Il mondo a Fumetti di Pasquale Del Vecchio

 

Acquaviva Picena, 2017-10-10 – Attraverso le iniziative della Omnibus Omnes, il territorio piceno sta per essere invaso da… un mondo di fumetti. Parte ad Acquaviva Picena la 1° edizione di Acquaviva Comics, insieme al concorso di disegno a fumetti “SettanTEXimo”, dedicato al 70° anniversario di Tex Willer, famoso personaggio della casa editrice Bonelli : nella categoria per gli Istituti d’Arte e Licei Artistici delle province di Ascoli Piceno e Fermo e nella categoria professionisti e dilettanti aperta a tutti. Nel frattempo, la sezione Fumetti della Biblioteca di Acquaviva si rimpingua di ulteriori volumi donati da me, Raffaella Milandri, presidente dell’Omnibus e scrittrice. Sarà un punto di riferimento per collezionisti e appassionati del Piceno. Sono oltre 2000 fumetti, raccolti in oltre trenta anni, con collezioni complete e serie degli anni ’90 ormai introvabili. Appena pronta la collocazione nella nuova sede della Biblioteca, renderemo note le liste dei fumetti. Inizio oggi una serie di articoli e interviste nel mondo dei fumetti : ecco Pasquale Del Vecchio, autore della Casa Editrice Bonelli che ci mostra due sue bellissime tavole dell’ultimo MaxiTex in edicola.

Quando hai cominciato sviluppare la passione per il disegno ? Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

La passione per il fumetto è praticamente nata con me. I ricordi più remoti della mia infanzia mi vedono seduto da qualche parte a disegnare, soprattutto cavalli. Per quanto riguarda l’ispirazione, di volta in volta, nel corso degli anni si sono alternati autori diversi che ho ammirato e cercato di imitare. Mi vengono in mente nomi diversissimi: Moebius, Pazienza, Giardino, Munoz, Milazzo, Toth, De Luca, Corben…e ne dimentico senz’altro molti.

Se potessi essere un personaggio dei fumetti chi vorresti essere?

Questa domanda mi prende un po’ alla sprovvista: Pensandoci mi viene in mente Lucky Luke, un personaggio che mi è sempre stato molto simpatico.

Qual è il personaggio che ami di più disegnare e perché?

Direi Kit Carson. Mi piace disegnare le sue espressioni a volte un po’ teatrali e mi piace come è caratterizzato.

Come procedi a trasformare una sceneggiatura nei disegni di un fumetto?

Prima cerco di leggere tutta la sceneggiatura o, se non è possibile, almeno l’intera sequenza. Poi faccio un rapido layout della pagina, controllando che la scena sia ben inquadrata nella vignetta. Dopo passo a definire meglio le matita ed aggiungere i dettagli. Quando tutto mi sembra sia a posto, procedo col ripasso a china, alternando pennarelli calibrati, pennini e pennelli di martora. Una volta asciugato l’inchiostro si può sgommare la matita eliminando le tracce di matita.

Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? quanto tempo impieghi a scrivere ad esempio un albo di Tex Willer?

Una pagina di Tex all’incirca due giorni. Un albo completo di 110 pagine porta via un anno di tempo, grosso modo.

Di quale componente caratteristica di Tex Willer ti piace di più disegnare ? Giusto e spietato, umano e comprensivo, oppure…

Di Tex mi piace la risolutezza e sicurezza: dopo anni di eroi-antieroi che ho anche amato molto, Tex rappresenta una sorta di ritorno alle origini. Un personaggio che conosce l’animo umano e si muove senza incertezze: per uno pieno di dubbi come me è non è male.

Cosa consiglieresti a chi voglia intraprendere questo mestiere? E quale è il requisito più importante?

Consiglierei di fare o intraprendere questa corriera soltanto se si ha una grande passione. Lo considero il requisito principale. Senza passione disegnare tutti i giorni fumetti può essere un lavoro molto duro.

Parlaci dei tuoi progetti futuri

Nell’immediato una nuova storia di Tex sceneggiata dal bravo Pasquale Ruju. Nello scarso tempo a disposizione che rimane qualche progettino che aspetta di essere portato alla luce.

Chi è Pasquale Del Vecchio

Pasquale Del Vecchio, nato a Manfredonia il 17 marzo 1965. Laureato in architettura presso il Politecnico di Milano. Già dopo la maturità scientifica, inizia a muovere i primi passi da professionista, con la pubblicazione sulla rivista “1984” di alcune storie brevi. Collabora inoltre con “Il Giornalino” e realizza una storia sulle avventure in Africa di Walter Bonatti, di pugno dello stesso esploratore, pubblicata da Massimo Baldini Editore. Poi il contatto con la Bonelli, che lo coinvolgerà nell’universo poliziesco di Nick Raider, sebbene la sua prima prova per la Casa editrice di via Buonarroti sia stata spesa per un episodio di Zona X mai pubblicato. Il vero e proprio esordio bonelliano di Del Vecchio, dunque, è da far risalire al 1993, con l’avventura del detective newyorchese “Duri a morire”, scritta da Gino D’Antonio, anche se due anni dopo si imbatterà nuovamente in Zona X, con un episodio firmato da Pier Carpi. Attualmente, Pasquale Del Vecchio, dopo aver realizzato dal 1997 al 2004 parecchi albi della serie “Napoleone”, è entrato stabilmente a far parte dello staff di “Tex”. Contemporaneamente collabora anche con l’editore francese “Les Humanoides Associés”, per il quale ha realizzato i primi 3 volumi di “Russell Chase”. Nel 2008 pubblica sulla rivista di viaggi “Meridiani” la serie a fumetti “Mary Diane” su sceneggiatura di Federico Bini. Le storie di “Mary Diane” sono state raccolte in volume dall’editore Claire De Lune nel 2009. Ha recentemente disegnato un Color Tex sceneggiato da Roberto Recchioni . Ha realizzando la serie “ Blackline” in due volumi per la casa editrice Le Lombard. Per la Dargaud ha realizzato il V volume della serie “WW2.2” dal titolo Une Odyssée Sicilienne sceneggiata da Luca Blengino. Ha pubblicato per la Glènat la serie “Les Montefiore”, su sceneggiatura di Bec e Betbeder. Ha anche svolto per più di un decennio l’attività di insegnante presso la “Scuola del fumetto” e la “Scuola Superiore di Arte Applicata Del Castello Sforzesco di Milano”. Attualmente insegna all’Accademia di Belle Arti “Acme” di Milano.

Tavole di Pasquale Del Vecchio Maxi Tex dal titolo “ Nueces Valley” scritto da Mauro Boselli

Tavole di Pasquale Del Vecchio Maxi Tex dal titolo “ Nueces Valley” scritto da Mauro Boselli.

 




Da aiutare “a casa loro”: i Boscimani del Kalahari. Intervista a Job Morris

 

 

di Raffaella Milandri

 

 

Uno dei popoli più antichi del mondo: i Boscimani. Essi hanno sempre vissuto nelle loro terre ancestrali, tra Botswana, Sudafrica e Namibia, e il Deserto del Kalahari, uno dei territorio più ostili all’uomo sulla faccia della Terra, è per loro “casa”, il posto dove vorrebbero sempre vivere, come i loro antenati. Perché l’identità e la cultura dei Boscimani è proprio incentrata sulla terra, quella terra inospitale dove nessun altro vorrebbe abitare. Non troverete mai un Boscimane che cerca di emigrare su un barcone: le loro radici sono là, e non desiderano essere in nessun altro posto al mondo. Purtroppo, nella zona del Kalahari sono stati scoperti i diamanti, negli anni ’90, e da pochi anni, giacimenti di gas. Irresistibile attrazione per multinazionali e potenti, il terreno –che era stato concesso loro come “riserva”- è stato requisito per poter iniziare a scavare e a guadagnare. Non solo: in quella terra ricca di fauna rara e di panorami fantastici, quasi un Paradiso originale, è stato irresistibile anche creare per gli occidentali resort di lusso con piscine, e a fronte di decine di migliaia di dollari, in quella zona è anche possibile, a ricchi viziati senza scrupoli e in cerca di avventure, andare a caccia di leoni, leopardi e tutti quegli animali superbi che tutti noi, anche i non-animalisti, vorremmo salvaguardare e proteggere. Insomma, i Boscimani sono stati deportati dalle loro terre ancestrali e “parcheggiati” in campi di reinsediamento subito fuori dal Deserto del Kalahari. Gli è proibito recarsi nella loro terra, gli è proibito nutrirsi con la loro antica risorsa, la caccia. La loro caccia non è per sport: è per nutrirsi, e non conosce la parola spreco. Cibo e acqua, nel deserto, sono davvero preziosi. Non i diamanti. E infatti in migliaia di anni in cui hanno abitato il Kalahari, nemmeno una singola specie animale si è estinta. Si va a caccia solo quando per sopravvivere. Ho conosciuto Job diversi anni fa, dopo la mia prima visita in Botswana, e da allora ci siamo sempre tenuti in contatto perché quello dei Boscimani è un popolo da aiutare e proteggere dalla estinzione. Da aiutare “a casa loro”, come dicono alcuni politici nostrani. Job ha fondato una associazione, la SYNet, che si propone di aiutare e far collaborare i giovani San, i Boscimani, a salvare la loro cultura, le tradizioni, e a riuscire a volgere il “progresso” in loro vantaggio, grazie a una migliore educazione e informatizzazione. La Omnibus Omnes Onlus, di San Benedetto del tronto, sta prendendo a cuore Job e la sua associazione. Una raccolta fondi, e la raccolta di computer nuovi e usati per le scuole e i giovani di D’Kar possono fare molto. I problemi sono molti. Prima di tutto, non scomparire e rimanere solo sui libri o in foto d’epoca.

Job, puoi raccontarci dove vivi e da dove viene la tua famiglia?

Vengo da un villaggio chiamato D’Kar nel distretto di Ghanzi, nell’ovest del Botswana. Il villaggio, dove vivo, ha circa 1800 abitanti e vi risiedono i San, i Boscimani, che parlano il dialetto Naro. Anche la mia famiglia vive in questo villaggio, e qui dove ho le mie radici spero che miglioreremo la qualità di vita per essere un esempio per altri villaggi nella regione e nel Paese.

Dove hai trascorso la tua infanzia? Puoi descriverci D’Kar?

Ho passato la mia infanzia in D’Kar, Ho avuto la opportunità di capire la complessità delle nostre vite come popolo dei San, ed è per questo che sono diventato un attivista per i diritti umani. Trovo la mia ispirazione per quello che sto facendo in D’Kar proprio a causa della situazione che il mio popolo deve affrontare. D’Kar è un villaggio con un sistema di amministrazione complesso. Fu dato dai missionari alla mia gente proprio per provare a stabilire un network di comunità cristiane tra i Naro San e al tempo stesso per far gestire il villaggio per conto proprio. Quasi tutti i residenti sono Naro San.

Parlaci dei Naro e delle loro tradizioni

Il popolo dei Naro è il custode della cultura dei San, dei Boscimani, Questa cultura ha una tradizione di danze curative, rebus, metafore, cantastorie, raduni. E anche di alimenti tradizionali. Queste tradizioni esistono ancora oggi. E la nostra medicina viene studiata dalla scienza attuale, perché preziosa per tutto il genere umano. Ma a mio parere, vedo la possibilità che questa cultura sia a rischio di estinzione. I giovani non sono interessati, e con gli anziani, questa conoscenza sta morendo. Oggi i giovani coinvolti nelle tradizioni lo fanno solo per denaro, e in questo, si perde la essenza e la sacralità della cultura.

Di che cosa sei particolarmente fiero, come membro del popolo San?

Sono fiero della nostra resistenza e capacità di adattamento come Popolo San, i Boscimani. Nel passato, i San sono stati cacciati come fossero prede animali, e per sport. In ogni caso, noi ancora esistiamo e ci stiamo organizzando per combattere per i nostri diritti, poiché siamo un gruppo di persone emarginate e discriminate.

Quali sono i più grandi problemi per voi San?

Le leggi e le politiche che non ci prendono in considerazione, e poi i diritti alla terra, la scarsa educazione dei giovani che è di misera qualità, l’identità e i diritti dei Popoli Indigeni, la estinzione della nostra cultura e poi abbiamo gravi problemi di assistenza sanitaria.

Qual è l’obiettivo della tua associazione, SYNet?

Lavorare in fretta prima che sia troppo tardi per la nostra identità di popolo. Abbiamo specifiche aree di priorità: il movimento dei Popoli Indigeni, la Cultura, i Diritti Umani, l’Educazione, la Salute, le Donne San, e i problemi dell’Ambiente. Siamo anche focalizzati sul Early Childhood Development (ECD), lo sviluppo dell’Infanzia, nell’ottica di migliorare la educazione e la Cultura dei giovani San.

 

Job Morris

Raffaella Milandri con donne Boscimani durante uno dei suoi viaggi nel Kalahari, in Botswana

 




“Solo chi osa ce la fa”: venti storie ispirate alla musica di Springsteen nel libro di Valerio Bruner

Intervista all’autore di None But The Brave, ventidue racconti pubblicati da GM Press.

 

 

Non solamente racconti di ispirazione springsteeniana, le storie di None But The Brave sono istantanee su una periferia esistenziale prima ancora che geografica, su un’America dalla stessa profondità dell’abisso che i suoi abitanti si portano dentro. Romantici, perdenti, violenti, i personaggi di None But The Brave prendono forma dal canzoniere del Boss per poi inciampare in un’esistenza che nessuno ha mai imparato a vivere. Abbiamo incontrato l’autore, Valerio Bruner, scrittore, giornalista, autore teatrale e, ovviamente, grande appassionato della musica di Bruce Springsteen.

 

A quanto pare l’immaginario creato da Springsteen non smette di affascinare chi suona, chi scrive, chi fa cinema… Tu come sei arrivato a questi racconti ispirati alla poetica springsteeniana?

Ascoltando Springsteen, alcune canzoni in particolare mi spinsero a immaginare delle storie parallele, come se i loro protagonisti andassero oltre quei versi, intraprendendo una strada diversa, una blue highway, per dirla con le parole di Least Heat-Moon, aprendosi così a una serie di emozioni e sentimenti del tutto nuovi.

L’arte di Springsteen si è sempre mossa in quella dolorosa distanza che separa l’illusione e la disillusione del sogno americano. E’ la stessa distanza misurata nei racconti dai tuoi personaggi?

È quello che ho cercato di fare. Sin dai miei studi universitari, sono sempre stato attratto dall’altra faccia della medaglia del sogno americano: i suoi esclusi. Benjamin Franklin insegna che se ti rimbocchi le maniche e ti dai da fare una fetta di felicità è lì pronta che ti aspetta, eppure che cosa succede quando, nonostante lavori duro e ti spacchi la schiena, quella “pursuit of happiness” sembra condurre a un vicolo cieco? Sia nella narrativa che nella musica, ho sempre cercato di camminare nelle scarpe di chi lotta disperatamente per una seconda opportunità e dar loro voce. Inutile dire che ho trovato in Springsteen una grande fonte d’ispirazione.

Il libro è pieno di uomini dediti alla fuga, alla sconfitta, alla violenza, antieroi il cui sguardo è spesso rivolto ad un passato con cui è difficile fare i conti. Da dove arriva questa cupezza generale che tu hai il merito di non aver mai edulcorato?

Ogni personaggio è una proiezione, più o meno esasperata, del mio vissuto, di esperienze e accadimenti che mi hanno toccato in prima persona o riguardano persone con cui ho incrociato la strada. Le canzoni di Springsteen sono il punto di partenza, la scintilla, ma ogni racconto è un viaggio nell’animo umano, in quelle zone d’ombra che tutti nascondiamo segretamente e con cui, prima o poi, siamo chiamati a fare i conti: la paura del fallimento, i rimorsi e i rimpianti che ci lasciamo dietro, il senso di sconfitta e di inadeguatezza, ma anche le semplici gioie e le piccole vittorie di ogni giorno.

La cupezza del racconto si appoggia su una prosa scarna, ruvida. E’ stata una scelta stilistica fatta sin dall’inizio o, semplicemente, scrivendo queste storie ti sei reso conto che non potevano non essere scritte che così?

Ho sempre creduto che il compito dell’artista sia quello di “mostrare” e non “educare” il pubblico: l’arte, sia essa scrittura o musica, è come una fotografia, un quadro, in cui bastano pochi, semplici ma mirati tratti essenziali per lasciare poi a chi osserva il compito di coglierne sfumature e particolari. Ognuno secondo la propria sensibilità.

Come mai hai scelto None But The Brave per il titolo?

Cercavo una canzone di Springsteen che facesse non solo da filo conduttore alle storie narrate nel libro, ma che servisse a me come “monito”, sprone ad andare avanti inseguendo i propri sogni, e mi sono reso conto che “solo chi osa” prima o poi, in un modo o nell’altro, ce la fa, o quantomeno ci prova.

C’è un album di Springsteen che ti ha ispirato più di altri?

Per ogni racconto ho ripercorso tutta la discografia springsteeniana, ma la maggior parte delle storie affonda le proprie radici nella triade Darkness On The Edge Of Town, The River, Nebraska: in ognuno di questi album ci sono quei “fantasmi” e quelle “zone d’ombra” che volevo mettere nero su bianco. Ogni canzone è pervasa da una profonda ricerca del senso della vita, un senso che va ricercato nell’amore, nell’amicizia, ma anche nel dolore, nella morte e nel peccato. Era questo il campo di battaglia sul quale volevo misurarmi.

Il tuo libro è un perfetto esempio di come musica e letteratura si influenzino a vicenda. Come è nato il tuo amore per la musica? E quello per la letteratura? Come si sono mescolati?

Ho iniziato a suonare la chitarra dalle suore, con Fra’ Martino Campanaro me la cavavo piuttosto bene. Ho sempre sentito la necessità, l’urgenza, di narrare delle storie: alcune sotto forma di canzone, quando la melodia che mi frulla in testa diventa carne e sangue, altre sotto forma di narrativa, quando cerco disperatamente di mettere nero su bianco il bisogno viscerale di dare corpo alle mie sensazioni, emozioni, immaginazioni. A volte sono nati dei racconti dalle canzoni, come nel caso di questo libro, altre delle canzoni dai racconti, come nel caso di “Randy”. Ascolto tanta musica e leggo altrettanto: è davvero cibo per l’anima, senza retorica.

Pochi giorni è scomparso un maestro delle short stories, Sam Shepard. La sua scrittura è stata importante per te?

Conoscevo poco Sam Shepard scrittore, come attore l’ho ammirato. Lo sto riscoprendo adesso e trovo in lui, così come in Carver e in Flannery O’ Connor, quel genio di rendere una short story perfetta, completa e più incisiva di qualsivoglia romanzo.

Infine, puoi dire qualcosa sulle tavole che accompagnano i racconti?

Rappresentano il valore aggiunto del libro, opera di mio fratello Ivano. Suo è stato il genio, e il merito, di aver saputo cogliere in ogni storia un piccolo particolare e di trasformarlo in simbolo. Le tavole sono infatti collocate alla fine di ogni storia come chiosa, riassunto: ogni disegno si sofferma su un particolare e da questo si espande fino a diventare esso stesso una storia da raccontare.




Si va verso il sold out per il concerto di Andrea Concetti, intervista al bass/bariton

Concerto di beneficenza di Andrea Concetti al Teatro delle Energie per i bambini del Saharawi. “Una di quelle iniziative che mi rende fiero della città in cui vivo Grottammare” commenta il famoso bass/bariton che festeggia i 25 anni di carriera.

 

Grottammare . Si va verso il sold out per il concerto, in programma venerdì 25 agosto al Teatro delle Energie, del bass/bariton Andrea Concetti a cui il FestivaLiszt consegnerà il Premio alla Carriera “ Le Radici della Musica” per i 25 anni di carriera. Circa 200 biglietti polverizzati nel giro di pochi giorni nelle prevendite, ne restano ancora a disposizione nel botteghino del Teatro. Un artista generoso che ricambia l’affetto della città con la decisione di esibirsi senza cachet con l’espresso desiderio d’intesa con l’Amministrazione comunale di devolvere l’incasso della serata in beneficenza per la cura ed il soggiorno dei bambini del Sharawi a Grottammare. Una decisione che motiva nella sua pagina facebook. “ C’è un popolo del deserto che non ha la sua terra. È il popolo Saharawi. È un popolo giovane, con tanti bambini, che non meritano di vivere un’infanzia da profughi nelle tendopoli. Da quasi vent’anni, a Grottammare, una ventina di piccoli Saharawi passano due mesi della loro estate.
Da oltre un decennio l’ospitalità è diventata occasione di cura, per molti ragazzi affetti da malattie o disabilità, spesso legate alla loro condizione di vita. Vogliamo che i Saharawi tornino alla loro casa, ma nel frattempo vogliamo continuare a offrire la nostra a chi ne ha bisogno. Come dice un loro proverbio, “il peso diviso tra tutti diventa una piuma
“.

Concetti eseguirà un programma molto impegnativo e coinvolgente che spazia da Liszt, a Verdi e Ravel per concludere con autori più moderni quali Gardel e Capossela.

Ci illustra il programma che ha scelto per il concerto al Teatro delle Energie.

“ Il programma è un viaggio attraverso sfumature diverse di emozioni oltre che di stili musicali. La prima parte “classica” comprende Liszt con i Tre Sonetti del Petrarca, in omaggio al Festival, prosegue poi con le tre canzoni di “Don Quichotte à Dulcinée” di Ravel che sono un classico della musica vocale da camera francese.

Poi, in omaggio alla parte più significativa del mio lavoro, l’opera, eseguirò il bellissimo monologo di Filippo II dal Don Carlo di Verdi.

Poi si entra nella parte più “leggera”, ma non per questo meno dignitosa, iniziando con tre Romanze da camera di Francesco Paolo Tosti, autore celebre in tutto il mondo per le sue melodie che evocano atmosfere del classico salotto tra l’800 e il ‘900 ed eseguito dai cantanti lirici in ogni angolo del pianeta. Si prosegue con tre tanghi di Carlos Gardel che ormai sono diventati dei classici come, per noi, la canzone napoletana.

E la scelta di chiudere con Capossela?

“Nel 2012 dovevo preparare il programma per il concerto per i miei 20 di carriera che mi era stato chiesto da Francesco Micheli per il Macerata Opera Festiva, ma nello stesso tempo stavo facendo le prove per la Bohème allo Sferisterio e la notte, tornando a casa, in macchina ascoltavo sempre un cd di Capossela.

Questa canzone mi aveva colpito: scritta per voce e piano, evocativa, bella, malinconica, bellissima. Ogni volta che la ascoltavo pensavo che sarebbe stata perfetta per chiudere una serata di un certo tipo. L’ho fatta ascoltare a Micheli che ne rimase entusiasta e così divenne il brano finale di quella serata”.

Si è esibito nei più prestigiosi teatri di mezzo mondo, con critiche entusiastiche, che effetto le fa cantare al Teatro delle Energie?

“Lo inaugurai nel 2007, mi sembra, poi ci tornai per il Festiva Liszt del 2011 e questa, dunque è la terza. Cantare nella mi città non è un impegno diverso dal cantare in altri Teatri più titolati, anzi, allo sforzo di concentrazione, alla tensione, si aggiunge la grande emozione di vedere tra il pubblico molte facce conosciute. Non è un impegno che prendo alla leggera, anzi, mi costa molta fatica, ma non potevo assolutamente tirarmi indietro alla possibilità di una raccolta di beneficenza per i bambini del Saharawi: una di quelle iniziative che mi rende fiero della città in cui vivo”.

Dunque 25 anni di carriera, ci ricorda gli esordi?

“Nel 1992 partecipai e vinsi il Concorso della Comunità Europea per cantanti lirici “Adriano Belli” di Spoleto. Questo concorso prevede il debutto in Teatro per i vincitori. Ad accompagnare al pianoforte le selezioni c’era un pianista che ai tempi collaborava col Maestro Gustav Kuhn e mi propose un’audizione con lui perché cercava giovani cantanti per allestire le Farse di Rossini per la Stagione dello Sferisterio di Macerata. Fu così che Kuhn mi scelse e mi fece debuttare a Macerata nel “Signor Bruschino” e “La Scala di seta” di Rossini, a luglio. Cosi iniziai questo lungo viaggio. Ma il vero concerto di esordio fu un saggio di Conservatorio alla sala dei Ritratti di Fermo, avevo 19 anni. Ricordo persino il colore del papillon che indossai!”

Quali i personaggi a cui è più legato?

“Di getto risponderei che il personaggio a cui sono più legato è Leporello del “Don Giovanni” di Mozart. È un personaggio che mi ha dato tante emozioni, oltre che soddisfazioni. Soprattutto due produzioni di questa opera mi sono scolpite nel cuore: quella che inauguró la stagione del San Carlo di Napoli, con la regia di Mario Martone e quella che inauguró la stagione 2009 a Macerata nell’allestimento di Pierluigi Pizzi. Peró non posso dimenticare Colline della Bohéme, Seneca dell’Incoronazione di Poppea e Papageno del Flauto magico.

Per un attimo si volta indietro e vede le immagini più significative della sua carriera. Qual è il commento?

“Quante cose belle mi hanno fatto fare, quante emozioni. Che privilegio!”

 

 

 




Mondiali, Tamberi: “Mai smesso di crederci”

 
L’azzurro si racconta a Casa Atletica Italiana a due giorni dalle qualificazioni dell’alto.

“Sogno una medaglia: sarà durissima, sarà un’impresa, ma io devo provarci”.

2017-08-09

Gianmarco Tamberi c’è. Si vede e si sente. Quando l’azzurro arriva in conferenza stampa a Casa Atletica Italiana è un fiume in piena. Un anno fa di questi tempi, dopo l’infortunio al meeting di Montecarlo, era in stampelle a Rio de Janeiro spettatore di un’Olimpiade in cui sarebbe voluto essere protagonista. A Londra 2017 Gimbo, il recordman italiano assoluto, il campione del mondo indoor e d’Europa è arrivato carico di energia e motivazione.

“Non sono venuto qui per fare presenza, io voglio una medaglia. Finora non l’ho mai fatto, ma ora è arrivato il momento di espormi. Sarà durissima, sarà un’impresa, ma quello che mi portato fin qui è l’idea di salire sul podio. Ci ho creduto sempre, anche quando ero lontanissimo dal tornare in pedana, mi sono forzato a rimanere a dieta quando ancora avevo le stampelle. E ora non sto nella pelle”.
Venerdì 11 agosto, ore 12:15 in Italia, toccherà a lui scendere in pedana: primo impegno la qualificazione con la misura di ammissione diretta alla finale fissata a quota 2,31. “Il 16 luglio, il giorno successivo all’infortunio, ho capito che il mio sogno olimpico si era infranto. Da lì ho ricominciato da capo, da zero, con in testa il Mondiale di Londra, ed è stato un percorso durissimo, pieno di alti e bassi. Mi sono aggrappato ai miei sogni – racconta –anche se in molti momenti, lo ammetto, è stata durissima non arrendersi”.
Quando si è riaccesa la luce? “Fino a maggio non ho mai saltato più di due metri. Poi, improvvisamente, in un allenamento, ho ritrovato quelle sensazioni lì, quelle giuste, quelle del mio salto. Da quel momento ho pensato solo ad arrivare qui competitivo. Una vera e propria ossessione, che si è allargata nelle ultime settimane fino ad avvolgere ogni istante delle mie giornate…”. 
Ormai mancano poche ore. “Vorrei che questi giorni passassero in un lampo, la sera mi addormento sperando di svegliarmi già nel giorno della gara, non vedo l’ora di saltare… Se sono qui oggi è solo grazie alle persone che hanno lottato insieme a me. Penso a Franco Benazzo che mi ha operato, a fisioterapisti di Pavia e di Ancona, al super fisio della Nazionale Antonio Abbruzzese, alla mia famiglia e tutti quelli che ho sentito vicini nei momenti bui. È stato un lavoro infinito e lo abbiamo fatto insieme”.
Ad incoraggiarti anche tanti avversari: “A Montecarlo quando mi sono infortunato sono corsi tutti a soccorrermi. Non era scontato, e quando ho rivisto le immagini mi sono commosso. Lo stesso Bondarenko, che normalmente quasi non saluta nessuno, e che ha subito la mia stessa operazione cinque anni fa, mi ha aiutato un sacco mandandomi la sua documentazione medica, i programmi di recupero, dandomi consigli. Mutaz Barshim, quando non volevo parlare con nessuno dopo il disastro di Parigi (tre nulli alla misura d’entrata ndr), è rimasto mezz’ora a bussare fuori dalla mia stanza d’albergo finché non l’ho lasciato entrare. Mi ha parlato a lungo per farmi reagire, e ci è riuscito. Il giorno successivo sono partito per l’Ungheria da solo, di nascosto, senza dirlo nemmeno a mio padre. Dovevo ritrovarmi: ho saltato 2,28”.
Quanto vali? “Sto all’80%, ma sono su un’altalena. Certi giorni mi sento davvero bene, in altri al 20%. Alti e bassi continui, che non mi danno certezze tecniche e che non riesco a mitigare. Sono il motivo per cui ho anticipato il rientro a San Marino, volevo darci un taglio. Ultimamente sono riuscito a trasformare gli ‘alti e bassi’ in ‘alti e medi’, ma di certo non saranno i medi a portarmi sul podio”.
Quanto ci vuole per le medaglie? “2,33. Una misura che so di valere, ma farla in finale è diverso, più difficile. Barshim è il favorito, il migliore quest’anno nonostante un piccolo problema a luglio. Poi Bondarenko, anche se non è ai livelli del suo passato. Mateusz Przybylko, il tedesco, ha fatto 2,35 ma bisognerà vedere come reagirà alla pressione di un grande evento e di un grande stadio. Lo so bene io che nel 2012 passai da una gara con 30 spettatori alle qualificazioni dei Giochi Olimpici, nello stesso stadio di questi Mondiali”.
Lo Stadio Olimpico sarà pieno fino all’orlo. “Questo stadio mi caricherà, lo sto sognando a occhi aperti. Lo avete visto anche negli occhi di Filippo Tortu: un pubblico del genere mette pressione ma anche tanta carica agonistica. Io lo ricordo come fantastico, ci ho saltato a Londra 2012 e poi nella Diamond League 2015 quando Fassinotti ed io arrivammo primo e secondo… una delle volte in cui Marco mi ha battuto”.
Il meteo promette pioggia“Mio padre dice che mi favorirà, io visti i precedenti non sono tanto d’accordo! È vero che ora devo controllare la velocità della rincorsa, quindi potrei avere meno problemi con la pedana bagnata. In passato incanalavo tutta la mia foga agonistica nella velocità della rincorsa, ora devo gestirla, controllarla. In fondo a Colonia ho saltato 2,28 dopo un violento acquazzone, ma non dimentichiamo che anche Barshim ha fatto 2,30 con la pioggia”.
E le qualificazioni sono di mattina… “Lo so, lo so (ride). Ma io non ho cambiato l’ora sull’orologio, ho tenuto il fuso italiano: così sarà come saltare a mezzogiorno! Non è più mattina…”.
Sei molto amico di Gregorio Paltrinieri. “Greg è il Bolt del nuoto, ha fatto cose enormi. Paragonarmi a lui non ha senso. Per me è un grande amico, una persona eccezionale e un esempio”.

GLI ATLETI DELLE MARCHE AI MONDIALI DI LONDRA – Saranno due i marchigiani in gara nei Campionati Mondiali di atletica a Londra. Venerdì 11 agosto alle 12.15 (ora italiana) scenderà in pedana Gianmarco Tamberi nella qualificazione del salto in alto. Il 25enne anconetano delle Fiamme Gialle, allenato da papà Marco, cercherà un piazzamento fra i migliori dodici che andranno alla finale di domenica 13 agosto alle 20.00. Sempre nella giornata conclusiva della rassegna iridata, domenica 13 agosto alle 8.45 italiane del mattino, scatterà la 50 chilometri di marcia con il maceratese Michele Antonelli. Quest’anno il 23enne, appena arruolato dall’Aeronautica e proveniente dall’Atletica Recanati, sotto la guida tecnica di Diego Cacchiarelli ha conquistato il terzo posto in Coppa Europa.

ISCRITTI E RISULTATI: https://www.iaaf.org/competitions/iaaf-world-championships/iaaf-world-championships-london-2017-5151/timetable/byday

LE PAGINE FIDAL SUI MONDIALI DI LONDRA: http://www.fidal.it/calendario/CAMPIONATI-MONDIALI-LONDRA-2017/COD6091

LINK ALLA FOTO
Gianmarco Tamberi: http://www.fidal.it/upload/images/2017_varie/2tamberi_londra207.JPG

Le foto indicate sono libere da diritti per l’uso editoriale, fatto salvo l’obbligo di citazione dell’autore.
E’ escluso ogni altro genere di utilizzo.

 




Alessandra Peloso, “il mare il mio specchio”: video-intervista all’artista

 

San Benedetto del Tronto, 2017-07-09 – Abbiamo incontrato l’artista Alessandra Peloso per alcune considerazioni sulla sua personale “il mare il mio specchio” alla Palazzina Azzurra dal 26 giugno al 09 luglio.

 

 

“Non c’è niente di più bello che ritrovarmi davanti ad una tela bianca e riempirla di emozioni, vivo per il colore e nel colore, amo il gesto e la materia, la pittura è l’amore che non tradisce e non delude, la cosa più bella, più importante del risultato, è la gioia che dà il fare”È la contemplazione di ciò che voglio riprodurre, l’emozione che mi dà quello che vedo, il vuoto che  si forma  nel momento del fare nonché il risveglio carico di stupore dinnanzi a quello che ho creato. Magia e tormento, malattia e amore, ricerca e trasformazione, musica e danza, gusto e poesia… ma soprattutto è la mia vita. In ogni quadro c’è la mia presenza, ogni tela è una pagina del mio diario, una parte della mia vita e l’ultimo lavoro porta in sé tutta la mia vita fino a quel momento…”

 

 

 

 

 

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Alessandra Peloso – Il mare il mio specchio – San Benedetto Del Tronto | Catalogo in PDF

 

 

 




Alessandra Peloso, “il mare il mio specchio”: intervista alla pittrice

 

In ogni quadro c’è la mia presenza, ogni tela è una pagina del mio diario, una parte della mia vita e l’ultimo lavoro porta in sé tutta la mia vita fino a quel momento…

 

San Benedetto del Tronto, 2017-07-03 – Abbiamo incontrato la pittrice Alessandra Peloso per un primo bilancio sulla sua personale “il mare il mio specchio” alla Palazzina Azzurra dal 26 giugno al 09 luglio.

 

All’inizio dell’ultima settimana de “il mare il mio specchio” alla Palazzina Azzurra, primo bilancio e considerazioni.
Devo dire che sono molto soddisfatta dell’affluenza alla mia mostra: oltre alla gente del posto vengono molti turisti così ho la possibilità di farmi conoscere un po’ ovunque. Molte persone tornano portando amici e familiari, é una bella cosa…
Nei tuoi quadri abbiamo notato la tua presenza dentro la tela, dentro il mare…
É naturale che in ogni quadro c’è la mia presenza, ogni tela è una pagina del mio diario, una parte della mia vita e l’ultimo lavoro porta in sé tutta la mia vita fino a quel momento…
Ogni tanto qualcuno mi chiede: quanto tempo ci hai messo al fare quel quadro? Rispondo sempre, 52 anni ( la mia età)
Hai mai pensato di farti contaminare dall’astratto?
Mi rendo conto che i miei lavori sono un po’ controcorrente. Il figurativo non va per la maggiore ma mi piace trasmettere qualcosa di chiaro, rassicurante e comprensibile a tutti. Un quadro deve parlare da solo di sé, non deve aver bisogno di spiegazioni… In ogni caso i miei lavori, anche se figurativi, hanno un tocco di modernità dal gesto, dalla spatola, dalla materia.
La pittrice Alessandra Peloso fuori da tele, pennelli e spatole è?
Alessandra Peloso fa bigiotteria e lampade, è sportiva, le piace fare da mangiare, è zingara e curiosa, adora la natura e camminare nei boschi, adora il mare, le piace leggere, stare con la famiglia ma soprattutto ama dipingere!
Vogliamo ricordare prossime mostre, impegni, progetti?
Il prossimo appuntamento è dal 13 al 18 agosto alla sala imperatori di Porto San Giorgio con la mostra “invisibili presenze”
Sempre ad agosto sono ospite con un quadro alla Biennale di Venezia presso la sede Dell”Armenia.
Ci parli anche dei tuoi “Palii” per la Quintana? Sarai presente alle manifestazioni del 8 luglio e del 6 agosto?
Sto vivendo un momento magico immersa nelle atmosfere medioevali  di Ascoli Piceno. Ho vinto il concorso per la realizzazione dei palii della quintana di luglio e degli sbandieratori. Naturalmente non mi perdo lo spettacolo dell’8 luglio!

 

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Alessandra Peloso, “il mare il mio specchio”

 

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Radio e solidarietà: il progetto OnlusOnAir di Marina Leoni

 

San Benedetto del Tronto – Ho conosciuto Marina subito dopo il terremoto del 24 agosto 2016. Io mi davo da fare con la mia associazione Omnibus Omnes per aiutare le vittime del terremoto, e cercavo visibilità per diffondere la campagna a favore di Arquata del Tronto. Marina invece era indaffaratissima con la sua OnlusOnAir per aiutare e dare voce ai progetti più concreti creati dalle associazioni nel post-sisma. Ci siamo subito trovate e capite, due donne idealiste ma concrete, che cercavano con tutti i mezzi di aiutare il Centro Italia ferito, lacerato, in ginocchio. Ne è nata una bella amicizia e sono oggi con piacere a intervistare Marina sul suo progetto, che vuole dare visibilità alle associazioni e al mondo non-profit. Il suo sogno è una riforma che dia maggior spazio e mezzi al terzo settore.

Marina: conduttrice radiofonica e televisiva, parlaci di come sei approdata al progetto Onlus On Air

Come sai ho una casa di produzione audio e video e incontrando nel corso degli anni diverse organizzazioni non-profit per la realizzazione dei loro spot, ho notato che il mondo non-profit ha bisogno di canali di informazione…così, arrivare a questo progetto non è stato difficile. Ho in pratica raccolto tutta la mia esperienza radiofonica per creare un “circuito solidale” attraverso le molte emittenti radiofoniche che hanno sposato questa iniziativa e trasmettono con interesse la produzione di microprogrammi e news di OnlusOnAir.Tutta la produzione è dedicata al Terzo Settore.

Dietro alla Onlus On Air si percepisce un ideale di “solidarietà diffusa”, quali sono i tuoi obiettivi?

Guarda, il mio obiettivo principale è molto “DI CUORE”, perché vorrei veramente che il mondo non-profit

emergesse completamente e camminasse accanto a tutti; trovo che il mondo non-profit sia poco conosciuto e che lo sia solamente dagli addetti ai lavori. A parte i momenti di emergenza, nei quali tutti diventano volontari, pochi sanno veramente cosa succede nel terzo settore e quante cose belle si realizzano ogni giorno in tutti i campi. E bisogna dire che il terzo settore arriva spesso dove non arrivano i nostri servizi pubblici. Quindi il mio obiettivo è quello di dare visibilità al terzo settore attraverso la radio, il mezzo che amo che piace sempre tanto ed è alla portata di tutti.

Dalla tua esperienza, quale è il quadro delle associazioni che emerge in Italia?

Il numero delle associazioni è in espansione, e questo mi fa piacere perchè significa che sempre più persone sentono l’esigenza di cambiare concentrandosi su obiettivi importanti finalizzati al bene comune. Ne abbiamo tanto bisogno! E’ un settore che ha assolutamente bisogno di una riforma per diventare un modello di sviluppo socio-economico, che possa dare gli strumenti utili perché il lavoro dei volontari sia riconosciuto come una professione e giustamente remunerata.

La radio, la voce: quale è la evoluzione del mezzo radiofonico comunicazione, oggi?

Sai, non posso immaginare un mondo senza la radio; la radio è più una passione che un lavoro. A parte i grossi network, che sono assolutamente standardizzati e sempre uguali a sé stessi, da parte delle radio locali c’è l’esigenza di diversificarsi e di offrire, oltre alla musica, anche nuovi contenuti. Oltretutto, le realtà locali sono molto ben disposte tra l’altro ad accogliere programmi che trattino temi a sfondo sociale, che possano sottolineare anche un aspetto di utilità e servizio, oltre a quello dell’intrattenimento. OnlusOnAir risponde bene a questa esigenza; è nata nel momento giusto!

Chi è Marina Leoni

Marina Leoni nasce nel 1960 in provincia di Ferrara. Si diploma stilista modellista con indirizzo tecnico industriale e per alcuni anni produce una linea di abbigliamento in pelle maschile, oltre ad occuparsi di campionari per alcune aziende emiliane. Il lavoro della radio, iniziato in un’emittente della provincia di Ferrara a 16 anni, diventerà il lavoro principale dal 1985 in poi, quando trasferitasi a Roma, vince un provino in Rai per la Long Playing Hit e contemporaneamente entra a RDS. Successivamente passa a Rai Isoradio e nel 2007 conduce con Roberto Giacobbo “Ragazzi c’è Voyager” per due stagioni. La sua casa di produzione audio, fondata col marito, prende vita nei primi anni ’90; oltre a casa di produzione, nel corso degli anni diviene anche agenzia di comunicazione. Nel luglio del 2016, fonda OnlusOnAir, testata giornalistica dedicata al terzo settore che produce informazione radiofonica “sul e per” il mondo del volontariato. Marina è creativa, eclettica, inguaribilmente ottimista e propositiva, e ha prestato la sua voce a migliaia di spot pubblicitari. In oltre trent’anni di attività almeno una volta nella vita ogni italiano ha sentito la sua voce!

Marina Leoni

Biografia di Raffaella Milandri 

Raffaella MilandriScrittrice, fotografa umanitaria e viaggiatrice in solitaria . Attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, è membro adottivo della tribù Crow, in Montana. Presidente della Omnibus Omnes Onlus. Titolare alla Europrinters Consulting. Membro del Lions Club Ascoli Host. Redattore a Il Mascalzone. Attualmente iscritta alla Facoltà di Scienze Sociali alla Unicam di Camerino.

Dice Raffaella Milandri : “Viaggiare non vuol dire visitare luoghi, ma percepire l’animo dei popoli”. Come viaggiatrice solitaria è stata accolta da tribù nei più remoti angoli di mondo. Dice di sè: “Amo le persone semplici, e sono fiera di essere una di loro”.

La Milandri si dedica alla scrittura, alla fotografia e ai reportage, intesi come strumento di sensibilizzazione e divulgazione sul tema dei diritti umani e delle problematiche sociali, attraverso campagne di informazione, appelli, petizioni e conferenze, e diffondendo filmati, libri e interviste su media e social network. Varie le partecipazioni televisive e radiofoniche in Italia, numerosi gli articoli sui suoi viaggi, su quotidiani e riviste. I suoi viaggi in diretta su Facebook sono un evento mediatico molto seguito. Il gruppo Tabula Osca ha dedicato un pezzo al suo impegno umanitario https://youtu.be/18ePxizn7ug . Una sua intervista sui popoli indigeni è stata pubblicata sul sito dell’ONU http://www.unric.org/it/attualita/30454-raffaella-milandri-la-situazione-dei-popoli-indigeni-oggi .

Tra le mete dei suoi viaggi, ricordiamo la Papua Nuova Guinea, l’Alaska, il deserto del Kalahari,

il Tibet, il Kimberly in Australia. Tra i Popoli Indigeni oggetto delle sue campagne per i diritti umani, i Nativi Americani, i Pigmei, i Boscimani, gli Adivasi dell’Orissa.

Libri pubblicati

Io e i Pigmei.Cronache di una donna nella Foresta, Polaris 2011.

Booktrailer https://youtu.be/5sHZgaTRPOY

La mia Tribù. Storie autentiche di Indiani d’America, Polaris 2013.

Booktrailer https://youtu.be/5xtIuTYxCWA

In India. Cronache per veri viaggiatori, Ponte Sisto 2014.

Booktrailer https://youtu.be/KH3J-NNJRXY 

Email raffaellamilandri@gmail.com

Facebook https://www.facebook.com/raffaella.milandri

Linkedin https://it.linkedin.com/in/raffaellamilandri

Twitter @RaffaellaMiland




“il mare il mio specchio”: intervista alla pittrice Alessandra Peloso

 

 

 

San Benedetto del Tronto, 2017-06-15 – In attesa della mostra “il mare il mio specchio” di Alessandra Peloso alla Palazzina Azzurra di San Benedetto – dal 26 giugno al 09 luglio, inaugurazione il 25 giugno dalle ore 18 con la presenza dei due importantissimi critici d’arte di livello  internazionale Giorgio Grasso e Stefano Papetti – abbiamo incontrato la pittrice per una breve intervista.

 

 

Cosa deve aspettarsi il visitatore della mostra “il mare il mio specchio”?

Bella domanda! Beh, naturalmente di vedere il mare, magari da un punto di vista diverso, non quello fotografico, ma quello pittorico dove più che il rappresentare la realtà, si descrive un sentimento, una emozione, un sogno, una apparizione… sicuramente si chiederà perché il mio specchio, perché non è solo il mio, ma quello di tutti.
Il mare per molti è lavoro, per altri è vacanza… ma come ho detto in conferenza, per tutti è un luogo dove perdersi per poi ritrovarsi.
Lo sguardo si perde all’infinito e con lui i pensieri, le  paure, le gioie, i sogni,i ricordi, … ma poi ti parla, ti sussurra, ti suggerisce… basta saperlo ascoltare, basta saperti  ascoltare, perché il mare ti fa entrare dentro te stesso…
Il mare è il mistero che fa paura ed affascina.
Il mare è un forziere che racchiude storie antiche.

Ci spiega il rapporto che lega una valdostana al mare?

Nell’acqua del mare c’è l’acqua delle mie montagne…. il tutto è collegato!

Cosa la lega al Piceno?

Amo le Marche perché é qui che ho le mie radici, amici e parenti. Fin da piccola ho passato le mie estati a Porto San Giorgio e oggi che viaggio in tutto il mondo, appena posso scappo nelle Marche!!!
Ad Ascoli Piceno ho fatto una bellissima mostra al Palazzo dei Capitani. Quest’anno ho vinto il concorso per fare i palii della quintana, ma il fatto di aver vissuto ad Ascoli il terremoto di ottobre, mi ha fatto conoscere l accoglienza, la forza ed il coraggio della sua gente, questo non me lo dimenticherò mai!

Quando è nato l’amore per la pittura e come ha mosso i primi passi nel mondo dell’arte?

Fin da piccola, non giocavo ma disegnavo in continuazione, si può dire che l’amore per la pittura sia nato con me, in più ho avuto la fortuna di incontrare un grande maestro come Gabriel Girardi che mi ha fatto capire quanto sia bello vivere nel colore e per il colore… insomma, vivere nella magia.

Quali sono i principali motivi di orgoglio del suo lavoro di pittrice?

Ho sempre dipinto per me, per la gioia che mi da il fare, al di la del risultato. In un  periodo dove l’astratto fa da padrone, io continuo con il figurativo, cercando di dare un tocco di originalità dipingendo a spatola.

A cosa sta lavorando ora? Prossimi progetti?

Nel periodo di ferragosto farò una mostra a Porto San Giorgio nella sala Imperatori, mostra curata da Diego Dellavalle.
Sempre ad agosto sarò ospite con i miei quadri al padiglione Armenia alla Biennale di Venezia, presentata da Giorgio Grasso

Importantissimo, la mostra di San Benedetto del Tronto sarà presentata da Giorgio Grasso e Stefano Papetti  due importantissimi critici d’arte di caratura internazionale.

 

 

 

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“Maledetti”, l’originale omaggio alla musica degli Area di Merlin & Scrignoli

Intervista ai due chitarristi Enrico Merlin & Valerio Scrignoli

Un omaggio trasversale, originale, coraggioso: è quello racchiuso in “Maledetti”, disco realizzato da Enrico Merlin e Valerio Scrignoli partendo dalle composizioni degli Area, il mitico gruppo di Demetrio Stratos che negli anni Settanta ha travalicato generi e confini. Abbiamo rivolto alcune domande ai due chitarristi che si sono misurati con un repertorio rischioso realizzando un singolare e ipnotico dialogo tra chitarre.

 

 

Com’è nato il progetto di “Maledetti”?

Valerio: A stimolare questo progetto è stata la mia compagna, Viviana Bucci, che è stata amica di Gianni Sassi (discografico e autore di alcuni dei testi degli Area). Eravamo da poco andati ad ascoltare un concerto di Enrico Merlin a Milano. Non conoscevamo Enrico ma dopo quel concerto a lui abbiamo proposto di formare questo duo. Una delle esperienze più stimolanti della mia carriera di musicista. Con Enrico abbiamo subito stabilito un feeling pazzesco, condiviso una comune creatività che ci ha permesso di addentrarci nelle note degli Area con libertà e, oserei dire, leggerezza.

Enrico: Sì è così, e io ne sono stato molto onorato, anche se all’inizio ero un po’ preoccupato all’idea di affrontare musica tanto complicata e a cui ero legato sin dai miei ascolti adolescenziali.

Che tipo di rapporto avevate con la musica degli Area? Questo rapporto è cambiato dopo “Maledetti”?

Valerio: Sono rimasto folgorato dagli Area Festival del Proletariato Giovanile di Re Nudo al Parco Lambro nel 1974. Avevo 14 anni e i calzoni corti: mi ci portò mio padre, per mano. Da quel momento per me sono stati un mito che si rinnova ogni volta che li ascolto, anche dopo “Maledetti”.

Enrico: Il primo disco loro che ho sentito è stato proprio “Maledetti”. Mi travolse. Potente, sovversivo, ironico, non incasellabile in un genere definito. Io ero principalmente attratto dal jazz all’epoca, ma arrivavo dal progressive, quindi gli Area riassumevano il mio ideale del “fare musica”.

Il disco è tutto fuorché una raccolta di cover. I brani scelti sembrano più che altro dei pretesti per divagazioni musicali in assoluta libertà. Quanto è stato difficile trovare un punto di equilibrio tra il bisogno di prendervi tutta la libertà creativa di cui avevate bisogno e il rispetto per le composizioni degli Area?

Valerio: L’operazione concettuale di Maledetti è un omaggio che viaggia con la stessa libertà che avevano gli Area nelle loro esecuzioni. Questo è il modus che abbiamo replicato.

Enrico: Personalmente ho sempre odiato le repliche, il coveremmo, l’atteggiamento di sudditanza assoluta verso un modello. L’arte, in tutte le sue forme, si alimenta di stimoli, a volte anche solo di pretesti. La sfida con gli Area era quella di riuscire a trovare una chiave di lettura indipendente che potesse sovrapporsi a strutture musicali assai complesse e per certi versi molto ben delineate. Per omaggiare un grande innovatore non si può (anzi non si deve) riproporne la sua musica e basta. Bisogna entrare in intimità con il suo linguaggio e scrivere nuove poesie, nuovi racconti, nuovi romanzi… Altrimenti è solo un’altra forma di interpretazione di un testo dato.

Quali sono stati gli aspetti più complicati nel far dialogare le due chitarre?

Valerio: Nessuna complicazione. Già dalla prima prova che abbiamo fatto io e Enrico, abbiamo capito che il nostro interplay era perfetto per questo progetto.

Enrico: Valerio è un partner straordinario! Nessuna fatica. È il mio alter ego sonoro. Ci integriamo sempre senza nessuna fatica: Yin e Yang. Già al primo concerto ogni tanto scoppiavamo a ridere per ciò che accadeva imprevedibilmente.

E gli aspetti più interessanti?

Valerio: La capacità di entrambi di lanciarci stimoli e spunti mentre suoniamo. E la capacità di entrambi di raccoglierli con estrema libertà. Senza pensare troppo a chi lancia e chi raccoglie. L’importante è il risultato.

Enrico: Concordo pienamente anche in questo caso con Valerio. Spesso i duetti di chitarre si trasformano in duelli… Tristissimo e anacronistico. Oppure uno dei due ha una posizione prevalentemente di solista e l’altro di accompagnatore, ma nel nostro caso ci si muove in un continuo scambio dei ruoli. Infatti anche nel disco abbiamo accentuato questa interazione anche muovendo gli strumenti sul fronte stereofonico. Non è così importante chi faccia cosa, ma come il tutto abbia un senso nell’unità figlia della sovrapposizione delle parti.

Sono passate alcune settimane dall’uscita del disco. Che tipo di riscontri avete avuto finora?

Valerio: Qualche preoccupazione per un progetto – il primo – che si misura con dei giganti come gli Area ovviamente c’era. Ma devo dire che oggi siamo assolutamente soddisfatti dei riscontri di critica ma anche di pubblico. E’ un progetto tosto ma nei live che abbiamo eseguito fino ad ora abbiamo sempre riscontrato grande entusiasmo.

Enrico: Sì, un successo sperato, ma inaspettato. Pubblico e critica in gran parte ci amano. Ora basterebbe che anche i direttori artistici e i promoter si accorgessero che esistiamo e ci vogliono sentire in molti… (ride, ndr)!

Che tipo di feedback avete avuto dai fan degli Area?

Valerio: Quelli che sono venuti a sentirci pensando di riascoltare delle cover… ovviamente sono stati delusi. Chi invece ha saputo cogliere l’anima del nostro omaggio a questi grandi, chi ha saputo entrare nella nostra rilettura, si è dimostrato entusiasta.

Enrico: Forse i sostenitori più acerrimi (quelli meno aperti) del gruppo saranno sorpresi per alcune nostre scelte, ma come dicevi giustamente anche tu, non si tratta di un’interpretazione di ciò che già è noto. E questo era lo spirito anche degli Area più sperimentali. Loro stessi evitavano di ripetersi sera dopo sera, concerto dopo concerto. Questo però è secondo me il modo corretto di mettersi in una linea di continuità concettuale con la loro musica.

Oltre agli Area, ci sono nell’ambito del rock italiano altre formazioni che potrebbero stimolarvi altri progetti di questo tipo?

Valerio: Sicuramente ci sarebbero, però lo spessore della musica e del rivoluzionario (in tutti i sensi) progetto musicale degli Area è un esempio difficile da uguagliare.

Enrico: Non c’è dubbio che gli Area siano stati la band italiana più importante nel panorama internazionale, come anche da me sostenuto nel mio volume 1000 dischi per un secolo (ed. Il Saggiatore), ma un sogno nel cassetto a questo punto lo avrei… Una rivisitazione di Perigeo e Napoli Centrale ci starebbe da parte nostra, ma anche del repertorio di Orietta Berti… (ride, ndr). No, seriamente, forse sarebbe il caso di affrontare seriamente la musica di Secondo Casadei – quello è il nostro Blues, inutile girarci intorno. Oppure sul canto tenero, alle cui atmosfere e dinamiche mi sono appassionato negli ultimi anni.