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Joe Henry “Invisible Hour”

di | in: in Vetrina, Recensioni

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Etichetta: earMUSIC
Brani: Sparrow / Grave Angels / Sign / Invisible Hour / Swayed / Plainspeak / Lead Me On / Alice / Every Sorrow / Water Between Us / Slide
Produttore: Joe Henry

 

Chissà se sono maturi i tempi perché la musica di Joe Henry possa ricevere il riconoscimento che merita. Verrebbe da dire che, se non l’hanno fatto con album come “Scar” e “Civilians”, i tempi potrebbero non maturare mai.
Di certo, a tre anni di distanza dal pur lodevole “Reverie”, con il nuovo “Invisible Hour” Henry posa un altro mattone pregiato nella sua personale costruzione di un cantautorato imprevedibile e raffinato, asciutto e liberamente sconfinante in altri generi, specie nel jazz.
Le nuove canzoni parlano di amore, fiducia, tempo, distanza. Soprattutto parlano di matrimonio, quel “filo conduttore d’impegno, resa e raccapricciante alleanza mistica che”, nelle parole di Henry, “effettivamente serpeggia in tutto, in modi sia evidenti che marginali, sia letterali che metaforici”. Il taglio è, al solito, obliquo, mai ovvio. Sin dall’iniziale Sparrow si capisce che decifrare fino in fondo l’arte del cantautore del North Carolina è operazione che sfiora l’impossibile. Quello che si può fare è nuotare tra i suoi versi accuratamente ed ermeticamente cesellati mentre si gode del peculiare artigianato folk che contraddistingue ognuno degli arrangiamenti. Oltreché immenso autore, Henry è infatti un formidabile produttore e come tale ha avuto i riconoscimenti che spettavano ai suoi lavori con Ramblin’ Jack Elliott, Loudon Wainwright, Solomon Burke, Kristin Hersh, Elvis Costello, Billy Bragg e tantissimi altri. Così, non può stupire se l’incastro di chitarra acustica e fiati in Swayed e Every Sorrow è semplicemente perfetto, né se l’essenzialità spettrale di Alice, dedicata ad Alice Munro, seduce sin dal primo ascolto.
In passato Henry ha avuto accanto musicisti come Ornette Coleman, Bill Frisell, Don Byron e Brad Mehldau, il gotha del jazz contemporaneo. Stavolta è tutto più raccolto, di sassofono e clarinetto si occupa Levon Henry, figlio di Joe, mentre a portare luce a Lead Me On ci pensa Lisa Hannigan, altra artista prodotta in passato da Henry. Per il resto, dominano le sonorità acustiche, con liuto e mandolino che si accompagnano alle meravigliose chitarre suonate da due maestri degli strumenti a corda come John Smith e Greg Leisz.
“Invisible Hour” è una raccolta di undici rigorosi lamenti che, sebbene pretendano la vibrante intensità dell’ascolto solitario, hanno il pregio di lasciar sempre intravedere l’ottimismo. E’ un disco a mezz’aria tra condivisione e intimità, prosciugato di tutto il superfluo pur nella sua prolissità, semplicemente immancabile come ogni disco di Joe Henry.

© 2014, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




19 Luglio 2014 alle 12:05 | Scrivi all'autore | | |

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