“L’eco di uno sparo”, il ritorno in libreria di Massimo Zamboni

“L’eco di uno sparo”, il ritorno in libreria di Massimo Zamboni

Massimo Zamboni è uno dei padri del rock italiano. Prima con i CCCP e i CSI, poi con un’originale carriera solista, è stato ed è protagonista alternativo e contro del nostro panorama musicale da oltre trent’anni.

Zamboni non è nuovo, inoltre, alle incursioni in libreria. Nel 2000 ha pubblicato “In Mongolia in retromarcia”, reportage del viaggio fatto con Giovanni Lindo Ferretti da cui è nato l’album dei CSI “Tabula rasa elettrificata”; nel 2002 ha pubblicato “Emilia parabolica. Qua una volta era tutto mare” e nel 2011 “Prove tecniche di resurrezione”.

Ora è tornato con un romanzo che “è la storia di mio nonno Ulisse e dei suoi sparatori che si spararono tra loro, il racconto di ciò che ha innescato quei colpi in canna, e di ciò che è stato dopo“. Il romanzo si intitola “L’eco di uno sparo” ed è uscito per la prestigiosa collana Supercoralli di Einaudi.

L’idea del libro, dice Zamboni, “si è scavata una strada nella mia coscienza, sotto alcuni stimoli esterni che ho riconosciuto quando si sono presentati. Credo che la costante dei miei libri sia l’acquisizione di un ordine sconosciuto – ogni volta differente – partendo da una situazione di grande incertezza“.

Con “L’eco di uno sparo” Zamboni indaga e si riappropria della storia della sua famiglia: uno dei motivi più nobili che spingono alla letteratura. “Sì, forse lo è. Spingere la propria ricerca portando la vita propria o quella del gruppo che ti circonda in direzione universale è un tema centrale in letteratura. E’ un esporsi, un donarsi. Non so se sia nobile, più spesso è assolutorio“.

 

È un giorno di febbraio del 1944 quando Ulisse, squadrista e membro di un direttorio del fascio, cade dalla bicicletta colpito alle spalle. Diciassette anni dopo, un’altra pallottola uccide il partigiano che sparò quel giorno, ma a impugnare l’arma è un compagno, un ex gappista responsabile a sua volta dell’uccisione di Ulisse. Da questi eventi si profila un libro inconsueto e sofferto, un memoir, un’indagine necessaria. Perché, dice Zamboni, “tocca ai nipoti tramandare,sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza“. E il raccontare ha come fari due maestri della letteratura sulla Resistenza: “Fenoglio. Pavese. La loro lucidità è ancora insuperata“.

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