Che il 2025 sia stato un grande anno per la popular music lo dimostra la grande quantità di dischi rimasti fuori dal presente sestetto scelto per raccontare i dodici mesi appena trascorsi, un insieme di sei splendidi album che non ha la pretesa di essere il miglior insieme possibile ma almeno uno dei migliori, questo sì. Dalla folktronica dei Tunng al rock delle Wet Leg, dal post-rock cantato dei Modern Nature all’ispiratissimo songwriting di Jeff Tweedy, questo è il nostro piccolo, parziale e appassionato bignami del 2025 in musica.
Modern Nature “The Heat Warps” (Bella Union)
Più volte paragonato a Mark Hollis per percorso, sensibilità e sonorità, con il nuovo ambizioso album dei suoi Modern Nature l’inglese Jack Cooper guarda anche e soprattutto all’asse americano Jim O’Rourke-Jeff Tweedy e ridisegna un volto nuovo alla sua creatura, più coeso, meno astratto, indiscutibilmente segnato dall’ingresso in line-up di una seconda chitarra (Tara Cunningham). «Sono sempre stato attratto dalle band che hanno due chitarristi che lavorano insieme per colorare la sezione ritmica», dice Cooper. Ecco dunque che “The Heat Warps” accende i colori di un’alba immersa nella natura attraverso la sua miscela raffinata e seducente, nella quale l’approccio non convenzionale e sostanzialmente post (ma di quel post che profuma di jazz) non stride con quell’essenza pastorale spruzzata un po’ ovunque. Cooper viaggia libero, appoggiandosi ad una voglia di sperimentazione molto discreta che non fa temere nemmeno per un momento alla musica di perdere la sua concretezza. Le canzoni raccontano la confusione della nostra epoca, le vite di uomini spesso immobili, paralizzati, come gli uccelli marini «trapped in yesterday» di Zoology, uno dei momenti più significativi del lavoro. Eppure l’abbraccio dell’umanità è spesso dietro l’angolo: l’ultima traccia, Totality, racconta un’eclissi vissuta guidando nel New Mexico e familiarizzando con le tante persone incontrate quel giorno, una connessione speciale e un senso di comunità improvvisato a partire da uno spettacolare evento naturale. È lo stesso senso di comunità che Cooper vorrebbe regalare con la sua musica, che ha la capacità di consolare, confortare e profondere ottimismo nonostante lasci delle tracce indiscutibilmente oscure.
Tunng “Love You All Over Again” (Full Time Hobby)
I Tunng del 2025 non hanno nulla da dimostrare e nulla da inventare, ed è giusto così. Coronando vent’anni di carriera, “Love You All Over Again”, mette a fuoco una formula che è in tutto e per tutto sovrapponibile a quella degli esordi, concentrandosi però molto meglio che in altre circostanze sul baricentro pop della propria postura artistica, rivestendolo di carezze melodiche e di soluzioni ritmiche mai scontate. “Love You All Over Again” rivela un senso di leggerezza che solo la maturità può portare in dote, e cavalca quella personalissima predisposizione all’inquietudine che fa porre una serie di domande con il brano d’apertura Everything Else («why do we do this/…/why do we love this/…/why do we break this») alle quali idealmente risponde il secondo brano Didn’t Know Why («didn’t know why everybody must die/didn’t know why every lover must sigh»). Andando avanti capita di trovare un’incursione nel folk fiabesco (Levitate A Little), un avvolgente abbraccio di synth (Deep Underneath), una filastrocca allucinata da ritmiche afro-beat (Yeenkeys) e almeno due pezzi perfetti per ogni occasione (Snails, Laundry). I Tunng d’altronde, pur nel loro modo deliziosamente ripetitivo, sanno come far girare una canzone e, pur essendo considerati sin dal loro primo apparire i padrini della folktronica (quel genere che mescola sapientemente la strumentazione acustica del folk con campionatori, sintetizzatori e drum machine), mai come stavolta meritano tutte le nostre lodi.
Jeff Tweedy “Twilight Override” (dBpm)
“Twilight Override”, quinto album solista del leader dei Wilco, è un triplo con trenta brani, un plateale omaggio ad un certo tipo di ascoltatore che si ostina a resistere nell’epoca dell’usa e getta. In due ore di musica il Jeff Tweedy più dylaniano di sempre ritrae con umbratile disinvoltura la difficoltà di vivere il nostro tempo lacerato. A prevalere sono calma e compostezza, con la chitarra acustica e la voce nel ruolo di protagonisti, mentre i contrappunti di violino e tastiere danno una grana più spessa soltanto ad alcuni brani, quelli nei quali anche la chitarra elettrica si diverte a offrire momenti di delicatissimo scazzo. Tweedy è ovunque toccato dalla grazia, per esempio nel malinconico autoritratto di KC Rain, nella litania satura di Mirror, nella descrizione della polvere mentale di Over My Head o nella sorpresa di godersi un attimo di gioia inaspettata di Stray Cats In Spain. Pochi altri autori sanno dare la stessa portata emotiva all’intraducibile e disarmante nostalgia del tempo perduto e le due commoventi miniature di Caught Up In The Past e Ain’t It A Shame ne sono la più chiara dimostrazione. La filosofia delle piccole cose domina la spoglia riflessione sulla scrittura di Throwaway Lines e le pillole di saggezza dell’ipnotica Feel Free. Il mondo è terrificante, sembra dire Tweedy, ma vivere è meglio che morire, è per questo che continuiamo a essere qui cercando spiragli di bellezza. «Love is love/And I’m not going anywhere» sono i versi che concludono Love Is For Love: anche noi non abbiamo alcuna intenzione di andarcene altrove, almeno finché Jeff continua a cantare. Poi, appena le due ore di “Twilight Override” finiscono, ci accorgiamo che il mondo torna terrificante come prima, ma questa non è che una prova del suo incanto.
Francesco Di Bella “Acqua santa” (La Canzonetta Records)
In “Acqua santa” Francesco Di Bella, storica voce dei 24 Grana, canta l’amore adulto, quello che non tutti hanno l’ardire di raggiungere e sopportare, quello a cui ognuno dovrebbe però aspirare perché solo l’amore adulto porta con sé maturità e verità ed è in grado di infondere il coraggio di vivere. La maturità dei sentimenti, unita alla maturità di un processo creativo in costante evoluzione, genera la suadente eleganza di queste otto canzoni che suonano piccole senza mai essere minimali, intime pur con lo sguardo rivolto all’altro. L’approccio è simile a quello dei dischi solisti di Damon Albarn, all’insegna di un’intensità che conosce il modo per abbracciare la raffinatezza dei suoni. Preziosa risulta in questo senso la collaborazione con il produttore Marco Giudici, presente anche ai mix, al basso, alle chitarre, ai sintetizzatori, ai campionamenti, nonché come coautore di tutte le musiche. C’è una morbidezza diffusa che sembra cullare le parole di Di Bella in una commistione malinconica e a tratti struggente, c’è uno sconfinamento calcolato in un jazz partenopeo-mediterraneo che rende oltremodo evocative tracce come Canzoni, N’ata luna e Senza parlà. Ad arricchire il tutto ci sono poi due magistrali duetti. Il primo con Alice (Thru Collected), Che ‘a fa?, brano d’apertura e efficacissima dichiarazione d’intenti, tra la Napoli di fine secolo scorso e quella ultracontemporanea, tra nuovi ritmi e vecchie melodie. Il secondo è Stella che brucia, con la voce di Di Bella che si alterna con quella di Colapesce in un brano che probabilmente è il momento più riuscito dell’intero lavoro, con quel «ca te spezza ‘o core» ripetuto nel ritornello che trafigge testa e anima.
Wet Leg “Moisturizer” (Domino)
Dopo il fortunato debutto del 2022, dopo i Grammy e il numero uno nelle chart del Regno Unito, le due Wet Leg, Rhian Teasdale e Hester Chambers, hanno collaudato la formula di casa attraverso il lungo tour che le ha viste protagoniste negli ultimi anni e sono diventate i Wet Leg, dal momento che Ellis Durand, Henry Holmes e Joshua Mobaraki, presenti sin dall’inizio nella line-up live, sono stati promossi a membri effettivi della band. “Moisturizer” è un concentrato di audacia, pop sghembo, ritmi ballabili, filastrocche freak, love songs e quel tipo di sensualità che sta dalle parti della noia e dell’indolenza. C’è una sottile trasandatezza che serpeggia in tutte le canzoni, una voglia di leggerezza apprezzabile anche laddove le tonalità non sono necessariamente allegre. “Moisturizer” è un ascolto piacevole e seducente, sicuramente meno disturbante di quanto vorrebbe (viene meno l’effetto sorpresa di tre anni fa) ma efficace e trascinante anche grazie alla mano esperta di Dan Carey, confermato in cabina di produzione, maestro nell’indirizzare le tante suggestioni e i numerosi stimoli in una direzione comune. Tra i dodici pezzi si distingue il super singolo Catch These Fists che, sostenuto da un riffone alla Jack White, racconta di una violenta notte a base di ketamina. E poi, se alzate il volume come si deve, non potete non scuotervi con una canzone d’amore bizzarra e festaiola come CPR, con i tre elettrizzanti minuti di Mangetout e quel «get lost forever» che si inchioda immediatamente nel cervello, e con U And Me At Home, il travolgente rock (da stadio) che chiude la partita.
Matt Berninger “Get Sunk” (Concord)
“Get Sunk” è il secondo lavoro solista del frontman dei National ed arriva a cinque anni di distanza dal precedente, un lungo periodo di tempo nel corso del quale il nostro ha sì pubblicato due album con la band ma ha anche affrontato una brutta crisi depressiva e un blocco creativo che hanno rischiato di mettere fine alla sua carriera. Fortunatamente Berninger sembra oggi essere uscito dal buco nero e a cinquantaquattro anni pubblica una raccolta di dieci brani che raccontano una maturità difficile, un’emancipazione dai propri spettri e la solita vecchia amarezza di trovarsi a vivere in un’epoca desolata e inospitale. Nessuno stravolgimento stilistico, nulla di insolito: chi è abituato a frequentare l’arte di Berninger la riconosce in un attimo. Senza la frenesia della sezione ritmica dei National il tono generale è piuttosto rilassato e la voce è al centro della scena con il suo crooning decadente e il suo originalissimo storytelling. Le interpretazioni sono misurate e suadenti, e quando cercano il duetto riescono a toccare livelli eccelsi: succede con Breaking Into Acting, in cui Berninger canta con Hand Habits, e soprattutto con Silver Jeep, interpretata con Ronboy. C’è sempre una salvifica ironia a evitare che il racconto si appesantisca e a rinfrescare le tracce più malinconiche e c’è una cura per l’arrangiamento pop (nell’accezione più “bacharachiana” del termine) che nobilita alcuni passaggi fino a renderli indimenticabili (un esempio su tutti: i fiati di Frozen Oranges). Insomma, Berninger non stravolge il suo mondo, lo disvela con l’aplomb del consumato entertainer e aggiunge almeno quattro o cinque nuovi brani al suo ideale best of.






































