Bill Callahan “Shepherd In A Sheepskin Vest”

Etichetta: Drag City
Brani: Shepherd’s Welcome / Black Dog On The Beach / Angela / The Ballad Of The Hulk / Writing / Morning Is My Godmother / 747 / Watch Me Get Married / Young Icarus / Released / What Comes After Certainty / Confederate Jasmine / Call Me Anything / Son Of The Sea / Camels / Circles / When We Let Go / Lonesome Valley / Tugboats and Tumbleweeds / The Beast

 

Anche se troppo lungo (ben venti canzoni!), anche se troppo pacificato, un disco di Bill Callahan è un evento a prescindere, specie se dal precedente sono passati sei anni. Ecco allora Shepherd In A Sheepskin Vest, il quinto lavoro che Callahan firma col proprio nome di battesimo (dopo gli undici firmati Smog), che se anche non è il suo migliore è comunque di gran lunga quanto di meglio si possa ascoltare oggi in ambito cantautorale puro. E’ che, quando si parla di Callahan, gli standard sono terribilmente alti – e spesso vanno di pari passo con il dolore e la tristezza, messi in musica con rara maestria. Stavolta il nostro sembra voler giocare con toni più rilassati, con ritmi indolenti, colori tenui. La sua vita negli ultimi anni ha conosciuto degli importanti cambiamenti che hanno influito molto nel suo nuovo approccio all’arte di scrivere canzoni. Si è sposato con la fotografa Hanly Banks e ha avuto da lei un figlio, Bass. Ha conosciuto il tepore del focolare domestico, se ne è lasciato quasi anestetizzare.

Quando si è rimesso a scrivere dopo un intervallo lunghissimo come non c’era mai stato nella sua trentennale carriera, le canzoni sono venute fuori una dietro l’altra, brevi, anche brevissime, a volte somiglianti a idee di canzoni più che a canzoni vere e proprie (la sensazione di tornare a far lavorare la sua penna e la sua ugola sono descritte in modo candido in Writing: “It feels good to be writing again/Clear water flows from my pen/And it sure feels good to be writing again/I’m stuck in the high rapids, night closes in/It feels good to be singing again/Yeah, it sure feels good to be singing again”). Non c’è magniloquenza in Shepherd In A Sheepskin Vest, c’è un artista che ha smesso di fissare il vuoto dal bordo del burrone e ha iniziato a godere delle piccole sfumature della quotidianità. Si respira un’inedita ironia in The Ballad Of The Hulk e un folgorante idillio amoroso in What Comes After Certainty, racconto di un mood da luna di miele in termini di ineguagliabile chiarezza (“True love is not magic/It’s certainty”). Spiragli di luce sorprendono anche i momenti più cupi, come Angela, dedicata ad una diafana figura femminile, o la catatonica Released, forse la cosa più vicina alle spigolature Smog. E poi ci sono momenti in cui il disco si eleva verso vertici di bellezza assoluti (il trittico Morning Is My Godmother – 747 – Watch Me Get Married, per esempio) dopo i quali non si è più sicuri che Shepherd In A Sheepskin Vest non sia il miglior lavoro di Callahan come inizialmente poteva sembrare. Ulteriore prova arriva con Circles, poco più di due minuti di pura callahaneità per una commovente ballata dedicata alla madre recentemente scomparsa (“I made a circle, I guess/When I folded her hands across her chest/She made a circle, I guess/And a circle does what a circle does best”).

 

 

 




Big Thief “U.F.O.F.”

Etichetta: 4AD

Brani: Contact / U.F.O.F. / Cattails / From / Open Desert / Orange / Century / Strange / Betsy / Terminal Paradise / Jenni / Magic Dealer
Produttore: Andrew Sarlo

 

U.F.O.F. è il terzo album dei Big Thief, il primo su etichetta 4AD dopo i due pubblicati su Saddle Creek. Il terzo, si sa, è il disco della maturità e la band newyorkese con le dodici nuove tracce è pronta non solo a confermare quanto di buono aveva già dimostrato fin qui ma anche ad accreditarsi come uno dei nomi più originali e credibili del panorama folk-rock a stelle e strisce.

A dispetto dell’estrema semplicità della formula musicale, Adrianne Lenker e soci sono in grado di fare tremendamente sul serio quando si tratta di andare nel profondo dell’arte di scrivere canzoni. Il primo ascolto potrebbe essere ingannevole se non si presta attenzione a tutte le sfumature nascoste tra musica e parole. Si potrebbe rischiare di etichettare U.F.O.F. come l’ennesimo disco folk un po’ derivativo un po’ hipster e passare oltre. Già dal secondo ascolto, però, la voce di Adrianne inizia a scavare dentro, a impossessarsi dei sensi dell’ascoltatore e a non mollarlo più. Le sue sono storie di fantasmi, di figure che compaiono con la stessa velocità con cui spariscono. Adrianne è la stessa poetessa che in Mythological Beauty, il singolo del precedente album Capacity, aveva raccontato con mirabile equilibrio lirico e con un’imprudenza degna dei migliori Red House Painters dell’incidente che ha rischiato di ucciderla quando aveva appena cinque anni.

U.F.O.F. è pieno di filastrocche letali, canzoncine apparentemente innocue che cantano una verità dietro l’altra senza pietà, senza inutili difese, senza paura. Si passa da incantesimi in odore di Fleet Foxes (Cattails) a derive decisamente slow (Terminal Paradise, Magic Dealer), si contempla un’indolenza primaverile e floreale (Century) e ci si arrampica su una sorta di inno alt-country (Orange): tutto questo con la delicatezza e il coraggio di chi non deve dimostrare nulla ma semplicemente si è imposto il compito di creare bellezza dai traumi di una vita. In questo senso, è un miracolo tutto ciò che i Big Thief fanno con impareggiabile nonchalance, con eleganza non ostentata e con più che cristallino talento. Il fatto che spesso si abbia la sensazione che le canzoni siano sul punto di esplodere e rimangano invece a ciondolare tra debolezza e assoluto, senza bisogno di deflagrare, ci dice che in potenza c’è anche altro oltre quanto scritto cantato e suonato finora? Probabilmente sì, ma per ora va benissimo tutto questo.

 

 




Aldous Harding “Designer”

Etichetta: 4AD
Brani: Fixture Picture / Designer / Zoo Eyes / Treasure / The Barrel / Damn / Weight Of The Planets / Heaven Is Empty / Pilot
Produttore: John Parish

 

 

Aldous Harding, neozelandese di ventinove anni, è la più eclettica e spiazzante tra le cantautrici emerse nell’ultimo lustro. Designer è il suo terzo album e mostra le stigmate di una maturità già acquisita, di una grandezza artistica ormai inequivocabile. Oltre che autrice sensibile e originale, Aldous è, a differenza di tante sue colleghe, anche una straordinaria performer: basta assistere ad un suo live per rendersene conto o, più semplicemente, guardare il video di The Barrel, in cui appare vestita con un improbabile cappello a cilindro e dedita ad un assurdo balletto. Aldous ama, in senso positivo, prendersi gioco dell’ascoltatore o quantomeno disorientarlo, sicché non sorprenda l’abbinamento di eleganti sonorità west coast (la produzione è a cura di John Parish, già produttore del precedente The Party) con testi obliqui, pieni di fascino oscuro anche quando rasentano l’incomprensibilità. “Why, what am I doing in Dubai?/In the prime of my life/Do you love me?/Cried all the way through”, si lamenta in Zoo Eyes; “I made it again to the Amazon/I’ve got to erase, the same as the others/And I see it far cleaner than that” canta in Treasure: difficile dire di cosa parli, eppure proprio le due ballate appena citate sono piene di una bellezza così irresistibile che sarebbero sufficienti da sole per mettere Aldous su un piano non troppo distante da artiste come Feist, Cat Power o anche, perché no, PJ Harvey.

 

L’apertura di Fixture Picture sembra rimandare direttamente ad una California a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, giocata su un’avvolgente tessitura acustica e una voce docile prima che, a metà brano, un violino entri per cambiare le carte in tavola e trasformare il pezzo in un rebus sentimentale. The Barrel gioca con il pop raggiungendo una vetta di svenevole raffinatezza.
Damn utilizza i toni gravi cari ad una certa Nico o alla Marianne Faithfull degli ultimi lavori per tratteggiare un commovente autoritratto fuori fuoco (“When I am led, I resent/Only when I’m left do I know what I said”). La successiva Weight Of The Planets è una sorta di seducente bossanova sotto sedazione. Haeven Is Empty l’ulteriore dimostrazione della pienezza interpretativa dell’artista, che mette i brividi accompagnata dalla sola chitarra acustica. Pilot il minimale sussulto che, citando Camus, chiude un lavoro senza momenti di debolezza, un album che conferma Aldous come la più arty, folle, disperata, autoironica, gotica, sensuale tra le giovani cantautrici.

 

 




Damien Jurado “In The Shape Of A Storm”

Etichetta: Loose
Brani: Lincoln / Newspaper Gown / Oh Weather / South / Throw Me Now Your Arms / Where You Want Me To Be / Silver Ball / The Shape Of A Storm / Anchors / Hands On The Table

 

Messa da parte la strumentazione e la produzione vintage degli ultimi dischi, Damien Jurado realizza il suo quattordicesimo album lavorando soltanto con voce e chitarra acustica. Pubblicato a distanza di soli undici mesi dall’ottimo The Horizon Just Laughed, registrato in un solo pomeriggio, In The Shape Of A Storm conferma Damien Jurado come uno degli autori più sensibili ed ispirati del suo tempo, anche in questa versione scarnificata, nuda. Ascoltando il disco, sembra di sorprendere il folksinger di Seattle nell’isolamento della sua casa a suonare canzoni splendide e dimesse, molte delle quali scritte anni fa, come la traccia d’apertura, Lincoln, un canto di disperazione che risale addirittura al 1998.

E’ un Jurado dedito alla più totale solitudine quello che fischietta dolcemente in South, uno degli episodi migliori dell’album, dopo aver raccontato una storia di amicizia ed amarezza (“Tom and I cover our eyes and decide/to make our way out on the next passing bird/I found my solace in a plateau of nothingness/floating like grass, indecisive”): una scelta stilistica che ha sicuramente a che fare con la prematura scomparsa (nell’estate 2018) di Richard Swift, amico e collaboratore di Jurado in veste di produttore per diversi album. In questo lavoro di sottrazione, è forse normale che si finisca per respirare un certo rigore coheniano, per esempio nella già citata South o nell’oscuro walzer Silver Ball, dove Jurado si chiede, con un tono che più coheniano non si può, “if I go sailing into the unknown/what are my chances of ever reaching your shore?”.
Dopo aver passato gli ultimi due lustri a riempire il suo suono, a fare in modo che il suo folk contenesse quante più idee di suono possibile, Jurado decide di affidare il peso del nuovo disco a nient’altro che alle emozioni della sua voce e fa di nuovo centro con un pugno di piccole, introspettive, perfette canzoni.

 

 




Jen Beagin “Facciamo che ero morta”

Mona è una ventitreene disfunzionale che lavora come colf e, nel tempo libero, fa volontariato distribuendo siringhe agli eroinomani di Lowell, Massachusetts, che è il paese di Jack Kerouac ma, a parte questo, sembra il posto più sfigato d’America. E’ una ragazza solitaria, del tutto priva di autostima, parla continuamente con Dio chiamandolo “Bob”, da se stessa non si aspetta altro che fare una cavolata dietro l’altra. L’ultima che decide di combinare è innamorarsi di Mister Laido, uno dei tossici a cui distribuisce aghi puliti, che ha vent’anni più di lei e un’esistenza segnata dal dolore oltre che dalla dipendenza. Non può finire bene tra i due e difatti finisce male, sicché Mona sparisce dalla circolazione e si rifugia in un paesino del New Mexico abitato da fricchettoni e gente stramba. O forse strambi sono solo coloro che Mona è destinata ogni volta ad incontrare: un giovane gay di nome Gesù, una coppia anglo-giapponese, Nigel e Shiori, amante dei pigiami e della new age, una sensitiva di nome Betty che colleziona bambole inquietanti.
Con onestà, ma anche con sottile e a tratti irresistibile ironia, Jen Beagin scrive un romanzo d’esordio desolante e divertente, scatta una fotografia vivida di un universo
weird, di una gioventù vittima del proprio disorientamento. Il romanzo si aggiudica il Whiting Award 2017 per la narrativa e merita anche un seguito, appena uscito in America, Vacuum in the Dark.
Grazie all’edizione italiana di Einaudi (e all’ottima traduzione di Federica Aceto) anche i lettori italiani possono avvicinarsi ad una delle giovani scrittrici americane più acclamate delle ultime stagioni e scoprirne l’abilità nel lasciare che il pathos scolori sempre nella commedia.

 

 




Marianne Faithfull “Negative Capability”

Etichetta: BMG
Brani: Misunderstanding / The Gypsy Faerie Queen / As Tears Go By / In My Own Particular Way / Born To Live / Witches’ Song / It’s All Over Now, Baby Blue / They Come At Night / Don’t Go / No Moon In Paris
Produttori: Head, Warren Ellis & Rob Ellis

 

 

Per artisti con il carisma e la biografia di Marianne Faithfull si finisce spesso erroneamente per credere che nessun nuovo disco possa aggiungere qualcosa a quanto già consegnato alla storia. Ed invece capita che l’arte dell’inquietudine praticata per tutta una vita non lasci scampo nemmeno a settantadue anni e non permetta di fare dischi indolenti o rilassati. Anzi: “questo è l’album più onesto che io abbia mai fatto”, ha dichiarato Marianne a proposito di Negative Capability, “questo album è un intervento a cuore aperto”.
Sin dall’iniziale Misunderstanding si capisce che aria tira, sia dal punto di vista musicale (con quella tessitura di piano e di viola che ricorre in tutto il disco) sia dal punto di vista testuale (lapidari i primi versi: “misunderstanding is my name/what I am is not a game/such an easy trap to fall for anyone”). C’è un dolore tangibile mostrato senza pietà verso se stessa ma, al contempo, c’è una sorta di strafottenza nel fronteggiare il tempo che passa. Il coraggio artistico di questa donna sopravvissuta a mille travagli personali colpisce ancora più a fondo con il brano successivo, The Gipsy Faerie Queen, scritta ed interpretata con l’amico Nick Cave, artista dal quale Marianne è separata da una generazione ma unita da un ineludibile destino da maudit.
Negative Capability è un album del tramonto talmente intenso che dopo un paio di brani si sente quasi il bisogno di fare una pausa. Una tale concentrazione di ruvidezza e catrame si raccoglie nelle dieci tracce registrate preso i La Frette Studios di Parigi con Warren Ellis, Rob Ellis e Head che, nel bel mezzo di un ritornello, può capitare di sentirsi mancare il respiro.
La rilettura di It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan dà il senso di un lento riannodare i fili della memoria, così come fanno le (auto)cover di Witches’s Song e soprattutto di As Tears Go By, perla donata da Jagger e Richards ormai cinquantaquattro anni fa e ora resa rugosa, straziata, emozionante come mai prima.
L’autobiografismo domina in In My Own Particular Way in cui Marianne mette a nudo molte delle sue cicatrici (“I know I’m not young and I’m damaged/but I’m still pretty, kind and funny/in my own particular way”), mentre nelle dolenti ballate Born To Live e Don’t Go, entrambe scritte con Ed Harcourt, il pensiero vola a due persone care recentemente scomparse, l’amica Anita Pallenberg e il chitarrista Martin Stone. Contribuiscono all’oscurità asfissiante del disco anche due brani dedicati a Parigi, la città dove Marianne vive: la prima è la traccia più rock, They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan e dedicata agli attentati del novembre 2015, la seconda, No Moon In Paris, scritta ancora con Harcourt, è un gioiello di desolazione e totale assenza di speranza. Ma è proprio in questa assenza che si muove, resiste e brilla l’arte di Marianne Faithfull.

 

 




Jeff Tweedy “Warm”

Etichetta: Dbpm Records
Brani: Bombs Above / Some Birds / Don’t Forget / How Hard It Is For A Desert To Die / Let’s Go Rain / From Far Away / I Know What It’s Like / Having Been Is No Way To Be / The Red Brick / Warm (When The Sun Has Died) / How Will I Find You?
Produttori: Jeff Tweedy & Tom Schick

 

Il Jeff Tweedy confidenziale è solo uno dei diversi Jeff Tweedy possibili ma, come tutti gli altri, è un autore e un performer di stellare bravura e ad ulteriore dimostrazione arriva Warm, il primo album vero e proprio firmato col suo nome. E’ vero che l’anno scorso c’era stato Together At Last, che raccoglieva però vecchi brani dei Wilco rifatti in chiave acustica, mentre nel 2014 aveva visto la luce Sukierae dei Tweedy, progetto condiviso da Jeff con suo figlio Spencer, ma Warm è un’altra cosa: è una raccolta, breve e fulminante, di undici brani che sono quanto di più intimo, profondo e sincero il musicista di Chicago abbia registrato nell’ultimo lustro. La poetica di Jeff è in primo piano con la sua innocenza sbilenca e i suoi cambi d’umore, sempre in bilico tra dignitosa depressione e arrendevole spavalderia. E’ in ogni caso su un ossimoro che si regge l’ecosistema di Jeff Tweedy, artista capace come pochi di suturare insieme i poli opposti dell’essere umano, di farli convivere in composizioni che somigliano a carezze, sia che suonino slowcore come How Hard It Is For A Desert To Die, sia che recuperino la rarefazione tipica di Yankee Hotel Foxtrot come From Far Away, sia che assumano un andamento velvetiano come The Red Brick.
Warm è un album in cui Jeff si guarda allo specchio e si parla in modo spudoratamente poetico. Per chi ascolta è impossibile rimanere indifferente alla grazia dei suoi versi, che presto assumono vita propria e si fanno universali. Uno dei temi maggiormente sviluppati è quello della morte, non potrebbe essere altrimenti visto che Jeff negli ultimi anni ha perso suo fratello e suo padre. “Don’t forget sometimes/We all/We all thing about dying/Don’t let it kill you”, canta in Don’t Forget, mentre in From Far Away dipinge un possibile scenario per quando sarà la sua ora: “If I die/Don’t bury me/Rattle me down/Like an old machine/Take my books/And my magazines/My photographs/Of you and me/Everything/I won’t need”, in assoluto il momento più struggente del disco. Quello di Warm è un Jeff Tweedy disilluso (“I know it’s a lie/When you say it’s ok/I know what it’s like/To not feel love”), che ciononostante si ostina a distillare bellezza e a non prendersi troppo sul serio (“I break bricks/With my heart/But only a fool/Would call it art”); un Jeff Tweedy che non vuole travolgere ma soltanto stordire con piccoli ricami di acustica e una voce che promette di far assaporare le lacrime. Promessa mantenuta.

 

 




Spiritualized “And Nothing Hurt”

Etichetta: Bella Union
Brani: A Perfect Miracle / I’m Your Man / Here It Comes (The Road) Let’s Go / Let’s Dance / On the Sunshine / Damaged / The Morning After / The Prize / Sail on Through

Produttore: Jason Pierce

 

C’è chi sostiene che Jason Pierce scriva sempre la stessa canzone. Se la canzone è A Perfect Miracle, quella che apre il nuovo album And Nothing Hurt, o I’m Your Man, quella che viene subito dopo, o ancora Sail On Through, quella che chiude la scaletta, non si può che essere contenti. La verità è che l’ottavo lavoro degli Spiritualized è una grande opera rock, probabilmente il miglior disco della band inglese dopo il capolavoro tossico del 1997, Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, uno dei capisaldi del rock britannico anni Novanta.

 

And Nothing Hurt è sostanzialmente un’opera del solo Pierce, che passato attraverso alcuni problemi di produzione, ha deciso di fare da sé, nell’isolamento completo del suo appartamento londinese, suonando tutto il disco, strumento per strumento. Se è vero che la sofferenza e la frustrazione sono sempre stati il lasciapassare per raggiungere la bellezza con la sua musica e che il suo sistema nervoso gli ha presentato il conto già da un pezzo, stavolta le incertezza di una produzione autarchica hanno fiaccato Pierce (“lavorare da solo a questo disco mi ha fatto impazzire più di qualsiasi altra cosa abbia fatto in precedenza”, ha dichiarato) al punto da fargli pensare And Nothing Hurt come l’ultimo album della carriera quasi trentennale degli Spiritualized.

 

Che sia o meno un disco di commiato, le sue nove tracce abbondano della meraviglia e dell’oblio tipici della musica di Pierce e brillano di una qualche forma di definitività. Basti prendere i cinque minuti di A Perfect Miracle, ukulele e carillon dalla parte sbagliata del cuore, la fine dell’amore cantata con fierezza (“darling you know I’m sorry/I won’t get to see you today/my mind is a mess and I’m needing you less/give me a call in a little while”). Oppure il pop cosmico di Damaged, telecaster e pianoforte a scintillare nel languore, la forma più bella di dolore mai cantata da Pierce (“and I/wanna just take my time/deel like I’m broken/and I’m laid out and dying/wasted and stolen/quell the cavalier child/darlin’ I’m lost/and I’m damaged/over you”). Ci sono anche momenti più lennoniani (I’m Your Man), passaggi rock’n’roll (On The Sunshine, The Morning After) o accenni gospel ricamati di psichedelia (Sail On Through). Il risultato è invariabilmente struggente.

 




Villagers “The Art Of Pretending To Swim”

Etichetta: Domino
Brani: Again / A Trick of the Light / Sweet Saviour / Long Time Waiting / Fool / Love Came With All That It Brings / Real Go-Getter / Hold Me Down / Ada
Produttore: Conor O’Brien

 

L’irlandese Conor O’Brien torna con un album dal titolo letterario e dal forte impatto emozionale, The Art Of Pretending To Swim. Si tratta del quarto lavoro in studio dei suoi Villagers ed è un caleidoscopio di colori (già a partire dalla copertina di Niall McCormack) che sembra dimenticare l’opera di introspezione ed essenzialità del precedente Darling Arithmetic (2015) – e anche della raccolta Where Have You Been All My Life? (2016), che rileggeva i successi dei primi tre album in chiave acustica – e recupera il gusto per gli arrangiamenti già messo in mostra in Awayland (2013). Nel frattempo le capacità in fase di produzione di Conor sono maturate e così The Art Of Pretending To Swim beneficia di scelte coraggiose che ampliano di un bel tot lo spettro d’azione dei Villagers, che qua e là arrivano a muoversi addirittura dalle parti del soul o di un raffinato r’n’b. A rimanere immutata in questi dieci anni di carriera è la capacità di Conor di scrivere pezzi capaci di affrontare temi profondi con invidiabile leggerezza. In The Art Of Pretending To Swim ce ne sono diversi, a partire da Fool, il brano preferito dallo stesso artista, una ballata per cuori infranti che non sanno smettere di sanguinare ma almeno lo fanno col sorriso. Sulla stessa lunghezza d’onda è A Trick Of The Light, una suadente digressione nel pop che non rinuncia all’autoanalisi («it’s time that I let go of/things I can’t control»). Conor non ha ancora sciolto i suoi nodi esistenziali e non è ancora venuto a patti con il suo posto nel mondo. Le liriche indagano il disorientamento tipico di una vita adulta che spesso finisce per somigliare ad una trappola: «I see the door/but there’s something in the way/and I can’t get out/I’m in a room/but I don’t know how I got here/or what I’m allowed», canta in Hold Me Down, che musicalmente è un abbraccio di nerissimo languore, un momento hitchcockiano colto ed elegante.

Again recupera il rigore tipico di Darling Arithmetic ma lo immerge in un bagno di fine elettronica. Sweet Saviour è il brano che i Coldplay non sanno più scrivere, accattivante e catchy pur mantenendo una propria autenticità. Real Go-Getter è un gioco di specchi sintetici che somiglia ad un musica da club allo stato latente. I synth sono effettivamente centrali negli arrangiamenti dei nuovi pezzi, spesso arricchiti dagli archi e dai fiati, e definiscono un impeccabile chamber pop dalle sorprendenti venature black. L’unico momento più rilassato, più vecchi Villagers, è Ada, una ballata acustica che ricorda le aperture west-coast del Beck di Sea Change/Morning Phase. «I feel like a servant» è il verso di commiato di un disco variopinto ma compatto, un disco senza momenti di transizione, dove ognuno dei nove brani è funzionale al discorso d’insieme. Un disco, in definitiva, uniformemente toccato dalla grazia, che conferma Conor come uno dei migliori autori della sua generazione.

 

 




Michael Imperioli “Il profumo bruciò i suoi occhi”

Chi lo immaginava che Michael Imperioli, meglio conosciuto come il Christopher Moltisanti della serie tv I Soprano, fosse un così abile narratore, capace di fare centro con il suo romanzo d’esordio?! Ambientato a New York nella torrida estate del 1976, Il profumo bruciò i suoi occhi svela la storia del giovane Matthew che, dopo la perdita del padre e del nonno, si trasferisce con la madre dal Queens a Manhattan. Non vuol dire soltanto attraversare l’East River, vuol dire una nuova vita.
Resoconto bruciato di un’adolescenza sull’orlo della distruzione familiare, di funesti riti di ingresso nel mondo dei grandi, di un’educazione reediana. Proprio così, perché ad un certo punto, Matthew si imbatte con uno strano uomo che vive nel suo stesso palazzo, uno che sfida il caldo con una giacca di pelle nera, “un tipo basso, smilzo, tutto vestito di nero con grandi occhiali da sole scuri e capelli cortissimi di un biondo sbiadito”: è Lou Reed. La più maledetta delle rockstar prende in simpatia Matthew e finisce per fargli da guida. Essendo l’autore di Heroin, Waiting For My Man e Vicious non si tratta di una guida lucida e moralizzante, ma bizzarra, sui generis, oltremodo efficace per illuminare una via, la sua via, ad un giovane disorientato di fronte alle cupezze della vita adulta.
Imperioli racconta di aver avuto l’idea per il romanzo nel 2013, quando il suo cruccio più grande era trovare un modo per entrare nella testa di un ragazzo dell’età di suo figlio, allora sedicenne, e cercare di comunicare con lui. Nello stesso periodo è venuto a mancare Lou Reed, a cui Imperioli era legato da un rapporto d’amicizia e reciproca stima. E’ venuto naturale immaginare una storia con l’ex Velvet Underground a fare da genitore surrogato, a parlare con un adolescente la lingua universale della giovinezza, quella del rock’n’roll.