Egon von Fürstemberg

Egon von Fürstemberg

Nel 1670, l’attività diplomatica francese verso l’Inghilterra molto si appoggio’ su mademoiselle Louise de Keroualle che aveva fatto innamorare Carlo II: Luigi stesso la sprono’ ad entrare nel letto del re inglese suo cugino e lei, bretone senza titoli, ci riusci’ velocemente (la puttana francese, la chiamavano a Londra). Divento’ la preferita, poi divenne Duchessa di Portsmouth e quindi la più ricca donna della corte inglese; mica poco, per la miseria, una bella testa oltre che una bella gnocca! Riceveva 40.000 sterline l’anno di prebende anglo-francesi, viveva a Whitehall in un appartamentino di 24 stanze, aveva accettato da Carlo, fra i tanti , un regalino da paura (collana di perle) e un altro glielo aveva fatto anche Luigi (orecchini di diamanti purissimi)…

Contestualmente, su tutt’altra sponda geografica, Luigi 14 – adesso va scritto cosi’- cercava di accaparrarsi il supporto dei territori del Sacro Romano Impero (ossia dell’Elettore di Colonia, Massimiliano Enrico di Baviera) attraverso i servigi del nobile Louvois e del Ministro degli Esteri in carica, Lionne. In perfetto accordo, i due si avvalsero del miglior agente francese del momento, peraltro amante della moglie del Lionne oltre che membro di un’importante dinastia della Renania francofila con residenza principale in un castello della Foresta Nera: Egon von Fürstemberg.

Il Principe Wilhelm Egon von Fürstemberg.

Nel 1957, per il mio carattere indocile e ribelle a tutto, venni mandato in un collegio retto da preti, a Mogliano Veneto, una quindicina di chilometri da Venezia lungo la via napoleonica chiamata “Terraglio”. Avevo solo 10 anni e, attore com’ero, dissi che mi sarei suicidato là dentro cosi’ i miei, spaventati, mi iscrissero come “semiconvittore”: entravo in collegio al mattino presto per la Messa, frequentavo la scuola, mangiavo nel refettorio, giocavo a calcio per un’ora, facevo i compiti nel pomeriggio e, dopo aver cantato gregorianamente il “Vespro” serale, rientravo in famiglia a Venezia per la cena e il pernottamento. Questo feci, per tre anni scolastici consecutivi, l’intera durata delle Medie Secondarie e di oltre 1090 Messe e altrettanti Vespri.

All’inizio del terzo anno – quando stavo per compierne 13, non ce la facevo più e avevo in avanzata elaborazione un piano di fuga senza ritorno – entro’ in classe il Prefetto, l’economo a capo del collegio. Era un prete vecchio e altissimo che, nelle settimane di Pasqua, per volontaria penitenza, serviva personalmente ed umilmente il pranzo in refettorio: in quei giorni vivevo terrorizzato perché, quando le cucine sfornavano cibi liquidi, l’anziano penitente arrivava col piatto tremolante ed il pollice totalmente immerso nel brodo bollente lenendo il bruciore con silenziose preghiere a fior di labbra… Entro’ in classe, il Prefetto, con accanto un giovine biondo dagli occhi azzurri, sorridente e tutt’altro che intimidito: ”Questo è un vostro nuovo compagno, è straniero ma sa bene l’italiano, fate amicizia!” disse alla classe e, indicando un posto vuoto accanto al mio, rivolto al giovine, aggiunse: “Sedetevi là”.

Ricordo bene quanto mi incuriosi’ sentir dare del voi al nuovo compagno di classe, con lui non feci amicizia subito perché non giocava a pallone, indossava eleganti vestiti di velluto con camice di seta che evitava di sporcare e scarpe con la fibbia, parlava si’ l’italiano ma sapeva anche il latino meglio del prete che ce l’insegnava e, nelle traduzioni in francese, dato che c’era, scriveva nella metà del foglio riservato alle note dell’insegnante anche le traduzioni in tedesco. Prese subito il massimo dei voti in tutte le materie compresa l’educazione fisica che non faceva, aveva un anno più di me ma pensai subito fosse già pronto per entrare all’università di Cà Foscari. Quel primo giorno che mi si era seduto accanto gli avevo chiesto come si chiamasse: “Egon” aveva risposto e, battendo leggermente le palpebre, “Eduard Egon” e, ribattendole, “Eduard Egon von Fürstemberg”.

Il Principe Eduard Egon von Fürstemberg.

Non restammo solo compagni, diventammo anche amici. Tanto che gli confidai come volessi fuggire e lui, più avanti, si dichiarasse disposto ad ospitarmi, fuggiasco, nella sua villa di Losanna (perché purtroppo non poteva promettermi asilo – cosi’ disse – nel suo castello nella Foresta Nera) ma ribadisse che, quando avessi voluto, avrei potuto nascondermi nella sua villa di Marocco, a soli cinque chilometri dal collegio proprio sulla via per Venezia: e suo padre fosse d’accordo!

Nella (splendida) villa di Marocco, Egon mi fece entrare alcune volte di sabato ché si usciva prima dal collegio: mangiavamo assieme in una saletta serviti da un cameriere in guanti bianchi che teneva perfettamente i piatti; cosi’ visitai il ‘forte’ interno, vidi la testiera del letto col sole d’oro di sua sorella Ira, sedetti negli scranni intarsiati e dorati del piccolo teatro di famiglia e presi atto di come, nel suo letto, Egon avesse ricoverato non meno di sei bambole di cui due senza vestiti con i capezzoli e i peli disegnati…

In effetti, fra collegio e fuori, stavo spesso assieme ad Egon. Per dire, oltre a quei sabati in villa, le sere dopo il Vespro non tornavo più a casa dal collegio con la corriera pubblica perché salivo nella vettura che passava a prenderlo: lui scendeva alla villa di Marocco mentre, proseguendo sulla “napoleonica” verso Venezia, l’autista provvedeva a portarmi al capolinea della corriera con quella macchina imponente, blu, con una statua argentata sulla punta del cofano, dove stavo comodissimo (per quanto allungassi le gambe non toccavo i sedili anteriori) e non sentivo il rumore del motore. Ma nella tarda mattinata di un sabato di fine anno scolastico, a prendere Egon al collegio arrivo’ un’auto diversa, lunga, bianca, con le pinne alte al posteriore e con un altro autista. “Questo è mio padre, Tassilo von Fürstemberg” mi disse Egon, sbattendo le palpebre, quando mi sedetti accanto a lui sul sedile anteriore. Il Principe ci condusse in un bar storico della piazza centrale di Mestre, l’antico Caffè Giacomuzzi, a strafogarci di crostini e poi di bigné.

“Quindi, sei tu che vuoi fuggire!” affermo’ il padre di Egon sorridendomi mentre mi si bloccava la gola e non riuscivo a sostenere il suo sguardo. Poi continuo’, fingendo d’essere pensoso: “Potrei ospitarti a Losanna…sai il tedesco?” feci no con la testa “Rischierei pero’ di essere denunciato per sottrazione di minore alla famiglia, capisci?” feci si’ con la testa “Tu hai un anno meno di Egon, quindi tredici…pensi che ti troveresti bene in mezzo a gente che non ti conosce e parla tedesco o francese?” feci no con la testa “E se aspettassimo qualche anno, cosi’ impari bene le lingue o anche solo il francese?” feci tre volte si’ con la testa “Perché intanto non mangi un altro bigné? ” feci no con la testa e, toccandomi la gola, mormorai: ”Impossibile, signor Principe”. Lui si alzo’ dal tavolino del bar, mi dette dei colpettini sulla schiena e si avvio’ alla cassa; ritorno’ con venti schedine del Totocalcio, le divise fra me ed Egon, ci fece compilare tutte le colonne disponibili, le gioco’ e, dopo aver scambiato uno sguardo d’intesa col figlio, mi lascio’ tutte e venti le matrici perché, mi disse ridendo, con un po’ di fortuna avrei potuto farmi un gruzzoletto segreto…prima di fuggire. Quando il Principe mi riaccompagno’ al capolinea della corriera, mi disse di salutare Egon perché non sarebbe venuto in collegio l’ultima settimana di scuola, partivano per il castello della Foresta Nera.

Con Egon, non ci saremmo più rivisti. Non vinsi al Totocalcio. Non fui iscritto più ad alcun collegio: i miei pensavano che l’ambiente mi avesse peggiorato. Comunque, per un certo periodo, di Egon mi resto’ una qualche tendenza comportamentale. Quando mio padre cambio’ la sua Fiat 600 con una Lancia Appia, orgoglioso, mi chiese: “Che ne pensi?”

“E’ molto rumorosa…” risposi con sussiego. Lui si rabbuio’ e chiese ancora:

“Perché sbatti le palpebre?” poi aggiunse a mezza voce: “Rumorosa… volevi una Rolls !? ”

“Ehhh…” pensai.

(FdA)

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