Breece D’J Pancake “Trilobiti”

L’America derelitta, affamata e ridotta all’osso non ha mai lesinato scrittori in grado di rappresentarne sulla pagina la desolazione infinita. Breece D’J Pancake è morto nel 1979 e di lui ci resta pochissimo. Le sparute pagine che ci ha lasciato incarnano però al contrario il sogno americano, mostrano lo stridente e triste ideale yankee capovolto dallo scontro tra le smisurate ambizioni dell’uomo e l’impossibilità dei sogni, e lo fanno in un modo così spontaneo e lineare da commuovere.

 

Trilobiti è l’acclamata raccolta di racconti di Breece D’J Pancake che minimum fax ripubblica nella nuova traduzione di Cristiana Mennella, dopo che Isbn ne aveva portato per la prima volta le spoglie in Italia nel 2005. Di Trilobiti in tanti hanno scritto un gran bene, a partire da Kurt Vonnegut, Tom Waits e Joyce Carol Oates («Si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto», sono le parole dell’autore di Mattatio n. 5). E’ troppo facile e breve la via alla mitizzazione di uno scrittore morto suicida a 26 anni senza aver pubblicato nulla? Probabilmente sì. Eppure dentro queste dodici short stories – uscite negli Stati Uniti nel 1983, quattro anni dopo la morte dell’autore – c’è qualcosa che vibra e continua a vibrare dopo che si è conclusa la lettura: Pancake aveva la capacità di convogliare in un unico spietato rintocco la forza biblica della natura, la solitudine dell’America rurale, l’odore delle roulotte e la polverosità delle cave di carbone, l’angoscia di una vita misera e di un sesso infelice, e quel rintocco è capace di scuotere le ossa di chi legge. Pancake era un Faulkner nichilista e disperato che, nelle duecento pagine scarse che si hanno di lui, ha saputo raccontare con crudeltà e candore il dramma imperituro che pervade la natura e lì permane per tempi interminabili, come fossile, come i trilobiti del primo racconto («Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni»).