Jen Beagin “Facciamo che ero morta”

Mona è una ventitreene disfunzionale che lavora come colf e, nel tempo libero, fa volontariato distribuendo siringhe agli eroinomani di Lowell, Massachusetts, che è il paese di Jack Kerouac ma, a parte questo, sembra il posto più sfigato d’America. E’ una ragazza solitaria, del tutto priva di autostima, parla continuamente con Dio chiamandolo “Bob”, da se stessa non si aspetta altro che fare una cavolata dietro l’altra. L’ultima che decide di combinare è innamorarsi di Mister Laido, uno dei tossici a cui distribuisce aghi puliti, che ha vent’anni più di lei e un’esistenza segnata dal dolore oltre che dalla dipendenza. Non può finire bene tra i due e difatti finisce male, sicché Mona sparisce dalla circolazione e si rifugia in un paesino del New Mexico abitato da fricchettoni e gente stramba. O forse strambi sono solo coloro che Mona è destinata ogni volta ad incontrare: un giovane gay di nome Gesù, una coppia anglo-giapponese, Nigel e Shiori, amante dei pigiami e della new age, una sensitiva di nome Betty che colleziona bambole inquietanti.
Con onestà, ma anche con sottile e a tratti irresistibile ironia, Jen Beagin scrive un romanzo d’esordio desolante e divertente, scatta una fotografia vivida di un universo
weird, di una gioventù vittima del proprio disorientamento. Il romanzo si aggiudica il Whiting Award 2017 per la narrativa e merita anche un seguito, appena uscito in America, Vacuum in the Dark.
Grazie all’edizione italiana di Einaudi (e all’ottima traduzione di Federica Aceto) anche i lettori italiani possono avvicinarsi ad una delle giovani scrittrici americane più acclamate delle ultime stagioni e scoprirne l’abilità nel lasciare che il pathos scolori sempre nella commedia.

 

 




Marianne Faithfull “Negative Capability”

Etichetta: BMG
Brani: Misunderstanding / The Gypsy Faerie Queen / As Tears Go By / In My Own Particular Way / Born To Live / Witches’ Song / It’s All Over Now, Baby Blue / They Come At Night / Don’t Go / No Moon In Paris
Produttori: Head, Warren Ellis & Rob Ellis

 

 

Per artisti con il carisma e la biografia di Marianne Faithfull si finisce spesso erroneamente per credere che nessun nuovo disco possa aggiungere qualcosa a quanto già consegnato alla storia. Ed invece capita che l’arte dell’inquietudine praticata per tutta una vita non lasci scampo nemmeno a settantadue anni e non permetta di fare dischi indolenti o rilassati. Anzi: “questo è l’album più onesto che io abbia mai fatto”, ha dichiarato Marianne a proposito di Negative Capability, “questo album è un intervento a cuore aperto”.
Sin dall’iniziale Misunderstanding si capisce che aria tira, sia dal punto di vista musicale (con quella tessitura di piano e di viola che ricorre in tutto il disco) sia dal punto di vista testuale (lapidari i primi versi: “misunderstanding is my name/what I am is not a game/such an easy trap to fall for anyone”). C’è un dolore tangibile mostrato senza pietà verso se stessa ma, al contempo, c’è una sorta di strafottenza nel fronteggiare il tempo che passa. Il coraggio artistico di questa donna sopravvissuta a mille travagli personali colpisce ancora più a fondo con il brano successivo, The Gipsy Faerie Queen, scritta ed interpretata con l’amico Nick Cave, artista dal quale Marianne è separata da una generazione ma unita da un ineludibile destino da maudit.
Negative Capability è un album del tramonto talmente intenso che dopo un paio di brani si sente quasi il bisogno di fare una pausa. Una tale concentrazione di ruvidezza e catrame si raccoglie nelle dieci tracce registrate preso i La Frette Studios di Parigi con Warren Ellis, Rob Ellis e Head che, nel bel mezzo di un ritornello, può capitare di sentirsi mancare il respiro.
La rilettura di It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan dà il senso di un lento riannodare i fili della memoria, così come fanno le (auto)cover di Witches’s Song e soprattutto di As Tears Go By, perla donata da Jagger e Richards ormai cinquantaquattro anni fa e ora resa rugosa, straziata, emozionante come mai prima.
L’autobiografismo domina in In My Own Particular Way in cui Marianne mette a nudo molte delle sue cicatrici (“I know I’m not young and I’m damaged/but I’m still pretty, kind and funny/in my own particular way”), mentre nelle dolenti ballate Born To Live e Don’t Go, entrambe scritte con Ed Harcourt, il pensiero vola a due persone care recentemente scomparse, l’amica Anita Pallenberg e il chitarrista Martin Stone. Contribuiscono all’oscurità asfissiante del disco anche due brani dedicati a Parigi, la città dove Marianne vive: la prima è la traccia più rock, They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan e dedicata agli attentati del novembre 2015, la seconda, No Moon In Paris, scritta ancora con Harcourt, è un gioiello di desolazione e totale assenza di speranza. Ma è proprio in questa assenza che si muove, resiste e brilla l’arte di Marianne Faithfull.

 

 




Jeff Tweedy “Warm”

Etichetta: Dbpm Records
Brani: Bombs Above / Some Birds / Don’t Forget / How Hard It Is For A Desert To Die / Let’s Go Rain / From Far Away / I Know What It’s Like / Having Been Is No Way To Be / The Red Brick / Warm (When The Sun Has Died) / How Will I Find You?
Produttori: Jeff Tweedy & Tom Schick

 

Il Jeff Tweedy confidenziale è solo uno dei diversi Jeff Tweedy possibili ma, come tutti gli altri, è un autore e un performer di stellare bravura e ad ulteriore dimostrazione arriva Warm, il primo album vero e proprio firmato col suo nome. E’ vero che l’anno scorso c’era stato Together At Last, che raccoglieva però vecchi brani dei Wilco rifatti in chiave acustica, mentre nel 2014 aveva visto la luce Sukierae dei Tweedy, progetto condiviso da Jeff con suo figlio Spencer, ma Warm è un’altra cosa: è una raccolta, breve e fulminante, di undici brani che sono quanto di più intimo, profondo e sincero il musicista di Chicago abbia registrato nell’ultimo lustro. La poetica di Jeff è in primo piano con la sua innocenza sbilenca e i suoi cambi d’umore, sempre in bilico tra dignitosa depressione e arrendevole spavalderia. E’ in ogni caso su un ossimoro che si regge l’ecosistema di Jeff Tweedy, artista capace come pochi di suturare insieme i poli opposti dell’essere umano, di farli convivere in composizioni che somigliano a carezze, sia che suonino slowcore come How Hard It Is For A Desert To Die, sia che recuperino la rarefazione tipica di Yankee Hotel Foxtrot come From Far Away, sia che assumano un andamento velvetiano come The Red Brick.
Warm è un album in cui Jeff si guarda allo specchio e si parla in modo spudoratamente poetico. Per chi ascolta è impossibile rimanere indifferente alla grazia dei suoi versi, che presto assumono vita propria e si fanno universali. Uno dei temi maggiormente sviluppati è quello della morte, non potrebbe essere altrimenti visto che Jeff negli ultimi anni ha perso suo fratello e suo padre. “Don’t forget sometimes/We all/We all thing about dying/Don’t let it kill you”, canta in Don’t Forget, mentre in From Far Away dipinge un possibile scenario per quando sarà la sua ora: “If I die/Don’t bury me/Rattle me down/Like an old machine/Take my books/And my magazines/My photographs/Of you and me/Everything/I won’t need”, in assoluto il momento più struggente del disco. Quello di Warm è un Jeff Tweedy disilluso (“I know it’s a lie/When you say it’s ok/I know what it’s like/To not feel love”), che ciononostante si ostina a distillare bellezza e a non prendersi troppo sul serio (“I break bricks/With my heart/But only a fool/Would call it art”); un Jeff Tweedy che non vuole travolgere ma soltanto stordire con piccoli ricami di acustica e una voce che promette di far assaporare le lacrime. Promessa mantenuta.

 

 




Spiritualized “And Nothing Hurt”

Etichetta: Bella Union
Brani: A Perfect Miracle / I’m Your Man / Here It Comes (The Road) Let’s Go / Let’s Dance / On the Sunshine / Damaged / The Morning After / The Prize / Sail on Through

Produttore: Jason Pierce

 

C’è chi sostiene che Jason Pierce scriva sempre la stessa canzone. Se la canzone è A Perfect Miracle, quella che apre il nuovo album And Nothing Hurt, o I’m Your Man, quella che viene subito dopo, o ancora Sail On Through, quella che chiude la scaletta, non si può che essere contenti. La verità è che l’ottavo lavoro degli Spiritualized è una grande opera rock, probabilmente il miglior disco della band inglese dopo il capolavoro tossico del 1997, Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, uno dei capisaldi del rock britannico anni Novanta.

 

And Nothing Hurt è sostanzialmente un’opera del solo Pierce, che passato attraverso alcuni problemi di produzione, ha deciso di fare da sé, nell’isolamento completo del suo appartamento londinese, suonando tutto il disco, strumento per strumento. Se è vero che la sofferenza e la frustrazione sono sempre stati il lasciapassare per raggiungere la bellezza con la sua musica e che il suo sistema nervoso gli ha presentato il conto già da un pezzo, stavolta le incertezza di una produzione autarchica hanno fiaccato Pierce (“lavorare da solo a questo disco mi ha fatto impazzire più di qualsiasi altra cosa abbia fatto in precedenza”, ha dichiarato) al punto da fargli pensare And Nothing Hurt come l’ultimo album della carriera quasi trentennale degli Spiritualized.

 

Che sia o meno un disco di commiato, le sue nove tracce abbondano della meraviglia e dell’oblio tipici della musica di Pierce e brillano di una qualche forma di definitività. Basti prendere i cinque minuti di A Perfect Miracle, ukulele e carillon dalla parte sbagliata del cuore, la fine dell’amore cantata con fierezza (“darling you know I’m sorry/I won’t get to see you today/my mind is a mess and I’m needing you less/give me a call in a little while”). Oppure il pop cosmico di Damaged, telecaster e pianoforte a scintillare nel languore, la forma più bella di dolore mai cantata da Pierce (“and I/wanna just take my time/deel like I’m broken/and I’m laid out and dying/wasted and stolen/quell the cavalier child/darlin’ I’m lost/and I’m damaged/over you”). Ci sono anche momenti più lennoniani (I’m Your Man), passaggi rock’n’roll (On The Sunshine, The Morning After) o accenni gospel ricamati di psichedelia (Sail On Through). Il risultato è invariabilmente struggente.

 




Villagers “The Art Of Pretending To Swim”

Etichetta: Domino
Brani: Again / A Trick of the Light / Sweet Saviour / Long Time Waiting / Fool / Love Came With All That It Brings / Real Go-Getter / Hold Me Down / Ada
Produttore: Conor O’Brien

 

L’irlandese Conor O’Brien torna con un album dal titolo letterario e dal forte impatto emozionale, The Art Of Pretending To Swim. Si tratta del quarto lavoro in studio dei suoi Villagers ed è un caleidoscopio di colori (già a partire dalla copertina di Niall McCormack) che sembra dimenticare l’opera di introspezione ed essenzialità del precedente Darling Arithmetic (2015) – e anche della raccolta Where Have You Been All My Life? (2016), che rileggeva i successi dei primi tre album in chiave acustica – e recupera il gusto per gli arrangiamenti già messo in mostra in Awayland (2013). Nel frattempo le capacità in fase di produzione di Conor sono maturate e così The Art Of Pretending To Swim beneficia di scelte coraggiose che ampliano di un bel tot lo spettro d’azione dei Villagers, che qua e là arrivano a muoversi addirittura dalle parti del soul o di un raffinato r’n’b. A rimanere immutata in questi dieci anni di carriera è la capacità di Conor di scrivere pezzi capaci di affrontare temi profondi con invidiabile leggerezza. In The Art Of Pretending To Swim ce ne sono diversi, a partire da Fool, il brano preferito dallo stesso artista, una ballata per cuori infranti che non sanno smettere di sanguinare ma almeno lo fanno col sorriso. Sulla stessa lunghezza d’onda è A Trick Of The Light, una suadente digressione nel pop che non rinuncia all’autoanalisi («it’s time that I let go of/things I can’t control»). Conor non ha ancora sciolto i suoi nodi esistenziali e non è ancora venuto a patti con il suo posto nel mondo. Le liriche indagano il disorientamento tipico di una vita adulta che spesso finisce per somigliare ad una trappola: «I see the door/but there’s something in the way/and I can’t get out/I’m in a room/but I don’t know how I got here/or what I’m allowed», canta in Hold Me Down, che musicalmente è un abbraccio di nerissimo languore, un momento hitchcockiano colto ed elegante.

Again recupera il rigore tipico di Darling Arithmetic ma lo immerge in un bagno di fine elettronica. Sweet Saviour è il brano che i Coldplay non sanno più scrivere, accattivante e catchy pur mantenendo una propria autenticità. Real Go-Getter è un gioco di specchi sintetici che somiglia ad un musica da club allo stato latente. I synth sono effettivamente centrali negli arrangiamenti dei nuovi pezzi, spesso arricchiti dagli archi e dai fiati, e definiscono un impeccabile chamber pop dalle sorprendenti venature black. L’unico momento più rilassato, più vecchi Villagers, è Ada, una ballata acustica che ricorda le aperture west-coast del Beck di Sea Change/Morning Phase. «I feel like a servant» è il verso di commiato di un disco variopinto ma compatto, un disco senza momenti di transizione, dove ognuno dei nove brani è funzionale al discorso d’insieme. Un disco, in definitiva, uniformemente toccato dalla grazia, che conferma Conor come uno dei migliori autori della sua generazione.

 

 




Michael Imperioli “Il profumo bruciò i suoi occhi”

Chi lo immaginava che Michael Imperioli, meglio conosciuto come il Christopher Moltisanti della serie tv I Soprano, fosse un così abile narratore, capace di fare centro con il suo romanzo d’esordio?! Ambientato a New York nella torrida estate del 1976, Il profumo bruciò i suoi occhi svela la storia del giovane Matthew che, dopo la perdita del padre e del nonno, si trasferisce con la madre dal Queens a Manhattan. Non vuol dire soltanto attraversare l’East River, vuol dire una nuova vita.
Resoconto bruciato di un’adolescenza sull’orlo della distruzione familiare, di funesti riti di ingresso nel mondo dei grandi, di un’educazione reediana. Proprio così, perché ad un certo punto, Matthew si imbatte con uno strano uomo che vive nel suo stesso palazzo, uno che sfida il caldo con una giacca di pelle nera, “un tipo basso, smilzo, tutto vestito di nero con grandi occhiali da sole scuri e capelli cortissimi di un biondo sbiadito”: è Lou Reed. La più maledetta delle rockstar prende in simpatia Matthew e finisce per fargli da guida. Essendo l’autore di Heroin, Waiting For My Man e Vicious non si tratta di una guida lucida e moralizzante, ma bizzarra, sui generis, oltremodo efficace per illuminare una via, la sua via, ad un giovane disorientato di fronte alle cupezze della vita adulta.
Imperioli racconta di aver avuto l’idea per il romanzo nel 2013, quando il suo cruccio più grande era trovare un modo per entrare nella testa di un ragazzo dell’età di suo figlio, allora sedicenne, e cercare di comunicare con lui. Nello stesso periodo è venuto a mancare Lou Reed, a cui Imperioli era legato da un rapporto d’amicizia e reciproca stima. E’ venuto naturale immaginare una storia con l’ex Velvet Underground a fare da genitore surrogato, a parlare con un adolescente la lingua universale della giovinezza, quella del rock’n’roll.




Ruen Brothers “All My Shades Of Blue”

Etichetta: Ramseur / Goodfellas
Brani: Coyotes Of Malibu (Intro) / Walk Like A Man / All My Shades Of Blue / Make The World Go Away / Finer Things / An Evening Dreaming / Motor City / Aces / Summer Sun / Vendetta / Strangers / Caller
Produttore: Rick Rubin


Henry e Rupert Stansall sono stati cresciuti dal padre a pane, Rolling Stones e Everly Brothers. Un’educazione rock’n’roll pura e ineccepibile che non a caso ha dato ottimi frutti. Partiti dalla cittadina inglese di Scunthorpe sono arrivati alla corte di sua maestà Rick Rubin, che, per sua stessa ammissione, è rimasto sbalordito davanti ad una miscela sonora che sembrava arrivare da un’altra epoca. E’ proprio Rubin a produrre l’album d’esordio dei due fratelli (che fondendo i rispettivi nomi si sono ribattezzati Ruen Brothers) e si sente. L’attitudine retromaniaca di partenza intercetta coordinate contemporanee grazie ad un suono pieno e vigoroso che cerca di immaginare come potrebbe suonare Roy Orbison al tempo dei millennials. Walk Like A Man è puro amore per Johnny Cash, Summer Sun l’incontro alcolico tra Jim Morrison e gli Edward Sharpe & the Magnetic Zeros.
Qua una scarica vitale di rockabilly, là una digressione nell’indie di area Walkmen. Nel mezzo capita di sentire un singolo di contagiosa energia: è la title-track, momento migliore dell’album, il più trascinante. Difficile resistere dall’alzare il volume e cantare come un idiota. Un po’ lo stesso effetto prodotto da
Out In The Street di Bruce Springsteen. Scusate se è poco.
Oltre a Rubin in cabina di regia,
All My Shades Of Blue si avvale anche della collaborazione di Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) alla batteria e Dave Keuning (The Killers) agli archi. Un disco per nostalgici, certo, ma tutti gli altri sono invitati a dargli almeno un ascolto.




Leonard Michaels “Il club degli uomini”

Molti avevano amato Sylvia, romanzo autobiografico di Leonard Michaels pubblicato da Adelphi due anni fa. Ora Einaudi riporta in libreria (con la nuova traduzione di Katia Bagnoli) l’esordio dello scrittore ebreo-americano scomparso nel 2003, Il club degli uomini. Si tratta di un romanzo del 1981 che all’epoca fu finalista al National Book Award e che racconta di un gruppo di uomini borghesi che, nella California degli anni Settanta, decidono di vedersi a casa di uno di loro per chiacchierare in libertà delle proprie scappatelle e dei propri desideri, al riparo dalle orecchie di mogli e compagne. Sono professionisti rispettabili, chi medico, chi psicoanalista e così via, ma di fronte al confronto con altri esemplari di maschio l’unica attività in cui spiccano è quella di pavoneggiarsi. Le imprese (erotiche) raccontate assumono spesso i tratti dell’assurdo e non mancano mai di mostrare in filigrana l’enorme paura del fallimento che li attanaglia. Altro che le accuse di antifemminismo che qualcuno aveva rivolto al libro alla sua uscita, le centoquaranta pagine de Il club degli uomini sono semplicemente spietate nel mettere in luce le miserie del maschio di mezza età e l’incapacità di fronteggiare la sua crisi epocale.

 

 




Okkervil River “In The Rainbow Rain”

Etichetta: ATO Records
Brani: Famous Tracheotomies / The Dream And The Light / Love Somebody / Family Song / Pulled Up The Ribbon / Don’t Move Back To LA / Shelter Song / How It Is / External Actor / Human Being Song

 

Gli Okkervil River tornano due anni dopo la rinascita di Away con l’intenzione di alleggerire la tensione e di proporre musica che faccia stare bene l’ascoltatore. Ci riescono parzialmente, perché In The Rainbow Rain alterna grandi brani a momenti meno efficaci. Quando funziona, però, la scrittura di Will Sheff è tra le migliori in circolazione, così letteraria, verbosa, mai ammiccante o consolatoria, invece intransigente e disturbante nella sua idea di lasciare un solco di verità e purezza. Succede, per esempio, con il brano d’apertura Famous Tracheotomies, in cui Sheff racconta della tracheotomia subita quando era poco più che un neonato con questi versi: “I was one and a half/I was my parents’ only kid, and they had lost two before that/And growing up, I always knew how close I’d come/Well, that must have been scary, mom”. Ma succede anche che ci sia dell’ironia a spazzare vie le nubi, come quando, in Don’t Move Back To LA, Sheff spiega nel dettaglio le ragioni per non vivere a Los Angeles: “You got a mountain song, just sing it out/I got a East Coast song, I’ll sing it out/Don’t move back to LA/I won’t move back to LA, my baby”. Quando rincorrono i War On Drugs (nell’eccessiva Pulled Up The Ribbon) o i National (nell’elettronica discreta di How It Is) gli Okkervil River sembrano momentaneamente perdere la bussola, ma l’impressione generale è che la classicità del suono americano trovi in Sheff e soci alcuni dei più autorevoli depositari. Probabilmente In The Rainbow Rain non sarà ricordato come il miglior capitolo della loro discografia, è nondimeno difficile trovare un altro gruppo capace della stessa intensità, della stessa densità emozionale e dello stesso coraggio. Con i suoi pregi e i suoi difetti, In The Rainbow Rain merita almeno un sette pieno.




“Tonya” di Graig Gillespie

La vita della pattinatrice statunitense Tonya Harding in un riuscito biopic firmato dall’australiano Graig Gillespie che ha ottenuto tre candidature all’Oscar e una statuetta per la migliore attrice non protagonista all’eccezionale Allison Janney.

 

Tonya racconta una storia che in America fece enormemente scalpore, mentre da noi forse in pochi la ricordano. Tonya Harding è una pattinatrice sul ghiaccio di Portland, Oregon, che nel 1994 finisce coinvolta nel cosiddetto scandalo Kerrigan. Il 6 gennaio, un mese prima dei Giochi Invernali di Lillehammer, l’amica rivale Nancy Kerrigan viene aggredita con una spranga sul ginocchio destro. Si scopre presto che il mandante dell’aggressione è Jeff Gillooly, ex marito della Harding, che avrebbe agito per togliere di mezzo una pericolosa avversaria di Tonya (ad oggi non è ancora ben chiaro se con il beneplacito di lei o meno). Dopo le Olimpiadi, alle quali la Kerrigan riesce comunque a partecipare aggiudicandosi la medaglia d’argento, la Harding, che a Lillehammer non va oltre l’ottavo posto, accetta di pagare una multa di 160000 dollari per non essere processata e finisce in questo modo la carriera, visto che la Federazione americana le revoca il titolo nazionale appena conquistato e la bandisce a vita dalle competizioni.
Il film di Graig Gillespie mette naturalmente questa torbida vicenda al centro del racconto, ma sa andare per fortuna oltre. La prima parte mostra allo spettatore l’infanzia di Tonya, la sua vita complicata, priva di amore, il rapporto con una madre anaffettiva prima e un compagno violento poi. Mostra anche la stima mai sbocciata da parte dei giudici e della Federazione americana, che vogliono che a rappresentare il loro Paese nel pattinaggio artistico sia un’atleta completamente diversa da Tonya, più elegante, più aggraziata, più educata. Tonya è lontana da questi standard, è una fumatrice e odia la parola femminile, ma non è una cattiva persona, o di sicuro non è una persona peggiore di quelle che la circondano, e come atleta vale le migliori: è la prima pattinatrice statunitense ad eseguire il triplo axel in una competizione ufficiale (la seconda al mondo dopo la giapponese It?). Ma chi è nata sotto una cattiva stella a volte è destinata unicamente a precipitare, e il regista è bravo a dettare i tempi della discesa con intelligente ironia, in alcuni casi degna dei fratelli Coen, come nelle scene dell’aggressione della Kerrigan, ai limiti del comico.
Aiutano la resa del film l’ottima sceneggiatura di Steven Rogers, basata sulle interviste fatte a alla Harding e a Gillooly e sul documentario della ESPN The Price of Gold, e le eccezionali interpretazioni di Margot Robbie nel ruolo di Tonya e di Allison Janney nel ruolo di sua madre LaVona (ruolo che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista).