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#romanzobreve n.6: “Accozzaglia – puntata 3”

di | in: Cultura e Spettacoli, Primo Piano

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di Brevevita Gruppo Letterario

 

 

“Accozzaglia”

terza e ultima puntata – il discorso diventa globale

 

CONDANNA A MORTE DEL RIBELLE

Sono ormai fuori e mi aggiro come un fantasma attorno alla pista: “Mi gira la testa dove sono le cecoslovacche, datemi le ceche, Portaluppi tieni gigi er zozzo lontano dalle mie ceche . . . Maledetto Bertoli, me la paghi . . . ” , queste sono le frasi indistinte che pronuncio sottovoce tra me . . .

 

Mi aspetto una qualche reazione di Bertoli da un momento all’altro . . .

 

mmmm..

 

mmmm…..

 

Tutto lascia presagire l’arrivo della peggiore delle situazioni, e difatti, quel bifolco impettito di Bertoli lo sapete che fa? In tutta tranquillità, nel bel mezzo di un intrattenimento musicale non dichiarato alla siae, e con tutte le infinità burocratiche sempre in agguato, tra la tettoia, e la SAB, e mille altri uffici, lo sapete che fa ?

 

Chiama i carabinieri.

 

Chiama i carabinieri per farli arrivare nel suo locale !

 

Grande mossa !

 

Come scannare un maiale e chiamare il wwf . . .

 

Non ci posso credere eppure sta accadendo live. Qui. Ora.

 

Oh dio.

 

All’arrivo del maresciallo barese LOCALVO, al chiosco-bar Gabriella, l’ACCOZZAGLIA è totale.

 

Dunque, sul luogo del delitto abbiamo:

1) Intrattenimento agrario.

2) Arte al botulino, provoca difficoltà nel deglutire.

3) Compilations musicali di qualunquismo circolare, come la tortura della goccia, t’uccide a ogni giro di più. 4) Sguardi impotenti.

5) Mangiacalcio e mangiafiga attoniti.

6) Acchiappagalline rincorrono diciottenni cicce.

 

Dio non è presente. Dio si rifiuta di quantificare lo spettacolo.

 

Sullo sfondo dispute plebee, insulse e improduttive.

Laggiù, dove la verde erba del vicino ricopre il più debole, seppellendolo sotto una coltre d’invidia e frustrazione; giù, dietro ed ancora più in basso, negli abissi dell’uomo medio, arroccato perennemente in un fosco “io devo umiliarti elevato alla potenza !! Per sentirmi meglio io!”

 

Io !

 

Questa non è una normale e classica convivenza nordeuropea. Questa non è una comunità.

 

Questa è una guerra.

 

Odio ho bisogno di te per sentirmi qualcuno.

 

Delicati equilibri estetici portano allora alla mente una serie di puntini numerati (come il CHE COSA APPARIRA’ della settimana enigmistica), unendo i quali appare il volto ormai mostruoso di un’arrogante nobildonna di terza età, aristocratica per autoproclamazione, ex-cafona arricchita, e decaduta ora nella pratica bestiale del cannibalismo, e nella cattiveria; una troia tenace, attaccata ai soldi, che anziché dare spazio ai suoi figli, si ostina a celebrarsi e a definirsi bella, seppur così visibilmente logora, e bisunta . .

 

Italia è un nome di donna. La legge non è uguale per tutti. E’ una storia che va avanti da 150 anni.

 

La scena davanti ai miei occhi ricorda una nazione intera.

 

Un brano delirante tratto da sanremo 83 viene fatto interrompere, e per un attimo ci si sente in un’altra parte del mondo, più quieta.

 

Il silenzio è già di per sé cultura, rispetto all’educazione devastante a cui siamo stati sottoposti; tregua divina ed attesissima, che inghiotte dolcemente lo standard di persone che abbiamo incontrato nella vita.

 

L’ultima cosa che distinguo è Bertoli, quel maledetto, che chiama Localvo a sé, puntando l’indice verso il sottoscritto.

 

Io sono il mostro di turno, il colpevole.

 

Tutta quella bruttezza . . devo pagare io per tutti . .  io sono il designato a salire al crocefisso . .

 

Mamma mia, non si capisce più niente . .

 

Tutto è sfocato . .

 

Tutto è una tortura involontaria , lentissima, in un’adolescenza che ancora non finisce.

 

Il bisogno di feedback che lamentiamo in continuazione è qualcosa di davvero patetico.

 

Il far pesare le cose . . .

 

Il reclamare attenzioni aggredendo gli altri, sottoponendoli a pressioncine psicologiche più che idiote, che potrebbero degnamente competere con la pochezza inalata in sala s’attesa, tra pettegole glamour dell’Hair Stylist “stocazzo”; lamentele goffe e antiestetiche che secondo noi serviranno a ribadire il nostro status nella società, la nostra importanza nel gruppo amicale, l’insensata rigidità delle nostre sicurezze. Scopo del gioco è il riuscire ad accettarci anche oggi, il raccattare brandelli d’autostima, per non odiare troppo la nostra vigliaccheria ed il nostro operato.

 

Abbiamo bisogno di molte conferme, durante il giorno, a tutte le ore, noi deficienti.

Dobbiamo essere certi del fatto che non sia inutile la nostra presenza sulla Terra, che non trascorreremo una

giornata senza palesare contratti e produzioni, che se lavoriamo sodo ce la possiamo fare, che abbiamo rovesciato il nostro disprezzo e la nostra indifferenza sulle persone universalmente riconosciute come <<meritevoli di gogna>>; e allora via, si esce a fare shopping giù in piazza, dove tutti dicono tutto, e dove becco al volo (e condivido) una bella <<derisione d’incapace>>, una <<interessante lapidazione del male>>, una comoda <<messa in punizione>> del povero gino, puffetto birichino.

 

E se davvero non riusciremo ad esser certi NOI di tutto questo, dovremo fare in modo che perlomeno – agli occhi degli altri – tutto appaia credibile. Attivarsi affinché il ns comportamento venga letto come una regolare espressione del “normale”, ovvero di norme comuni non scritte. Mode. Opinionisti da assecondare. Stronzate agglomeranti. Tutto ciò ci fa sentire comodi ed al sicuro. Bene al caldo, sotto una veste di ovatta pucciolosa.

 

Siamo finalmente parte di qualcosa. Qualcuno ha pensato per noi. Qualcuno ha prodotto etichette e credenze, per rivendercele a un ottimo prezzo. Basta dire sì, è facile, entra in questo doratissimo tunnel dell’impersonale, non sforzarti amore mio, non pensare a niente !

 

A un certo punto della vita l’analista va integrato con un sistema di quadrature reciproche e precarie, come ad esempio lo spompinarsi a vicenda, per recuperare una serie di cose: insufficienze mentali, carenza di visioni, lacune derivanti dal troppo affetto ricevuto e dalla esagerata importanza che ci viene data.

 

Dovremmo riuscire a guardare alla morte con un occhio un po’ più complice.

 

Il demonio è sotto la pelle.

 

Il demonio è dato dal paziente lavoro di cesello sul carattere, dallo scorrere e brulicare continuo di lava rovente, dal non dire le cose che pensiamo veramente.

 

La più grande paura dell’essere umano è la solitudine.

 

E diamine però!!

Occorre più coraggio!

E’ così poco interessante non transigere . . .

E’ così poco interessante obbedire . . .

Ostinarsi a non guardare l’altro lato delle cose . .

 

Il bisogno di vedersi srotolare il classico tappeto roscio al nostro arrivo . . . CHE PALLE !!

 

Il bisogno di dover delineare il bene e il male.

 

Una mania di grandezza deriva sempre da un miserabile complesso d’inferiorità.

 

Una mania deriva punto. Viene da qualcosa. E’ insoddisfazione per le attività svolte nella vita e deriva.

 

Ma Porca Puttana  . .

 

I nostri guai ce li abbiamo tutti a portata di mano. Dentro. E’ sufficiente ammettere di averli.

 

Tutti presentano a sé stessi i propri ragionevoli motivi. La sfumatura è d’obbligo. Bisognerebbe sempre mettere in discussione le certezze.

 

E’ impossibile capire tutto, e tutto è un’ACCOZZAGLIA !!!

 

Un cumulo indistinto di cose che accadono. Continuamente. Un grattacielo di cose e persone dal quale non è possibile estrarre dei teoremi definitivi.

 

Basta.

 

Dobbiamo rinascere, dobbiamo rilassarci.

 

Abbiamo ancora tempo, prego maresciallo, sono a sua disposizione, la seguo volentieri. E’ certo che nel suo studio intasato di tarme che divorano il legno, sarò di fronte a un circo meno infame.

 

La prego maresciallo, ora mi porti via con Lei…

 

 

FINE DELLA RIVOLTA E ALBA DI UN NUOVO GIORNO

Stamattina invece mi sono svegliato felice nel mio letto.

 

Non saprei dire che cavolo è successo ieri sera.

 

Quel che è certo è che stamane, al mio risveglio, ricordavo distintamente Heriberto Ruzzica, 65enne allenatore di serie A, italo-ispanico trapiantato a roma, da sempre cliente fisso del chiosco bar Gabriella, seduto in prima fila, proprio due tavoli davanti a noi, che ha risposto: “VEDI D’ANNATTENE!” allo sventurato camerunense che tentava di trascinarlo in pista.

 

Dietro di lui Vito Riga, ineguagliabile bomber delle serie cadette, rinomato per la sua pigrizia e mutismo, che qualcuno scambia per eleganza. Talmente buono e innocuo, fuori dal campo, da non riuscire a contrastare il demone di Silvi Marina.

 

Veder ballare Vito Riga è come assistere tua madre mentre vomita sangue: orrore allo stato puro.

 

Tutti quegli incubi devono essere arrivati causa questo.

 

Come avrete capito il chiosco bar Gabriella è un posto enormemente felice, ed è frequentato da calciatori in vacanza.

 

Bertoli gongola felice in pausa pranzo, ieri sera ha piazzato incasso record ed oggi infila un menù veloce riempipista, antipasto di mare e pasta alle vongole, da non morire mai.

 

Come le foto di maradona a napoli, qui al chiosco-bar Gabriella il mezzobusto in pietra lavica di Sor Ruzzica domina la scena, prepotente e vasto.

 

Eccoci qua . . .

Oggi è di nuovo una bella giornata.

 

Saluto con un inchino la moglie di Robbersen, ex-rincalzo di lusso del Real, danese, un’ala destra classica, ora dispersa nei meandri della serie C  . . . una versione di Butragueno meno goleador e più incontrista, un macmanaman col freno a mano tirato.

 

Cara Signora, sussurro tra i denti, se Suo marito sapesse, palla al piede, evocare una stilla del Suo carisma e delle Sue geometrie, a quest’ora sareste entrambi in nazionale.

 

Nazionale, la parolina magica.

 

Sempiterni irrealizzabili sogni e allucinazioni continuano a fare capolino, nonostante tutto. Da questa parte del pianeta siamo ancora ottimisti. Chiosco bar Gabriella, ombrellone numero 24A: la fine della corsa è giusto un metro davanti a noi, ma questo non ci impedisce di godercela. Eutanasia Agonistica ci avvolge lieve, anno dopo anno, tra le sue larghe onde.

 

Questo è il luogo dove molti calciatori, dolcemente, cessano di esistere.

 

Qui si adageranno presto, come cristi di ritorno da polverose ed indomite crociate, e qui metteranno le radici.

 

Sopra queste sedie-sdraio non punizioni a fogli a morta, ma aneddoti speciali. Il lettino a strisce verticali arancione e verde scuro sarà la nuova casacca da indossare. Dribbling secco e tuffi a volo d’angelo verranno esposti nel campo di calcetto a porte piccole, due contro due, a mezzogiorno meno un quarto, bagnini contro resto del mondo.

 

Il solarium a bordovasca ci consacra a san paolorossi imbalsamati nella teca.

 

Noi vivremo qui per sempre, e qui le nostre adolescenze si dilatano.

 

La vita continua ad essere bella, e lentamente, al termine di ogni campionato, si scoprono i piaceri del dopocarriera: mojito la sera e modelle ceke in pausa pranzo, sughi co le cozze, fritti ar bacio, faleri non identificati.

 

Questo luogo ha sempre rappresentato pregi e difetti dell’umana condizione.

 

Limiti delle persone. Curiose proiezioni algebriche dell’amicizia. Tarallucci e vino fino a che è possibile, opinioni condivise fino a che fa comodo. Altruismo ipnotico, quell’altruismo utile a sentirti bene tu. Individualismo grave, scaricare qualcuno quando sta in difficoltà, salire sul carro dei vincenti, sempre, e poi – non ultimo – improvvisamente dietro l’angolo, l’amore. Gesti di grande e sorprendente amore. Tutto questo mentre il mister, sotto l’ombrellone, medita in silenzio, soppesando schemi da attuare nel campionato successivo.

 

Questo luogo, amici miei, ha sempre rappresentato un’accozzaglia.

 

Piacere io sono Edoardo Morbidelli, professione esterno destro difensivo, gioco in C1, insieme a Vito Riga, mitico centravanti calvo, implacabile, secco come uno scheletro e brutto come la morte.

 

Dopopranzo mi metto i pantaloncini e vado al mare.

Alle tre e mezza in punto ordino un mojito.

La storia ricomincia.

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FINE

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28 Aprile 2014 alle 23:23 | Scrivi all'autore | | |

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