“Dieci capodanni”, la serie spagnola magistralmente diretta da Rodrigo Sorogoyen (“Il regno”, “As bestas”), è sbarcata un po’ a sorpresa su RaiPlay lo scorso 31 gennaio e nel giro di un paio di settimane è finita sulla bocca di tutti. Presentata fuori concorso all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, è una miniserie in dieci episodi, tutti ambientati nel giorno di capodanno, partendo da quello del 2015 in cui i due protagonisti, Ana e Oscar, si incontrano nella loro Madrid e finiscono a letto insieme. Il regista segue dunque i due giovani immortalandoli per ventiquattro ore ogni dodici mesi e questa narrazione solo apparentemente frammentaria è impreziosita dall’espediente dei relativi compleanni che cadono poco prima e poco dopo la mezzanotte (lui è nato il 31 dicembre, lei il 1 gennaio). Ana non sa ancora cosa farà da grande, anche se sogna di trasferirsi all’estero e nel frattempo lavora come barista. Oscar è un medico internista, sembra avere i piedi piantati per terra e le idee chiare sul futuro. Entrambi compiono trent’anni nel momento del loro primo incontro, sono sentimentalmente instabili ma la scintilla che si accende tra loro sembra destinata a durare.
Sorogoyen racconta le vite normali (“Normal People”, sia il romanzo di Sally Rooney che la serie di Lenny Abrahamson e Hettie Macdonald, è un plausibile punto di riferimento per “Dieci capodanni”, insieme al cinema di Richard Linklater), anzi normalissime di due trentenni di oggi, mettendo in evidenza piccole grandi derive amorose, gli invisibili moti dell’animo, la felicità del sesso, la pesantezza dei non detti; racconta, in breve, cosa significa avere trent’anni in un’epoca che ti obbliga a fare i conti con una precarietà che non è soltanto economica ma anche relazionale, sentimentale, esistenziale. Non ci sono momenti o personaggi sopra le righe, il quadro è ultrarealistico. Semmai c’è una costante sensazione di magia e di calore (accentuata dal fatto che il regista gira spesso in interni e utilizza piani sequenza nei quali prendono forma lunghi e credibili dialoghi). “Di solito tra i trenta e i quaranta è un decennio in cui le persone prendono decisioni cruciali per la propria vita”, dice Sorogoyen. “La maggior parte delle persone crea una famiglia, si specializza nella propria professione, probabilmente vive una grande delusione sentimentale e spesso perde i propri cari”. Oggi quarantatreenne, il regista spagnolo ha voluto decifrare gli ultimi anni della sua vita, dar loro un senso attraverso le storie parallele di Ana e Oscar.
Da sottolineare le straordinarie prove dei due attori protagonisti Iria del Río e Francesco Carril, perfetti nel cambiare di anno in anno e nel farlo appena un po’, lavorando sulle sfumature, rimanendo se stessi nella naturale maturazione che il tempo implica. Le loro sembrano vite tutt’altro che straordinarie ma è vero il contrario: è straordinaria la vita che scorre e meritevole di essere raccontata nella sua densità, anche quando sembra priva di atti eroici.
























