Concorso Postacchini, pochi italiani in gara: ecco perché

Concorso Postacchini, pochi italiani in gara: ecco perché

 

LA PAROLA AI CONNAZIONALI

 

Finale tutta asiatica per la categoria D. Quattro violinisti tra Giappone e Cina

 

 

FERMO – Ancora una trasferta oggi (giovedì 25) per i giovani talenti del violino del Concorso Postacchini che questa mattina lasciano gli spazi del Teatro dell’Aquila per raggiungere i ragazzi delle scuole fermane al Conservatorio di Fermo. Dopo aver ascoltato alcuni dei giovani violinisti in concorso, gli studenti raggiungeranno il foyer del teatro per scoprire, attraverso le parole del liutaio Giuseppe Bifulco e la mostra allestita, il magico strumento a quattro corde.

Intanto sono rimasti in 4 i violinisti della categoria D ad aver accesso alla finale tutta asiatica di domani (venerdì 26).  Giappone versus Cina nella sfida tra Tang Yun e Tse Chuk Nam dalla Cina, Mayu Tomotaki  e Yukiko Uno dal Giappone.

Per la categoria C invece ad aver raggiunto le semifinali sono in 12, quattro dei quali italiani.

Davanti all’altissima affluenza asiatica e alla partecipazione ogni anno più esigua di violinisti italiani, la notizia non passa inosservata e la domanda sul perché della scarsa partecipazione si fa sempre più insistente.

«È la prima volta per me al Postacchini – racconta Misia Iannoni Sebastianini romana di 20 anni – e se non fosse stato per il mio Maestro, Oleksandr Semchuk, non ci sarei venuta – questo concorso fa paura, il livello è molto alto e gli asiatici sono molto forti. La cosa simpatica – continua sorridendo – è che dopo essermi esibita e aver sentito il livello degli altri ero sicura di non essere passata e sono tornata a Roma. Poi su Facebook ho visto che erano usciti i risultati e in una foto si intravedeva il mio nome… sono tornata a Fermo, letteralmente incredula. Essere qui al Postacchini – conclude – è già un grandissimo risultato».

Ma non è solo il timore di non essere sufficientemente pronti per un concorso internazionale a bloccare gli italiani ad iscriversi «Si tratta di un concorso molto internazionale con una preparazione molto dura – spiega Sara Zeneli, padovana di 19 anni – ho studiato al “Pollini” di Padova e ora mi sono trasferita ad Amsterdam per perfezionarmi – In Italia non si cresce con la logica dei concorsi internazionali, cosa diversa per gli asiatici che sin da piccoli si allenano e si formano per i concorsi. Un problema – spiega – è che le giurie di concorsi fortemente tradizionali tendono sempre più a valutare esclusivamente la tecnica e si finisce col far emergere poco le sottigliezze, le ricercatezze, quelle piccole cose che rendono unica l’esibizione di ogni violinista».

Alle parole della Zeneli seguono quelle di Vikram Sedona, sedicenne italo indiano «Sono di Treviso ma studio ormai a Strasburgo – i concorsi internazionali hanno preso un profilo specifico segnando un livello di standard tecnico tarato sul modello asiatico che tende alla perfezione quasi meccanica. Il limite – conclude – è che raramente si sentono esecuzioni che lasciano un segno profondo».

E allora se il sogno del violinista asiatico è tendenzialmente quello di diventare primo violino di una orchestra internazionale senza esitazione alcuna, in Italia si può sentir dire ad una giovane finalista del Postacchini «Il mio sogno nel cassetto? Diventare una donna consapevole della vita e non una macchina da concorso», affinché nel suonare ad altissimi livelli emerga anche l’aspetto più umano, la vita vera che diventa musica.

 

 

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