Passatore</span></a></p>

<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/06/capecci-e-brighinti-due-sambenedettesi-alla-100-km-del-%e2%80%98passatore%e2%80%99-raccontano-le-loro-esperienze/brighinti-capeccigedc0401/' title='Brighinti, CapecciGEDC0401'><img width="80" height="65" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/Brighinti-CapecciGEDC0401-80x65.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Brighinti, CapecciGEDC0401" /></a>
<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/06/capecci-e-brighinti-due-sambenedettesi-alla-100-km-del-%e2%80%98passatore%e2%80%99-raccontano-le-loro-esperienze/capeccigedc0404/' title='CapecciGEDC0404'><img width="52" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/CapecciGEDC0404-52x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="CapecciGEDC0404" /></a>
<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/06/capecci-e-brighinti-due-sambenedettesi-alla-100-km-del-%e2%80%98passatore%e2%80%99-raccontano-le-loro-esperienze/capeccigedc0411/' title='CapecciGEDC0411'><img width="59" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/CapecciGEDC0411-59x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="CapecciGEDC0411" /></a>
<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/06/capecci-e-brighinti-due-sambenedettesi-alla-100-km-del-%e2%80%98passatore%e2%80%99-raccontano-le-loro-esperienze/arrivo2010/' title='arrivo2010'><img width="71" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/arrivo2010-71x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="arrivo2010" /></a>

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		<title>Intervista a Enrico Melozzi, compositore, violoncellista</title>
		<link>http://www.ilmascalzone.it/2010/06/enrico-melozzi-teramo-1977-compositore-violoncellista/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 14:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Melozzi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Carina Spurio

Lo contatto su facebook. Ormai “la piattaforma sociale” ci possiede tutti. Gli chiedo se posso fargli un’intervista. Risponde dopo qualche giorno chiedendomi come intendo strutturare le domande, perché ciò che si legge di lui online è standard. In una email successiva gli chiedo di avere fiducia in me. Sento che non ne ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Carina Spurio</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>Lo contatto su facebook. Ormai “la piattaforma sociale” ci possiede tutti. Gli chiedo se posso fargli un’intervista. Risponde dopo qualche giorno chiedendomi come intendo strutturare le domande, perché ciò che si legge di lui online è standard. In una email successiva gli chiedo di avere fiducia in me. Sento che non ne ha e la cosa mi elettrizza. Qualche giorno dopo, il noto violoncellista e compositore teramano, risponde alla mia email contenente il file delle domande: “bellissima intervista quasi commuovente&#8230;ora ci penso e poi ti scrivo tutto&#8230; grazie mille…a prestissimissimo poetessa!” Sorrido.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>L’anagrafe ti vuole nato a Teramo senza uno spartito che ti annunci e senza nemmeno il sospetto di una predestinazione. E invece, sei venuto al mondo con un tuo progetto, guidato dal tuo personale genio. La tua vocazione si esprime durante l’adolescenza. All’età di 12 anni ti allontani dallo sport forzatamente e dal tuo maestro di vita Tiberio Cianciotta. Non avresti mai creduto che la musica sarebbe stata la tua vita. Racconta…</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Nessuna predestinazione sicuramente, anche se qualche indizio c&#8217;era. Mio nonno materno Mimì D&#8217;Ignazio era un bravissimo chitarrista classico autodidatta, ma non professionista. Non l&#8217;ho mai conosciuto. Mentre mio padre Tino ha cantato nel coro Verdi di Teramo. Anche mia madre Franca è sempre stata appassionata di musica ma niente di più. Mia sorella suona discretamente la chitarra ancora oggi. Poi arrivo io, che ho sempre cantato e fischiato dalla mattina alla sera, ma di certo nessuno si sarebbe mai aspettato in famiglia che sarei diventato un musicista. Il primo rimprovero a scuola lo presi il primo giorno di scuola. Perchè stavo fischiando in classe. Tornato a casa mi lamentai del fatto che la scuola non mi piaceva, perchè &#8220;non si poteva nemmeno fischiare&#8221;. Un giorno ricordo che vennero a fare i provini per il coro di voci bianche. Molti bambini della mia classe furono presi subito. Cantavano tutti &#8220;Fra&#8217; Martino Campanaro&#8221;. Io decisi di cantare &#8220;Baby I Love You&#8221; dei Bee-Hive, il gruppo rock del cartone animato &#8220;Kiss Me Licia&#8221;. Non fui preso al coro di Cinzia Cantoresi. Che forse pensò che avrei destabilizzato il gruppo. Aveva ragione. Allora chiesi a mia madre se mi faceva suonare il pianoforte. Avevo 8 anni. Mia madre subito mi iscrisse a lezioni di pianoforte e ne affittò uno da Della Noce, ma la cosa proprio non mi scendeva giù. Non mi piacevano i pezzi che mi facevano suonare, mi irritavo al solo pensiero di studiare solfeggio. Sentivo intorno a me un mondo pieno di polvere e di dogmi. Lasciai un paio di anni dopo. Mi dedicavo con passione sfrenata allo sport, nel quale riuscivo bene in diverse discipline. Risultai il secondo &#8220;Ragazzo più veloce di Teramo&#8221;, vincevo sempre ai &#8220;Giochi della Gioventù&#8221;, nel salto in lungo, staffetta, corsa. Maratona. Il mio maestro era Tiberio Cianciotta. Lui mi ha insegnato le regole della vita e dello sport. E io ogni giorno frequentavo la palestra, marinando il catechismo, e d&#8217;estate andavo al campo scuola. Mi allenavo. Poi fui costretto a lasciare tutto, come dici tu: forzatamente. Il 31 luglio del 1988 una motocicletta mi investì nei pressi del lungomare di Giulianova. Riportai tante fratture, e tanti altri problemi. Da qui la mia cicatrice in fronte che mi caratterizza. Dopo un paio di anni passati sulla sedia a rotelle tra gli ospedali del centro Italia ripresi regolarmente la scuola.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Ingmar Bergman all’età di  7 anni, desiderava di ricevere in regalo un proiettore, dopo che i suoi genitori lo avevano portato al cinema per la prima volta. In un passo della sua biografia si legge: “Tutto è cominciato di lì. Mi prese una febbre che non mi ha mai piu’ lasciato. Dopo 60 anni ho ancora quella febbre.”</strong></p>
<p><strong>L’incontro della tua musica con le immagini avvia una catena di eventi, ciascuno ha spinto al successivo. Anche Enrico nel durante sentiva quella febbre?</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Alla Zippilli una professoressa di musica, una supplente di cui non ricordo il nome, ci fece vedere il capolavoro di Milos Forman &#8220;Amadeus&#8221;. La vita di Mozart mi sconvolse letteralmente, e da quel momento alla Zippilli tutti mi chiamarono &#8220;Melozart&#8221;. Poi sono cresciuto sperando di diventare un musicista, sapendo dentro di me che forse era impossibile. Decisi di iniziare gli studi di violoncello perchè al Braga non mi presero nemmeno lì. Infatti io volevo studiare la tromba. Ma non fui preso perchè mancino (giuro che è vero!). Allora &#8220;ripiegai&#8221; sul violoncello, strumento che ho però amato da subito, e gli ho dedicato tanto tempo e passione. Poi ritentai la sorte anche al Coro di Cinzia Cantoresi. Fui preso anche lì. E ci trascorsi tanti anni. Terminati gli studi al Liceo Classico, senza nemmeno il diplomino di solfeggio, decisi di non iscrivermi all&#8217;università, perchè volevo solo fare la musica. E&#8217; così ho fatto. Per fortuna poi mi sono accorto che avevo fatto bene. Ma l&#8217;incertezza nei primi tempi regnava sovrana, e le difficoltà sono state molte. Ma sentivo dentro che la musica mi riusciva bene. Mi sentivo a mio agio. Finito il liceo Classico decisi di lasciare anche il coro. E ne ricordo l&#8217;ultimo concerto, dove diressi 2 corali a 4 voci che avevo composto alla maniera di J.S.Bach. Mi anche iscrissi a composizione a Pescara e facevo su e giù con la littorina. Poi due incontri pazzeschi: Michael Riessler in Germania che mi ha aperto gli occhi, e mi ha insegnato il mestiere e l&#8217;artigianato che si nasconde dietro all&#8217;arte; e Federico Savina, l&#8217;ingegnere del suono di Fellini, Mina, Antonioni, Rota, Morricone&#8230;(e tanti altri&#8230;) che mi ha insegnato tutti i segreti del suono cinematografico. Da quel momento ho capito che gli incontri non si fanno a caso, e ho rispettato il mio destino.</p>
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<p><strong>Dalla provincia all’ Inghilterra, poi: Roma, Teramo, Bonn e ancora Teramo, con una sinfonia concertante dedicata alla tua città. Sembra che il tuo essere eseguiva solo ciò che poteva essere come se fosse necessario. Ciò che poteva essere segue il rischio, il quale, una volta stabilito, viene deciso immediatamente. Dentro di te hai sentito di piu’ il rischio o la predestinazione?</strong></p>
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<p>Entrambi. La predestinazione forse può sembrare un po&#8217; esagerato, ma una specie di senso del dovere nel cambiare le cose lo sento in maniera profonda. Spesso ho sentito dire &#8220;Ma chi c&#8217;è dietro Melozzi?&#8221;, &#8220;Chi protegge Melozzi&#8221;&#8230;la risposta è &#8220;c&#8217;è dietro solo una grande passione, un lavoro incessante, una lunga schiera di collaboratori miei coetanei validissimi&#8221;. Il caso ha influito moltissimo. Quella serie di concerti li ricordo con affetto perchè mi ritrovai a suonare nella casa natale di Beethoven, e poi poco dopo al Duomo di Teramo, dove fu messa in scena la prova generale per una rivoluzione culturale Teramana. Di lì la fondazione di Nuove Armonie, che in un certo senso ha caratterizzato anche la mia poetica musicale. C&#8217;è chi dice che la mia sinfonia rispecchia i diversi momenti della battaglia di Nuove Armonie. E io appoggio questa lettura. Anche se in realtà si ispira ai testi dell&#8217;Apocalisse, e per certi versi ogni rivoluzione è un&#8217;Apocalisse.</p>
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<p><strong>Tra mille frasi ricorrenti, nelle tue interviste leggo che hai lavorato molto e con passione. Secondo te la passione avverte la fatica?</strong></p>
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<p>La passione non avverte la fatica nella maniera più assoluta. La passione trasforma il lavoro in un gioco, e se il gioco è bello, diventa difficile trovare un bambino che smetta di giocare.</p>
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<p><strong>Ti muovi tra diversi generi e stili, dalla musica classica al jazz, dalla musica contemporanea alle particolari forme di improvvisazione. In realtà quale stile senti tuo?</strong></p>
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<p>Il mio istinto primordiale è e rimane quello classico, o neo-classico. Conosco tantissimi stili musicali perchè sono un ascoltatore curioso ed aperto, e considero tutti questi diversi stili come tanti colori sulla mia tavolozza di note. Ho comunque un interesse crescente per la musica meccanica e &#8220;&#8230;a manovella&#8221;.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Nel prossimo futuro, intendi ancora regalare le tue composizioni alle immagini, oppure da qualche altra parte di te esiste un bisogno ineludibile? Per esempio, donare la tua arte ai giovani, insegnarla, tramandarla.</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Quello di tramandare qualcosa alle nuove generazioni è un&#8217;idea che mi tormenta da molti anni e che ogni giorno di più considero, visto lo stato di abbandono formativo-culturale dei poveri ragazzi che vivono a Teramo. Non sono escluse sorprese a breve, sempre se riuscirò a coniugare il mio lavoro con questo interessantissimo momento di incontro e di crescita per tutti.</p>
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<p><strong>C’è una domanda che avresti voluto ti facessi e che invece non ti ho fatto?</strong></p>
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<p>Avrei voluto parlarti di astrologia e della mia vita privata ma non me lo hai chiesto!</p>
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<p><span id="more-23287"></span> </p>
<p>Enrico Melozzi (Teramo, 1977) è un compositore e violoncellista italiano. È considerato uno dei più rappresentativi artisti Abruzzesi.</p>
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<p>Si diploma in violoncello e parallelamente studia composizione in Italia sotto l&#8217;influenza di Franco Piersanti, Luis Bacalov (presso la Scuola Nazionale di Cinema) e Ennio Morricone, mentre in Germania approfondisce la musica contemporanea con Michael Riessler, di cui diventa assistente nel 1999. Le sue esperienze musicali costituiscono un ventaglio molto ampio che ricopre praticamente tutti i generi musicali. Nel 2005 la sua opera multimediale &#8220;Oliver Twist&#8221; viene eseguita all&#8217;Auditorium Parco della Musica di Roma, e Melozzi diventa così il primo compositore abruzzese a dirigere una propria opera nel prestigioso Auditorium capitolino.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Nel 2003 fonda con Stefano De Angelis il gruppo di musica elettronica LISMAPROJECT, che debutta a livello europeo nel febbraio 2007, eseguendo la colonna sonora del film restaurato Hamlet (1921) con Asta Nielsen di fronte alla meravigliosa platea del teatro Volksbühne, durante il 57° Festival di Berlino.</p>
<p>Sempre nello stesso anno fonda l&#8217;etichetta discografica Romana CINIk.</p>
<p>Nell&#8217;ambito dei festeggiamenti per la riapertura del Duomo di Teramo dopo tre anni di restauri, il 25 ottobre 2007 ha diretto la sua Sinfonia Concertante dal titolo &#8220;Il nuovo Tempio&#8221;, per organo, orchestra d&#8217;archi e percussioni.</p>
<p>Sempre più frequentemente si dedica alla composizione di colonne sonore per il cinema.</p>
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<p>    FILMOGRAFIA COMPLETA:</p>
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<p>&#8220;Il Viaggio di Kalibani&#8221; di Alessandro De Michele (post-production)</p>
<p>&#8220;L&#8217;Uomo Fiammifero&#8221; regia di Marco Chiarini</p>
<p>&#8220;Colpa Nostra&#8221; di G.Caporale e W.Nanni</p>
<p>&#8220;Malitalia&#8221; di L. Aprati</p>
<p>&#8220;Il Gioco&#8221;  regia di  Adriano Giannini</p>
<p>&#8220;La Casa Sulle Nuvole&#8221; regia di Claudio Giovannesi</p>
<p>&#8220;Fratelli D&#8217;Italia&#8221; regia di Claudio Giovannesi</p>
<p>&#8220;Diario di Un Curato di Montagna&#8221; regia di Stefano Saverioni</p>
<p>&#8220;Le cose in te nascoste&#8221;  regia di Vito Vinci</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>&#8220;Hamlet&#8221; (1921 &#8211; restaured version 2007) di Asta Nielsen</p>
<p>&#8220;La Madonna della Frutta&#8221; regia di Paola Randi</p>
<p>&#8220;Rosso di sera&#8221; regia di Ivan Silvestrini</p>
<p>&#8220;Mater Natura&#8221;     (additional composer) regia di Massimo Andrei</p>
<p>&#8220;Esercizi di Magia&#8221; regia di Marco Chiarini</p>
<p>&#8220;Lo Spazzolino da denti&#8221; regia di Marco Chiarini</p>
<p>&#8220;Là Fuori&#8221; regia di Cristian De Mattheis</p>
<p>&#8220;MunnezzaMonAmour&#8221; regia di Michele Carrillo</p>
<p>&#8220;Dediche D&#8217;Amore&#8221; regia di Alessandro Merluzzi</p>
<p>Awards</p>
<p>     * NASTRO D&#8217;ARGENTO MIGLIOR CORTOMETRAGGIO 2009 &#8211; IL GIOCO DI ADRIANO GIANNINI.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>    * B.A.F.F. , BEST ORIGINAL SOUNDTRACK, 2009, LE COSE IN TE NASCOSTE DI VITO VINCI COMPOSER LISMA PROJECT (ENRICO MELOZZI E STEFANO DE ANGELIS)</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>    * BEST ORIGINAL SOUNDTRACK &#8211; ROMA VIDEOCLIP 2009. LA CASA SULLE NUVOLE</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>    * DAVID DI DONATELLO, BEST FILM (NOMINATION), 2010, L&#8217;UOMO FIAMMIFERO</p>
<p>     * DAVID DI DONATELLO, BEST DOCUMENTARY FILM (NOMINATION), 2009, DIARIO DI UN CURATO DI MONTAGNA DI STEFANO SAVERIONI</p>
<p>    * DAVID DI DONATELLO, BEST SHORT FILM (NOMINATION), 2009, LA MADONNA DELLA FRUTTA DI PAOLA RANDI</p>
<p>    * ARRIVANO I CORTI, BEST ORIGINAL SOUNDTRACK, 2006, DEDICHE D&#8217;AMORE DI ALESSANDRO MERLUZZI</p>
<p>    * CORTO D&#8217;ANZIO, BEST ORIGINAL SOUNDTRACK, 2006, DEDICHE D&#8217;AMORE DI ALESSANDRO MERLUZZI</p>
<p>    * FESTIVAL DI CASTEL GANDOLFO, BEST ORIGINAL SOUNDTRACK &#8211; LA&#8217; FUORI DI CHRISTIAN DE MATTHEIS, 2007</p>

<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/06/enrico-melozzi-teramo-1977-compositore-violoncellista/2enrico_melozzi/' title='2enrico_melozzi'><img width="70" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/2enrico_melozzi-70x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="2enrico_melozzi" /></a>
<a href='http://www.ilmascalzone.it/2010/06/enrico-melozzi-teramo-1977-compositore-violoncellista/1enrico_melozzi/' title='1enrico_melozzi'><img width="54" height="80" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/06/1enrico_melozzi-54x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="1enrico_melozzi" /></a>

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		<title>Luisa e Giovanna Bizzarri di Fabriano ospiti su RAI 1 a &#8220;La vita in diretta&#8221; &#8211; l&#8217;intervista</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 20:41:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[La vita in diretta]]></category>
		<category><![CDATA[Lamberto Sposini]]></category>
		<category><![CDATA[Luisa e Giovanna Bizzarri]]></category>

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		<description><![CDATA[FABRIANO &#8211; Le gemelle Luisa e Giovanna Bizzarri di Fabriano ospiti in televisione su RAI 1 nella trasmissione condotta da Lamberto Sposini &#8220;La vita in diretta&#8221; dove si è parlato dei gemelli.
Luisa e Giovanna Bizzarri, sono nate a Montefano in provincia di Macerata, il 23 -12- 1955, segno zodiacale Capricorno, entrambe residenti a Fabriano. Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>FABRIANO &#8211; Le gemelle Luisa e Giovanna Bizzarri di Fabriano ospiti in televisione su RAI 1 nella trasmissione condotta da Lamberto Sposini &#8220;La vita in diretta&#8221; dove si è parlato dei gemelli.</p>
<p>Luisa e Giovanna Bizzarri, sono nate a Montefano in provincia di Macerata, il 23 -12- 1955, segno zodiacale Capricorno, entrambe residenti a Fabriano. Le abbiamo incontrate dopo questa esperienza.</p>
<p>“Al momento della nascita i nostri genitori non sapevano che eravamo doppie, lo hanno saputo dopo la nascita di Luisa ed è stato  un evento straordinario visto che nessuno ricordava altri gemelli in famiglia. Giovanna è sposata ed ha 3 figlie Isabella di 21 anni e Federica e Vanessa di quasi 14 anni, gemelle anche loro. straordinario!!!! – e ancora  &#8211; abbiamo fatto gli studi sempre insieme fino alla laurea e tutte due siamo insegnanti di lingua francese presso l’ITCGT “Morea” di Fabriano”.</p>
<p><strong>Il contatto in televisione?</strong> “Non nuovo perché  abbiamo già lavorato in diretta da casa di Giovanna con la SAT 2000 trasmissione “Formato famiglia”. Comunque, l’abbiamo avuto tramite i gemelli Paolo e Pietro Pavoni ormai conosciutissimi in tutta Italia perché sono gli organizzatori del Raduno dei gemelli che si tiene ogni anno. Infatti , il 9° Raduno ci sarà  il 23-24-25 luglio a Porto Recanati e invitiamo tutti i gemelli a partecipare (per ulteriori informazioni: www.igemelli.info). L’accordo – rispondono &#8211; è arrivato circa 15 giorni fa è stato semplicissimo: siamo state sempre contattate da Barbara organizzatrice della RAI 1 con la quale abbiamo mantenuto i contatti e ci ha dato tutte le spiegazioni necessarie per essere a Roma il 25 maggio.</p>
<p>Naturalmente essendo una diretta non siamo state preparate…il tutto era spontaneo, ci hanno chiesto solo via posta elettronica qualche breve informazione sulla nostra vita. Alla stazione di Roma è venuta una macchina della RAI a prendere noi e gli altri due gemelli di Napoli”.</p>
<p><strong>Come avete vissuto questo evento</strong>? “E’ stata un’esperienza nuova, emozionante, entrare dentro la RAI non è facile se non sei stato registrato fra i nomi. L’ambiente è caloroso, tutti molto accoglienti, simpatici. Ci hanno subito rifornito di bottiglie d’acqua ed ogni coppia aveva il proprio camerino per cambiarsi e riposarsi. E’ stato bellissimo – sottolineano &#8211; incontrare Carmine e Benedetto, Daniela e Luana: ci eravamo conosciuti tutti questa estate al raduno dei gemelli e ritrovarsi in tv è stato straordinario. Anche gli addetti ai lavori comprese le vip erano alla mano, abbiamo parlato e ci siamo raccontate varie cose sulla nostra vita da gemelli”</p>
<p><strong><span id="more-23096"></span></strong></p>
<p><strong>Lamberto Sposini?</strong> “Faceva battute ed era simpaticissimo, soprattutto verso di noi perché per l’occasione abbiamo deciso di essere identiche in tutto.…”</p>
<p>Per la cronaca, Luisa è intervenuta nel momento in cui lo psicologo ha affermato: “è ora di smetterla che i gemelli debbano essere vestiti uguali”…Luisa ha infatti ribadito che sono i gemelli che devono scegliere il loro vestito e non gli altri, se un vestito piace ad entrambi perché privarsene..se poi magari lo trovano indossato ad un’altra persona della stessa città: Giovanna fa presente di essere madre di due figlie gemelle Vanessa e Federica…di quasi 14 anni, anche loro molto unite ma anche capaci di vivere ognuna  la propria vita. Vanessa e Federica non hanno potuto essere in RAI 1 perché minorenni.</p>
<p><strong>Commento finale?</strong> “Il servizio ha dato spazio soprattutto ai vip…ma noi 3 coppie di gemelli siamo stati tutti ugualmente molto  contenti…ci siamo rivisti e rincontrati e ringraziamo calorosamente Paolo e Pietro Pavoni che ci hanno dato questa opportunità . Ci ritroveremo tutti a luglio al 9° raduno dei gemelli dove vivremo 2 splendide giornate. Sarà un occasione per condividere insieme una festa tutta dedicata a noi, ai doppi: cantare, ballare, scambiarsi idee e raccontarci episodi della nostra vita da gemelli”.                                                                                      <em>DANIELE GATTUCCI</em></p>
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		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Voglio che la mia musica sia immediata&#8221;: intervista a Willie Nile, l&#8217;impressionista del rock</title>
		<link>http://www.ilmascalzone.it/2010/04/voglio-che-la-mia-musica-sia-immediata-intervista-a-willie-nile-limpressionista-del-rock/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 09:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Palestini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[willie nile]]></category>

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		<description><![CDATA[Willie Nile è uno di quei cantautori che ha fatto la storia della musica rock al pari dei più grandi autori del firmamento a stelle e strisce. Paragonato per anni a gente come Bruce Springsteen e Bob Dylan, Willie Nile è riuscito comunque a creare il suo stile personale e rispettabile. A dispetto della sua statura minuta, è un uomo interessante, impegnato e orgoglioso della sua arte e della sua storia. Lo abbiamo incontrato prima del suo concerto al Teatro Zeppilli di Pieve di Cento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Willie Nile è uno di quei cantautori che hanno fatto la storia della musica rock al pari dei più grandi autori del firmamento a stelle e strisce. Paragonato per anni a gente come Bruce Springsteen e Bob Dylan, Willie Nile è riuscito comunque a creare il suo stile personale e rispettabile. A dispetto della sua statura minuta, è un uomo interessante, impegnato e orgoglioso della sua arte e della sua storia. Lo abbiamo incontrato prima del suo concerto al Teatro Zeppilli di Pieve di Cento.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Parliamo del tuo ultimo album &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221;. Innanzitutto congratulazioni. E&#8217; un grande album. La mia impressione è che sia diverso rispetto ai precedenti, soprattutto rispetto a &#8220;Streets of New York&#8221;. Credo che sia più immediato. Sembra che tu voglia suonare ciò che provi in quel preciso istante.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Esattamente, è quello che sento. E il nuovo album &#8220;The Innocent ones&#8221;, che uscirà in estate, è molto simile. E&#8217; anch&#8217;esso molto immediato. Suonerò qualche canzone da questo nuovo album anche stasera.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">A me sembra che ci sia una certa relazione tra l&#8217;elezione di Obama e questo cambiamento. Ti riconosci in questo? Come se il più riflessivo &#8220;Streets of New York&#8221; fosse il disco pre Obama e &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221; il disco post Obama?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Si, anche. Le canzoni erano già scritte, e non erano legate a qualche particolare ragione esterna. Ma ad esempio, Give Me Tomorrow è perfettamente adatta all&#8217;elezione di Obama. Non l&#8217;ho scritta per questo, ognuno scrive per sè stesso e per quello che sente. Ma quando stavamo mixando l&#8217;album, due settimane prima delle elezioni, la gente che lavorava con me mi disse: &#8220;Devi mandare questo disco ad Obama&#8221;. E così abbiamo fatto. L&#8217;abbiamo mandato a Chicago, dove si trovava il suo ufficio, e la parte commerciale e promozionale del suo staff l&#8217;ha apprezzato molto. Ma non hanno potuto usarlo per la campagna perchè mancavano soltanto due settimane. Se solo fosse uscito qualche mese prima&#8230; Comunque, adoro tutti questi ultimi album. &#8220;Streets of New York&#8221;, &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221;, ed ora &#8220;The Innocent ones&#8221;. Sono molto soddisfatto.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Nonostante il fatto che &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221; sia stato inciso con due diverse band, l&#8217;album suona comunque armonico. Non si avverte questo cambio di band.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Assolutamente. Mentre lo registravamo, avevo paura che alla fine suonasse troppo frammentato. Ma dopo averlo ascoltato, sono rimasto sorpreso di come tutte le canzoni si incastrassero perfettamente.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Ho visto nelle tue canzoni molti riferimenti al Buddismo, al Dalai Lama. Sei interessato a queste cose?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Durante il college mi sono diplomato in filosofia, e anche durante l&#8217;università ho seguito molti corsi di filosofia. E mi sono sempre interessato allo Zen e ad altre pratiche. Ma non c&#8217;è un disegno premeditato quando scrivo. Le immagini che ho dentro si ripresentano così nelle canzoni. Ma mi sembra ragionevole. C&#8217;è quella mia canzone, &#8220;You gotta be a Buddha in a place like this&#8221;. E&#8217; vero. Occorre essere un uomo saggio per vivere in questo mondo, per accettare i cambiamenti. Credo che sia vero. Ma non mi sento di appartenere a nessuna specifica religione.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Qual&#8217;è il tuo processo di scrittura?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Quello che succede spesso è che ho un&#8217;idea, un titolo, un accordo, un testo. O Frankie ha un&#8217;idea (ndr: Frankie Lee, è il batterista di Willie Nile). Spesso è un riff. La canzone &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221; mi è venuta così. Avevo in mente il testo. &#8220;Run&#8221; allo stesso modo. E&#8217; stato un approccio molto immediato. Avevo la chitarra in mano, ed il riff mi è venuto spontaneo. Altre volte è un giro di pianoforte. O addirittura alcune canzoni nascono mentre cammino per la strada. Ogni volta è diverso.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Quando componi, hai in mente una particolare audience?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">No. Mi concentro sulla musica. Su cio&#8217; che comunica. Voglio che sia il risultato finale sia il meglio che posso fare. Non ho mai pensato ad una particolare audience.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Anche perche&#8217; hai un pubblico molto affezionato&#8230;</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Si. Molto affezionato.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">E sei interessato a sfruttare i nuovi media per arrivare ad un pubblico più ampio?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Si, è una cosa che mi interessa molto. Ma sono molto impegnato. Ora ho un nuovo management, credo che ci impegneremo di più nella promozione su internet. Ma, ti ripeto, il mio pubblico è così affezionato che sono comunque soddisfatto.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Ho letto da qualche parte che all&#8217;inizio eri più interessato alla poesia che non alla musica&#8230;</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Sì, io nasco come scrittore. Poi ho iniziato a comporre musica. Ed ora tutto ciò che scrivo finisce nelle mie canzoni. Perchè alla fine la musica è divertimento. Forse scriverò un libro prima o poi, ma per il momento mi concentro di più sulla musica.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Cosa stai ascoltando ultimamente?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il nuovo album di Jesse Malin è molto molto bello. Un grandissimo album. Uscirà ad aprile.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Mi piacciono i Marah. Ascolto molte cose diverse: gli Everly Brothers, Ray Charles quando sono in macchina.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Ramones, Arcade Fire, Coldplay, Killers, Gogol Bordello&#8230;</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il tuo rapporto con l&#8217;Italia? Sembra che tu abbia un feeling particolare con questa nazione&#8230;</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il cibo è ottimo, le locations sono magnifiche. Mi piace suonare qui. E a luglio tornerò di nuovo.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Altri dieci concerti. La gente qui è molto calorosa. Italia, Spagna, Regno Unito, forse l&#8217;Olanda.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Mi piace venire in Europa più spesso che posso. Negli Stati Uniti ci sono pubblici ottimi, ma qui è diverso.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">
<p>La gente apprezza maggiormente. E poi mi diverto di più a venire in Europa. Vedere posti dove</p>
<p>non sono mai stato.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">di Claudio Palestini</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Willie Nile è uno di quei cantautori che ha fatto la storia della musica rock al pari dei più grandi autori del firmamento a stelle e strisce. Paragonato per anni a gente come Bruce Springsteen e Bob Dylan, Willie Nile è riuscito comunque a creare il suo stile personale e rispettabile. A dispetto della sua statura minuta, è un uomo interessante, impegnato e orgoglioso della sua arte e della sua storia. Lo abbiamo incontrato prima del suo concerto al Teatro Zeppilli di Pieve di Cento.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Parliamo del tuo ultimo album &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221;. Innanzitutto congratulazioni. E&#8217; un grande album. La mia impressione è che sia diverso rispetto ai precedenti, soprattutto rispetto a &#8220;Streets of New York&#8221;. Credo che sia più immediato. Sembra che tu voglia suonare ciò che provi in quel preciso istante.</strong></p>
<p><em>Esattamente, è quello che sento. E il nuovo album &#8220;The Innocent ones&#8221;, che uscirà in estate, è molto simile. E&#8217; anch&#8217;esso molto immediato. Suonerò qualche canzone da questo nuovo album anche stasera.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>A me sembra che ci sia una certa relazione tra l&#8217;elezione di Obama e questo cambiamento. Ti riconosci in questo? Come se il più riflessivo &#8220;Streets of New York&#8221; fosse il disco pre Obama e &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221; il disco post Obama?</strong></p>
<p><em>Si, anche. Le canzoni erano già scritte, e non erano legate a qualche particolare ragione esterna. Ma ad esempio, Give Me Tomorrow è perfettamente adatta all&#8217;elezione di Obama. Non l&#8217;ho scritta per questo, ognuno scrive per sè stesso e per quello che sente. Ma quando stavamo mixando l&#8217;album, due settimane prima delle elezioni, la gente che lavorava con me mi disse: &#8220;Devi mandare questo disco ad Obama&#8221;. E così abbiamo fatto. L&#8217;abbiamo mandato a Chicago, dove si trovava il suo ufficio, e la parte commerciale e promozionale del suo staff l&#8217;ha apprezzato molto. Ma non hanno potuto usarlo per la campagna perchè mancavano soltanto due settimane. Se solo fosse uscito qualche mese prima&#8230; Comunque, adoro tutti questi ultimi album. &#8220;Streets of New York&#8221;, &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221;, ed ora &#8220;The Innocent ones&#8221;. Sono molto soddisfatto.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Nonostante il fatto che &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221; sia stato inciso con due diverse band, l&#8217;album suona comunque armonico. Non si avverte questo cambio di band.</strong></p>
<p><em>Assolutamente. Mentre lo registravamo, avevo paura che alla fine suonasse troppo frammentato. Ma dopo averlo ascoltato, sono rimasto sorpreso di come tutte le canzoni si incastrassero perfettamente.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Ho visto nelle tue canzoni molti riferimenti al Buddismo, al Dalai Lama. Sei interessato a queste cose?</strong></p>
<p><em>Durante il college mi sono diplomato in filosofia, e anche durante l&#8217;università ho seguito molti corsi di filosofia. E mi sono sempre interessato allo Zen e ad altre pratiche. Ma non c&#8217;è un disegno premeditato quando scrivo. Le immagini che ho dentro si ripresentano così nelle canzoni. Ma mi sembra ragionevole. C&#8217;è quella mia canzone, &#8220;You gotta be a Buddha in a place like this&#8221;. E&#8217; vero. Occorre essere un uomo saggio per vivere in questo mondo, per accettare i cambiamenti. Credo che sia vero. Ma non mi sento di appartenere a nessuna specifica religione.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Qual&#8217;è il tuo processo di scrittura?</strong></p>
<p><em>Quello che succede spesso è che ho un&#8217;idea, un titolo, un accordo, un testo. O Frankie ha un&#8217;idea (ndr: Frankie Lee, è il batterista di Willie Nile). Spesso è un riff. La canzone &#8220;House of a Thousand Guitars&#8221; mi è venuta così. Avevo in mente il testo. &#8220;Run&#8221; allo stesso modo. E&#8217; stato un approccio molto immediato. Avevo la chitarra in mano, ed il riff mi è venuto spontaneo. Altre volte è un giro di pianoforte. O addirittura alcune canzoni nascono mentre cammino per la strada. Ogni volta è diverso.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Quando componi, hai in mente una particolare audience?</strong></p>
<p><em>No. Mi concentro sulla musica. Su cio&#8217; che comunica. Voglio che sia il risultato finale sia il meglio che posso fare. Non ho mai pensato ad una particolare audience.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Anche perché hai un pubblico molto affezionato&#8230;</strong></p>
<p><em>Si. Molto affezionato.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>E sei interessato a sfruttare i nuovi media per arrivare ad un pubblico più ampio?</strong></p>
<p><em>Sì, è una cosa che mi interessa molto. Ma sono molto impegnato. Ora ho un nuovo management, credo che ci impegneremo di più nella promozione su internet. Ma, ti ripeto, il mio pubblico è così affezionato che sono comunque soddisfatto.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Ho letto da qualche parte che all&#8217;inizio eri più interessato alla poesia che non alla musica&#8230;</strong></p>
<p><em>Sì, io nasco come scrittore. Poi ho iniziato a comporre musica. Ed ora tutto ciò che scrivo finisce nelle mie canzoni. Perchè alla fine la musica è divertimento. Forse scriverò un libro prima o poi, ma per il momento mi concentro di più sulla musica.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Cosa stai ascoltando ultimamente?</strong></p>
<p><em>Il nuovo album di Jesse Malin è molto molto bello. Un grandissimo album. Uscirà ad aprile.</em></p>
<p><em>Mi piacciono i Marah. Ascolto molte cose diverse: gli Everly Brothers, Ray Charles quando sono in macchina. Ramones, Arcade Fire, Coldplay, Killers, Gogol Bordello&#8230;</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Il tuo rapporto con l&#8217;Italia? Sembra che tu abbia un feeling particolare con questa nazione&#8230;</strong></p>
<p><em>Il cibo è ottimo, le locations sono magnifiche. Mi piace suonare qui. E a luglio tornerò di nuovo.</em></p>
<p><em>Altri dieci concerti. La gente qui è molto calorosa. Italia, Spagna, Regno Unito, forse l&#8217;Olanda.</em></p>
<p><em>Mi piace venire in Europa più spesso che posso. Negli Stati Uniti ci sono pubblici ottimi, ma qui è diverso.</em></p>
<p><em>La gente apprezza maggiormente. E poi mi diverto di più a venire in Europa. Vedere posti dove non sono mai stato.</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>Il Disordine delle Cose: intervista alla sorpresa indie-pop degli ultimi mesi</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 17:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Lucadei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Giancursi]]></category>
		<category><![CDATA[Il disordine delle cose]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Manzella]]></category>
		<category><![CDATA[Tamburi Usati]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il Disordine delle Cose è una band piemontese che, nell’ottobre del 2009, ha esordito con un album di grande intensità, prodotto artisticamente da Gigi Giancursi dei Perturbazione e con la partecipazione, tra gli altri, di Paolo Benvegnù, Syria e Marco Notari. L’album, pubblicato su etichetta Tamburi Usati con distribuzione Venus, è una raccolta di canzoni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Il Disordine delle Cose è una band piemontese che, nell’ottobre del 2009, ha esordito con un album di grande intensità, prodotto artisticamente da Gigi Giancursi dei Perturbazione e con la partecipazione, tra gli altri, di Paolo Benvegnù, Syria e Marco Notari. L’album, pubblicato su etichetta Tamburi Usati con distribuzione Venus, è una raccolta di canzoni struggenti che ha imposto la band come una delle più gradite sorprese degli ultimi mesi. Abbiamo rivolto alcune domande a Marco Manzella, voce e autore di quasi tutti i testi del Disordine.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Come sono nate le canzoni dell&#8217;album?</strong></p>
<p><em>Penso siano nate come la maggior parte delle canzoni. Da un’idea di qualcuno che poi viene sviluppata insieme al gruppo. A volte può essere una linea melodica o un testo, altre volte un arpeggio di chitarra o un intro di batteria, ma devo ammettere che tendiamo molto ad appoggiarci alle incantevoli note del pianoforte di Luca (Luca Schiuma, nda). Con lui tutto sembra più facile. <br />
 </em><strong> </strong></p>
<p><strong>L’album è un viaggio pieno di emozioni. Voi quanto ci avete investito in termini emotivi?<br />
 </strong><em>Tanto. Davvero tanto. Parlare di questo argomento ci fa molto piacere, perché solitamente ci si sofferma sugli investimenti in termini di tempo e denaro, ma le innumerevoli quantità di emozioni che abbiamo vissuto per la creazione del disco non hanno prezzo e sono state davvero l’elemento trascinatore di tutto il lavoro.</em></p>
<p><strong>Sono passate diverse settimane dalla pubblicazione. Che riscontri avete avuto finora?</strong></p>
<p><em>Per un gruppo al primo disco, dobbiamo ammettere di essere davvero soddisfatti, sia per le vendite del disco, ma soprattutto per la partecipazione ai nostri concerti e ancora di più per i riscontri che abbiamo alla fine di ogni esibizione dal vivo. Al giorno d’oggi penso sia il momento più importante per la soddisfazione di un artista, perché la realizzazione di un disco potrebbe anche risultare semplice dati i mezzi tecnici che ci sono a disposizione, ma è dal vivo che il gruppo deve riuscire a creare quella magia che solo la musica può scatenare. </em></p>
<p><strong>Chi è il protagonista del brano “L’idiota”?</strong> <br />
 <em>Grazie per la domanda. Ovviamente l’illustrazione presente sul nostro booklet può indurre a pensare che si parli di una persona in particolare, ma non è propriamente così (l’illustrazione ritrae il saluto romano di un uomo pelato, nda) L’Idiota è quella persona che per rincorrere il potere, che può essere quello politico, religioso, familiare, lavorativo, artistico, o qualunque altro tipo di potere, rinuncia per forza a un qualcosa, che la maggior parte delle volte coincide con l’elemento più importante della propria esistenza. Purtroppo questa sembra essere la tendenza diffusa dei nostri tempi e la canzone vuole essere un invito alla riflessione ed è per questo che non usa termini forti o con particolari mordenti. <br />
 </em><strong> </strong></p>
<p><strong>“La mia fetta” è un trip lennoniano?</strong> <br />
 <em>Assolutamente sì. Lennon è stato la nostra musa ispiratrice in diverse fasi durante la creazione del disco. Il White Album dei Beatles è senza dubbio uno dei dischi preferiti da tutti i componenti del Disordine, giusto per citarne uno su tutti. Comunque non cerchiamo affatto di nascondere le nostre influenze musicali perché sono la fonte di tutto ed è giusto che vengano messe in risalto sia nelle percezioni durante l’ascolto del disco che durante i nostri concerti. Ecco perché ci divertiamo a proporre ogni tanto qualche stralcio di cover che per noi ha un valore significativo, anche all’interno dei nostri brani.<br />
 </em><strong>Puoi dire qualcosa sulle tante collaborazioni presenti nell’album?</strong></p>
<p><em>Sono semplicemente amici. Abbiamo chiesto loro di condividere con noi questa prima uscita discografica e di partecipare in qualche modo alle registrazioni in studio. In base alle disponibilità logistiche e di tempo hanno fortunatamente accettato in molti e per ognuno di loro direi che  abbiamo trovato la parte migliore da interpretare. Alla fine è stato molto bello percepire anche il loro consenso positivo. Questo ci ha dato ancora più entusiasmo e poi abbiamo avuto l’opportunità di passare un po’ di tempo con delle persone davvero speciali. <br />
 </em><strong> </strong><strong><a href="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/03/dis.jpg" rel="lightbox[17741]"><img class="alignleft size-medium wp-image-17743" title="il disordine delle cose" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/03/dis-150x100.jpg" alt="il disordine delle cose" width="150" height="100" /></a>Avete qualche aneddoto collegato alla lavorazione con qualcuno degli artisti ospiti?</strong></p>
<p><em>Durante i due giorni di registrazione con Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, ci siamo ritrovati a dormire in tre all’Ostello di Rivoli. In una situazione ai confini della realtà, immersi nella nebbia più tetra e con l’ambientazione classica da film dell’orrore, ci viene comunicato dal portiere che durante la notte saremmo stati gli unici ospiti dell’Ostello e che anche lui se ne sarebbe andato, lasciandoci così nelle mani del terrore più infantile. E fu così che durante la notte più oscura, qualcuno bussò alla porta!!! Il panico si impossessò di ognuno di noi, con imprecazioni irripetibili, molte delle quali in siciliano! Ma le tapparelle erano abbassate e non ci eravamo accorti che fosse già mattina…  Era solo la persona incaricata delle pulizie della stanza!!!<br />
 </em><strong>Com’è stato lavorare con Gigi Giancursi alla produzione artistica?</strong></p>
<p><em>A parte le sue imposizioni a livello sessuale, ci siamo trovati molto bene (ride, nda)! A parte gli scherzi, la particolarità è stata farmi cantare nelle condizioni più improbabili. Un brano ad esempio l’ho cantato dopo cinquanta flessioni e, devo dire, è venuto molto sofferto (ride ancora, nda). La collaborazione con Gigi è iniziata molto tempo prima. Per capire se i nostri brani potessero avere un futuro nel primo disco del Disordine delle Cose, abbiamo pensato di fare un Tour di una ventina di date a supporto di artisti più o meno già conosciuti nel panorama musicale italiano per avere un riscontro da un pubblico che poteva essere in qualche modo interessato e in molte di quelle occasioni Gigi ed Elena Diana ci hanno gentilmente accompagnati sul palco, creando quelle atmosfere che poi abbiamo voluto ricreare nel disco. </em></p>
<p><strong>E’ possibile quantificare l’affinità che avete con la musica dei Perturbazione?</strong></p>
<p><em>Se quantificare vuol dire esprimere un valore numerico, penso che il più appropriato sia il numero 15. Come gli anni trascorsi dalla prima uscita discografica dei Perturbazione, che coincidono con gli anni trascorsi dal nostro primo incontro ad un loro concerto in provincia di Novara. Ma le affinità più evidenti penso siano quelle a livello umano, perché prima che musicisti, loro sono per noi delle persone splendide a livello umano e gli vogliamo un gran bene soprattutto per questo! <br />
 </em><strong>Qualche settimana fa c’è stato il Festival di Sanremo… qual è la vostra opinione sul Festival e, più in generale, sul trattamento riservato alla musica in televisione?</strong></p>
<p><em>Era bello il Festival della Canzone italiana… Peccato che adesso sia diventato il Festival della Televisione italiana e siccome la televisione italiana attualmente non è nel suo momento d’oro, per usare un eufemismo, anche il Festival è diventato scadente. E’ un semplice programma di Rai Uno. Punto. Dove la musica non è più la protagonista. Ammiriamo gli Afterhours per il tentativo che hanno fatto l’anno scorso di portare un po’ di musica indipendente a conoscenza dell’Italietta e penso che lo faremmo anche noi se ci venisse chiesto, ma alla fine sembra sempre tutto inutile. La potenza della televisione è assoluta. L’unico modo che abbiamo per combatterla è la musica dal vivo. </em></p>
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		<item>
		<title>La mattina letteratura, il pomeriggio rock’n’roll: intervista a Emidio Clementi</title>
		<link>http://www.ilmascalzone.it/2010/04/la-mattina-letteratura-il-pomeriggio-rock%e2%80%99n%e2%80%99roll-intervista-a-emidio-clementi/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 17:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Lucadei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[in Vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Emidio Clementi]]></category>
		<category><![CDATA[Jim Carroll]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Volume]]></category>

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		<description><![CDATA[Il leader dei Massimo Volume a tutto campo: internet, il teatro, i libri, il mancato incontro con Jim Carroll…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p><span style="color: #666699;"><strong>di Pierluigi Lucadei<br />
 Il leader dei Massimo Volume a tutto campo: internet, il teatro, i libri, il mancato incontro con Jim Carroll…</strong></span></p>
<p><span style="color: #666699;"><strong><br />
 </strong></span></p>
<p>I Massimo Volume sono una delle band chiave del rock italiano degli anni Novanta. Inventori di una formula musicale che accompagnava la lezione della scena noise newyorkese (in senso lato, dai Velvet Underground ai Sonic Youth) con i tappeti sonori del nascente post-rock e con testi in italiano dal forte impatto narrativo, recitati dalla voce di Emidio Clementi, poi diventato apprezzato scrittore, per alcuni sono addirittura il miglior gruppo venuto fuori in quel periodo. Una formula ostica e altra, quella dei Massimo Volume, che – caso più unico che raro per un gruppo italiano – è riuscita a conquistare maestri avanguardisti come John Cale e Steve Piccolo. Nel 2002 è avvenuto lo scioglimento, quindi, nel 2008, la reunion per un concerto al Traffic di Torino, a cui è seguito un tour che ha raccolto ovunque consensi unanimi e ha portato al primo album live della carriera, <a href="http://www.ilmascalzone.it/2009/09/massimo-volume-%E2%80%9Cbologna-nov-2008%E2%80%9D/">“Bologna nov. 2008”</a>. Oggi i Massimo Volume stanno lavorando ad un nuovo album di inediti, mentre Emidio Clementi sta scrivendo il suo sesto libro. Tanta carne al fuoco insomma, e, prima del <a href="http://www.ilmascalzone.it/2010/04/successo-annunciato-per-i-massimo-volume-al-concordia/">concerto</a> che ha segnato il ritorno di Emidio nella sua San Benedetto, lo scorso 2 aprile, non ci siamo fatti sfuggire l’occasione per fare con lui una piacevole chiacchierata tra musica e letteratura.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>A che punto del tuo percorso artistico credi di essere arrivato? <br />
 </strong><em>E chi lo sa?! E’ difficile stabilirlo, però c’è una riflessione un po’ amara che faccio. Quando cominci, quando ti avvicini a un mondo che non conosci, forse è sempre così… insomma, all’inizio la mia percezione era che tutto ciò che toccavo diventava oro in qualche maniera. Avevo proprio questa sensazione attorno a me. Poi col tempo invece mi sto rendendo conto che è sempre più dura, io divento più critico rispetto alle cose che faccio, la gente intorno diventa più esigente, e non è facile, anche se dall’altra parte devo ammettere che ora c’è un riconoscimento maggiore, ai nostri concerti adesso, per quanto siano impegnativi, la gente ci ascolta. Vent’anni fa c’era un nucleo che veniva ai nostri concerti conoscendo i testi a memoria poi c’era tanta gente o distratta o che non riusciva a comprendere quello che stavamo facendo o gente che andava via. Era più dura conquistarsi uno spazio per farci ascoltare. Adesso questo è senz’altro cambiato.<br />
 </em><br />
 <strong>Com’è fare concerti immergendosi completamente nel proprio passato, visto che proponete un repertorio vecchio di almeno dieci anni?<br />
 </strong><em>Però considera che stiamo già presentando dei pezzi del disco nuovo, stasera per esempio ne faremo cinque o sei. Questo ci serve per dare un senso di continuità ma anche perché il concerto non abbia un’idea solamente celebrativa.<br />
 </em><br />
 <strong>Io ho assistito alla data di Firenze, sul finire del 2008. Mi ha sorpreso la trasversalità del pubblico. Tu senti di poter comunicare ugualmente a ventenni e quarantenni?</strong><br />
 <em>Sì, molto bella quella data! Mi fa molto piacere trovare questi giovani ai concerti, anche la settimana scorsa abbiamo fatto per intero “Stanze” (primo album dei Massimo Volume, uscito per la Underground Records nel 1993, nda) a Bologna, per il trentennale del Covo, e ho notato che la maggior parte delle persone non conosceva quel disco, era gente molto giovane, e questo mi fa assolutamente piacere, perché dà la misura di qualcosa che si è tramandato di generazione in generazione.<br />
 </em><br />
 <strong>Visto che hai attraversato alcuni lustri di musica indie in Italia, che momento è questo per la musica indie secondo te?</strong><br />
 <em>Vivendoci dentro è difficile percepirlo, mi sembra di non avere la prospettiva giusta. Lo sento un po’ come un momento di passaggio, sia per la fine del supporto disco sia per la fine delle case discografiche sia per l’avvento di internet. Non si è però capito ancora esattamente come verrà sfruttato internet…<br />
 </em><br />
 <strong>Rispetto ai vostri esordi sicuramente la novità più importante è proprio la rete. Credi che la facile visibilità che la rete offre ai musicisti sia un’arma a doppio taglio, creando una saturazione di gruppi che si propongono e si autopromuovono, o sia qualcosa di positivo comunque?</strong><br />
 <em>Certo un’arma a doppio taglio come dici tu… c’è stata una democratizzazione, no? Prima il disco era un punto d’arrivo o comunque un punto molto importante nella carriera di un gruppo, adesso invece non è quasi nemmeno più un punto di partenza. Prima c’era una struttura che sicuramente non rimpiango che però ti dava una certa sicurezza alle spalle, perché le case discografiche o gli uffici stampa organizzavano tutto e nel momento in cui avevi terminato un disco sapevi quale sarebbe stato il percorso di quel disco. Adesso il percorso te lo devi un po’ inventare, tant’è che noi in questo momento stiamo lavorando ad un disco, che andremo a registrare a giugno, senza una casa discografica. I contatti ce li abbiamo naturalmente e so che più o meno una casa discografica la troveremo. E’ una cosa però che qualche anno fa mi avrebbe messo molta ansia, oggi invece la vivo con molta serenità.<br />
 </em><br />
 <strong>Degli innumerevoli gruppi che esordirono nei primi anni Novanta insieme a voi, ce n’è qualcuno di cui ammiri il percorso fatto fin qui e che magari hai continuato ad ascoltare con interesse nel corso degli anni?</strong><br />
 <em>Ma un po’ tutti, anche perché io sento di appartenere a quella scena. Magari quando la vivevamo, a metà anni Novanta, non ci rendevamo nemmeno conto che ci fosse una scena. Continuo ad ascoltare gli Afterhours, continuo ad ascoltare i dischi di Cesare Basile, di Marco Parente… Assolutamente c’erano e continuano ad esserci molte cose buone che non si sono esaurite in quegli anni. Direi che sia Cesare sia gli After hanno continuato a sfornare cose buone… Forse non c’è stato totalmente un ricambio e, chissà, per noi magari è stato anche un bene… <br />
 </em><br />
 <strong>Difatti, se si escludono Le Luci della Centrale Elettrica, novità importanti negli ultimi anni non ce ne sono state.</strong><br />
 <em>E’ vero. Una volta c’era una scena che mangiava quella precedente, almeno fino ad un certo punto. Adesso mi sembra che questo si sia perso, c’è più una contemporaneità di scene. Noi siamo stati dei gruppi seminali per quelli che sono venuti dopo… In passato, invece, raramente succedeva così, perché si lavorava in contrasto con la generazione precedente e si andava a recuperare magari quella ancora prima.<br />
 </em><br />
 <strong>Non è una vera e propria tendenza, ma ci sono alcuni casi di gruppi &#8211; mi vengono in mente Marlene Kuntz e Afterhours, che hanno fatto o stanno facendo dei tour teatrali, o Giulio Casale degli Estra, che oramai si esibisce solo in teatro &#8211; che si stanno sempre più avvicinando al teatro-canzone. Voi, che avete fatto sempre della parola recitata la vostra bandiera, vi sentite un po’ dei precursori e che rapporto avete col luogo-teatro?<br />
 </strong><em>Sì, anche Marco Parente… Guarda, rispetto al teatro, ricordo che anni fa facevamo delle discussioni tra di noi: a me sembrava un luogo… come dire… nemmeno istituzionale, ma un luogo in cui l’attenzione la conquisti con estrema facilità e per questo non mi affascinava come il club, che richiedeva un po’ più battaglia. Adesso però ti dico la verità: il teatro mi piace. Preferisco che uno che si annoia imploda dentro se stesso piuttosto che incominci il chiacchiericcio. Rispetto alla tendenza verso il teatro-canzone, credo dipenda anche dal fatto che in Italia suoni in un territorio molto limitato che va da Roma a Milano, e dopo tanti anni c’è voglia anche di darsi una freschezza nuova…</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><strong>Vista l’innegabile sovrabbondanza di musicisti che escono anche in libreria, tu ti sei mai fatto domande sull’autorevolezza e sulla credibilità della tua scrittura in relazione alla tua attività di musicista? </strong><br />
 <em>Ho scoperto mio malgrado che alla fine essere un musicista è anche un handicap. Tante volte mi sono sentito dire “e vabbe’, ma tanto tu fai altro, non sei uno scrittore di professione”… Se consideri che alla fine gli scrittori che vivono coi romanzi che scrivono in Italia sono al massimo dieci, tutti fanno altro… E’ vero però che dopo la metà degli anni Novanta si è cercato un po’ di cavalcare il filone dei musicisti-scrittori, non tutto era di valore e questo ha creato un po’ di diffidenza tra gli addetti ai lavori e la critica, però io poi spero, essendo al sesto libro, di essermi conquistato un piccolo spazio nel mondo della letteratura. Anche lì è piuttosto difficile perché, come nella musica, ci sono molte produzioni, escono moltissimi libri, ci sono pochi soldi, è veramente dura anche lì!</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><strong>Quando scrivi?</strong><br />
 <em>Adesso, col fatto che ho una bimba e col fatto che il pomeriggio lo dedichiamo a lavorare sul nuovo disco, mi sono abituato a scrivere la mattina. La mattina non era il momento migliore per me però mi sento fresco, mi alzo presto, alle 7, porto mia figlia all’asilo e in quelle quattro ore dalle 9 alle 12 ho la tranquillità necessaria per scrivere, anche perché in questo ambiente in cui tutti si alzano molto tardi, nessuno ti cerca, nessuno ti telefona la mattina (ride, nda). Poi magari la sera rileggo, rimetto un po’ a posto quello che ho fatto la mattina.<br />
 </em><br />
 <strong><a href="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/04/emidiocop.jpg" rel="lightbox[19256]"><img class="alignleft size-medium wp-image-19258" title="emidio clementi l'ultimo dio" src="http://www.ilmascalzone.it/wp-content/uploads/2010/04/emidiocop-101x150.jpg" alt="emidio clementi l'ultimo dio" width="101" height="150" /></a>Che rapporto hai con i tuoi libri? Li riapri ogni tanto, li rileggi, li detesti? Ce n’è qualcuno che ti penti di aver pubblicato?<br />
 </strong><em>Non li detesto. Fanno tutti parte di un percorso, anche quelli che adesso sento con dei limiti sono contento di averli scritti. E’ sempre un cammino in avanti il fatto di finire qualcosa e di passare ad altro. Mi capita di rileggerli a macchia di leopardo, rileggere un libro dall’inizio alla fine credo di non averlo mai fatto, se non subito dopo l’uscita. Però, bo’, buono&#8230; sai, ogni volta che ascolti e rileggi una cosa tua ti viene l’istinto di cambiare qualcosa, però credo che i miei libri diano l’idea di quello che sono, sono soddisfatto. Ci sono quelli che mi piacciono di più e quelli che mi piacciono di meno, ma questo è normale. <br />
 </em><br />
 <strong>Col passare degli anni continui a vederti bene su un palco con un basso a tracolla oppure ti affascina di più l’idea di passare il tempo che hai davanti seduto ad una scrivania a scrivere?</strong><br />
 <em>Sicuramente col basso a tracolla. A me piace anche di più il pubblico della musica rispetto a quello letterario. Quello della musica mi sembra un pubblico più trasversale, ma fatto anche da gente normale, nel senso che non trovi solamente gli addetti ai lavori. Il mondo letterario è frequentato più da gente che già scrive, o bo’.. c’è un po’ più di competizione, di invidia. Che poi capisco perché succede, anch’io sono invidioso (ride, nda).</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Non è passato molto tempo dalla morte di Jim Carroll, che so essere stato molto importante nella tua formazione sia letteraria che musicale.<br />
 </strong><em>Sì, per me è stato molto importante. C’è quel dolore forte per una persona che poi in realtà non ho mai conosciuto…<br />
 </em><br />
 <strong>Non hai mai avuto modo di incontrarlo?<br />
 </strong><em>No. Organizzo un festival che si svolge in Emilia Romagna e quest’anno mi era venuta l’idea di riproporre il primo disco di Jim Carroll con lui alla voce e noi come backing band, ne avevamo parlato con il manager di Jim Carroll che era entusiasta dell’idea però ci diceva anche che lui non si faceva più vedere, stava già parecchio male, e poi abbiamo saputo della morte. No, non mi è mai capitato di conoscerlo. Da una parte, sai, forse è un bene perché avevo un’idea mitizzata di lui, mentre tutti siamo mediocri e abbiamo le nostre banalità. Ora sta lì su un altare, magari se lo avessi conosciuto…</em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><em> </em><strong>Puoi dire qualcosa in più del festival che organizzi?<br />
 </strong><em>Si chiama Collateral, è un festival in cui cerco di mettere insieme due artisti, magari di due settori diversi, e farli collaborare per una serata. Quest’anno abbiamo avuto Stefano Pilia, il nostro chitarrista, che ha suonato con Mike Watt, il bassista degli Stooges, poi Nicolai Lilin con i Bachi da Pietra… E’ un festival molto improntato sul mio mondo tra letteratura e musica. La prossima edizione forse toccherà altri campi come visual, fumetto… </em></p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><em> </em><strong>Quando arriverà il nuovo album di inediti dei Massimo Volume?</strong><br />
 <em>Non l’abbiamo ancora terminato. Quando ci stai lavorando è sempre un po’ difficile avere una prospettiva giusta per giudicarlo. Non abbiamo ancora fatto un ascolto dei pezzi uno dietro l’altro e questo già ti potrebbe dare un’idea del paesaggio che stai creando. Però i pezzi mi piacciono, mi piacciono i testi che ho scritto, bisognerà lavorare un po’ sulla voce…<br />
 <strong><br />
 </strong></em><strong>C’è da attendersi qualche novità?</strong><br />
 <em>Guarda, la poetica è quella dei Massimo Volume, poi è chiaramente un disco che esce parecchi anni dopo l’ultimo, quindi differenze ce ne saranno sicuramente, c’è anche un elemento in più… Spero che sia un disco diverso ma comunque nostro.<strong> </strong></em></p>
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