Tricky “Adrian Thaws”

Etichetta: False Idols
Brani: Sun Down / Lonnie Listen / Something In The Way / Keep Me In Your Shake / The Unloved (Skit) / Nicotine Love / Gangster Chronicle / I Had A Dream / My Palestine Girl / Why Don’t You / Silly Games / Right Here / Silver Tongue – When You Go

 

Arrivato all’undicesimo album, Adrian Thaws in arte Tricky decide di sbattere, per la prima volta, il suo nome e cognome in copertina. Ma, parlando di uno degli artisti più sfuggenti e controversi degli ultimi vent’anni, non c’è troppo da stupirsi se l’album intitolato con il proprio nome di battesimo non sia un lavoro sofferto e introspettivo. “Adrian Thaws” è un disco per fare un party, oscuro, adulterato, stonato, malato quanto volete, ma pur sempre un party; un disco da suonare a volume alto o altissimo; un disco che non è nemmeno lontano parente dei lavori targati nineties quanto a ispirazione, ma che ha di sicuro il merito di raccoglie le varie anime di Tricky e di mescolare i generi con nonchalance. C’è il trip-hop, d’accordo, ci sono le sfumature soul, il reggae di Silly Games, ma soprattutto ci sono l’electroclash di Why Don’t You (con Bella Gotti), il suadente pop di Something In The Way e il noir sensuale di I Had A Dream (entrambe con la voce di Francesca Belmonte). Quello di Tricky è il suono della confusione urbana, delle grandi questioni della contemporaneità – sessuale, generazionale, sociale, razziale – di una perdizione mai edulcorata. A volte il suono balbetta, come è capitato d’altronde anche negli album degli ultimi anni, altre volte riesce ad essere efficace. E’ innegabile che da “Maxinquaye” ne sia passata parecchia di acqua sotto i ponti, che il trip-hop non abbia più l’hype di metà anni Novanta e che Tricky non sia più un uomo copertina, ma se si cerca energia e un talento non inquadrabile in alcuno schema, difficile, persino nel 2014, trovare un disco più sfaccettato e coraggioso di “Adrian Thaws”.




Ascolti d’autore. La narrativa contemporanea e la musica.

di Renzo Vitellozzi

 

Felice esordio, come scrittore, per il giornalista e critico musicale Pierluigi Lucadei con Ascolti d’autore. La narrativa contemporanea e la musica edito da Galaad Edizioni. La presentazione ufficiale è avvenuta al porticciolo del Circolo Nautico di S. Benedetto in una splendida serata di giovedì 14 agosto. Alcuni interventi musicali hanno ulteriormente allietato l’incontro organizzato dall’Associazione Culturale “I Luoghi della Scrittura” in collaborazione con la libreria “La Bibliofila” e che ha visto la presenza di un pubblico competente e particolarmente interessato.

 

Ascolti d’autore ci propone una raccolta di 25 interviste ad alcuni scrittori nazionali ed internazionali di narrativa contemporanea sul tema della musica. Autori più o meno famosi e premiati che ci rivelano precise indicazioni a riguardo, quanto la musica condizioni la loro vita e in che misura possa ispirarne l’opera. Non è un mistero che tra letteratura e musica ci sia sempre stato un legame molto forte che si è evoluto e rinsaldato nel corso degli anni e che si è fatto ancor più interessante nel secondo Novecento quando nuove espressioni musicali, in primis il jazz ed il rock, hanno coinvolto un panorama ancor più vasto di scrittori. Passioni nascoste, gusti sopraffini, collezionismi esagerati ed ascolti insospettabili. Un libro che i lettori troveranno certamente stimolante e dal quale emergono divertenti curiosità. Provo ad elencarne solo alcune.

 

Il premio Strega Niccolò Ammaniti con i suoi circa 10.000 cd è il supercollezionista del lotto e cita Si Viaggiare come canzone più significativa della sua infanzia. L’americano Michael Chabon (Pulitzer 2001) si lascia andare in una dichiarazione d’amore sul vinile che considera: “artefatto di un’era perduta che crea un incontro sensoriale col passato”. Bellissima la riflessione dell’altro Pulitzer (2010) Paul Harding che a proposito di ritmi di scrittura afferma: «Sono convinto che tutte le arti derivino dalla medesima luce bianca. E’ secondario che, una volta caduta sul mondo, questa luce assuma la forma di un quadro, di una canzone o di un racconto». Lo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi confessa apertamente di essere diventato uno scrittore per disperazione dopo aver prima tentato inutilmente la strada della musica. Il nostro Nicola Lagioia ci ricorda poi che in un testo musicato le liriche da sole non reggono, facendo riferimento alla ormai famosa tesi di De André secondo la quale “dopo i diciotto anni rimangono solo due categorie di persone a scrivere poesie: i poeti e i cretini”. Joe R. Lansdale ci regala la battuta più simpatica e fulminante. Alla domanda: «Suoni qualche strumento?» il texano risponde: «Solamente il lettore cd». La giovane Antonella Lattanzi, come molti altri suoi colleghi, ascolta quasi sempre musica durante la fase di scrittura, chiarendo però il fatto che il ritmo in narrativa non deve essere mai vuoto ma funzionale al racconto. Ci rimanda alla classica David Leavitt che predilige musica per pianoforte, Mozart, Brahms, Schubert, Ravel, Franck e Rachmaninov (non male direi) e con una citazione particolare di Joni Mitchell. Davvero interessanti gli ascolti del giovane scrittore francese Alban Lefranc: Couperin, Coltrane, Bach con le mitiche Variazioni Goldberg di Gould, ma poi anche Miles Davis, Iggy Pop e Nirvana. Altro scrittore “tradito” dalla musica il tedesco Ingo Schulze che adora l’opera ed affiderebbe a Stravinsky la colonna sonora della sua vita.

 

L’autore, nella prefazione, definisce “piccole botteghe artigiane” le stanze degli scrittori. Ecco, Ascolti d’autore è come un viaggio, tra il reale e l’immaginario, all’interno di questi misteriosi laboratori. E scopriamo che la bellezza della musica, con la sua sorprendente immediatezza tocca nel profondo anche le corde emotive degli scrittori; ciò rincuora e conforta il lettore perché l’universo musicale, così vasto, poliedrico, facilmente contaminabile e resistente al tempo rimane ancora a tutt’oggi una delle maggiori fonti di arricchimento e di crescita culturale per l’uomo.

 

 

 

 

I miei cinque dischi di tutti i tempi:

Anyway the Wind Blows: The Anthology di J. J. Cale

Travelogue di Joni Mitchell

What’s Going On di Marvin Gaye

Anima Latina di Lucio Battisti

The River di Bruce Springsteen

 

 

 

Il più bel concerto della mia vita:

Buena Vista Social Club – Roma, Auditorium Santa Cecilia, 17 maggio 2000




Bobo Rondelli @ Il Boschetto, Monteprandone (AP) – 18.08.2014

Grande intrattenitore, raffinatissimo cantautore a dispetto dell’immagine ruvida e becera, Bobo Rondelli ha concesso al numeroso pubblico accorso a Monteprandone per la seconda e ultima serata della rassegna Cose Pop un’esibizione strepitosa. Percorrendo in lungo e in largo le diverse fasi della sua carriera, il musicista livornese ha convinto proprio tutti. La sua proposta musicale, d’altronde, è variegata e di qualità: dentro ci sono la canzone d’autore, la balera, il rock’n’roll, le filastrocche, il punk, l’amore cantato e gridato, l’amore disperato, l’impegno civile, la pazzia, gli anni Sessanta, il cinema, le freddure, la “livornesità”, qualsiasi cosa significhi. C’è poco da sorprendersi, dunque, se dopo due generosissime ore di concerto, tutti si scambiano sguardi soddisfatti, se non addirittura felici.

 

Da una meravigliosa ballata dedicata agli emigranti, “Per amor del cielo”, ad una canzoncina apparentemente leggera che in realtà malcela una critica al clero, “La marmellata”, dalle irresistibili cover dei Beatles, “Tomorrow Never Knows”, e di Johnny Cash, “Hurt”, alla struggente storia del disertore di “Madame Sitrì”, Bobo è mattatore assoluto.
Se poi aggiungiamo l’originale rilettura di Tom Waits con “Non voglio crescere mai”, i ripescaggi dal repertorio degli Ottavo Padiglione, la prima casa musicale di Bobo, e la dedica commossa e commovente alla mamma con “Mia dolce anima”, il concerto può dirsi perfetto.
Tra una canzone e l’altra, come al solito, i siparietti del Bobo cabarettista, testimonianza di un talento a tutto tondo, incontenibile, semplicemente da standing ovation.




Jean Echenoz “Correre”

Adelphi pubblica in edizione tascabile uno dei migliori titoli dello scrittore francese, “Correre”.

 

Raccontare vite straordinarie a proprio piacimento è l’arte nella quale eccelle Jean Echenoz. Lo scrittore francese è un autentico “collezionista di vite altrui”, come l’ha definito Roberto Cotroneo. Ha raccontato il musicista Maurice Ravel in “Ravel” e lo scienziato Nikola Tesla in “Lampi”, modellando la propria prosa sulla figura dei protagonisti. In “Correre”, invece, tratteggia magistralmente il ritratto di Emil Zatopek, il mitico atleta cecoslovacco vincitore della medaglia d’oro sui diecimila alle Olimpiadi di Londra 1948 e di ben tre medaglie d’oro (cinquemila, diecimila e maratona) alle Olimpiadi di Helsinki 1952. Emil è un uomo comune, all’inizio persino riluttante a dedicare la sua vita alla corsa. Si allena su piste di cenere, si muove in modo sgraziato, il suo stile è antitetico a tutte le regole del buon correre, ansima pesantemente e produce paurose espressioni di dolore con il volto (“non ho abbastanza talento per correre e ridere insieme”, dichiara). Eppure, è l’atleta del suo tempo, frantuma un record dopo l’altro e diventa suo malgrado strumento di propaganda del regime cecoslovacco.

Il racconto di Echenoz è anch’esso veloce, privo di dialoghi, un racconto da focolare, essenziale ed antiepico. L’autore francese rifugge dalle iperboli, laddove la storia raccontata è già più che straordinaria di per sé. Impresa dopo impresa – Emil vince talmente tanto e con una superiorità talmente schiacciante sugli avversari che ad un certo punto le sue medaglie iniziano quasi ad annoiare – traccia un profilo indimenticabile, dalla giovinezza passata nella fabbrica di scarpe Bata di Zlìn ai trionfi, dall’amore per la moglie Dana, anche lei un’atleta, all’inevitabile fine della storia: la primavera di Dubceck, l’invasione sovietica, l’esilio.




Davide Tosches “Luci della città distante”

Etichetta: Controrecords
Brani: L’autunno / Il campanile / Un cane / Il primo giorno d’estate / L’airone / Il canto del Ghiro / Il calabrone / Mattino presto / Luci della città distante
Produttori: Giancarlo Onorato e Davide Tosches

 

L’avevamo molto apprezzato con “Dove l’erba è alta” e “Il lento disgelo”, per la qualità della scrittura e per la capacità, assai rara in Italia, di arrangiare pezzi roots come farebbe un musicista underground del Nebraska – anche se le radici a cui rimandano le sue composizioni forse non sono nemmeno americane, ma appartengono molto più semplicemente alla vita. Oggi Davide Tosches torna con il terzo album, che non modifica di una virgola l’integrità di un percorso totalmente fuori dalle logiche commerciali ma alza, se possibile, la posta in gioco. Protagonista di “Luci della città distante” è sempre la terra con i suoi silenzi, i suoi spazi difesi dalla contaminazione, i ritmi dettati dall’orbita solare, i semi che ci hanno generato e che alla stessa terra ci tengono legati, gli abitanti più vicini all’uomo. Basterebbe dare un’occhiata alla tracklist, titoli come Un cane, L’airone, Il canto del ghiro, Il calabrone, Mattino presto rendono senza difficoltà la poetica contemplativa del disco. Ma non è solo contemplazione quella che porta Davide a scavare il suo rifugio tra ronzii e fruscii, è un respiro vitale, è la necessità di sopravvivere all’asfissia della miseria, all’imbarbarimento e alla disumanità. In ogni traccia prevale l’estetica della sottrazione, viene meticolosamente assorbito tutto l’inutile a favore di pochi preziosi elementi, che fendono l’aria e materializzano un’emozione. La chitarra elettrica di Hugo Race, il flicorno e la tromba di Ramon Moro, gli archi di Catherine Graindorge e il Wurlitzer di Massimo Rumiano sono i colori di un artigianato impressionistico che oramai potremmo definire alla Tosches.

 




Hamilton Leithauser “Black Hours”

 

Etichetta: Ribbon Music / Domino Records

Brani: 5 AM / The Silent Orchestra / Alexandra / 11 O’Clock Friday Night / St Mary’s County / Self Pity / I Retired / I Don’t Need Anyone / Bless Your Heart / The Smallest Splinter

 

Non spenderei troppe parole per spiegare chi erano i Walkmen, mi limiterei a dire che il quintetto newyorkese ha offerto, in dieci anni di carriera, una delle più profonde e trascinanti riletture del rock’n’roll del nuovo millennio. Lo scorso anno la band ha purtroppo annunciato una pausa a tempo indefinito della propria parabola artistica, e, nel giro di pochissimo tempo, hanno risposto all’appello del debutto solista il tastierista Walter Martin, il bassista Peter Bauer e il cantante Hamilton Leithauser. Il lavoro più atteso, va da sé, era proprio quello di Leithauser, la cui voce è stata il più riconoscibile marchio di fabbrica dei Walkmen lungo i sette capitoli della loro discografia.

 

Se pezzi come The Rat, In The New Year, Angela Surf City, Victory e Heartbreaker hanno raccolto consensi un po’ ovunque, parte del merito sicuramente va alla voce ruvida, gracchiante, potente e anche estremamente romantica di Leithauser. Ma la fortuna dei Walkmen si doveva anche a quelle tonalità da cartolina ingiallita, a quelle chitarre sferraglianti come treni su rotaie, a quella sezione ritmica vertiginosa e quelle tecniche di registrazione analogica che rendevano “You & Me” e “Lisbon” album senza tempo.

 

La voce di Leithauser, da sola, rischia di non bastare. A dirlo è proprio questo “Black Hours”, tentativo del cantante di avvicinarsi ad atmosfere più raffinate e lente, di tracciare le coordinate di uno swing’n’roll accomodante, abbassando i decibel e chinando il capo, guardando i propri piedi e compiacendosi fin troppo delle scarpe in pelle spazzolata. Se qua e là lo swing funziona (11 O’Clock Friday Night), o se anche si rimane sedotti da un country sbilenco (I Retired), il più delle volte il risultato è inefficace. Non bastano i chitarroni di I Don’t Need Anyone, che riportano le vecchie atmosfere sanguigne soltanto verso la fine del disco, purtroppo “Black Hours” è un lavoro che avrebbe potuto eleggere Leithauser crooner ufficiale dell’intera scena indie americana ed invece rimane in una zona di nessuno, debole e interlocutorio. Certo, visto il carisma, il curriculum e la simpatia del personaggio, la sufficienza non gliela toglie nessuno. Molto stiracchiata però.




Joe Henry “Invisible Hour”

 

Etichetta: earMUSIC
Brani: Sparrow / Grave Angels / Sign / Invisible Hour / Swayed / Plainspeak / Lead Me On / Alice / Every Sorrow / Water Between Us / Slide
Produttore: Joe Henry

 

Chissà se sono maturi i tempi perché la musica di Joe Henry possa ricevere il riconoscimento che merita. Verrebbe da dire che, se non l’hanno fatto con album come “Scar” e “Civilians”, i tempi potrebbero non maturare mai.
Di certo, a tre anni di distanza dal pur lodevole “Reverie”, con il nuovo “Invisible Hour” Henry posa un altro mattone pregiato nella sua personale costruzione di un cantautorato imprevedibile e raffinato, asciutto e liberamente sconfinante in altri generi, specie nel jazz.
Le nuove canzoni parlano di amore, fiducia, tempo, distanza. Soprattutto parlano di matrimonio, quel “filo conduttore d’impegno, resa e raccapricciante alleanza mistica che”, nelle parole di Henry, “effettivamente serpeggia in tutto, in modi sia evidenti che marginali, sia letterali che metaforici”. Il taglio è, al solito, obliquo, mai ovvio. Sin dall’iniziale Sparrow si capisce che decifrare fino in fondo l’arte del cantautore del North Carolina è operazione che sfiora l’impossibile. Quello che si può fare è nuotare tra i suoi versi accuratamente ed ermeticamente cesellati mentre si gode del peculiare artigianato folk che contraddistingue ognuno degli arrangiamenti. Oltreché immenso autore, Henry è infatti un formidabile produttore e come tale ha avuto i riconoscimenti che spettavano ai suoi lavori con Ramblin’ Jack Elliott, Loudon Wainwright, Solomon Burke, Kristin Hersh, Elvis Costello, Billy Bragg e tantissimi altri. Così, non può stupire se l’incastro di chitarra acustica e fiati in Swayed e Every Sorrow è semplicemente perfetto, né se l’essenzialità spettrale di Alice, dedicata ad Alice Munro, seduce sin dal primo ascolto.
In passato Henry ha avuto accanto musicisti come Ornette Coleman, Bill Frisell, Don Byron e Brad Mehldau, il gotha del jazz contemporaneo. Stavolta è tutto più raccolto, di sassofono e clarinetto si occupa Levon Henry, figlio di Joe, mentre a portare luce a Lead Me On ci pensa Lisa Hannigan, altra artista prodotta in passato da Henry. Per il resto, dominano le sonorità acustiche, con liuto e mandolino che si accompagnano alle meravigliose chitarre suonate da due maestri degli strumenti a corda come John Smith e Greg Leisz.
“Invisible Hour” è una raccolta di undici rigorosi lamenti che, sebbene pretendano la vibrante intensità dell’ascolto solitario, hanno il pregio di lasciar sempre intravedere l’ottimismo. E’ un disco a mezz’aria tra condivisione e intimità, prosciugato di tutto il superfluo pur nella sua prolissità, semplicemente immancabile come ogni disco di Joe Henry.




Chiara Civello, “Canzoni”

di Renzo Vitellozzi

 

 

La cantautrice romana Chiara Civello è già da tempo una delle più apprezzate dalla critica nazionale ed internazionale, non solo in ambito jazz ma anche in quello pop. La sua apparizione al Festival di Sanremo 2012 con la bellissima Al posto del mondo non è passata inosservata e le ha dato una discreta visibilità. Il 6 maggio è uscito il suo nuovo album Canzoni (distribuito dalla Sony Music) che la vede finalmente nel ruolo di sola interprete. L’LP è composto da ben 17 cover, registrato tra Bari, New York e Rio de Janeiro, è stato prodotto da Nicola Conte, arrangiato da Eumir Deodato e ha visto la collaborazione dell’Orchestra Sinfonica di Praga. Ben quattro gli ospiti illustri: Gilberto Gil, Chico Buarque, Ana Carolina ed Esperanza Spalding. Ottima la scelta dei brani, classici intramontabili del nostro repertorio reinventati per l’occasione, sia nel sound che nell’interpretazione. Un suono fresco, un mood malinconico e contemporaneo che viaggia in perfetta sintonia con la saudade brasiliana e la soul-black. Presenti nella tracklist anche brani più recenti come Mentre tutto scorre dei Negramaro ed Incantevole dei Subsonica, sorprendenti per la modernità e la brillantezza degli arrangiamenti. C’è anche un bel tributo al cinema italiano con Metti una sera a cena di Ennio Morricone. Quattro le tracce dell’album che ritengo più interessanti. Con una rosa, uno dei capolavori di Vinicio Caspossela che la Civello traduce magnificamente con un irresistibile ritornello dal ritmo vagamente caraibico. Va bene, va bene così di Vasco Rossi, quasi irriconoscibile, sospesa tra il funky e il soul, eterea e intrigante. Que me importa el mundo (titolo originale Che mi importa del mondo) brano che Rita Pavone lanciò nel lontano 1963, qui in versione spagnola con un mirabile arrangiamento dalla straordinaria forza evocativa, sognante e rarefatta come una bossa nova che accarezza e seduce.
Infine
Il mondo, una tra le più belle canzoni italiane di sempre malgrado, personalmente, non ne abbia mai apprezzato l’interpretazione, un po’ da urlatore come andava di modo all’epoca, del suo autore Jimmy Fontana che poi la lanciò e la rese celebre in tutto il mondo. Questa cover è un autentico capolavoro. Voce calda e avvolgente della Civello, arpeggi di chitarra, archi e piano a chiudere. Cover sublime. Penso sia la versione definitiva per un brano dalla bellezza ancora cristallina.
Credo che i viaggi siano fondamentali per comprendere quello che ci sta attorno, soprattutto per conoscere meglio la nostra anima e i nostri sentimenti”. Chiara Civello non si nasconde e dichiara apertamente il suo amore per i luoghi dove è vissuta a lungo, America e Brasile, la sua passione per il jazz, per la bossa nova e per la musica soul, che sono il suo principale background culturale e musicale. Ora è tornata in Italia per rendere omaggio ad alcuni grandissimi autori, per nobilitare la grande canzone italiana ed a riguardo la cantante ha tenuto a sottolineare nelle interviste più recenti che “si vive anche in funzione del passato, perché il passato è la nostra storia”. Compito impegnativo per chiunque, non per la talentuosa cantante che ha pienamente centrato l’obiettivo con un pop sofisticato contaminato ad arte e grazie a musicisti di indiscusso livello. Disco perfetto, imperdibile, da isola deserta.

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David Foster Wallace e Mark Costello “Il rap spiegato ai bianchi”

E’ stato appena ristampato, con una nuova prefazione di Mark Costello, il saggio sulla musica rap scritto nel 1989 dal compianto David Foster Wallace e dal suo coinquilino ai tempi di Harvard.

 

Quando scrisse, a quattro mani con Mark Costello, “Il rap spiegato ai bianchi”, David Foster Wallace non era ancora un autore-mito ma aveva già pubblicato due titoli – il romanzo “La scopa del sistema” e la raccolta di racconti “La ragazza dai capelli strani” – che l’avevano segnalato come uno degli scrittori più geniali della sua generazione. Soltanto un lustro più tardi avrebbe tirato su quel sontuoso monumento all’ambizione artistica che è “Infinite Jest”, ma la sua cifra stilistica nel 1989 era già perfettamente riconoscibile.

In tal senso, “Il rap spiegato ai bianchi” non è soltanto un testo prezioso per i completisti dell’opera di Wallace, ma soprattutto la testimonianza di una fase cruciale nella carriera dello scrittore di Ithaca, che lo vide alle prese, tra le altre cose, con una bizzarra forma di critica musicale, esagerata, divagante e postmoderna. Più che due critici militanti prestati alla musica nera della Sugarhill Gang e di Grandmaster Flash, infatti, Wallace e Costello, che all’epoca della scrittura di questo libro condividevano un appartamento a Boston, sembrano due intellettuali che non hanno paura di fare la figura degli ingenui mentre approcciano una materia calda e di pertinenza nera, giocando agli intrusi con sorpresa e divertimento. Per apprezzare le 230 pagine del libro bisogna dimenticarsi non solo i dettami del bravo giornalista musicale ma anche le derive di alcuni irregolari che hanno provato a forzare le regole della carta stampata con una visione psichedelica gonza irriverente caustica dell’alfabeto rock’n’roll. Se l’intento di Wallace e Costello era quello di rifarsi all’anarchica prosa rock di Lester Bangs a cui “Il rap spiegato ai bianchi” è dedicato, il risultato non è dei migliori. L’arte della digressione wallaciana complica i codici della critica musicale in un modo troppo sofisticato (o troppo idiota) per chi non è abituato a frequentare le sue pagine (o per chi non ammette altro che competenza ossessiva ed enciclopedica quando si parla di musica). Chi, al contrario, ha letto, almeno in parte, “Infinite Jest”, apprezzerà facilmente ne “Il rap spiegato ai bianchi” il talento smagliante del suo autore che, nel 1989, viveva una strampalata imbarcata per un genere musicale spesso considerato rozzo, volgare, criminoso; ed evidentemente moriva dalla voglia di spiegare il segreto di quell’universo alieno ai lettori bianchi, arrivando persino a ipotizzare – in realtà è Costello a farlo – che nientemeno che Bob Dylan “potrebbe essere il padre non riconosciuto dei Public Enemy, perché, quando Lyndon B. Johnson era l’anticristo ed Ed Koch un giovane riformista affamato, lui era lì a rappare”.

 

Al netto di quella patina di piacevole nostalgia che la lettura de “Il rap spiegato ai bianchi” regala ad un’epoca, la fine degli ’80, musicalmente non proprio memorabile, è stimolante leggere Wallace e Costello che provano a raccontare una scena in continua evoluzione, dove ciò che è cool oggi sarà cooptato dall’industria domani, mentre dal fuoco vivo dell’underground nuovi nomi si preparano a sfondare. E il passaggio di consegne non avviene mai senza un inasprimento del messaggio e un innalzamento della posta in gioco. “Le nuove band usurpatrici possiedono un grado esponenzialmente maggiore di asprezza, durezza e cattiveria rispetto ai loro precursori”, scrive Wallace, “il lessico e i temi delle canzoni scavalcano di netto i confini di ciò che solo un anno prima sarebbe stato ritenuto improponibile per la messa in onda”.

Eppure i rapper riottosi che vedono nel giro di pochi mesi il proprio conto in banca gonfiarsi di zeri, non si fanno scrupoli a godersi il successo e addirittura a celebrarlo. C’è in questo aspetto – che differenzia il rap dal rock – una contraddizione, a ben vedere, soltanto apparente, se è vero che gli artisti neri del South Side o del South Bronx “nei loro pezzi non hanno fatto altro che parlare del diritto alla ricchezza e alla fama, dell’inevitabile ricompensa che spetta alla loro voce gagliarda e inimitabile”.

Con il senno di poi, nonostante le lotte intestine, nonostante i morti, nonostante chi ha guardato il fenomeno dal di fuori abbia continuato a trovare strano che le rime militanti anti-sistema dei Public Enemy fossero distribuite dalla CBS, parte del segreto della vitalità del rap e della sua forza propulsiva, che ne fa ancora oggi un genere con una sorprendente presa sulle nuove generazioni, sta proprio in questo esagerata monumentale spudoratezza.

 




Josè Saramago, “Lucernario”

di Renzo Vitellozzi

 

 

2014-05-05 – Lucernario è uno dei primi romanzi scritti da Josè Saramago, terminato nel 1953, è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 2012 grazie alla casa editrice Feltrinelli due anni dopo la sua morte avvenuta il 18 giugno 2010. Pilar del Rìo, traduttrice e per molto tempo compagna dello scrittore portoghese, nonchè presidente della Fondazione Josè Saramago, nella splendida prefazione dal titolo: «Il libro perduto e ritrovato nel tempo», ci spiega bene la travagliata genesi del libro fornendoci inoltre preziosi ed inediti dettagli sulla vita del grande romanziere.

Definirei Lucernario una sorta di piéce teatrale, il racconto infatti è ambientato quasi esclusivamente all’interno di un’anonima palazzina in un quartiere popolare di Lisbona. E’ appena terminata la seconda guerra mondiale ed il Portogallo è nelle mani del dittatore Salazar. Sei umili famiglie, in un modesto condominio di tre piani, condividono i piccoli e i grandi problemi della vita quotidiana, delusioni e promiscuità, le lotte con un presente avaro di novità e privo di particolari aspettative. Al primo piano troviamo, da una parte una coppia di anziani ancora teneramente innamorati, il saggio e cortese ciabattino Silvestre con la “voluminosa” moglie Mariana, e dall’altra la famiglia Fonseca, lui, Emilio, commesso viaggiatore tormentato e demotivato, lei, Carmen, moglie isterica ed instabile, con loro il figlio Henriquinho, ragazzino sensibile e piuttosto fragile di salute. Al secondo piano ecco la conturbante, sensuale ed assai chiacchierata, signora Lidia, che mantiene la mamma con i soldi del proprio amante, un ricco imprenditore che settimanalmente le fa visita e le versa un discreto mensile. Sempre al secondo piano vivono il rozzo ed irascibile tipografo Caetano da Cunha e la scheletrica moglie Justina, donna brutta come la fame, una coppia in crisi dopo la prematura perdita della loro unica figlia a causa di una fulminante meningite. Ultimi due nuclei familiari al piano terzo, il primo composto da quattro silenziose donne, due anziane sorelle, Amélia e Candida e le figlie di quest’ultima, Isaura e Adriana, una grigia ed affettuosa convivenza allietata esclusivamente dalle note beethoveniane serali trasmesse dalla radio. L’altro gruppo familiare comprende il nullafacente Anselmo, la moglie Rosalìa e la loro bella ed intraprendente figlia Claudinha, alla ricerca di un solido e rassicurante avvenire. Il giovane vagabondo Abel Nogueira completa il quadro dei protagonisti in campo sulla scena. Personaggio non secondario del romanzo, Abel occupa una piccola stanza dell’appartamentino di Silvestre e Mariana contribuendo con il suo affitto alle spese quotidiane.

Figlio di analfabeti e privo di studi universitari, il giovane Saramago scrisse il suo Lucernario tra grandi disagi. I suoi primi impieghi non erano facili, non era favorevole la condizione politica del suo paese ed inoltre incontrava forti ostilità nel mondo accademico che lo circondava. Era un perfetto sconosciuto che riversava nella scrittura i suoi sogni, il suo mondo interiore. Lucernario è la prima grande opera dello scrittore portoghese, matura e misurata, dallo stile già ben riconoscibile anche se ancora lontano dagli sperimentalismi degli anni successivi quando punteggiatura e densità espressiva raggiungeranno forme esasperate, più elaborate ed interessanti. Il mondo descritto da Saramago è un universo variegato, multiforme, persone che condividono situazioni e spazi molto ristretti, dal destino segnato ma con modalità diverse nell’approcciarsi alla vita. Uomini e donne aggrappati alla sopravvivenza, a consolidate convenzioni, prigionieri di grette miserie ed in viaggio verso opposte direzioni. L’occhio “neorealista” dello scrittore scruta le complesse dinamiche relazionali dei vari personaggi, penetrando (proprio come la luce che filtra dal lucernario) in uno spaccato di una piccolissima borghesia artigiana ed impiegatizia davvero modesta, dove tutti parlano di tutti, indistintamente, dove è difficile sottrarsi al cicaleccio, alla curiosità morbosa.

Questo romanzo ci fa sentire ancora più orfani del nobel portoghese, uno dei più grandi scrittori del novecento. Ci manca la sua carica narrativa, il suo sguardo severo, lucido, impietoso e visionario. Lucernario lo accogliamo come un dono prezioso, una consolazione postuma, a dimostrazione che la letteratura riesce ancora a sopravvivere alla morte.