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Best of 2015: gli album più belli dell’anno

di | in: in Vetrina, Play List

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Il 2015 è un anno da ricordare, se non altro perché un cantautore, Sufjan Stevens, ha messo a nudo la sua anima con una bellezza e un coraggio tali che il suo “Carrie & Lowell” si è conquistato da subito un posto d’onore nell’esclusivo club degli album più intensi della storia, e un esordiente, Benjamin Clementine, atteso alla prova del primo disco dopo l’entusiasmo suscitato dai suoi ep, ha stupito anche coloro che, per età o indole, avevano smesso da tempo di stupirsi. Accanto a loro, tanti altri artisti si sono distinti con lavori pregevoli. Noi ne abbiamo scelto altri sei, consapevoli di non aver incluso il disco preferito di chi legge. Succede sempre così, altrimenti le liste di fine anno non sarebbero il gioco spassoso che sono.

 

Sufjan Stevens “Carrie & Lowell” (Ashtmatic Kitty)

Una voce e una chitarra si addentrano nel trauma e ne escono cariche di meraviglie. Bastano i primi istanti di Death With Dignity per capire come, pur con così pochi elementi, l’arte di Sufjan riesca a coagulare emozioni, commozioni, ricordi spesso spiacevoli, senza inscenare il dolore, ma solo l’amore per la bellezza e per la verità. Carrie, la mamma di Sufjan scomparsa nel 2012, alcolista e malata psichiatrica, è la protagonista del disco, l’oggetto dell’amore di un figlio che, nonostante i torti subiti (Carrie abbandonò la famiglia quando Sufjan aveva un anno), incondizionatamente dedica un disco a lei e al suo compagno Lowell. Mai prima d’ora il musicista di Detroit aveva scavato nel proprio vissuto con questa ostinazione, tanto che ci si sente un po’ voyeur ad entrare in brani come All Of Me Wants All Of You, Eugene o Fourth Of July (con quel «we‘re all gonna die» ripetuto allo sfinimento). Senza gli arrangiamenti sontuosi di “Illinoise” e senza i campionatori di “The Age Of Adz”, “Carrie & Lowell” è un disco giocato su suoni acustici asciugati del superfluo, in cui sono le parole, cesellate con la precisione di un anatomopatologo, a disegnare con efficacia le due figure di perdenti del titolo e a rendersi indimenticabili. «When I was three, three maybe four/she left us at the video store», canta Sufjan in Should Have Know Better, un brano che raggiunge l’arte che fu di Elliott Smith, vivisezionare il dolore senza rinunciare alla melodia fatale.
Benjamin Clementine “At Least For Now” (Behind)

Un artista prodigioso, senza ombra di dubbio l’esordiente dell’anno. Benjamin Clementine ha stupito chiunque abbia ascoltato il suo disco e, soprattutto, chiunque abbia avuto la fortuna di vederlo dal vivo. Parole e note portano dentro la solitudine delle periferie in cui Benjamin è nato e cresciuto, le ferite della giovinezza e un dolore che viene da ancora più lontano, “dalla superba Africache respira in ogni poro di luce. “At Least For Now” è un album che ammutolisce nel suo insieme, ma alcune canzoni meritano una menzione particolare: Cornerstone, un grido di dolore vestito di quella rara forma di eleganza che, al giorno d’oggi, i soli Antony Hegarty e Rufus Wainwright riescono a sfoggiare e, in passato, Nina Simone aveva codificato in modo aspramente autentico; Adios, tutto il tormento dell’esistenza raccolto in un commovente addio alla gioventù;London, scritta dall’artista durante gli anni parigini per ricordare la vita e gli affetti lasciati nella sua città natale.Benjamin Clementine possiede la meravigliosa nobiltà della musica nera, qualsiasi cosa essa sia.

Alabama Shakes “Sound & Color” (Rough Trade)
Con il secondo album di una carriera già lanciatissima, gli Alabama Shakes confermano quanto di buono avevano fatto con l’esordio e vanno oltre. La loro formula di funk’n’soul dalla forte impronta rock’n’roll si perfeziona e, in alcuni pezzi, fila in modo talmente superbo da vincere qualsiasi difesa. La voce di Brittany Howard, ventiseienne figlia di padre nero e madre bianca, è ovviamente protagonista, calda, suadente e graffiante; si alterna tra alti e bassi con la stessa nonchalance; accarezza e scuote; ti convince a vivere ogni giornata come se fosse l’ultima occasione per far vedere chi sei. “Sound & Color”, in tal senso, è un concentrato di energia: prendete l’elettricità incontenibile di The Greatest e vi farete un’idea. Ma è anche molto altro. Accanto alla voce di Brittany c’è una band che pesta con i dovuti attributi, volutamente vintage ma sufficientemente moderna per sedurre i contemporanei. Chitarroni pesanti e sudaticci in odore di seventies (Don’t Wanna Fight), soul futuribile (la sinuosa title-track), ballate ora ipersature (Miss You)ora suonate in punta di plettro (This Feeling), chiamare in causa in un colpo solo Rolling Stones, Erikah Badu, Black Keys, Otis Redding, Pixiese Janis Joplinnon è mai stato così naturale se tutto si mescola con questa bravura.E poi c’è un pezzo come Gimme All Your Love, summa estetica del disco, quattro trascinanti minuti di gigantismo elettrico in cui Brittany attraversa tutte le gradazioni della sua vocalità, dal sensuale al demoniaco.
Jim O’Rourke “Simple Songs” (Drag City)

Per inquadrare subito un disco a cui, nel corso del 2015, forse non è stata concessa la giusta attenzione, diciamo che “Simple Songs” è l’album di Jim O’Rourke che ha le migliori carte per rivaleggiare con il memorabile “Eureka” del 1999. Chissà per quale incongruenza storica il musicista di Chicago non si trova più al centro esatto della musica americana, al contrario di quindici-vent’anni fa, quando ogni suono da lui manipolato finiva per rappresentare un modello di coolness. Finiti i tempi del post-rock e degli hotel foxtrot, O’Rourke continua però imperterrito a disegnare musica della più bizzarra e angelica specie con la naturalezza di un Picasso. Anche quando si limita, come in questo caso, a fare un disco di semplici canzoncine. Le linee melodiche e gli arrangiamenti mai scontati, i cambi di tempo e una voce fattasi col tempo più scura: c’è tutto il mondo di O’Rourke in queste otto tracce di tradizionalismo cubista – ossimoro che è possibile utilizzare soltanto per recensire un suo disco. Un paio di quei capolavori che solo i grandissimi riescono a tirare fuori dal cilindro con altrettanta facilità si intitolano Hotel Blue e All Your Love, magari provate ad iniziare da lì.

Mandolin Orange “Such Jubilee” (Yep Roc)

Nuovi beniamini del Folk Festival di Newport, paragonati a coppie illustri come Gram Parsons e Emmylou Harris o John Prine e Lucinda Williams, i Mandolin Orange sono il formidabile duo composto da Andrew Marlin e Emily Frantz che con “Such Jubilee” confermano quanto di buono si è scritto di loro nell’ultimo lustro. Registrato all’Echo Mountain di Asheville, nella nativa North Carolina, col preciso intento di ricreare in studio le buone vibrazioni delle esibizioni dal vivo, Such Jubilee” è un disco nato on the road che parla, però, soprattutto di casa. Settled Down, Daylight, Of Which There Is No Like sono brani che riflettono sul ruolo del tempo che passa lasciando effetti benefici sulle relazioni umane, e lo fanno con versi memorabili come «how real we find true love in every sign of getting older». La scrittura di Andrew è sicuramente una delle chiavi del successo dei Mandolin Orange, ma non la sola. Gli arrangiamenti sobri, il perfetto incastro di chitarra e violino, il piacevole alternarsi delle due voci, rendono Such Jubilee” un ascolto da consigliare.

Scott Matthew “This Here Defeat” (Glitterhouse)

«I won’t write a song/to tell the world that you’re gone» canta Scott nella title-track del nuovo disco di inediti, ma evidentemente non ha mantenuto la promessa. L’artista australiano (ma trapiantato da anni a Brooklyn), dopo l’ennesima relazione finita male, si era detto di non voler confermare lo stereotipo che gli avevano cucito addosso, quello del cantautore triste, e, fino a poche settimane prima di registrarlo, era convinto che questo disco non sarebbe mai uscito. E invece non ha potuto fare a meno di cantare la fine dell’amore, di gridare il peso della sua assenza più forte che poteva. Insieme al chitarrista Jurgen Stark si è rintanato nel suo appartamento newyorkese, ha rimesso mano a dieci canzoni che raccontavano in modo inequivocabile il momento di dolore che stava attraversando, ed è poi è volato nell’amata Lisbona per registrarle con l’aiuto dei collaboratori di una vita, Sam Taylor, Eugene Lemcio e lo stesso Stark. Il risultato? Effigy, Constant e Here We Go Again sono tra le canzoni più strazianti e magnetiche dell’anno.

Ethan Johns “Silver Liner” (Caroline)

“Silver Liner” è il terzo album in tre anni, il più succoso e maturo frutto dell’improvvisa incontinenza creativa di un produttore di successo. Inglese nel midollo, Ethan Johns conosce a meraviglia i suoni d’Oltreoceano e sa percorrerli idealmente avanti e indietro in un viaggio nel tempo che non è sterilmente nostalgico. Il disco deve la sua forza evocativa ad un lavoro certosino di recupero delle tradizioni, capace di generare un sound scolpito nel legno, un folk-rock con lo stesso spessore di un whisky torbato, da bere sul tramontare degli anni Settanta. I nove brani sono uno più bello dell’altro, dalla title-track, che gioca a nascondino con il Neil Young di Harvest, a I Don’ Mind, che evoca i Wilco più spensierati, da Open Your Window, ballad dilatata che ricorda un altro produttore recentemente trasformatosi in performer, Jonathan Wilson, a If Won’t Always Be This Way, delizia pianistica in cui soffia una piacevole eco di Randy Newman. Se poi qua e là vengono in mente gli Heartbrakers o i Travelling Wilburys è perché la voce di Ethan ha un timbro fatalmente simile a quello di Tom Petty.

Kurt Vile “B’lieve I’m Going Down…” (Matador)

E’ ormai un classico dei nostri tempi, e fa centro con ogni suo disco. Non sorprende dunque che, a due anni dal fortunato “Wakin On A Pretty Day”, Kurt Vile torni con un album in grado di cogliere con delicatezza il lato oscuro della vita senza rinunciare a concedersi poderosi squarci di sereno. Pretty Pimpin’, con il suo incedere dinoccolato e un giro di chitarra che si attacca alla pelle già dopo il primo ascolto, è indiscutibilmente uno dei singoli dell’anno. Sulla stessa lunghezza d’onda stanno appollaiate le ballad elettriche Dust Bunnies e Life Like This. In un lavoro senza debolezze, a colpire di più sono però i momenti nei quali Vile accantona per un attimo la chitarra per costruire canzoni con il banjo e con il pianoforte: tra le prime spicca una cavalcata desertica ispirata alla letteratura sudista di Flannery O’Connor e Cormac McCarthy, I’m An Outlaw, tra le seconde un gioiellino al pianoforte, Lost My Head There, in cui pare di risentire il genio di Money Mark. Straniamento velvettiano, mal di vivere younghiano, seduzioni psichedeliche e tipico scazzo rock di scuola Dinosaur Jr: “B’lieve I’m Going Down…” contiene un mix mirabile di questi elementi e non solo. Ma attenzione: il working class hero di Philadelphia può causare immediata dipendenza.

 

 

© 2015, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




5 Dicembre 2015 alle 18:31 | Scrivi all'autore | | |

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