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Sara Malaspina, “Conoscere per riconoscere”. La criminalità organizzata nelle Marche

di | in: Cultura e Spettacoli, Primo Piano, Sociale

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SARA MALASPINA
Conoscere per riconoscere
La criminalità organizzata nelle Marche
Collana: Best Practices in
Social Sciences
Anno: 2019
pp. 148
formato: 14,8*21cm
€ 12
Genere: Saggistica
Pubblico: Sociologi, Forze
dell’ordine, analisti, policy
maker, politici, giuristi
Riferimenti: 328 8773767
ISBN

Sinossi: Queste pagine sono concepite per diffondere e approfondire la conoscenza delle mafie e
la loro espansione in aree non tradizionali del Centro-Nord Italia. Un’analisi dettagliata e stimolante,
quella condotta da Sara Malaspina, che getta per la prima volta lo sguardo sull’esistenza della cosiddetta «mafia silente», in specie la ’ndrangheta, nel tessuto socio-economico delle Marche. Un territorio che, per contro, continua a connotarsi per il malcostume della politica locale e per atteggiamenti
di indubbia sottovalutazione del fenomeno criminoso. Droga, traffico di esseri umani, riciclaggio,
usura, sono inequivoci segnali della presenza di organizzazioni criminali sul territorio marchigiano e
dei rischi ai quali lo stesso tessuto socio-economico è attualmente esposto. «Conoscere per riconoscere» significa allora abbandonare – una volta per tutte – la distorta convinzione culturale delle mafie
come problema esclusivo del Sud Italia e impegnarsi collettivamente nella sensibilizzazione della
popolazione in difesa della legalità.

Sara Malaspina
CONOSCERE PER RICONOSCERE
La criminalità organizzata nelle Marche
Collana Best Practices in Social Sciences n°15
Conoscere per riconoscere
La criminalità organizzata nelle Marche
© 2019 Homeless Book
www.homelessbook.it
Edizioni Homeless Book
www.homelessbook.it
ISBN: 978-88-3276-014-9 (brossura)
978-88-3276-016-3 (eBook)
Pubblicato a luglio 2019
[…] non partite solo per fuggire,
e non restate solo perché
non avete il coraggio
di prendere nuove strade.
Siate sempre aperti ai cambiamenti,
scegliete un obiettivo e puntatelo,
però sappiate che se po’ semp’fallì,
che ca nisciuno è perfetto.
E non smettete mai di essere
curiosi, pecché ‘a curiosità
è ‘na forma ‘e coraggio.
Lorenzo Marone, Magari domani resto.
A nonna Maria,
che mi ha insegnato a pensare con il cuore.
A mia madre e a mio padre,
che mi hanno dato i libri per imparare a vivere.
A Mattia, creatura adorata,
per i suoi meravigliosi abbracci.
A Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,
e a tutti i magistrati vittime del dovere,
per continuare la loro opera.


Indice
Prefazione
di Everardo Minardi 7
1. La ricerca 13
2. La criminalità marchigiana:
un’analisi del contesto 23
3. Mafie e territorio 33
4. Mafia e movida 75
5. Il trend dei beni confiscati 91
6. Una situazione
con cui fare i conti 97
Prime conclusioni 117
Intervista al Procuratore Generale
delle Marche, Dott. Sergio Sottani 120
Allegato 127
Bibliografia 131
Postfazione
di Carlo Di Marco 141
Sara Malaspina 147
Ringraziamenti 148

7
Prefazione
di Everardo Minardi
Fare ricerca per conoscere il sociale non è una operazione scontata. Se è vero che i metodi e le tecniche si
moltiplicano e si specializzano sempre di più, passando dal quantitativo al qualitativo per tornare a una curiosa ibridazione negli approcci e nelle interpretazioni,
“conoscere per riconoscere” apre ad un’altra prospettiva.
Non solo descrivere, rappresentare, cercare somiglianze ed analogie; forse neanche interpretare, alla
luce di paradigmi di semiologia e di simbologia, ma
“riconoscere”; andare oltre le immagini, le rappresentazioni collettive, le costruzioni simboliche indotte dalla opinione pubblica e dai media.
Il “riconoscere” implica qualcosa d’altro; di certo,
l’impianto logico analitico rimane un asse cardine della
comprensione dei processi sociali sottoposti all’attenta
considerazione del ricercatore, ma il conoscere richiede di rompere i codici della interpretazione derivata, i
simboli di una realtà spesso artefatta, per entrare dentro – non tanto al fenomeno, ciò che appare di per sé
– quanto piuttosto all’insieme degli intrecci, delle connessioni che mettono sempre in relazione il micro (le
persone, i gruppi, le loro pratiche) e il macro (le istituzioni e le regole stabilite e riconosciute da una collettività più ampia che condivide obiettivi e strumenti
dell’organizzazione).
8
Riconoscere, quindi, costituisce un passo in avanti
nel lavoro di ricerca, perché il focus dell’analisi non si
limita a considerare gli aspetti oggettivi del problema
sociale, ma si concentra anche sui soggetti sociali che
attivamente o passivamente sono parte integrante del
problema oggetto di considerazione.
Le autodifese o spesso le vere e proprie barriere che
circondano i soggetti e le organizzazioni oggetto di
analisi, rendono difficile e discontinuo il riconoscere la
loro identità, i linguaggi, le istituzioni sociali che ne regolano la stabilità interna e, quindi, le interazioni tra
gli interessi dei gruppi e il contesto esterno del macro
sociale. Tuttavia, è proprio la concentrazione dell’osservazione e della analisi dei fenomeni e dei processi che
si manifestano nella più ampia scena sociale, che rende
necessaria e possibile la comprensione di quella sorta
di inserimento e di inclusione sociale che sembra comunque realizzarsi all’interno di un corpo sociale, che
appare assai più passivo di quanto si è inteso teorizzare
finora.
Queste considerazioni di premessa sono, a nostro
avviso, necessarie per capire il senso e il significato del
lavoro di ricerca e dei suoi esiti, realizzato da Sara Malaspina, spinta e sollecitata da un percorso di studio, un
Master, effettuato a Milano, ma privo di quei supporti
organizzativi e di risorse comunque necessari in un lavoro di ricerca finalizzato a svelare un problema sociale
in un certo senso ignoto alla opinione pubblica.
Gli esiti della ricerca di Sara Malaspina non sono conclusi di per sé, costituiscono anzi una base di partenza
per qualcosa d’altro, con una mappa di percorsi, ma anche di approcci conoscitivi più ampi, non solo limitati
9
alla sociologia, ma alla più interattiva connessione tra le
social sciences (dalla antropologia, alla psicologia… fino
al diritto).
Ciò che quindi si può apprendere dal lavoro di Malaspina concerne il fenomeno in sé, la criminalità organizzata nelle Marche – con la scoperta spiacevole di una
debole e discontinua attenzione della ricerca sociale sul
fenomeno – ma anche la convergenza delle iniziative
di informazione, documentazione, e quindi di ricerca
finalizzata su un fenomeno, la criminalità mafiosa, che
nel silenzio e nella indifferenza, a volte diffusa, delle
comunità e delle istituzioni, trova le condizioni di base
per la sua affermazione e per l’esercizio di un controllo
sociale del quale sembra difficile formulare una definizione adeguata.
L’attenzione delle istituzioni della giustizia, operanti
nel contesto regionale marchigiano, sembra già orientata e strutturata in percorsi capaci di superare l’isolamento iniziale; ma la opinione pubblica, anche attraverso i media di cui dispone, sembra ancora debole e poco
reattiva. Da ciò il senso ulteriore del lavoro di ricerca
che a partire dal campo sociale può e deve estendersi a
• quello antropologico (chi sono i mafiosi di importazione e quelli di generazione locale; soprattutto, come si stabiliscono i nessi culturali e sociali
tra gruppi ed esperienze molto diverse tra loro)
• quello economico (nel contesto della economia
regionale quale è la dinamica generativa delle
imprese e in quali settori; le micro imprese rappresentano, oltre il peso delle grandi imprese,
qualcosa di significativo per la riproduzione della criminalità organizzata?)
10
• geografico marittimo (la costa adriatica, con le sue
attività commerciali e turistiche, ha ripreso nei rapporti anche con i paesi adriatico orientali un ruolo
di cui ancora non sembra affermarsi la centralità
nelle politiche locali e di cooperazione adriatica)
• il contesto delle istituzioni del governo locale, che
al di là delle città storiche (ancora capoluogo di
provincia), risultano per le loro dimensioni, sempre più deboli nell’esercizio delle funzioni di organizzazione e di gestione degli interessi delle comunità e dei territori, a partire dal contesto ambientale
e naturale a quello demografico ed economico. Deboli e soprattutto nelle aree interne, esposti a condizionamenti e influenze anche di diversa origine,
non solo politica.
• L’ordinamento giuridico e dei poteri di controllo e
di decisione giudiziaria, che si vedono sempre nella necessità di incrementare la loro presenza, l’insieme delle decisioni capaci di garantire prima di
tutto sicurezza e integralità a comunità locali e ad
operatori delle attività finalizzate a produrre reddito e benessere alla popolazione nelle sue diverse
dislocazioni.
Prendendo in considerazione queste diverse dimensioni, in cui il fenomeno della criminalità organizzata appare ormai insediata, a volte anche diffusa, a partire dal
lavoro di Sara Malaspina si possono delineare percorsi e
attività finalizzate a costruire una vera e propria strategia di breve e medio periodo capace di dare una visione
diversa, meno negativa e più prospettica, a chi opera nei
diversi settori critici della vita economica, politica e sociale della regione marchigiana.
11
Ma il lavoro motivato e orientato di Sara Malaspina,
proprio per gli esiti che produce e che manifesta in questo testo, è il prodotto significativo che conclude un itinerario difficile; attraverso il conoscere ha reso possibile
continuare e rafforzare il percorso del riconoscere ciò che
contiene (dai soggetti, ai gruppi, alle organizzazioni) la
criminalità organizzata sempre più di matrice mafiosa,
in fase di espansione in una regione che sembrava estranea a certi fenomeni delinquenziali e criminali.
Da queste premesse ci si può allora aspettare che, oltre al riconoscimento doveroso dell’autrice, si avvii la costruzione di una rete – interistituzionale e interdisciplinare – che, coinvolgendo le organizzazioni di imprese,
le istituzioni del governo locale, gli organismi di terzo
settore e della economia civile, nonché i dipartimenti di
ricerca delle Università attive nel territorio regionale,
perseguano l’obiettivo di:
• colmare i deficit di conoscenza del fenomeno criminale e mafioso nella regione
• attivare sedi e percorsi di formazione istituzionale
e civile che orientino i cittadini, gli imprenditori a
prevenire e combattere le infiltrazioni degli interessi criminali
• mobilitare i responsabili delle istituzioni del governo locale al fine di creare le condizioni di sicurezza non solo legale per i cittadini, le imprese, le
associazioni operanti nel territorio
• orientare e rafforzare i vecchi e nuovi media nella
osservazione, registrazione e diffusione delle informazioni che creino una cultura della legalità in
un contesto di riconoscimento delle condizioni di
reciprocità e di mutualità sociale.
12
Al termine della attenta considerazione del lavoro
non facile, ma lineare di Sara Malaspina, occorre esprimere un ringraziamento, oltre che una valutazione positiva sul suo testo, all’interessata, ma anche agli uomini delle istituzioni e delle organizzazioni, che a partire
dal basso, hanno dato e stanno dando manifestazioni
esemplari di decisioni e di comportamenti che possono
offrire un contributo vitale ed esemplare per una strategia di condotta contro la criminalità organizzata, che
può e deve essere vinta

……….

Intervista al Procuratore Generale delle Marche, Dott. Sergio Sottani
1. Le Marche sono una regione al plurale, segnata
da differenze sociali e territoriali specifiche. Ritiene
che questa diversità rispecchia in qualche modo il
modo di agire mafioso nelle diverse zone del territorio? Che lineamenti e che distribuzione ha concretamente il fenomeno criminale nelle Marche degli
anni Duemila?
«In generale, la globalizzazione dell’economia mafiosa e lo sviluppo di un’attività tipicamente finanziaria, di reimpiego di capitali di provenienza illecita, inducono a ritenere che per le associazioni mafiose siano
appetibili tutti i territori in cui sia possibile reinvestire
il denaro, in attività non solo di riciclaggio ma anche
di usura, a danno di tutti quei soggetti che non riescono ad accedere alle forme legali e lecite di prestito
finanziario.
Questa dinamica finanziaria si affianca alla tradizionale attività economica di produzione di un reddito criminale, derivante essenzialmente, ma non esclusivamente dall’attività, collegata al traffico di sostanze
stupefacenti ed alla percezione, mediante pratiche violente, di tangenti su attività produttive lecite. Nell’ambito dell’attività criminale, un particolare interesse riveste l’acquisizione di appalti pubblici, non solo per la
possibilità di lucrare sulla realizzazione delle opere,
ma anche per il consenso sociale che l’associazione
mafiosa acquisisce con l’elargizione di posti di lavoro.
121
In pratica, alle organizzazioni mafiose interessano
sia territori dove è possibile investire i propri capitali,
sia quelli dove sono presenti finanziamenti pubblici di
opere pubbliche.
Per questo motivo, ritengo che tutta la regione, non
solamente i territori interessati dai finanziamenti pubblici nell’attività di ricostruzione post sismica, sia a
rischio di infiltrazioni mafiose, seppure con modalità
distinte a seconda del tessuto economico».
2. Le organizzazioni criminali italiane hanno progressivamente ampliato la propria sfera di influenza
nelle regioni centro-settentrionali. Quanto è esposta
la nostra regione al rischio di contagio con le regioni
limitrofe?
«La regione Marche è esposta al “contagio” per le
ragioni che ho sopra indicato.
La crisi economica che da qualche anno ha investito
questa regione nei settori produttivi, fino a pochi anni
fa trainanti, del calzaturificio, del mobilificio ed elettrodomestico, nonché la necessità di ricostruire, con
fondi pubblici, i danni provocati dal sisma dell’agosto
ed ottobre del 2016, rendono questa regione vulnerabile all’aggressione mafiosa».
3. In merito alla presenza di diverse organizzazioni criminali straniere che operano nelle Marche, ispirandosi ai metodi d’azione caratteristici dei sodalizi
mafiosi, si registrano sinergie operative tra i clan mafiosi e le organizzazioni straniere?
«Il rispetto del segreto investigativo impone di
mantenere un assoluto riserbo sulle indagini in corso.
122
Per quanto riguarda dunque i soli procedimenti in
cui le indagini sono terminate, non sono emersi collegamenti tra organizzazioni criminali straniere ed associazioni mafiose italiane.
Diversamente, come sovente capita quando le associazioni genericamente definite mafiose, operano in
territori diversi da quelli in cui sono nate e radicate,
la distinzione originaria delle regioni di provenienza
sfuma fino ad arrivare a contatti che, peraltro, allo stato non presentano elementi di stabile contatto».
4. Le Marche si configurano come un territorio di
riciclaggio e reimpiego dei profitti illeciti. I proventi della droga e del traffico di esseri umani restano
i nostri principali problemi. Stanno insieme le due
cose? E che rapporto c’è tra criminalità organizzata
ed evasione fiscale?
«I soldi “in nero” che l’evasione fiscale produce costituisce il naturale bacino per accantonare somme di
denaro da utilizzare per la corruzione di funzionari
pubblici e per consentire il riciclaggio di capitali illeciti.
Sotto quest’ultimo profilo, va ricordato come le organizzazioni criminali nel momento in cui reinvestono
i propri capitali non hanno alcun interesse a mantenere
e sviluppare il sistema produttivo su cui reimpiegano
il denaro, ma perseguono il solo interesse di liberarsi in tempi rapidi del denaro proveniente da attività
criminose. Ciò comporta che il capitale impiegato non
solo altera le regole del mercato, ma favorisce attività
improduttive e meramente speculative».
123
5. Ritiene che il prolungarsi della crisi economica,
che anche il fallimento di Banca Marche ha contribuito ad aggravare, apra per le organizzazioni criminali
nuovi spazi di intervento?
«La crisi economica indubbiamente costituisce un
fattore di esposizione dei soggetti indebitati all’accettazione di forme di finanziamento illecito. La crisi del
sistema bancario, che nelle Marche ha determinato il
commissariamento di diversi istituti di credito oltre
Banca Marche, dimostra la debolezza di un sistema che
non ha saputo prevedere la crisi, né dirigere ed indirizzare il credito verso attività produttive. La mancanza
di trasparenza nelle scelte economiche finanziarie ed il
difetto della cultura della legalità, che significa anche
affermazione della cultura della responsabilità contro
la logica amorale del favoritismo, rappresentano il terreno ideale per la proliferazione del contagio mafioso».
6. La Procura Generale ha sottoscritto un protocollo
sull’applicazione di misure di prevenzione personale
e patrimoniale. Di che si tratta?
«Il pericolo mafioso si combatte mediante l’eliminazione del profitto nell’attività criminosa. Se il delitto cagiona un reddito economico, il sistema deve impedire
che tale benefico possa trasformarsi in profitto.
A tal fine, uno strumento di particolare efficacia nella
lotta al crimine, ed a quello organizzato in particolare,
è rappresentato dalla possibilità di sequestrare e di confiscare i beni illeciti, non solo quale conseguenza della
commissione di un reato, ma anche a fronte di situazioni che indicano condotte socialmente pericolose, quale,
ad esempio, l’evasione fiscale.
124
In quest’ottica lo scorso 13 marzo qui ad Ancona in
Procura Generale si sono sottoscritti due distinti protocolli, uno in ambito regionale tra le Procure delle
Marche ed un altro, in ambito nazionale, tra le stesse
Procure e la Procura Nazionale Antimafia. Lo scopo di
entrambi i protocolli consiste nel rendere più efficace e
veloce lo scambio di informazioni, al fine di intervenire
tempestivamente a fronte di situazioni in cui si manifesti il pericolo di attività socialmente pericolose».
7. Se dovesse sintetizzare il suo modello?
«Per combattere il fenomeno mafioso è assolutamente indispensabile un lavoro collettivo che privilegi lo
scambio di informazioni tra gli organi investigativi e le
banche dati al fine di tracciare i movimenti economici e
di determinare la natura, eventualmente illecita, della
formazione di capitali, non giustificati da attività produttive lecite».
8. Il monito del Procuratore Nazionale Cafiero De
Raho è stato chiaro: tenere alta l’attenzione sulla borghesia mafiosa, cioè sul potere economico e politico.
Ciò significa che nelle Marche le mafie privilegiano il
metodo collusivo-corruttivo?
«La trasformazione dell’attività mafiosa, dal solo
profilo economico anche a quello finanziario, significa che quando le associazioni criminali si infiltrano in
nuovi territori non hanno alcun interesse a riprodurre
le forme classiche di occupazione e controllo del territorio, mediante ad esempio attività estorsive.
Al contrario, certe modalità violente, tipicamente
mafiose, potrebbero creare allarmismi controproducen
125
ti, in quanto tendono ad alzare il livello di guardia contro le associazioni mafiose.
Quindi anche nelle Marche, almeno per adesso, il
maggiore pericolo deriva dal contatto che le organizzazioni mafiose stabiliscono con il mondo della finanza,
nel reimpiego del patrimonio illecito, e con l’amministrazione pubblica, per la gestione degli appalti».
9. Il nuovo Codice Antimafia equipara i corrotti ai
mafiosi. È dal suo punto di vista uno strumento utile?
«La corruzione dei pubblici funzionari è una delle
forme tradizionali con cui il sistema mafioso penetra
nell’organizzazione statuale ed afferma il proprio potere.
La lotta alla corruzione ed al malaffare devono costituire uno degli obiettivi di qualsiasi forma di governo.
Lo sviluppo di strumenti legislativi che consentano
una più efficace attività di prevenzione appare una soluzione idonea a perseguire l’obiettivo del rispetto della legalità».
10. La mafia si può sconfiggere realmente solo con
la cultura e con la divulgazione di valori etici e civili.
Quali proposte avanzerebbe alle istituzioni, alla politica e alla comunità nel suo complesso?
«Non credo spetti al magistrato indicare soluzioni
legislative, anche se può sempre manifestare la propria
opinione, esclusivamente tecnica, su eventuali proposte
legislative.
Tuttavia, il magistrato deve contribuire, con la propria testimonianza professionale, alla formazione di
una cultura della legalità. Per legalità non si intende il
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solo rispetto formale della norma, ma si allude all’assunzione da parte di ciascun cittadino, nei limiti delle
proprie attribuzioni, di un atteggiamento di responsabilità sociale, per la creazione di una società in cui, al
netto di qualsiasi utopia, il crimine non porti alcun vantaggio al suo autore. Una società in cui il rispetto della
legge e delle regole serva a vivere più felici, perché viene premiato il merito e non la violenza».

 

 

Postfazione
di Carlo Di Marco
Non esistono isole felici che dal fenomeno mafioso
possano ritenersi escluse. La ricerca di Sara Malaspina,
in ogni sua parte, riconduce a questa essenziale verità
parlando di una Regione non semplicemente “centrale”
ma che, per chi si trova a sud del fiume Tronto, si presenta quasi settentrionale, un punto di riferimento, un
esempio di diversità progressiva. Non certo come nel
medioevo quando di là dal fiume/frontiera si incontrava la realtà storica delle città libere, ma ancora oggi per
chi guarda a nord la diversità si avverte.
Il fenomeno mafioso, abitualmente associato al meridione, aggredisce ovunque il tessuto sociale in maniera
subdola e camuffata. Prende spunto e vigore dalle situazioni oggettive per infiltrarsi con i suoi tentacoli nel
tessuto sociale in cui si trova. La miopia di chi governa
questo Paese spiana la strada, mette “di suo” poiché inventa anche discutibili soluzioni giuridico-istituzionali
dell’emergenza che consentono il formarsi di sacche di
nutrimento. Così è stato, come molto bene mostra il lavoro in esame, per la disciplina introdotta dalla legge
575/1965 e successive modifiche e integrazioni, che ha
consentito la residenza intorno al super-carcere di Fossombrone di molti capi della mafia meridionale e delle
loro famiglie. Come non prevenire tale fenomeno del
tutto intuibile da parte di un legislatore attento? Per un
giurista questa è anche l’ennesima dimostrazione che il
142
diritto non aiuta quasi mai, quando la sua autonomia
deve fare i conti con le logiche emergenziali dei sistemi carcerari, con la mancata programmazione organica
di nuovi strumenti giuridici della pena in linea con i
principi costituzionali che sono ancora inattuati per via
del persistere di miopi e/o conniventi classi politiche al
potere.
Lo scenario descritto nelle Marche mostra l’esistenza
di una fitta rete di uomini legati alla camorra, alla mafia
siciliana, alle cosche calabresi. Certo, un fenomeno indotto, ma tant’è! Altro che isola felice. Anzi, proprio per
l’inesistenza di una rete criminale “autoctona”, dunque,
per la mancanza di “pratica consolidata”, più facile appare la penetrazione esterna di organizzazioni esperte e
ben organizzate. Su questo l’Autrice riporta documentazioni e testimonianze scientifiche di indubbio valore che dimostrano come i settori edilizio e finanziario
costituiscano il terreno fertile di questa infiltrazione. Si
riporta, non a caso, l’esempio del sequestro a Cerreto
D’Esi (Ancona) del 2011 da parte della DDA di Napoli,
di beni immobili (palazzine per 15 milioni di euro) e
ricchezze (polizze assicurative e conti bancari) a seguito
di indagini relative a carico di Carmine Diana, soggetto
collegato ai Casalesi. Particolarmente facile sembra essere la penetrazione ‘ndranghetista che dall’Umbria si
irradia col tempo nei territori marchigiani con i classici
metodi ricattatori, senza la necessità di stragi e violenze
come quelle perpetrate in Calabria: queste basta semplicemente minacciarle. D’altronde, la Commissione parlamentare antimafia rileva la sussistenza del fenomeno
del narcotraffico a piccoli gruppi criminali conviventi
senza l’egemonia esplicita di nessuno di essi. Questo
143
denoterebbe la loro origine straniera: albanese, romena e magrebina. Senza parlare dello sfruttamento della
prostituzione particolarmente praticato sul litorale dai
gruppi appartenenti alle prime due nazionalità. Non
che quello magrebino a questo “affare” sia estraneo, ma
forse è meno coinvolto. Si aggiungono i gruppi criminali cinesi e nigeriani che presentano modi di operatività
particolarmente strutturati ed incisivi.
Il fenomeno collegato più direttamente alle questioni che sembrano riguardare prioritariamente l’attuale
momento politico nazionale, riguarda l’immigrazione
clandestina. L’Autrice approfondisce l’argomento, in
questo lavoro, facendo emergere particolari e gravi connivenze con la tratta degli esseri umani, che rappresenta
il profilo più squallido dell’attuale momento storico. Si
evidenziano, infatti, vari aspetti del fenomeno, come ad
esempio l’ingresso di varie organizzazioni criminali “al
rimorchio” dei flussi migratori; la loro convivenza con
le organizzazioni di criminalità mafiosa italiana con le
quali si stabilizzano patti di non belligeranza, dato l’interesse che “l’affare” suscita anche per queste ultime.
Particolarmente importante, nel lavoro della Malaspina, è la parte in cui racconta con piccoli e toccanti
dettagli di cronaca, il momento di svolta del fenomeno
mafioso nelle Marche. La strage di Sambucheto compiuta nel 1996. Da questo momento si inaugura la stagione della cosiddetta “mafia della movida”, quella
che si rivela nei locali notturni e nelle discoteche, nelle
bische del gioco d’azzardo, secondo le classiche metodologie del ricatto e dell’intimidazione, ma avente stavolta caratteri originali e autoctoni. La rivalità con altri
gruppi anch’essi manifestatisi con fatti di sangue come
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il delitto Cappetti, consumato per il controllo del gioco
d’azzardo. Non mancano connivenze e inserimenti “organici” nelle strutture dei clan, persino di appartenenti
alle forze dell’ordine. La mafia della movida inizia così
una lunga storia di crimini che vede l’alternarsi di vari
personaggi “illustri”: da Cirillo Giuseppe arrivato in
soggiorno obbligato in provincia di Ancona dal cosentino, al figlio Luigi; da Gaetano Guida creditore di Cirillo; da Massimiliano Ciriello a Luigi Marrino e vari altri.
In un perverso gioco di rivalità e scontri fra gruppi, il
fenomeno mafioso marchigiano si prolunga per tutto il
primo decennio di questo secolo.
In uno scenario già in sé preoccupante, ancora a rinforzare il disagio di chi si occupa di leggi e Costituzione, l’Autrice offre uno spaccato piuttosto impietoso del
fallimento del diritto positivo. E un esempio piuttosto
lampante di come sia possibile negarlo quando questo
si muove in attuazione di principi costituzionali. Da un
lato, infatti, la combinazione fra varie fonti (l. 646/1982,
l. 109/1996, nonché l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni
Sequestrati e Confiscati con D.L. 4 febbraio 2010, n.4,
convertito con l. 50/2010) apre la stagione dei sequestri
e della confisca dei beni delle organizzazioni mafiose
e il loro uso sociale attraverso uno strumento controllato dal Ministero dell’Interno; dall’altro, si registra il
fallimento (così definito da alcuni commenti autorevoli citati nel testo) di questa attrezzatura giuridico-amministrativa sotto il peso soverchiante del burocratismo e dalla non trasparenza. Tutto questo nonostante
che esempi di buona applicazione della combinazione
normativa sopra richiamata in effetti non manchino, e
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l’Autrice ne riporta ampi stralci citando, fra gli altri, «la
confisca più ingente mai eseguita nelle Marche, emessa
adottando la speciale legislazione antimafia», riferita
all’anno 2018 da parte della Procura Generale di Ancona. Ma il diritto non può nulla se prevalgono le forze
della sua negazione. Siano esse forze politiche corrotte,
forze corruttrici o entrambe.
La ricerca in esame non trascura un altro aspetto
particolarmente odioso e attuale: quello relativo alla
ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto. Un piatto particolarmente ghiotto in cui la mafia riesce ad inserirsi “brillantemente” attraverso la manipolazione e
l’aggiramento (ancora) delle norme sugli appalti. Le
reti che consentono di prestabilire i vincitori degli appalti attraverso il condizionamento del potere politico
e le intimidazioni, rappresentano il punto di forza della c.d. “borghesia mafiosa”. Mediante tali reti, il potere
mafioso esce dalla sola sfera criminale e si inserisce nel
tessuto pseudo-legale avvalendosi di personaggi politici, consulenti, avvocati, imprenditori (spesso succubi).
Le organizzazioni mafiose non sono più solo strumenti militari, ma a tale carattere aggiungono una veste
borghese e imprenditoriale di sorprendente efficacia,
specie nella gestione degli appalti nelle grandi opere
e nella ricostruzione. Di qui la giusta preoccupazione
dell’Autrice che si appella «ad una responsabilità fattiva e reale […]: umana, politica, economica, culturale e
religiosa, perché nessuno dimentichi la necessità di un
impegno comune coerente con i principi fondamentali
della Costituzione italiana».
Grazie al bel lavoro di Sara Malaspina, abbiamo
rafforzato la nostra convinzione che i principi della
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democrazia costituzionale siano sostanzialmente inattuati per via di una classe politica transgenica. Formata
da organizzazioni politiche che si fa fatica a chiamare
“partiti” essendo in grande evoluzione il processo di
metamorfosi (forse ormai giunto a conclusione) che li
ha condotti a diventare autentici comitati di affari. Nulla potrebbero le organizzazioni mafiose in presenza di
sani partiti aventi a cuore, secondo il sogno costituzionale del XX secolo, solo l’interesse pubblico.
Sullo sfondo restano come certo baluardo di democrazia la Costituzione, quasi completamente intatta e
purtroppo in gran parte inattuata; le buone leggi aggirate o annullate dalle perverse pratiche quotidiane. E
restano i giovani studiosi coraggiosi che offrono ancora
la speranza nella nascita di una classe politica nuova.
147
Sara Malaspina
sara.malaspina@gmail.com
Filosofa e ricercatrice, allieva di Antonio Santori, che
mai dimenticherà, si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Macerata con una tesi su Il diritto di
essere umani nel pensiero di Jeanne Hersch. In seguito si
specializza sui temi della criminalità organizzata presso
l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, con un approfondimento
su Mafia, politica e giustizia a partire dal caso Mafia Capitale. Amante di storia e cultura francese, è stata studente
Erasmus presso l’Université Verlaine di Metz. Selezionata nell’ambito del programma Leonardo da Vinci, lavora presso il sindacato confederale Comisiones Obreras di Siviglia, dove approfondisce il suo interesse sui
temi del diritto del lavoro e da cui nasce una feconda
amicizia e collaborazione. È membro del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. Attualmente dedica il suo tempo ad un’intensa attività di studio e ricerca
per la progettazione sociale contro le mafie.
Redazione: info@homelessbook.it
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Ringraziamenti
Grazie al professor Carlo Di Marco, per essersi appassionato al mio lavoro. Grazie al professor Everardo Minardi, per la fiducia che mi ha mostrato. Grazie
all’editore Homeless Book e ad Alessandro Ancarani,
perché mi hanno letto e aiutato. Grazie al dr. Sergio
Sottani, grandissimo magistrato. Grazie alla giornalista
Sandra Amurri, per il suo sguardo profondo di fronte
alle cose della vita. Grazie a mio fratello Andrea, che
crede in me, qualsiasi cosa accada. Grazie alle amiche,
che amo spassionatamente. E poi grazie alle persone
che si battono per vivere in Libertà e Giustizia. E per
ultimo, grazie a Eros, demone possente, che muove il
mio desiderio di conoscenza, dove non smetto mai di
incontrare la felicità.

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