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Bill Callahan “Shepherd In A Sheepskin Vest”

di | in: Primo Piano, Recensioni

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Etichetta: Drag City
Brani: Shepherd’s Welcome / Black Dog On The Beach / Angela / The Ballad Of The Hulk / Writing / Morning Is My Godmother / 747 / Watch Me Get Married / Young Icarus / Released / What Comes After Certainty / Confederate Jasmine / Call Me Anything / Son Of The Sea / Camels / Circles / When We Let Go / Lonesome Valley / Tugboats and Tumbleweeds / The Beast

 

Anche se troppo lungo (ben venti canzoni!), anche se troppo pacificato, un disco di Bill Callahan è un evento a prescindere, specie se dal precedente sono passati sei anni. Ecco allora Shepherd In A Sheepskin Vest, il quinto lavoro che Callahan firma col proprio nome di battesimo (dopo gli undici firmati Smog), che se anche non è il suo migliore è comunque di gran lunga quanto di meglio si possa ascoltare oggi in ambito cantautorale puro. E’ che, quando si parla di Callahan, gli standard sono terribilmente alti – e spesso vanno di pari passo con il dolore e la tristezza, messi in musica con rara maestria. Stavolta il nostro sembra voler giocare con toni più rilassati, con ritmi indolenti, colori tenui. La sua vita negli ultimi anni ha conosciuto degli importanti cambiamenti che hanno influito molto nel suo nuovo approccio all’arte di scrivere canzoni. Si è sposato con la fotografa Hanly Banks e ha avuto da lei un figlio, Bass. Ha conosciuto il tepore del focolare domestico, se ne è lasciato quasi anestetizzare.

Quando si è rimesso a scrivere dopo un intervallo lunghissimo come non c’era mai stato nella sua trentennale carriera, le canzoni sono venute fuori una dietro l’altra, brevi, anche brevissime, a volte somiglianti a idee di canzoni più che a canzoni vere e proprie (la sensazione di tornare a far lavorare la sua penna e la sua ugola sono descritte in modo candido in Writing: “It feels good to be writing again/Clear water flows from my pen/And it sure feels good to be writing again/I’m stuck in the high rapids, night closes in/It feels good to be singing again/Yeah, it sure feels good to be singing again”). Non c’è magniloquenza in Shepherd In A Sheepskin Vest, c’è un artista che ha smesso di fissare il vuoto dal bordo del burrone e ha iniziato a godere delle piccole sfumature della quotidianità. Si respira un’inedita ironia in The Ballad Of The Hulk e un folgorante idillio amoroso in What Comes After Certainty, racconto di un mood da luna di miele in termini di ineguagliabile chiarezza (“True love is not magic/It’s certainty”). Spiragli di luce sorprendono anche i momenti più cupi, come Angela, dedicata ad una diafana figura femminile, o la catatonica Released, forse la cosa più vicina alle spigolature Smog. E poi ci sono momenti in cui il disco si eleva verso vertici di bellezza assoluti (il trittico Morning Is My Godmother – 747 – Watch Me Get Married, per esempio) dopo i quali non si è più sicuri che Shepherd In A Sheepskin Vest non sia il miglior lavoro di Callahan come inizialmente poteva sembrare. Ulteriore prova arriva con Circles, poco più di due minuti di pura callahaneità per una commovente ballata dedicata alla madre recentemente scomparsa (“I made a circle, I guess/When I folded her hands across her chest/She made a circle, I guess/And a circle does what a circle does best”).

 

 

 

© 2019, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




15 Luglio 2019 alle 17:21 | Scrivi all'autore | | |

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