“Rosewood Almanac”, il disco della maturità artistica: intervista a Will Stratton

Cantautore americano innamorato delle atmosfere delicate del folk britannico degli anni Settanta, amico di Sufjan Stevens, Will Stratton a soli trent’anni è già arrivato alla maturità artistica con il sesto album, l’intenso ed elegante “Rosewood Almanac”. Tra raffinato fingerpicking e versi di struggente poesia, Stratton ha le carte in regola per diventare un classico del songwriting del nostro tempo.

 

 

In che arco di tempo hai scritto le nuove canzoni?

E’ difficile da dire con precisione, non ricordo bene. Indicativamente ho scritto tutte le canzoni tra il 2014 e il 2016. La prima che ho scritto è stata “Light Blue”, subito dopo aver finito di lavorare al mio precedente album, “Gray Lodge Wisdom”.

Come descriveresti il processo di scrittura di “Rosewood Almanac”?

Ogni canzone ha un po’ una storia a sé. Alcune ho iniziato a scriverle strimpellando la chitarra. Altre ci hanno messo del tempo a venir fuori, ostinandosi a non funzionare ogni volta che cercavo di scrivere a tutti i costi. Così, ho semplicemente cercato di restare in attesa, tenendo la mente aperta.

Ci sono differenze sostanziali tra “Rosewood Almanac” e i tuoi album precedenti?

Diverse cose. Intanto ho cercato di coinvolgere un batterista, di coinvolgerlo nella mia musica molto più di quanto avessi mai fatto in precedenza. Ho ripreso a scrivere arrangiamenti d’archi. Ho evitato di scrivere canzoni che suonassero univocamente positive o negative. E ho suonato il basso, cosa che non facevo dall’epoca del mio primo album.

Probabilmente la mia canzone preferita dell’album è “Vanishing Class”. Tu ne hai una preferita?

Ti dirò che forse è anche la mia preferita. O “Vanishing Class” o “Thick Skin”. Tanto “Vanishing Class” è multiforme e piena, tanto “Thick Skin” è concisa, mi piacciono entrambe.

Cosa ti spinge ad essere sempre così intenso nelle canzoni?
Credo che uno che scrive canzoni non dovrebbe in alcun modo trattenere i propri sentimenti, tutto qua.

Non ti capita mai di sentirti un po’ imprudente nel mettere in musica le tue emozioni quasi senza filtro?

No, credo che essere ‘opaco’ dal punto di vista emotivo sia in qualche modo disonesto e sia qualcosa da evitare, a meno che per qualche motivo non serva allo scopo del brano.

Oltre ad essere emozionali, le tue canzoni hanno anche un importante elemento geometrico…

Cerco sempre di tenere in grande considerazione la struttura della canzone, di avere in mente dove voglio che la canzone vada e come riflettere ciò che viene un attimo prima in ciò che viene un attimo dopo, anche a dispetto della spontaneità a volte. La struttura mi aiuta a scrivere, mi aiuta a rendere più semplici le cose complicate, una volta inserite in uno schema simmetrico.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?

Il primo disco degli Steely Dan, i primi due album di The Cairo Gang, Andy Shauf e il nuovo album di Joan Shelley. E poi… le prime due tracce che si possono ascoltare dal disco di James Elkington, che sto aspettando con impazienza.

Quali sono invece i tuoi autori di riferimento costante?

Bert Jansch, Leo Kottke e Joni Mitchell sono quelli che probabilmente sento più vicini a me in questo periodo.




Danilo Cortellini, “4 Grosvenor Square – i menù dell’Ambasciata Italiana a Londra”

 

 

San Benedetto del Tronto, 2017-04-12 – Presentato questa mattina all’Istituto Alberghiero Buscemi il libro di cucina “4 Grosvenor Square – i menù dellAmbasciata Italiana a Londra” di Danilo Cortellini – lo Chef dell’ambasciata italiana a Londra e finalista del master chef Uk.
ndr: ricordiamo che Danilo Cortellini è un ex allievo dell’Alberghiero Buscemi.

 

Danilo Cortellini

 

 

 

 

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la leggerezza della carne non è peccato. per noi

San Benedetto del Tronto, 2016-03-28 – Il dilemma della carne e dello spirito nel giro di uno spot

 

di  Daniela Abbondanza
Una campagna pubblicitaria così provocatoria non si è forse mai vista. Arriva dall’Abruzzo. Da un graphic designer di Lanciano che vuole osare. E lo vuole fare su più livelli di percezione, inviando anche un messaggio abbastanza forte al mondo cattolico. Luca di Francescantonio racconta della sua idea, che serbava da un bel po’ di tempo e che, in un modo o nell’altro, farà parlare di sé.
1. Quando ti è stata commissionata questa pubblicità?Due mesi fa circa. Gianluca mi ha chiamato, è webmaster/fotografo e aveva il Salumificio Sorrentino come cliente. Solo che Sorrentino non aveva ancora rinnovato la sua immagine e così hanno pensato di contattarmi.

 

2. Ti è stata data “carta bianca” oppure avete discusso insieme del contenuto?

Mi hanno dato carta bianca, il che per un creativo è un invito a nozze. Questo avviene quando hai a che fare con la “nuova generazione”: come committente avevo una persona che si e no avrà la mia età, con un’apertura di veduta maggiore e più attuale. Tutto quello di cui aveva bisogno era di rinnovare la propria immagine, aggiornarla. In più ho dato quel tocco in più che fa parte della mia filosofia, non dispenso format, visual e slogan già confezionati, non rientra nel mio modo di creare un messaggio per una campagna pubblicitaria. Cerco l’eleganza, ma non basta: la provocazione elegante è molto più difficile. E raffinata nell’efficacia.

 

3. In quanto tempo sei riuscito a sviluppare questa idea?
Mi sono preso del tempo in più. Avevo quell’idea in mente da un bel po’, ma non ero ancora deciso. Ho avuto dei sensi di colpa, lo ammetto. Ma alla fine, rielaborando il tutto, l’idea di lanciare un messaggio oltre il commerciale mi affascinava e convinceva.

4. Un volto enigmatico ed apparentemente ingenuo…
Gianluca ha trovato Alessia ed è stata quello che cercavamo. Mora, occhi scuri, viso dolce ed enigmatico. Colpisce un po’ tutti, dai ragazzi alle signore di terza età, per via del suo viso candido e calmo. In parte era quello che volevamo per via del target richiesto. Poi ha uno sguardo che ammicca al messaggio, quello è stato il plus.

5. Come mai l’idea di provocare su più livelli di percezione?

E’ molto pop, non credi? La “leggerezza della carne” non è solo la caratteristica di quel tipo di salame abruzzese, che è effettivamente molto leggero, ma è anche un messaggio di provocazione: visto che qualcuno mi ha detto che siamo quel che mangiamo, mi chiedo cosa sia il cattolico in occidente ultimamente in confronto ad altri generi di fedeli. Un salame. Lo Spirito non è ancora il nostro pane.

 

6. Potresti spiegarti meglio?
Personalmente noto che l’orgoglio cattolico, in occidente, è pressoché assente, scarseggia in spina dorsale, e in questa situazione mi ci riconosco anch’io, purtroppo. Se ci fosse qualcuno a rimanere colpito dalla mia pubblicità e a rimanerne infastidito sarebbe già un bel risultato, ma so che non sarà così per la maggioranza dei presunti cattolici. Questo mentre viviamo un contesto storico particolare e delicato per il credo e i principi spirituali, mentre siamo sotto la pressione di culture religiose pressoché più ferree e decise. Noi dove siamo? Basta un libro nato per essere best seller per sostituirlo con il vero Vangelo, tutti cominciano a volere un Gesù più adatto ai propri peccati, magari che ha una storia con la Maddalena dimenticando l’essenza dell’amore unico e spirituale e totale, magari si vuole decidere liberamente la vita e la morte di una persona appena nata o appena morta, facendo le veci di Dio e interpretandone facilmente i misteri, come se la strada più facile sia quella più giusta per il cuore…Si, spero che mi censurino in un certo senso. Forse vedrei uno spiraglio di luce nel vuoto.

 

7. Cosa intendi comunicare?
Voglio usare la pubblicità anche per dare altro. Voglio associare concetti universalmente vicini a prodotti commerciali, un’azienda può andare oltre, non vende solo un prodotto ma è anche marchio di una filosofia, di un modo di pensare il lavoro. Un’azienda vera vende la sua vera passione. Dietro un prodotto ci sono lavoratori che ci credono. E quei lavoratori, imprenditori e operai, quelli puri, sono persone come il cliente. Ma nel contesto attuale siamo immersi solo da “merci” dimenticandoci cosa significa “Made in Italy”, siamo annoiati e persi nei supermercati perché siamo noi stessi persi e annoiati e non abbastanza sensibili o acculturati o credibili. Quindi: non sarebbe male lanciare messaggi importanti proprio da quello che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno. E’ un modo nuovo di creare “parabole”, il che in una società che tende a crearsi il Vangelo fai da te…

8. Chi ti ha aiutato nella realizzazione?
Gianluca Scerni (www.gianlucascerni.it) e la sua crew tra aiuto fotografo e make up, con Alessia Alfino, l’enigmatica. E poi il ritocco di finezza nel marketing da parte di Antonello Ballerini.

9. Hai avuto qualche esitazione prima di presentare il tuo prodotto al committente?
A parte i sensi di colpa da cattolico poi sono stato molto convincente. Ci credo. E’ stata una provocazione anche per me.

10. A quanto pare è in programmazione il lancio nelle strade di Pescara e forse poi di Roma e vedremo questo volto in formato 6×3. Credi ci saranno delle reazioni dal Vaticano?
Ne sarei onorato.

11. Ci terrai aggiornati sugli effetti mediatici della campagna?
Senza dubbio. Ti consiglio di abbandonarti alla leggerezza della carne… di Sorrentino, ovviamente. Ci sono pochi prodotti in Italia così buoni.

klikka il linkhttp://www.lucadifrancescantonio.it

 Daniela Abbondanza Interviste
 Articolo letto 4984 volte. il 31 gennaio 09 alle 21:21



Mettersi in proprio, perché? Intervista ad Rossella Dimartino, beauty Promoter

 

 

Il lavoro autonomo tra sogni e realtà.
Perché lavorare per “costruire” i propri sogni invece di realizzare quelli degli altri.
Ce lo dice la  beauty Promoter Rossella Dimartino

 

Lavorare in maniera autonoma, perché?

Perché il mondo del lavoro è cambiato. Con l’avvento del web si sono create nuove opportunità per tutti verso il lavoro autonomo e da casa, soprattutto per le donne che desiderano conciliare la carriera con la famiglia e in primis i figli. La libertà di potermi gestire come desidero tra lavoro, famiglia e passioni personali e non dover così rinunciare a niente di questo per la completezza della vita di una donna.

In che cosa consiste il tuo lavoro e chi sono i tuoi clienti?

Sono una Capogruppo e beauty-Promoter della multinazionale francese leader nella cosmetica vegetale: YVES ROCHER COSMETIQUE VEGETALE.

Promuovo i prodotti di questo fantastico mondo vegetale perché il loro livello qualitativo è altissimo con prezzi contenutissimi.

Come è possibile? Certo che è possibile, perché la Yves Rocher coltiva, studia, produce e distribuisce i propri prodotti nella sede in Francia senza ulteriori passaggi, per cui consente il contenimento dei prezzi rendendo la bellezza accessibile a tutte le donne!

Le mie clienti sono donne, ragazze, uomini, ragazzi chiunque decida di prendersi cura di se stesso con prodotti naturali a prezzi contenutissimi.

 

Rossella Dimartino

 

 

 

Perché proprio il settore di beauty cosmetica ?

Ho scelto il settore cosmetica perché da quando ero una bimba amavo “pasticciare” con rossetti, ombretti, blush e profumi come la stragrande maggioranza delle femminucce fanno fin da piccine.

Tutti possono diventare beauty-promoter?

Certo che si!!!

Attività e carriera nella mia azienda sono aperte a tutti!

Essendo io oltre beauty-Promoter anche Capogruppo Yves Rocher ho un team di donne e ragazze che lavorano con me.

Sono però costantemente alla ricerca di qualsiasi figura femminile, o anche maschile, che desideri entrare in questo meraviglioso mondo profumato e colorato, mettersi così in gioco e approfittare dell’opportunità lavorativa che l’azienda ci offre: sarete voi stessi a decidere come rapportarvi a questa attività. A seconda del vostro impegno Yves Rocher vi ricompenserà: se la tratterete come un hobby vi ricompenserà come un hobby, se la trattenete come un lavoro vi ricompenserà come un lavoro, senza vincoli o investimenti ed io sarò sempre al vostro fianco per supportarvi e consigliarvi.

Per essere una brava beauty Promoter quanto conta l’aspetto fisico, simpatia… ?

Non occorrono competenze o caratteristiche particolari ma solo tanta voglia di fare, di provarci, tanta passione e tutto verrà da se.

Così è stato per me e può esserlo per tutti!

Una tua giornata tipo

La mia giornata tipo é… da inventare!!!

Cioè: cerco di fissare gli appuntamenti con le clienti di mattina visto che i ragazzi sono a scuola e riservare il lavoro d’ufficio prevalentemente al pomeriggio per essere presente in casa con loro piuttosto che per le attività sportive.

Cosa desiderare di più?

Per chi vuole mettersi in proprio, i tuoi consigli.

Consiglio vivamente un’attività da gestire in piena autonomia come la mia ad ogni donna! E’ stata una scelta molto coraggiosa per me quando tutti ambiscono al famigerato posto fisso, ma posso dire di essere stata ampiamente ripagata!

Libertà, indipendenza, flessibilità, senza rinunciare alla realizzazione personale, con la possibilità di rimanere accanto ai miei figli e continuare a seguirli nel loro percorso di vita.

Cosa non ti ho chiesto?

Non mi hai chiesto perché dover rinunciare al cosiddetto posto fisso che ti garantisce uno stipendio sicuro mettendoti al riparo da molte responsabilità.

Ed io ti rispondo: Perché ancora si prospetta la possibilità del posto fisso? E se si, ancora per quanto tempo? Sicuro poi che sarà a tempo indeterminato? Desideri stare tutti i giorni con la paura che arrivano i tagli? E tu poi che farai, come manterrai la famiglia? Sei sicura di voler affidare il tuo destino nelle mani di altri?

No grazie, le decisioni sia positive che negative le prendo io!

 

 

 

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Giancarlo Trapanese, “Chi mi ha ucciso”, diventa opera teatrale

 

Sarà ricca di colpi di scena l’opera teatrale tratta da “Chi mi ha ucciso” di Giancarlo Trapanese

Dopo il grande successo ottenuto, l’ultimo libro di Giancarlo Trapanese, “Chi mi ha ucciso”, diventa una opera teatrale, i personaggi prendono vita, le parole sulla carta si trasformano in parole vive e recitate da attori. La curiosità che ferve è tanta e sarà presto soddisfatta alla prima teatrale che avrà luogo sabato 1 aprile 2017 alle ore 21.00 e domenica 2 aprile 2017 alle ore 17.00 al Teatro Sperimentale di Ancona. Sarà la prima nazionale della commedia in tre atti  ” Chi mi ha ucciso?” che porterà ben 14 attori sul palcoscenico per una rappresentazione che già si prevede originale e ricca di colpi di scena. Parliamone con l’autore.

Giancarlo, la trasposizione teatrale del tuo libro è un lavoro tutto marchigiano. Ci puoi dare qualche dettaglio in più?

Tutto Made in marche, esatto: marchigiani autore del romanzo e casa editrice, ( Italic Pequod) per cominciare, così come il regista Giampiero Piantadosi che ha curato anche la sceneggiatura. Tutti marchigiani gli attori, le maestranze, i service. Insomma non capita spesso su testi in lingua, di avere una “filiera corta” di questo tipo. E’ la dimostrazione che abbiamo risorse e qualità per fare certe cose e per metterle in scena in modo autoprodotto ed autonomo. Anche se dobbiamo constatare che abbiamo trovato grande attenzione da parte dei Comuni che hanno capito, un po’ meno sino ad ora dall’Amat che ha una corsia preferenziale ed esclusiva con i professionisti e con le compagnie non regionali.

 In che modo avete tradotto il libro in racconto teatrale? 

Eh non è stato facile per niente: mesi di lavoro. La pima fase è stata affidata a me: ho dovuto immaginare una riduzione teatrale di un romanzo complesso riducendo il numero dei personaggi ( teatralmente non potevano essere in scena 21 personaggi) e far scorrere la storia solo attraverso i dialoghi. Fatto questo preventivo lavoro di cernita e di scelte, è stato poi un grande professionista come Giampiero Piantadosi , che è anche il regista della compagnia, che ha composto liberamente, in accordo con me, la sceneggiatura teatrale cambiando alcune cose, inserendo un paio di personaggi e soprattutto cambiando il finale del libro che essendo un giallo…

Il libro ha avuto un grande successo, ed è stato presentato in modo originale ed emozionante.

Vero, il libro è andato e sta andando molto bene. La Italic Pequod proprio per questo ha avuto un’idea a mio avviso straordinaria: sarà messa in vendita in occasioni delle rappresentazioni, una edizione tascabile del romanzo appositamente creata per questa situazione. Ci sarà in questa edizione a prezzo davvero straordinario, quasi l’intero romanzo originale, la trama del teatrale, i nomi dei protagonisti con prefazione del Regista e persino foto di scena.

Hai dato vita ai tuoi personaggi. Cosa hai voluto trasfondere in loro, prima di tutto?

E’ stato un lavoro di squadra eccezionale. Come sai in scena, come nel libro, ci sono i personaggi dei miei precedenti libri. Gli attori che hanno lavorato da un anno con tre prove alla settimana, hanno voluto tutti leggere i libri dai quali sono tratti i personaggi per entrare nello spirito, per capirli e farli rivivere sul palcoscenico. Un’emozione straordinaria per me ma persino per loro. Ti confesso che in qualche momento delle prove ci siamo commossi! E nei personaggi che prendono corpo c’è davvero l’umanità, i dubbi, l’intensità sentimentale che intendevo trasmettere loro.

Qualche dettaglio e indiscrezione in più sulla prima ad Ancona, il primo aprile.

Posso dirti che il 1° aprile alle 21 allo sperimentale ed il 2 aprile alle 17 ( il nostro esordio) succederà qualcosa di insolito e di raramente visto sulle scene. E’ un’opera diversa, nuova, insolita, che ovviamente come tutte le novità affronterà un giudizio non scontato da parte della gente, ma l’unica cosa certa…è che non ci si annoia in quelle quasi due ore di teatro con una serie continua di colpi di scena.

 

Giancarlo Trapanese è attualmente impegnato con la trasposizione teatrale del suo ultimo e decimo libro, “Chi mi ha ucciso”. Trapanese è scrittore e giornalista, vice capo redattore della sede Rai per le Marche, ed è stato professore di Teoria e tecnica del linguaggio radiotelevisivo e di Laboratorio di Comunicazione scritta presso Scienza della Comunicazione – Università di Macerata. Attualmente risiede a Numana e ad Ancona. In Rai ha collaborato con le più importanti trasmissioni sportive, La Domenica sportiva (di Tito Stagno), Novantesimo Minuto, Tutto il calcio minuto per minuto, Domenica stadio, Domenica sprint, L’Una italiana ( con Umberto Broccoli). Appassionato di psicologia e di counseling, ama approfondire e studiare le trasformazioni in corso dei rapporti affettivi e di coppia. Ha ricevuto numerosi premi letterari e giornalistici, ed ha pubblicato dieci libri. Oltre all’ultimo, “Chi mi ha ucciso” (Italic-Pequod editore), ricordiamo tra gli altri: “La giusta scelta” (Italic-Pequod editore); “Madre vendetta – Storia di un perdono impossibile” (Vallecchi editore); “Ascoltami” (PeQuod Edizioni).

Chi mi ha ucciso, Giancarlo Trapanese

 

 

 




Quando il Sushi diventa passione: l’arte dello chef Patrick Bateman

 

Abc del sushi, seconda parte: gli ingredienti.

a cura dello chef Patrick Bateman

 

 

San Benedetto del Tronto, 2017-03-04 – Siamo tutti amanti della buona cucina, ma gli appassionati che si cimentano ai fornelli e che ambiscono ad essere protagonisti dell’arte culinaria aumentano ogni giorno di più, stimolati dai tanti programmi televisivi come Masterchef, Top Chef, Hell’s Kitchen, e così via. Molti di questi programmi sono capitanati dall’onnipresente Gordon Ramsey, chef inglese proprietario di svariati ristoranti in giro per il mondo. Ed inglese come Ramsey è lo chef Patrick Bateman, molto conosciuto e apprezzato nella Riviera delle Palme. Togliamoci una curiosità.

 

 

Patrick, cosa pensi del tuo connazionale Gordon Ramsey, e dei suoi show dove sbraita e impreca in cucina?

Gordon è sicuramente un cuoco eccellente, ma prima di tutto è un bravo show man e business man che ha diffuso la passione per la cucina attraverso i suoi programmi televisivi . Oggi la qualità e quantità di bravi chef è decisamente migliorata rispetto al passato. Molti vivono la cucina come un mezzo di espressione personale, come un modo di esprimere e realizzare sé stessi e riescono a raggiungere alti livelli. Però, se pensiamo ai modi di fare bruschi di Gordon in cucina, ad esempio in Hell’s Kitchen, è chiaro che fa spettacolo: in una vera cucina, il rispetto reciproco e la professionalità vengono prima di tutto. Se un aiuto cuoco non è capace di fare il suo lavoro, lo chef deve prima di tutto cercare di portarlo a crescere, sottolineando i suoi errori con calma. Poi, è chiaro, esistono persone negate per la cucina, in maniera particolare quelle disordinate a livello sia pratico che mentale, e quelle pigre e lente che non riescono a seguire i ritmi veloci che vengono richiesti per soddisfare i clienti che aspettano.
Abbiamo presentato nella prima parte di questa rubrica gli utensili necessari per preparare un sushi di base a casa. Patrick Bateman è chef di sushi e cucina internazionale, e ha trasformato il sushi tradizionale in un sushi mediterraneo creativo. Proseguiamo con la seconda parte dedicata agli ingredienti per fare un sushi di base.

Patrick, è facile reperire gli ingredienti per fare il sushi classico, a casa?

Sicuramente sì. Quando sono arrivato in Italia, dieci anni fa, il sushi era ancora una novità ma oggi anche nei supermercati si trovano gli ingredienti di base e il riso adatto. E’ chiaro che ci sono molti ingredienti tipici, come il wasabi fresco, che non si trovano in giro, io stesso sono riuscito solo ora a procurarmelo attraverso un importatore direttamente dal Giappone. E’ un tipo di rafano molto delicato da conservare.

Quali sono gli ingredienti di base per fare i roll di sushi?

sushi

Gli ingredienti sono moltissimi, a partire dalle verdure e dai tipi di pesce che si possono usare. Ma non solo. Io ad esempio preparo anche i roll di sushi dolce, con mascarpone e nutella. Qui ti dirò solo gli ingredienti di base, ai quali poi va aggiunto il “contenuto” in base ai tipi di roll. Partiamo dal riso, di cui ti stupirà sapere che ci sono circa 40.000 diverse varietà in tutto il mondo. Il riso per sushi è alla base di tutto: deve essere di qualità fino o semifino e tondeggiante. Il riso Ribe che si trova nei supermercati va benissimo, se non si trova la varietà equivalente giapponese o della California. Poi c’è il Nori : è alga precotta che si trova in fogli, di solito già confezionata in pacchetti; quando apri un pacchetto, usa il Nori il prima possibile o mantienilo sigillato in un luogo fresco. La qualità migliore da usare è il yaki-nori, che normalmente è color verde scuro e non ha bisogno di essere tostata prima dell’uso. Una alternativa all’alga Nori è la alga di soia, Mame Nori, dal sapore molto più neutro rispetto a quello del Nori, che si può trovare anche in fogli colorati rosa, gialli etc , per dare un tocco diverso al sushi. L’aceto di riso va aggiunto al riso una volta che è cotto, per fargli raggiungere il giusto grado tra dolce e acido, e si può comprare già fatto oppure ottenere bollendo in pentola aceto normale, zucchero e sale. Per aggiungere sapore si può aggiungere il Kombo, che sono fogli di alga essiccata. La maionese giapponese è deliziosa e perfetta da aggiungere ad alcuni tipi di sushi roll, va messa normalmente su uno strato sopra al riso già steso sul Nori. E’ molto più delicata della maionese occidentale e ha un gusto diverso. Ovviamente, in mancanza di essa si può usare la maionese normale o provare a preparare la propria maionese con aceto di riso invece che con acqua. Il Wasabi è un tipo di ravanello verde giapponese, dal tipico sapore fortissimo e piccante, e può essere usato nei roll in piccolissime dosi o solo per accompagnare sushi e sashimi come condimento. Normalmente si trova in polvere, e diventa una pasta densa con la aggiunta di acqua, si può modellare ; altrimenti si trova già pronto in tubetti. I semi di sesamo, possono essere messi dentro o attorno ai roll di sushi, o usati come decorazione. Sono disponibili normalmente bianchi o neri, ed è meglio comprarli già tostati. Lo zenzero, può anche esso essere usato dentro i roll o solo come accompagnamento; i più usati sono il Beni –Shoga, zenzero rosso piccante macerato sottaceto e il Gari, rosa e meno piccante. Si trovano al supermercato in pacchetti o vasetti già tagliato e pronto. Il Daikon è un rafano gigante bianco, che si può usare dentro i roll o come decorazione sul piatto, e ha un gusto leggero, fresco e croccante. Le uova di capelin , Masago, sono piccole uova di pesce, del capelin appunto, che possono essere comprate di diversi colori e usate dentro e fuori ai roll, per aggiungere sapore, colore e una diversa consistenza. Il sake è la famosa bevanda alcolica giapponese a base di riso fermentato, può essere usato in aggiunta al riso per dare sapore o per macerare carni e pesci; altrimenti viene usato solo come bevanda, servita calda o fredda e ve ne sono tante varietà e marche in commercio. Il Mirin è un tipo di sake dolce. La salsa di soia è immancabile per accompagnare il sushi e il sashimi, e può essere usata per preparare salse diverse o per marinare carne e pesce. Attenzione, la salsa di soia cinese ha un sapore di solito molto più forte di quella giapponese e può coprire il sapore del sushi. Meglio sempre usare quella giapponese.

Bene, grazie mille Patrick, e a presto con la prossima puntata.

 

 




Mettersi in proprio, perché? Intervista a Camilla Ferraiolo, insegnante di danza

 

Il lavoro autonomo tra sogni e realtà. Perché lavorare per “costruire” i propri sogni invece di realizzare quelli degli altri: la parola a Camilla

 

 

Come, quando, dove e perché è nata Libellula

Dopo aver ottenuto la qualifica professionale come operatore artistico nel campo della danza nel 2004 ad Ancona ed essermi laureata alla Facoltà di Scienze Motorie di Rimini nel 2007, mi sono inserita subito nel mondo del lavoro nel campo del fitness e della danza in quanto sono stata chiamata in diverse palestre sia come istruttrice fitness sia come insegnante di danza per sostituire una mia collega in una palestra a Cupra Marittima.

L’ anno seguente ho ricevuto l’invito ad aprire un corso di danza in una palestra a Grottammare e successivamente ho proposto di aprirne un altro anche nella palestra della piscina comunale di Porto d’Ascoli dove lavoravo come istruttrice di acquagym.

In questi anni il numero delle iscritte ai corsi di danza era divenuto tale da permettermi di aprire una associazione sportiva dilettantistica con la quale poter lavorare indipendentemente dalle palestre.

Nel 2009 nasce quindi la Asd LIBELLULA con la quale ho continuato a lavorare nella palestra della piscina comunale di Porto d’Ascoli. Successivamente la sede operativa della scuola l’ho trasferita nella palestra del PalaSpeca.

Dal primo ottobre 2016 la Asd LIBELLULA ha finalmente una casa tutta sua, sita in via Indipendenza 17 a Porto d’Ascoli.

 

Libellula

Libellula

 

Chi sono e da dove arrivano le piccole ballerine?

Le mie ballerine, che in maniera simpatica chiamo Libellule, sono bambine, adolescenti e ragazze che ogni anno studiano con costanza e impegno partecipando alle lezioni settimanali per crescere tecnicamente e prepararsi a concorsi, stage di perfezionamento fuori sede e al tanto atteso saggio di fine anno che solitamente proponiamo l’ultimo sabato di Giugno al teatro Concordia della nostra Città.

 

Ballerina si nasce o si diventa?

Ballerina si nasce e si diventa. Il cuore e la passione si hanno fin dalla nascita, l’impegno e il sacrificio invece sono le caratteristiche che ogni ballerina deve mettere in atto per imparare e migliorare la tecnica per diventare realmente una brava ballerina!

 

Il tuo lavoro tra esperienze passate, attuali e prospettive future.

In questi anni ho portato in scena diversi spettacoli di fine anno con temi diversi.

Non amo lavorare senza un filo conduttore e questo richiede quindi molto impegno durante tutto l’anno, non solo durante le lezioni in sala con le mie allieve, soprattutto quando sono da sola e lavoro per preparare e organizzare ogni singola lezione.

Dietro alla lezione di un’ora e mezza c’è quindi tanto studio, bagaglio culturale e quel pizzico di creatività che rende ognuna diversa dall’altra.

La tecnica si studia, la creatività è innata ma va anche alimentata.

In che modo? Andando a teatro a vedere spettacoli, partecipando a corsi continui di aggiornamento, collaborando con colleghe del mio tesso campo.

Ora si lavora per due concorsi ai quali le mie libellule parteciperanno e contemporaneamente al saggio del 24 giugno.

 

Difficoltà nel trovare il locale giusto per la tua attività?

Non è stato semplice trovare il locale adatto alla mia attività. Ho girato molto e alla fine sono riuscita a realizzare il mio sogno.

Ho aperto una scuola di danza con le sale per le lezioni senza colonne e di una metratutra idonea.

 

Come concili il tuo lavoro con la vita privata?

Per il momento riesco a conciliare bene la vita lavorativa e quella privata perchè fortunatamente ho un ragazzo che, avendo anche lui un lavoro in proprio, capisce i miei ritmi come io capisco i suoi.

Per il futuro forse dovrò rallentare un pò se prima o poi deciderò di diventare mamma. Non potrò mica saltare come una pazza con il pancione come faccio ora in tutte le lezioni di fitness musicale e zumba!

 

I tuoi consigli per chi vuole mettersi in proprio.

Liberta di organizzazione ma molte responsabilità.

Io consiglierei sempre di fare i passi piano piano come ho fatto io.

 

Importanza della comunicazione internet nel lavoro autonomo.

Uso molto face book per far conoscere la mia pagina Asd LIBELLULA dove quotidianamente condivido orari, video e qualche post per spronare le persone ad avere una vita attiva e non sedentaria.

 

Cosa non ti ho chiesto?

Perche il nome Libellula? Era il soprannome con cui mi chiamavano da piccola quando ballavo.

L’ho scelto per questo e ancora di più perchè in italiano.

Per una scuola di danza dove vengono bambine piccoline anche di 3 anni che ancora non conoscono l’inglese o altre lingue, oppure nonne che accompagnano le proprie nipotine, il nome deve suonare familiare per far si che venga assimilato in fretta e ricordato sempre.

 

 

 

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Mettersi in proprio, perché? Intervista ad Elisabetta De Vecchis, traduttrice

 

Il lavoro autonomo tra sogni e realtà. Perché lavorare per “costruire” i propri sogni invece di realizzare quelli degli altri. Ce lo dice la traduttrice libera professionista ed interprete Elisabetta De Vecchis.

 

 

Mettersi in proprio, perché?

Perché il mondo del lavoro sta cambiando e stanno nascendo nuove professioni, soprattutto in ambito digitale. Personalmente, mi ero prefissa questo obiettivo sin dall’Università. Non potrei mai rinunciare alla flessibilità e alla libertà di potermi gestire gli orari di lavoro.

Di cosa ti occupi?

Sono una traduttrice libera professionista, lavoro nelle combinazioni inglese-tedesco-italiano e sono specializzata in testi di marketing, soprattutto per l’industria automobilistica. Lavoro anche per il settore medico-infermieristico, ferroviario e turistico. Sono molto attiva nella sezione Marche dell’Associazione Italiana per Interpreti e Traduttori (AITI), che mira a promuovere il valore della comunicazione linguistica e la crescita professionale dei suoi soci.

Quando hai capito di voler diventare traduttrice?

Ho capito prestissimo, intorno a 7 anni, di avere una passione per le lingue. Una passione di nome Peter, un turista inglese, mio coetaneo, con cui ho comunicato per ore a gesti. Da adolescente leggevo libri in inglese che avevo già letto in italiano, e confrontavo il testo originale con la versione italiana… ero già traduttrice senza saperlo!

 

Elisabetta De Vecchis

Elisabetta De Vecchis

 

 

Il lavoro autonomo tra sogni e realtà.

Il sogno che avevo all’università era, appunto, quello di mettermi in proprio. Tuttavia dopo la laurea, pur avendo acquisito ottime competenze a livello linguistico e traduttivo, mi sono accorta che la realtà lavorativa era ben diversa: dovevo introdurmi nel mercato, farmi scegliere dai clienti, stabilire delle tariffe, diventare imprenditrice di me stessa. Ho imparato tantissimo partecipando a corsi di formazione, webinar, confrontandomi con colleghi più esperti e leggendo forum online.

Perché lavorare per “costruire” i propri sogni invece di realizzare quelli degli altri.

Perché amare il proprio lavoro è fondamentale. Curando la comunicazione dei clienti, inoltre, realizzo anche il loro obiettivo di tradurre in parole il valore che offrono.

Descrivi il tuo lavoro tra esperienze passate, attuali e prospettive future.

Dopo la Laurea Specialistica in Traduzione e varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero, oggi mi occupo di traduzioni e revisioni per clienti operanti nel settore automobilistico, medico, ferroviario e turistico. In futuro mi piacerebbe creare delle sinergie con lavoratori autonomi di ambiti diversi (grafici, webmaster, esperti di social media marketing ecc.) per offrire dei servizi integrati alle imprese. Chissà, magari qualcuno tra loro mi sta leggendo ora?

Rifaresti tutto quello che hai fatto fino a oggi?

Senza dubbio. Ho sicuramente fatto degli errori in passato, ma è grazie a quelli che sono migliorata.

Cosa consigli a chi vorrebbe mettersi in proprio.

Valutate bene i costi e i rischi, osservate il mercato, cercate di capire qual è il vostro valore aggiunto e cosa vi distingue dai concorrenti, quindi seguite l’istinto e… buttatevi! Personalmente, mi sono data un limite di tempo per provarci: dopo circa 5-6 mesi ho iniziato a vedere dei risultati e ho continuato per questa strada. Attenzione però: il lavoro autonomo non è per tutti: serve molta autodisciplina e, a volte, disponibilità a lavorare di sera o nei festivi. Io, ormai, mi sono adeguata ai giorni festivi della Germania!

Importanza della comunicazione internet nel lavoro autonomo.

Direi fondamentale. La qualità del servizio traduttivo non è valutabile dal cliente se non si conosce la lingua. Chi ci sceglie, si fida dell’immagine di professionalità che trasmettiamo anche e soprattutto attraverso il sito web ed eventuali blog o pagine facebook. Io ho una pagina facebook (CreaWriting – Translation Services) e un sito web: www.creawriting.com

Cosa non ti ho chiesto?

Se la figura del traduttore verrà mai sostituita dal computer. Me lo chiedono tutti! Rispondo che il computer non potrà mai sostituire la sensibilità di una persona nella stesura di testi accattivanti e dallo stile incisivo, ragionare sui significati impliciti o sulle sfumature, o ancora capire ironia e sarcasmo.

 

 

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ndr: Chi volesse partecipare alla nostra rubrica realizzando con noi una intervista per parlare della propria esperienza può contattare la redazione:  3395958622 redazione@ilmascalzone.it

 

 




Quando il Sushi diventa passione: l’arte dello chef Patrick Bateman

 

 

Abc del sushi, prima parte: gli utensili.

 

a cura dello chef Patrick Bateman

 

San Benedetto del Tronto, 2017-02-12 – In pochi anni, il sushi non è più una moda, ma è diventato parte della nostra alimentazione, per molti di noi. E’ un insieme di sapori, odori e colori che la raffinata cucina giapponese ha elaborato al punto che il sushi soddisfa non solo il palato ma anche la vista, proponendo piatti che spesso sembrano dipinti. E’ questa l’arte dello chef  Patrick Bateman, che sta portando avanti costantemente una evoluzione del sushi arricchendolo con influssi mediterranei, thailandesi, messicani; un vero e proprio sushi fusion, un modo di cucinare artistico e talentuoso. Oggi anche al supermercato si trovano alghe ed altri ingredienti basilari del sushi, ma la domanda che rivolgo allo chef è:

Pensi che chiunque sia appassionato possa preparare a casa un piatto di sushi?

Il sushi di base, i classici roll, è sicuramente facile da cucinare se c’è entusiasmo e passione. E’ un piacere prepararlo, ma anche servirlo ai propri ospiti. Cucinare a casa può dare il tempo di organizzarsi e procurarsi tutti gli ingredienti e gli utensili di base. Alla base di tutto, secondo me, c’è il fatto di essere ordinati e precisi, per poi servire degli ottimi piatti casalinghi che non richiedono strumenti o apparecchi difficili da trovare o comprare. Il segreto per essere un buon cuoco amatoriale di sushi è: non servire mai agli altri quello che non vorresti per te stesso, sia a livello di sapori che a livello visivo.

Quali sono gli utensili di base per fare i roll di sushi?

 Patrick Bateman

Patrick Bateman

Innanzitutto, la stuoia di bambu per sushi, che può essere acquistata in molti supermercati o negozi di prodotti orientali. La stuoia si usa per fare i roll di sushi e deve essere sempre pulita e asciugata dopo l’uso per evitare l’accumulo di batteri. Si può anche avvolgere con la pellicola durante l’uso e toglierla alla fine. Poi, per cuocere il riso, occorre una pentola dal fondo pesante con coperchio, o una pentola elettrica per il riso. Se fai il sushi a casa, ogni tanto, e in piccole quantità, va benissimo la pentola normale. Serve poi una ciotola per il riso, che nella tradizione è in legno di cipresso, ma può essere anche di altri materiali, meglio non metallica, e si usa per metterci il riso cotto a raffreddare e per lavorare il riso con la spatola mentre si aggiunge l’aceto apposito, per dargli la giusta consistenza e brillantezza. Poi occorre una spatola per il riso, in legno o plastica, serve per mischiare il riso con l’aceto senza schiacciarlo e per farglia vere la giusta consistenza. Servono anche varie ciotole per mescolare e condire i vari ingredienti: verdure, pesce, quello che vuoi mettere nel sushi. E’ indispensabile avere per le verdure, la frutta e il formaggio un buon affettatore e una buona grattugia, di quelli che hanno vari spessori di taglio e per grattugiare, per avere diverse consistenze; e insieme, una pelatrice per sbucciare. Infine, un paio di coltelli molto affilati. Nella cucina professionale, ci sono tre tipi di coltelli principali. Uno per il pesce(yanagiba-bouchou), uno per le verdure (usube-bouchou), e uno per il sashimi (deba-bouchou). Ma per iniziare a preparare il sushi a casa, non sono necessari: diciamo che sono da usare per chi ha già una certa pratica. Il coltello è lo strumento principe per chi prepara il sushi, che deve essere tagliato con precisione per presentare ai propri ospiti un bel piatto, oltre che buono. Non considero presentabili dei roll di sushi che si aprono, che appaiono slabbrati e con gli ingredienti non ben compattati all’interno.

Patrick, e per quanto riguarda gli ingredienti base?

Di questo ne parleremo alla prossima puntata… è un argomento abbastanza complesso, che va molto al di là di alghe, wasabi e zenzero.

 

 

 




Prevedibilità dei terremoti. Intervista al sismologo Robert Geller

 

 

Quanti di noi del Centro Italia controllano il sito dell’INGV quotidianamente, o seguono “guru” del terremoto sperando di avere previsioni rasserenanti? Di certo, lo sciame sismico non si ferma, e pur rimanendo concentrato –per ora- nel triangolo L’Aquila-Rieti-Macerata, non risparmia Sicilia e Molise, e migra anche sulla costa laziale. Ho voluto consultare a tal proposito il Professor Robert Geller, che ha effettuato studi proprio sulla possibilità di prevedere i terremoti.

 

Professore, ci dica il Suo punto di vista sulla prevedibilità dei terremoti In breve, dico subito che è impossibile. Le ragioni sono discusse nel mio trattato del 1997, “Earthquakes cannot be predicted”, “I terremoti non si possono prevedere” disponibile al link: https://dl.dropboxusercontent.com/u/8943731/GJKM-Science-1997.pdf
Tra gli altri, anche il Professor Mulargia di Bologna è stato un coautore. Questo studio è stato pubblicato venti anni fa ma non c’è ragione di cambiare nulla di ciò che scrivemmo allora.

Ecco un estratto del trattato: “Prevedere un terremoto vuol dire specificare il tempo, il luogo e la magnitudo di un evento sismico. La previsione deve essere affidabile e accurata, per non originare falsi allarmi. I media e alcuni scienziati ottimisti incoraggiano l’idea che i terremoti si possano prevedere, ma gli studi suggeriscono che tali opinioni siano sbagliate. Un terremoto viene causato da un improvviso scivolamento di una faglia geologica, e tali rotture e accadimenti sono ingestibili. Lo stato eterogeneo della Terra e la inaccessibilità delle faglie impediscono una misurazione esatta dei fenomeni e complicano le cose. (…) In generale, ogni piccolo evento sismico potrebbe dare luogo a un forte terremoto. (…) E le circostanze perché ciò possa accadere sono formate da una miriade di dettagli (…) che sono impossibili da conoscere. (…) Tuttavia la sismologia può aiutare a prevedere la sismicità di una certa faglia sul lungo termine, e quindi questo è molto importante per predisporre strutture antisismiche, questa è la reale prevenzione per la sicurezza pubblica.(…)

Pensa che i nostri Paesi industrializzati siano, in generale, ben organizzati tecnicamente e mentalmente per prevenire gli effetti di forti terremoti? Non per prevenire, ma per mitigarne gli effetti, sì, anche se in maniera non perfetta.

Il Giappone è una delle nazioni più avanzate nella prevenzione dei terremoti, attraverso la costruzione di edifici antisismici e piani di emergenza. Sarebbe molto difficile, per un altro Paese, raggiungere lo stesso livello?
Il Giappone è tecnicamente avanzato ma ci sono ancora molti problemi. Credo che molte nazioni industrializzate siano difficili da comparare anche sulla base delle loro aree simicamente attive.
Cosa suggerisce come primo passo? Rinforzare i vecchi e non sicuri edifici e infrastrutture, e/o sostituirli con nuovi, che siano antisismici.

In Italia abbiamo diverse faglie attive in particolare lungo gli Appennini, e geologicamente il futuro dell’Italia potrebbe essere di dividersi in due, muovendosi verso est. E’ possibile che questo processo sia in atto? Abbiamo avuto tre maggiori eventi sismici in Italia Centrale: il 24 agosto 2016, con magnitudo momento 6.00; il 30 ottobre, con magnitudo momento 6,5; il 18 gennaio 2017, in poche ore 4 terremoti tra 5,3 3 5,7 di intensità. Questa sequenza ha prodotto danni molto gravi in molte città storiche, e 300 vittime nella prima forte scossa del 24 agosto. Ovviamente molti degli edifici crollati non erano antisismici, ma anche alcuni di quelli antisismici e ristrutturati di recente sono crollati.

Sono un sismologo e non un ingegnere, ma per esempio: 1) qualche volta il progetto antisismico è ok, ma c’è un imbroglio nella scelta dei materiali o nella qualità del lavoro di costruzione; 2) qualche particolare tipo di edifici (come quelli che hanno un garage al piano terra) possono essere strutturalmente deboli (non c’è molta forza portante) anche se tecnicamente rispettano il codice di sicurezza, e così via.

Può darci qualche suggerimento, e se considera appropriata la domanda, pensa che questa sequenza sismica in Italia possa fermarsi o no?

Come dicevo prima, sfortunatamente una previsione accurata e affidabile dei terremoti non è possibile scientificamente, almeno non ora o per il futuro immediato. Mi dispiace, ma questa è la realtà. C’è sempre il rischio di un terremoto, non ci sarà mai una sicurezza al 100% . Ma adesso, a causa dello sciame sismico il livello di rischio è probabilmente più alto del normale, anche se è difficile quantificarlo.
Professor Geller, la gente è spaventata, stressata e molti dormono nella auto o si allontanano dalla zona a più alto rischio sismico.

Posso capire e sono solidale con queste persone. Non ho nulla davvero utile da dire se non esternare il mio supporto, e sperare che questa gente discuta di questi problemi con le loro famiglie e amici, e provi a fare delle scelte giudiziose al proposito

 

Robert Geller

Robert Geller

Robert Geller è professor of geofisica alla Graduate School of Science, alla University of Tokyo. Ha ricevuto laurea e dottorato in geofisica presso il California Institute of Technology (Caltech) rispettivamente nel 1973 e nel 1977. Dopo un anno come ricercatore postdottorato e sei anni come assistente professore alla Stanford University, è stato nominato professore in carica alla University of Tokyo nel 1984, diventando il primo non-giapponese membro di ruolo della facoltà e fu promosso alla sua attuale posizione nel 1999. La sua attuale ricerca è incentrata sullo studio di diversi modelli della propagazione delle onde sismiche, e l’analisi delle forme di queste onde per determinare la sottile struttura dell’interno della Terra. Lui e i suoi colleghi stanno applicando queste tecniche per estrapolare la struttura terrestre su una scala globale; stanno lavorando anche sul loro adattamento alla applicazione per la ricerca di petrolio e gas. Geller ha anche lavorato su problemi che coinvolgono la fisica delle cause dei terremoti, specialmente mettendo in ordine di grandezza regole e terremoti simili. Una lista delle sue pubblicazioni maggiori si trova a questo link: http://www.researcherid.com/rid/A-1753-2009 . Un trattato di Geller sulla mancanza di basi tecniche per la previsione dei terremoti in Giappone è stato pubblicato in Nature nel 1991, e il suo “Earthquakes cannot be predicted” è stato pubblicato in Science nel 1997. Dopo il terremoto di Tohoku dell’11 marzo 2011, il suo lavoro “Shake-up time for Japanese seismology” è stato pubblicato in Nature nell’aprile 2011, è il suo famoso libro in giapponese “Nihonnjin wa shiranai ‘zishin yochi’ no shoutai” (“Cosa i giapponesi non sanno sulla ‘previsione dei terremoti’”) è stato pubblicato da Futabasha nell’agosto 2011. E’ stato invitato come relatore ospite ad un simposio sul terremoto di Tohoku dalla Seismological Society of Japan in ottobre 2011.

 

Biografia di Raffaella Milandri 

Raffaella MilandriScrittrice, fotografa umanitaria e viaggiatrice in solitaria . Attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, è membro adottivo della tribù Crow, in Montana. Presidente della Omnibus Omnes Onlus. Titolare alla Europrinters Consulting. Membro del Lions Club Ascoli Host. Redattore a Il Mascalzone. Attualmente iscritta alla Facoltà di Scienze Sociali alla Unicam di Camerino.

Dice Raffaella Milandri : “Viaggiare non vuol dire visitare luoghi, ma percepire l’animo dei popoli”. Come viaggiatrice solitaria è stata accolta da tribù nei più remoti angoli di mondo. Dice di sè: “Amo le persone semplici, e sono fiera di essere una di loro”.

La Milandri si dedica alla scrittura, alla fotografia e ai reportage, intesi come strumento di sensibilizzazione e divulgazione sul tema dei diritti umani e delle problematiche sociali, attraverso campagne di informazione, appelli, petizioni e conferenze, e diffondendo filmati, libri e interviste su media e social network. Varie le partecipazioni televisive e radiofoniche in Italia, numerosi gli articoli sui suoi viaggi, su quotidiani e riviste. I suoi viaggi in diretta su Facebook sono un evento mediatico molto seguito. Il gruppo Tabula Osca ha dedicato un pezzo al suo impegno umanitario https://youtu.be/18ePxizn7ug . Una sua intervista sui popoli indigeni è stata pubblicata sul sito dell’ONU http://www.unric.org/it/attualita/30454-raffaella-milandri-la-situazione-dei-popoli-indigeni-oggi .

Tra le mete dei suoi viaggi, ricordiamo la Papua Nuova Guinea, l’Alaska, il deserto del Kalahari,

il Tibet, il Kimberly in Australia. Tra i Popoli Indigeni oggetto delle sue campagne per i diritti umani, i Nativi Americani, i Pigmei, i Boscimani, gli Adivasi dell’Orissa.

Libri pubblicati

Io e i Pigmei.Cronache di una donna nella Foresta, Polaris 2011.

Booktrailer https://youtu.be/5sHZgaTRPOY

La mia Tribù. Storie autentiche di Indiani d’America, Polaris 2013.

Booktrailer https://youtu.be/5xtIuTYxCWA

In India. Cronache per veri viaggiatori, Ponte Sisto 2014.

Booktrailer https://youtu.be/KH3J-NNJRXY 

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