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Francesco Bianconi torna in libreria con “La resurrezione della carne”

di | in: in Vetrina, Interviste

Francesco Bianconi (foto di Alessandro Freno)

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Aspirante poeta, Ivan è diventato famoso per aver scritto una serie tv sugli zombi. La sua vita, nonostante il successo, è una calma piatta, vissuta passivamente aggrappandosi al cinismo. Conosce Giovanna, se ne innamora, e presto hanno un figlio. Ma un evento tragico e imprevisto cambia fatalmente il corso delle cose. Questa è la trama de “La resurrezione della carne”, nuova prova narrativa di Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, tra i più raffinati chansonnier italiani degli ultimi lustri. Dopo aver parlato con lui all’epoca dell’esordio, quattro anni fa, l’uscita del secondo romanzo è l’occasione per una nuova intervista extramusicale.

 

Chi è Ivan Sacchi, il protagonista del romanzo?

Nell’idea di partenza, Ivan Sacchi è un perfetto rappresentante dell’intellettuale occidentale della nostra epoca. Un radical-chic, uno snob forse, che, pur essendo molto colto, rimane sempre in superficie. E’ soprattutto una persona che si lamenta. Ciascuno di noi forse è diventato un po’ Ivan Sacchi. Tutti ci lamentiamo, indipendentemente dai ruoli che abbiamo, con post, status, tweet, abbiamo fatto dello snobismo da salotto una pratica quotidiana. Su Twitter siamo tutti dei piccoli Flaiano. Mi interessava raccontare uno di questi personaggi che, ad un certo punto, è costretto a lamentarsi per un motivo vero, profondo e tragico. Mi interessava rappresentare la possibile trasformazione di una persona così e, alla fine, l’ho trasformata fino ad una vera e propria “resurrezione”.

Nella prima parte il romanzo è una sorta di “American Psycho” milanese, da un certo punto in poi diventa invece la storia di un’ossessione. Quale parte ti è costata più fatica?

E’ stata più faticosa la prima parte. Nonostante sia quella più a portata di occhi, nel senso che ciò che racconto nella prima parte possono vederlo tutti girando per una città qualsiasi, a maggior ragione in una Milano futura che troppo futura non è. Probabilmente è vero ciò che dicono: la finzione pura è più facile da rappresentare rispetto alla realtà. Paradossalmente, da un certo punto in poi, in romanzo si è scritto da solo.

Tra le altre cose, “La resurrezione della carne” è un romanzo sulla paternità e credo che uno dei momenti più riusciti sia proprio quello del parto.

Sì, è un momento importante. E’ l’inizio della trasformazione del protagonista. Ivan esce dal suo stato di congelamento con questo evento lieto, anche se subito dopo viene ricongelato dal tragico evento che c’è a metà romanzo, tanto che la sua paternità viene come sospesa (per lungo tempo non vuole nemmeno vederlo il bambino) e riconquistata soltanto alla fine. Le pagine che raccontano il momento del parto mi servivano proprio per far vedere il primo passo della mutazione del protagonista. Il parto è un evento sconvolgente per le donne, ma anche per i padri. All’improvviso l’uomo viene riportato alla giungla, dove non ci sono sovrastrutture, in una condizione primordiale in cui tutto ciò che conta è proteggere il cucciolo, aiutarlo a sopravvivere.

Ancora un romanzo ambientato a Milano…

Sì, è la città in cui vivo e quindi è facile che la usi come punto di osservazione della realtà. Ma Milano mi interessa molto, e mi piace anche molto, perché tenta sempre di mettere in scena un modello di futuro. Adesso c’è tutto il discorso legato al cibo, per non parlare dell’Expo… tutte cose che sembrano dire “ti faccio vedere una possibilità di futuro”. Ma non lego questo aspetto soltanto all’oggi. La stessa Milano da bere degli anni Ottanta era una messa in scena di una possibile alternativa. A volte Milano riesce nel suo scopo, altre, invece, fa scivoloni poco eleganti, però di sicuro è la città che più di altre ha questa caratteristica di proiettarsi verso il futuro.

"La resurrezione della carne" (Strade Blu, Mondadori, 2015)

“La resurrezione della carne” (Strade Blu, Mondadori, 2015)

Quando è nato il tuo amore per i libri?

Che io ricordi, è nato molto tempo fa, trasmesso dai miei genitori. Il primo ricordo di lettura è legato ad un libro che raccoglieva versioni per ragazzi di alcune storie famose, tipo l’”Odissea”. Si intitolava “Storie della storia del mondo” o qualcosa del genere, me l’avevano comprato i miei. Lo voglio ricercare, credo ci sia ancora da qualche parte: la mia passione per i libri è cominciata da lì.

Quali sono i tre romanzi della tua vita?

Questo è un domandone! Il primo è sicuramente “Delitto e castigo”. Molto banalmente, credo sia uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto e uno dei più grandi romanzi che siano mai stati scritti. Sia per i suoi intrecci che per l’impareggiabile costruzione psicologica dei personaggi, Dostoevskij è forse il mio romanziere preferito. Il secondo è un romanzo di Ellroy, “I miei luoghi oscuri”. Mi ha segnato molto all’Università, in un periodo in cui presi una sbornia da noir. Tra i romanzi di Ellroy scelgo, però, “I miei luoghi oscuri” perché non è solo un libro di genere, ma anche autobiografia, autoanalisi, è il coraggioso racconto del problematico ragazzino James Ellroy, del suo rapporto con la madre, delle dipendenze… “I miei luoghi oscuri” travalica il noir e si fa letteratura con la L maiuscola. Come terzo romanzo, voglio sceglierne uno letto al liceo. Vediamo. Beh, sì: “I sotterranei” di Kerouac. Al liceo, come molti, mi innamorai di Kerouac e “I sotterranei” mi colpì molto, breve e sfrenato. L’ho anche riletto recentemente e non mi ha deluso. Lo ritengo superiore a “Sulla strada”.

© 2015, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




22 Giugno 2015 alle 15:56 | Scrivi all'autore | | |

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