La narrazione come cura: il progetto “ChiamateCi Ismaele – Resistenza Narrativa Uniurb”

La narrazione come cura: il progetto “ChiamateCi Ismaele – Resistenza Narrativa Uniurb”

Urbino – Quello che parte dall’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo è un invito rivolto a chi studia, lavora, abita (o ha studiato, lavorato, abitato) nella città feltresca:

Raccogliamo narrazioni attraverso racconti – poesie – disegni – fotografie – filmati che abbiano le seguenti caratteristiche:

  1. una emozione centrale (che deve apparire in grassetto) che descriva questa emergenza e i vissuti personali di questo periodo
  2. oppure indicando tre parole chiave (almeno una deve essere una emozione) sulle quali costruire la comunicazione

nella forma scelta tra:

  • elaborato(racconto/poesia/riflessioni) – massimo 500 parole
  • disegno (sempre con parole chiave) – massimo 3 tavole anche in modalità fumetto
  • fotografia (sempre con parole chiave) – massimo 3 scatti
  • filmati amatoriali (sempre con parole chiave) – massimo di 3 minuti
  • audio narrativi o musicali (sempre con parole chiave) – massimo 3 minuti

Potete scegliere la forma anonima, o solo nome, o nome e cognome, o pseudonimo.

L’obiettivo a breve termine è creare una fune condivisa di galleggiamento emotivo in questa emergenza dando voce a tutte/i attraverso ciascuna/o.

L’obiettivo a lungo termine è la concretizzazione di un momento (lieto) di riflessione post-emergenza condiviso.

Inviate testi, disegni e fotografie a

elena.acquarini@uniurb.it, alessandra.calanchi@uniurb.it

Inviate video e materiali audio a

andrea.laquidara@uniurb.it

CHIAMATECI ISMAELE nasce da un’idea di Elena Acquarini, ricercatrice di Psicologia clinica dell’Università di Urbino, subito raccolta dalla collega Alessandra Calanchi, docente di Letteratura e cultura angloamericana che si occupa da qualche tempo di cyberbullismo e narrazione. A loro si è aggiunto Andrea Laquidara, dottore di ricerca e regista indipendente da sempre attivo con progetti sul territorio urbinate (vedasi il lungometraggio Fuori dalle mura, 2015). Il titolo richiama esplicitamente Moby Dick, il cui incipit – Chiamatemi Ismaele – riguarda il narratore e unico sopravvissuto. Se in Oriente abbiamo Sherazade, che nelle Mille e una notte racconta ogni notte una storia per salvare se stessa e il suo popolo, in Occidente il ruolo del narratore “sopravvissuto” è rivestito dal protagonista del celebre romanzo di Melville: ma mentre lì solo uno si salva (il narratore, appunto) noi vogliamo salvarci tutti, quindi Chiamateci Ismaele. Solo raccontando, tutte/i insieme, potremo dare un senso all’incubo, alla paura, al cambiamento radicale che in poche settimane siamo state/i costrette/i a sostenere (come mostrano le due fotografie della Urbino di questi giorni).

Il racconto è un’arte, ma anche una terapia. Lo sanno bene gli amici del Red Badge Project, che dall’altra parte del mondo (negli USA) da anni “curano” le vittime di sindrome da stress post-traumatico proprio con sedute di “racconto”, puro e semplice. Ironicamente, uno dei fondatori del progetto, Shawn Wong, docente nell’Università di Washington (Seattle), era atteso a Urbino proprio nel mese di marzo per un seminario formativo sull’argomento, invitato da A. Calanchi con la collaborazione dell’Ambasciata americana nell’ambito del progetto d’ateneo Amnesie d’autore di cui è capofila il prof. Roberto Danese.

Il progetto si colloca all’interno del Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali” spiega Alessandra Calanchi “pur avendo come referenti singole docenti in quanto, data l’emergenza, ogni tipo di approvazione ufficiale è sospesa. Il Direttore comunque è a conoscenza ha approvato l’idea. Sottolineiamo però l’importanza che venga mantenuta una progettualità attiva, che troverà nuove forme e nuovi linguaggi per arrivare a più persone possibile, per fare rete, per creare forme di resistenza e di appartenenza. Il nostro Ateneo ha molti secoli di storia alle spalle, secoli d’arte, di cultura: non ci lasceremo sconfiggere. Scriveteci, mandateci foto, disegni, video. Ci salveremo tutti insieme, non lasceremo che il Pequod affondi”.

Aggiunge Elena Acquarini: “La narrazione è da sempre un veicolo curativo attraverso la mobilitazione delle risorse simboliche che ognuno ha maturato e preferito nel tempo. Alcuni modelli di intervento psico-sociale usano le narrazioni come strumento di cura delle esperienze stressanti/traumatiche come telaio (ri)organizzante delle memorie frammentate o sfilacciate dal sovraccarico emotivo. Ciascun simbolo condiviso può contenere un significato ed una emozione prevalentemente individuali. In questo nostro tempo abbiamo registrato una grande necessità di condivisione e sappiamo – dalla letteratura scientifica – quanto sia importante acquisire consapevolezza delle emozioni e dei vissuti complessi in situazioni di stress per canalizzarli anche in una produzione simbolica narrativa. Penseremo poi quale forma dare nel restituire il senso di comunità. Abbiamo costruito questa barca generativa di resistenza e resilienza psicologica con l’obiettivo di raccogliere tutti i vissuti e le emozioni che vorrete condividere. Scegliete voi come. Nessuno affonderà perché siamo testimoni insieme ormeggiati nella creatività”.

Per Andrea Laquidara “Il momento che stiamo attraversando, come singoli e come collettività, ha quelle caratteristiche di eccezionalità che ci obbligano a osservare le cose da un’angolazione inusuale. Al di là di quanto si creda, nella nostra società – e dunque anche in questo passaggio imprevisto e impegnativo – noi siamo per la gran parte del tempo fruitori passivi di messaggi audiovisivi che giungono dall’esterno. Impressionanti, ansiogeni, spettacolari. Spesso siamo meri veicoli di trasmissione e circolazione. Raramente attivi, creativi ed esplorativi. Raccogliere immagini e suoni osservati e ascoltati in un momento eccezionale, vissuto come singoli e come comunità, e poi organizzare insieme questi frammenti di visione in una sinfonia organica, narrativa, può rappresentare l’occasione per recuperare l’aspetto creativo che l’attuale società dello spettacolo ci ha fatto smarrire. E può consentirci di riattivare, in qualche misura, una virtuosa capacità d’interazione con gli eventi naturali – sia pur dolorosi – e con gli altri esseri umani”.

 

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