Spunti, Appunti e Contrappunti del prof. Maurizio Boldrini
2024-11-15 – Però adesso basta! Non è possibile che un sessantaseienne qual sono debba fare il giovane ribelle perché un’intera redazione di giovani è incapace di “giustiziare” l’ennesima idiozia nel modulare aggettivazioni alla parola “persona” per definire, e quindi controllare, categoria e trattamento. Nessuno in grado di dire la cosa più semplice e cioè che ogni qualificazione personale va tolta per iniziare finalmente a guardare, pensare, agire e interagire semplicemente come persone. Ognuno non è portatore di una differenza da inquadrare e formattare, ogni persona è invece la differenza, non rappresenta una differenza, ognuno è unico pur facendo parte di un collettivo cosiddetto sociale, cioè a delinquere secondo l’etimo in Boccaccio (il socio in Boccaccio, in parole povere, è il compagno che ti frega, che se non vuoi che ti freghi ci vuole che lo freghi prima tu). Se proprio qualcuno volesse insistere col rimarcare l’ inquadramento personale in categorie di lettura, compostaggio e controllo di corpi su altri corpi (pratica antichissima quanto pericolosissima fino all’ irreparabile) allora, ad esempio, la qualifica di andicappato sarebbe la meno difettata nel pur deprecabile definire, nella pericolosa azione di assoggettare a qualifica altra persona. Anche io lo farò in questo contesto/protesto, cercherò di fare meno male possibile e comunque a fin di bene. Il capo del governo, così zelante nel parlare il suo inglese all’ estero (ma anche all’interno poiché il ministero del Fatto in Italia si appella come Made in Italy, aborto già nella dizione, auto contrariato rispetto a ciò che aspirerebbe ad essere), dicevo, il capo del governo in virtù del suo spiccato inglese dovrebbe sapere che handicap significa letteralmente: mano nel cappello. Tale dizione battezzava un gioco, tipo tombola, fatto dai ricchi inglesi nel porto in attesa che i rinnegati inglesi trasferiti in America facessero ritornare di là le navi cariche dei prodotti e delle depredazioni del “nuovo mondo”. Si mettevano dei numeri in un cappello corrispondenti ad ognuno dei concorrenti, in virtù del numero estratto dalla mano nel cappello uno dei giocatori vinceva tutta la posta del gruppo dei giocatori. Da questo contesto sportivo (sport è per l’appunto la forma abbreviata di attività da diporto) il termine handicap è poi passato in uso in altro ambito sportivo. Corsa ad handicap è quella corsa in cui i cavalli più forti sono gravati da pesi (nel galoppo) o ostacolati (nel trotto) facendoli partire in ultima fila in quanto più forti. Il tutto per rendere incerta ed equilibrata la corsa al fine di rendere più eccitanti le scommesse. Quindi, il cavallo andicappato è il più forte, per questo viene ostacolato con accurata perizia. Fatto sta ed è che l’ andicappato è semmai il più forte nell’ arte della corsa. Nell’ arte suprema, ancora raramente praticata, quella del riconoscimento della vita l’andicappato mantiene in sé, ad esempio, i tratti più autentici dell’animo puro del bimbo, esempio massimo a testimonianza dell’ essenza stessa della vita, è l’ evidenza, addirittura il clamore più umano della vita a portata di tutti gli umani, che invece se lo dimenticano e anzi lo violano quotidianamente. Per esempio nel mio ambito teatrale ragazzi e ragazze, inquadrati dal sistema sociale nella generica categoria degli afasici a sua volta declinata stupidamente in altri sottoinsiemi da trattamento sistemico, sono in grado di produrre suoni e mettere in atto dinamiche capaci di liquidare stravecchi e balordi concetti drammatici e drammaturgici e aprono a nuovi concetti di suono, liquidando addirittura il concetto di ritmo, roba che la musica più “colta” se la può solo sognare, in sostanza ancora legata al melodramma, compresa la musica atonale contemporanea. Grazie a ragazzi che, nonostante siano ostacolati in categorie sociali, corrono, volano nell’esempio, concedendo perle per iniziare finalmente a studiare nuovi scenari dell’umano per l’umano. Per farla breve, visto che l’ho fatta lunga, via gli aggettivi dalla parola persona, qualsiasi scongiurante rassicurante ipocrita pericoloso fuorviante gentile rispettoso aggettivo, a meno che sia un Borges a metterlo. Certo non può mettere o cambiare aggettivi un governo, almeno nessuno governo che non sia presieduto da un poeta, perché l’ultima parola (anche la prima) spetta al poeta, cioè lo specializzato a fare meno errori a parole, che poi infondono pensieri e azioni. Il governo del fascio provò a controllare e dettare le parole, nonostante si affidassero per consulenza a teste considerate importanti, l’esito fu disastroso. La misura delle perle non può essere trattata da chi nemmeno le sa contare.
PS – La parole “inclusivo” , “inclusione” le lascio agli sciagurati che l’hanno inventate e agli altri ancora più sciagurati che le usano, magari credendosi di essere belli bravi e buoni, già l’ho scritto in altra occasione: qualche miracolo posso ancora farlo, l’impossibile no. © Maurizio Boldrini

































