Benvenuto e Buona Navigazione, sono le ore 10:29 di Mer 30 Set 2020

A proposito della cura degli anziani, la replica di Tonino Armata

di | in: Cactus, Cronaca e Attualità, Oblò: Spunti, Appunti e Contrappunti

image_pdfimage_print

Egregio direttore, ho letto l’articolo pubblicato su il Mascalzone.it, dal titolo A proposito della cura degli anziani, il Comitato: “Siamo solo alla prima puntata a firma del Dott. Nicola Baiocchi e la Consigliera Rosaria Falco. Mi ha sorpreso l’incipit: “Il Comitato inizia da oggi a parlare di un problema molto importante: la cura degli anziani, argomento che abbiamo riservato per il periodo della campagna elettorale regionale, data la cospicua quantità di voti che derivano da questa fascia di età. Quasi tutti tocchiamo la realtà dei problemi degli anziani, dunque abbiamo deciso di trattarne le problematiche a più riprese e approfonditamente….”. *
Trovo strano che ci si occupi degli anziani solo nella campagna elettorale. E quando non siamo in campagna elettorale per racimolare voti, li facciamo sparire dalla faccia della terra?


*

A proposito della cura degli anziani, il Comitato: “Siamo solo alla prima puntata”

 

Il Coronavirus e quel “solo” gli anziani

La stragrande maggioranza delle persone non hanno conosciuto la guerra. Io la ricordo appena. Non sappiamo, dunque, cosa significhi non avere nelle mani la cloche della nostra vita, appesa a un’incipiente catastrofe, un bombardamento.

Non poterla determinare, manovrare. Non essere in grado di governare il destino, o almeno di presumerlo. Ogni giorno ci sconcertiamo di non poter fare quello che vorremmo: andare al teatro, fare una vacanza proprio adesso, entrare nel ristorante che però è un po’ troppo affollato per i tempi che corrono: alla larga! Siamo come foglie sugli alberi d’autunno, come lo sono stati i nostri avi per lunghissima parte della storia: se arriva un refolo di vento cadiamo e… puf, tutto finito. Allora potremmo provare a imparare. Come si sta sugli alberi. Come si resiste. come ci si comporta. A imparare da quegli anziani che abbiamo frettolosamente riposto nel cestino dell’emergenza coronavirus. «Muoiono solo gli anziani» si è detto e si è scritto troppe volte. Solo, come a descrivere un male minore, uno spiacevole effetto collaterale di un farmaco riservato agli under 65, o il sollievo per un pericolo meno minaccioso.

Ma, come dice un proverbio africano, «quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca»: di saggezza, di esperienze. Gli anziani possono aiutarci a guidare a fari spenti. Sanno dove sono le curve ed è meglio rallentare, dove i rettilinei che ci consentono di accelerare, quando è meglio non partire, perché quella strada l’hanno già percorsa. Parliamoci, in queste giornate di post-isolamento in cui tante famiglie si ritrovano insieme a casa, dalla prima all’ultima generazione: riscoprendo la bellezza di un tempo che non conosce guerre mondiali da 75 anni troveremo la forza per affrontare la simil-guerra chiamata coronavirus.

 

QUESTO NON È UN PAESE PER ANZIANI. NELLE CASE DI CURA DI EUROPA LA METÀ DEI MORTI PER COVID-19

 

Il quadro su queste strutture è profondamente preoccupante. Una tragedia inimmaginabile, vanno ripensate. Quasi metà delle persone morte per coronavirus in Europa erano residenti di case di cura. Il quadro su queste strutture è profondamente preoccupante.

Secondo le stime che arrivano dai Paesi europei la metà delle persone che sono morte di Covid-19 erano residenti in case di cura. È una tragedia inimmaginabile. C’è un urgente ed immediato bisogno di ripensare il modo in cui operano le case di cura oggi e nei mesi a venire, le persone compassionevoli e dedicate che lavorano in quelle strutture – spesso sovraccaricate di lavoro, sotto pagate e prive di protezione adeguata – sono gli eroi di questa pandemia.

Circola l’idea di una quota quarantena per gli over 65 quando il paese riprenderà a vivere. Sappiamo tutti che i nostri genitori, zii e nonni sono più a rischio, ma i primi a saperlo sono loro. Trattiamoli da adulti, quali sono, non da irresponsabili mocciosi

Non sappiamo se sia una trovata di una task force o di un comitato tecnico-scientifico o più probabilmente di una cosa detta a caso, come quasi tutto a proposito di questo virus di cui non sappiamo niente, ma questa idea che quando finirà la quarantena continueremo a obbligare gli over 65 a restare ancora reclusi a casa, naturalmente per proteggerli, come li abbiamo protetti nelle case di cura, forse è il caso di ripensarla.

Sappiamo bene che la polmonite interstiziale da Covid-19 è più letale per gli anziani e per chi ha altre condizioni pregresse, ma dovremmo sapere altrettanto bene che i rischi legati alla malattia sono noti anche a loro, agli anziani e alle persone con condizioni pregresse.

Forse sarebbe il caso di trattare i nostri genitori, i nostri zii, i nostri nonni da persone adulte, quali sono, e non da mocciosi irresponsabili. Chi sa che se viene contagiato dal virus rischia di più non ha certo bisogno di un decreto governativo per prendersi cura di sé e, per il resto, se là fuori a un certo punto sarà sufficientemente sicuro per chi non è anziano allora, con le dovute precauzioni, sarà sicuro anche per chi è più avanti con gli anni.

Tra l’altro siamo una società vecchia, come è noto, per cui tenere in quota quarantena, magari a tempo indeterminato, una o più generazioni di imprenditori, di professionisti, di intellettuali equivale a non riaprire davvero il paese. E chi non è più produttivo, potrà andare a votare o perderà anche i diritti politici? E se il discrimine è il rischio per la salute allora dovremo fare uscire prima le donne e i bambini e solo in un secondo momento i maschietti?

Sarà certamente necessario progettare una gradualità della ripresa, ma non potrà avere come metro di liberazione la carta d’identità. Che senso avrebbe, per esempio, con il paese riaperto impedire a Renzo Piano di andare a controllare con tutte le precauzioni del caso lo stato dei lavori del suo ponte a Genova o a Giorgio Armani di incontrare i suoi designer o a Luigi Del Vecchio di riunire i suoi consigli di amministrazione o a Sergio Mattarella di svolgere il suo lavoro da presidente della Repubblica e di incontrare i leader politici, sindacali e imprenditoriali del paese? Non ha alcun senso.

 

Sto lavorando sul problema anziani, un lavoro improbo. Gli amici mi chiedono: chi te lo fa fare? È terapeutico, come l’amore. Aiuta a resistere. Se così non fosse, i tiranni non perseguiterebbero i poeti. La bellezza è l’antivirus più efficace. Ed è pure un perfetto ansiolitico. Invece di inghiottire un Valium, prova a leggere ad alta voce terzine della Commedia. Se fossi un medico, le prescriverei nelle ricette. Un’aspirina e dieci endecasillabi ogni sera. Specie in momenti come questi. «Stendardi sfolgoranti come aurore / boreali tracciavano la rotta / nel firmamento chiodato di stelle». Inesplorata potenza della metrica! Se la affronti scrivendo, impari ad armonizzare il passo con le sillabe, le pulsazioni del cuore e il respiro. E allora ti senti invincibile.

 

Si alzò, ed era ancora notte fonda / stelle filanti graffiavano il cielo / del Settentrione. Issò col vento giusto / le vele piene d’ombra per riprendere / la rotta abbandonata…». Se hai ben dormito, alle cinque del mattino la mente è libera perché di notte hai viaggiato nel vento come il barone di Münchhausen. E poiché l’endecasillabo è il tempo del viaggio per eccellenza, quello a piedi, essa allinea spontaneamente le immagini secondo quel magnifico ritmo italiano. «… e noi si corse / veloci dietro a zampilli di pesci / fosforescenti; la prua nel beccheggio / tentava di trafiggere la cruna / dell’astro che fa perno all’emisfero.

 

Strage di anziani nelle Rsa

La strage di anziani nelle Rsa (residenze sanitarie assistenziali) ci deve obbligare a ripensare il modello di società che vogliamo costruire. Gli anziani in istituto vivono male, sono meno curati e costano, per assurdo, di più rispetto ad altre forme di assistenza più umane e familiari. Un sostegno per rimanere a casa senza gravare sui familiari che lavorano, potrebbe essere la creazione di reti di prossimità, (consapevolezza di un bisogno qualificato condivisa tra più persone, accomunate generalmente dalla vicinanza territoriale; un bisogno qualificato, e non dunque mera aspirazione al consumo voluttuario), potenziare i servizi sanitari domiciliari, la telemedicina e il ruolo del medico di base, o forme di co-housing di cui abbiamo esempi ma che dovrebbero essere un modello su larga scala. Da cittadino e da futuro (ma non troppo) anziano, sento di dover reagire. Lo dobbiamo alle vittime di Covid, ai familiari, ma anche a noi stessi.

 

 

COME RIORGANIZZARE I SERVIZI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS?

 

Il Coronavirus impone riorganizzazioni ai servizi che non saranno di breve durata. Quali attenzioni e snodi merita gestire?

 

In un momento di crisi e di emergenza come quello del Coronavirus, che tutti stiamo vivendo, anche le professioni sociali si trovano a dover affrontare situazioni imprevedibili fino a poche settimane fa. Le persone anziane, quelle più fragili e vulnerabili in questi giorni terribili, ci dicono di sentirsi in un altro tempo, quello della guerra, in cui erano poco più che bambini. Restrizioni, paura di morire, incertezza sul domani, sono questi alcuni dei ricordi che affiorano. L’immagine della guerra è molto forte, forse eccessiva per alcuni di noi, ma comunque ci è utile per comprendere e riflettere.

In queste settimane tutti i servizi del welfare stanno organizzandosi per operare nella pandemia. I bisogni si sono acuiti, la platea si è fatta più ampia, così come la necessità di dare risposte urgenti e indifferibili. Che cosa si può imparare dalle pratiche agite durante il coronavirus? Possono costituire utile eredità per uscire dall’emergenza o per gestire un’emergenza che forse diventerà ordinarietà nei prossimi mesi?

Ci sembra importante riflettere su questi aspetti.

Nessuno sa con precisione quale sarà l’andamento dell’emergenza, ma è molto probabile che occorra organizzarsi per tempi non brevi, perché passato il “picco” non si può tornare in toto ai modi di vita precedenti, e resta per ora indeterminata la possibilità di un “ritorno” del virus dopo alcuni mesi.

Nell’emergenza moltissimi attori e operatori del welfare hanno messo in campo impegno personale, fantasia e abnegazione. Ma la sfida è ora passare dalla creatività ad una più strutturale riorganizzazione, ossia dall’impegno personale degli operatori all’adozione di nuove modalità sistematiche nel gestire servizi e interventi, visto che dovranno essere attive per un periodo non breve.

Proviamo perciò qui a proporre alcuni possibili temi di lavoro e interrogativi: specificamente limitati ai servizi socio assistenziali e sociosanitari (e dunque non a quelli esclusivamente sanitari); finalizzati a spunti su “che cosa si può fare” e “che cosa va riorganizzato” con iniziative locali, senza discutere anche possibili misure e riordini nazionali

 

La logistica nel sistema

In queste settimane sono emerse non solo difficoltà nel reperire le strumentazioni necessarie per operatori e utenti (come i DPI), ma anche nel definire come farli arrivare. Ad esempio alle imprese (di norma cooperative sociali) che gestiscono servizi domiciliari o residenziali chi li distribuisce meglio? Devono arrivare alle singole cooperative dalla Protezione Civile, oppure dagli Enti gestori dei servizi sociali? Oppure possono più efficacemente essere distribuiti dalle organizzazioni centrali della cooperazione? Sono solo esempi, per segnalare che un tema di organizzazione locale è come allestire una robusta rete logistica, sia di stoccaggio che di distribuzione di attrezzature, capace di entrare in funzione senza intoppi al bisogno.

 

L’assistenza al domicilio

L’emergenza ha messo in rilievo (come se ce ne fosse bisogno) la debolezza del nostro welfare nel garantire una robusta assistenza domiciliare, nei confronti di anziani, disabili e minori. Qualche possibile terreno di lavoro:

interventi e risorse del volontariato sono cruciali, ma non si può solo confidare sulla loro esistenza (ovviamente non garantibile a priori in tutti i territori). Dunque il sistema di assistenza domiciliare locale, sia per non autosufficienti che per persone fragili (come gli anziani soli con limitate autonomie) deve verificare se e come è attrezzato per fornire non solo “qualche ora di OSS”, ma una ampia gamma di supporti, certo usando tutte le reti esistenti: dalla consegna di alimenti, farmaci, pasti, all’igiene dell’abitazione e delle persone, al raccordo con i medici di medicina generale; alcuni esempi in questo senso sono già agiti da alcuni Comuni che hanno potenziato i servizi di assistenza domiciliare anche attraverso il disbrigo di piccole commissioni e servizi di trasporto gratuito;

per anziani soli la casa può diventare un rischio o una prigione, più che per altri, se non si hanno possibilità di comunicazioni e relazioni. Forse sono possibili iniziative azioni proattive: sia a cura dei servizi (come l’intensificazione di telefonate periodiche e contatti con anziani in fragilità; e non solo per chiedere se c’è bisogno di qualcosa, ma anche solo per “fare due chiacchiere”) sia delle istituzioni (una lettera del sindaco a tutti gli anziani anagraficamente soli o in coppia, che informi su chi può essere chiamato in caso di bisogno). Ma anche valutare se non sia utile fornire strumenti ad hoc alle persone, come un tablet con app di semplice uso, visto che molti non hanno né smartphone né confidenza con la tecnologia; da sempre si assume anche l’obiettivo di “formare” i familiari di persone da assistere al domicilio, perché possano diventare risorse e gestori di azioni utili. Ma se la pandemia suggerisce di limitare l’ingresso in casa di operatori, e se ci sono azioni che implicano in ogni caso il rapporto fisico con gli utenti (non si può fare l’igiene personale in via telematica), non sarebbe utile potenziare strumenti allo scopo (ad esempio tutorial semplici, o modalità di videoconferenza)? Certo qui il nodo è di non scaricare impropriamente sui familiari compiti impossibili o inappropriati; c’è un numero crescente sia di caregiver che lo erano già prima (la cui attività è cresciuta per l’intensificarsi dei bisogni di anziani reclusi in casa), sia di persone diventate caregiver con questa emergenza (ad esempio perché non possono lavorare). Il tema di come supportarli è cruciale, e rimarrà una volta finita la tempesta. Deve però essere affrontato tenendo presente che non è corretto né efficace pensare che la soluzione sia solo “fornire denaro alle famiglie” (per sostenere il care giver (colui che si prende cura) o per retribuirlo se viene assunto come assistente familiare). Dare denaro implica che le famiglie che non sanno usarlo per favorire la tutela dei non autosufficienti non ricevono sostegni adatti. Né si può impostare il sistema delle cure solo su un “ruolo obbligatorio” dei care giver. Dunque il sostegno ai care giver (anche economico e di garanzie aggiuntive, ad esempio previdenziali) deve essere una delle possibili offerte. Esiste un disegno di legge condiviso tra i maggiori partiti per i supporti ai care giver. Merita tuttavia introdurlo se attiva un insieme di supporti (economici, di formazione delle competenze, di conciliazione dei tempi) ed entro un riordino dei LEA, per costruire cure domiciliari sociosanitarie che offrano una gamma di opportunità, e che siano davvero esigibili entro una gamma di alternative per la tutela del non autosufficiente che si possano scegliere (assegni di cura, voucher per ricevere servizi da imprese accreditate, affidamento volontari, e altro).

 

Costruire le reti

È un tema di lavoro ovvio per i servizi, ma meriterebbe incentivare la costruzione di risorse che possano essere poi offerte a nuclei deboli, con disabili o non autosufficienti. Ad esempio:

reperire più facili disponibilità ad interventi al domicilio da parte per riparazioni indispensabili: di elettricisti, idraulici, falegnami, tecnici informatici e TV. Al bisogno accompagnati dai servizi;

incentivare la costruzione di banche del tempo: chiunque ha tempo e qualche competenza la espone e si rende disponibile; verificare se e quando sono possibili (e appropriate) forme di consulenza in remoto alle famiglie da parte di specialisti anche sanitari (fisioterapisti-fisiatri, psichiatri, e altre specializzazioni); è vitale garantire continuità assistenziale alle persone con disabilità, e alle famiglie, che dall’oggi al domani sono state private di servizi fondamentali come i centri diurni; un accompagnamento ad personam è essenziale per cercare di attivare reti di aiuto, magari anche a distanza. E se ci sono interventi che sono gestibili solo “in presenza della persona”, e che non sono eliminabili (e da allestire ove possibile a domicilio), è anche utile un lavoro di “manager di rete sulla cronicità”, ruolo peraltro ipotizzato in alcune regioni.

 

Non far perdere relazioni importanti agli utenti più fragili

Chi è ricoverato in RSA da settimane non incontra i suoi parenti o persone care. E anziani soli o non autonomi al domicilio possono avere lo stesso problema (di nuovo, il rischio della casa come prigione). Poiché anche non perdere le relazioni è una emergenza, sarebbero utili iniziative che consentano in modo diffuso una relazione in remoto, sia in RSA che per le persone seguite in assistenza domiciliare, ad esempio organizzando periodicamente videochiamate tramite smartphone o tablet preavvisando i parenti e amici E valutando se per qualcuno l’offerta di “relazioni faccia a faccia” (anche se solo tramite un display) non possa essere organizzata anche con chi per lui ha rilievo anche se non è un parente, ad esempio il parroco o un sacerdote conosciuto.

E non potrebbe essere utile creare occasioni di “incontro in remoto” tra più persone? Ad esempio per recitare il rosario, per scambiarsi ricette, per far ascoltare vecchie canzoni, per far vedere video o programmi TV sui territori dove si è nati; e largo alla fantasia.

 

“Gestire le pratiche” per chi non può farlo da solo

Non è certo un nodo nuovo, ma specialmente adesso potrebbe essere utile fornire a persone non autonome (o anziani soli, o con familiari anch’essi anziani) supporti nelle varie incombenze che implicano il “recarsi in qualche ufficio per pratiche amministrative”. È molto importante la recente intesa tra Poste Italiane e Carabinieri che consente di delegare questi ultimi al ritiro delle pensioni (ed anche delle indennità di accompagnamento) presso le Poste, con la consegna dei contanti al domicilio a cura dei Carabinieri. Si possono allestire altri supporti di “disbrigo pratiche” per conto di chi non può muoversi? Non c’è che l’imbarazzo della scelta (richieste di indennità di accompagnamento e di invalidità civile, dell’Isee, pagamento dell’affitto e di bollette, pagamento dell’assistente familiare e invio dei relativi MAV, certificati da ottenere presso le anagrafi comunali, etc.). Molti CAF sono chiusi: si può programmarne una apertura minima distribuita sul territorio? Naturalmente occorre verificare le specifiche fattibilità di queste ipotesi.

 

La povertà estrema e i senza dimora

“Restate a casa” è invito infelice a chi una casa non ce l’ha. Che cosa dunque può essere attivato per questo tipo di utenza? Un potenziamento dei dormitori ed una loro apertura anche nelle ore diurne? Uno sviluppo delle mense, anche con la consegna dei pasti in altri luoghi? È quanto è stato ad esempio fatto a Milano, aprendo anche le strutture tradizionalmente attive durante l’emergenza freddo ed allestendo temporaneamente centri sportivi ed altri spazi. Certo sono azioni che devono misurarsi con il divieto di assembramenti e con il mantenimento delle distanze. Si potrebbe anche pensare ad una revisione delle misure di sostegno alimentare tramite distribuzione di pacchi viveri e buoni spesa, quasi sempre destinate ai residenti. Anche negli ultimi avvisi emanati dai Comuni in risposta all’ordinanza della protezione civile n. 658 sono rare le amministrazioni che hanno scelto di allargare la platea degli aventi diritto anche ai non residenti.

  

Conclusioni

Lungi dal voler mettere a fuoco tutti gli snodi operativi con i quali occorre misurarsi nel riorganizzare i servizi socioassistenziali e sociosanitari, vorremmo che questo intervento avesse soprattutto lo scopo di raccogliere esperienze significative sui temi trattati sopra già pensando alla ripresa e al dopo emergenza.

 

Con tanta cordialità

Tonino Armata

 

 

© 2020, Redazione. All rights reserved.


Sostieni www.ilmascalzone.it
La lettura delle notizie è gratuita ma i contributi sono graditi. Se ci credi utili sostienici con un contributo a tua scelta intestato a Press Too Srl
IBAN: IT07L0847424400000000004582
Banca del Piceno Credito Cooperativo – Filiale San Benedetto del Tronto 2




31 Luglio 2020 alle 22:44 | Scrivi all'autore | | |

Argomenti Frequenti


Archivio


My Web TV Marche

• Coronavirus Marche: aggiornamento
• Ritorno al futuro
• dalla Regione Marche


Social

Visit Us On TwitterVisit Us On FacebookVisit Us On YoutubeVisit Us On Instagram
Ricerca personalizzata