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“C’è luce negli oceani più profondi”: intervista a Scott Matthew

di | in: in Vetrina, Interviste

Scott Matthew (foto di Michael Mann)

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di Pierluigi Lucadei

 

A due anni di distanza dal disco di cover “Unlearned” e a quattro dall’ultima raccolta di inediti “Gallantry’s Favourite Son”, Scott Matthew è pronto per tornare. “This Here Defeat”, questo il titolo del nuovo lavoro in uscita il 20 marzo su etichetta Glitterhouse, raccoglie dieci canzoni scritte dopo la fine di una storia d’amore, tra la disperazione dell’abbandono e la voglia di rialzarsi, arrangiate con l’amico chitarrista Jurgen Stark e registrate a Lisbona con l’aiuto dei collaboratori di sempre, Sam Taylor, Eugene Lemcio e lo stesso Stark. “Effigy” è la fotografia di una relazione che inizia a sbiadire. “Constant”, “Ruined Heart”, “Here We Go Again” sono coraggiose ammissioni di sconfitta, percorse dalla magnetica voce di Scott, sempre più matura e personale. “Bittersweet” è un elegante modo di sbarazzarsi del dolore e di abbracciare la leggerezza, anche solo per un attimo.

Abbiamo incontrato l’artista australiano per parlare con lui di “This Here Defeat”, il suo disco più difficile e sofferto, e forse anche il più bello.

 

Quando ho iniziato ad ascoltare il tuo nuovo album, ho avuto subito la percezione che fosse un lavoro molto intenso, sentito e toccante. Penso che tu abbia fatto davvero un grande disco, complimenti! Hai la stessa percezione? Sei orgoglioso di “This Here Defeat”?

Sì, sono davvero orgoglioso di “This Here Defeat”. Ma devo confessare che c’è stato un periodo, prima di registrare, che è coinciso probabilmente con il mio peggior tentativo di fare un disco. Fino a quando non mi sono messo a lavorare sugli arrangiamenti, non ero contento di ciò che avevo scritto. Credo che il fatto che fosse passato un po’ di tempo dal mio ultimo album di inediti mi avesse creato dell’insicurezza. Ero ancora capace di scrivere canzoni? Ma appena abbiamo iniziato a registrare, ho subito sentito che stava venendo fuori un lavoro di cui essere molto orgoglioso.

 

Sbaglio se definisco “This Here Defeat” il tuo disco più triste?

Credo che spetti ad ogni ascoltatore singolarmente giudicare un disco più o meno triste. Personalmente, non mi piace usare la parola ‘triste’ perché spesso suona con un’accezione negativa o comunque non appropriata. Certamente il disco è stato scritto da una prospettiva di sconfitta e perdita ma non voglio rattristare le persone con il mio lavoro. Mi interessa che chi ascolta riesca a sentire un legame, una connessione con ciò che canto. E magari anche a sentirsi meno alienato e meno solo. In questo senso, potrebbe anche considerarsi un disco edificante.

 

I segnali di speranza e di luce che si erano intravisti in “Gallantry’s Favourite Son” e “Unlearned”, però, sembrano spariti di nuovo.

C’è sempre speranza, anche quando sembra che ci sia soltanto buio. C’è sempre luce, anche negli oceani più profondi. Anche quando non sembra, io cerco di trovare quella luce. Questo album può essere molto intenso e avere un suo lato oscuro, ma credo di essere una persona e un artista capace di trovare una via alla speranza e di vivere sempre con la convinzione che il sole tornerà a splendere. Spero che chi ascolta riesca a sentirlo. Mi piacerebbe che la mia musica fosse una sorta di amico affettuoso, qualcuno in grado di capire come ci sentiamo e di offrire conforto.

 

Nel disco ci sono due canzoni che mi hanno impressionato sin dal primo ascolto: “Constant” e “Here We Go Again”. Come sono nate?

Constantè una canzone molto semplice e mi fa davvero piacere che, con la sua sempicità, riesca a convogliare così tanta emozione. Constant è anche il brano in cui è più chiaro l’effetto che volevo creare usando molto di più la chitarra elettrica rispetto al passato. L’assolo di chitarra mi toglie il respiro. Credo sia emozionante tanto quanto la parte vocale. Assolo di chitarra… non avrei mai pensato di utilizzare queste parole in relazione ad una mia canzone (ride, ndr). E’ una dimostrazione che a volte, se gli elementi sono quelli giusti, una voce e una chitarra da sole possono funzionare anche meglio di un’intera orchestra.

Anche Here We Go Again ha un suono leggermente diverso da quello che avevo fatto in precedenza. Abbiamo usato un tappeto sonoro elettronico e questa è una discreta novità per uno come me, da sempre un puritano rispetto alla scelta di utilizzare solo suoni ‘veri’. In realtà sono contento di aver allargato la mia visione stavolta e di aver inserito piccoli elementi di elettronica al fianco degli strumenti tradizionali. Gli elementi elettronici non sono nemmeno tanto evidenti, ma rispetto a ciò che ho sempre fatto è stata un’autentica evoluzione.

 

"This Here Defeat" (Glitterhouse, 2015)“This Here Defeat” (Glitterhouse, 2015)

“Ode”, invece, porta con sé un’emozione difficile da contenere. Quando arriva il momento dell’ultimo verso (“the honor of being your grandson”) si avvertono dei brividi che raramente capita di avvertire ascoltando una canzone.

Ti ringrazio davvero per avermelo detto. Sono stato combattuto fino alla fine sul tenere o meno quell’ultimo verso nella canzone. Pensavo fosse troppo personale e potesse impedire alle persone di fare propria la canzone. Ma ora tu mi dici così, e anche un altro paio di amici mi hanno detto che trovano toccante il fatto che la canzone sia così personale, quindi… sento di aver fatto la cosa giusta. E’ una canzone su mio nonno, l’ho scritta per il suo funerale. Non potevo non esserci dentro.

 

In “Bittersweet” sei riuscito con un grande equilibrismo a mettere insieme l’orecchiabilità del miglior pop con l’eleganza e la raffinatezza tipiche della tua produzione.

A volte avviene in modo inconscio che io abbia bisogno di utilizzare toni un po’ più leggeri. Credo proprio che fossi felice quando ero in Australia in vacanza e ho scritto “Bittersweet”.

 

Ascoltando “This Here Defeat” mi è capitato di pensare ad altri album che hanno trattato in modo altrettanto intenso la fine di una storia d’amore, per esempio “Blood On The Tracks” di Dylan, “The Boatman’s Call” di Nick Cave o “Avenue B” di Iggy Pop. Ti piacciono questi dischi? Rientrano tra i tuoi preferiti?

Giuro che amo davvero da pazzi tutti e tre gli album che citi e dovrei essere disonesto con me stesso per sceglierne uno solo tra essi. Mi riesce sempre difficile dire quali siano i miei dischi preferiti. Comunque, i tre che hai citato sono davvero dei grandissimi album.

 

Come mai hai deciso di registrare l’album a Lisbona?

Ci sono diverse ragioni dietro la scelta di registrare il disco a Lisbona. Innanzitutto, io amo Lisbona. E’ una città unica, piena di bellezza e con la quale mi sono sempre sentito in sintonia. In secondo luogo, sono stato spesso a Lisbona negli ultimi anni per lavorare con quel musicista fantastico che è Rodrigo Leao (Madredeus, ndr). Tra l’altro pochi mesi fa abbiamo registrato insieme un nuovo disco che deve ancora essere pubblicato ed è stata un’ottima esperienza. Così, quando è arrivato il momento di registrare il mio disco, ho pensato che sarebbe stato grandioso andarlo a registrare non solo a Lisbona ma proprio nello stesso studio in cui avevo lavorato con Rodrigo. E’ stata la prima volta che ho registrato un disco fuori da New York, ed è andata benissimo.

 

Nei tuoi tour ci sono sempre tante date europee. Hai un rapporto speciale con i fan del vecchio continente, non è così?

Sarò per sempre grato all’Europa per avermi riservato ogni volta una meravigliosa accoglienza. C’è sempre stato un grande apprezzamento per la mia musica e questo certamente mi fa venire voglia di tornarci spesso. Tra l’altro, un ulteriore motivo è che sto sempre cercando un vecchio castello in Europa in cui vivere (ride, ndr). Il tour è anche un modo per trovare casa.

 

 

 

 

© 2015, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




13 Marzo 2015 alle 21:18 | Scrivi all'autore | | |

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