Offida, uno dei borghi più belli delle Marche, ha già scaldato i motori per il carnevale 2026: con la Domenica degli amici di qualche giorno fa, c’è stato il primo importante afflusso di persone che ha decretato l’inizio del carnevale. La tradizione qui è talmente radicata che per la celebre giornata del ‘’Lu Bov Fint’’ (il Bove Finto) parliamo addirittura della 502ª edizione. Scopriamo perché da ben mezzo millennio si parla di carnevale storico e cosa attira così tante persone a Offida, non solo in questa occasione.
Ubicata tra le magnifiche colline del Piceno, Offida è solo un gioiello che svetta da una delle tante colline del territorio, ma è anche il centro nevralgico della DOCG della provincia di Ascoli. Alzando gli occhi mentre si percorre la strada per Offida, si può ammirare Santa Maria della Rocca che si staglia imponente su uno sperone roccioso: questa chiesa è un magnifico tempio romanico-gotico in laterizio. Prese il posto di una piccola chiesa benedettina e fu eretta nel 1330 da Maestro Albertino. Quando il visitatore arriva, si trova di fronte l’abside che è dotato di un ingresso tramite il quale si accede alla cripta a tre navate della chiesa inferiore. Tramite una scalinata si accede alla chiesa superiore, la cui facciata guarda verso la vallata sottostante. Il centro storico di Offida si presenta in tutta la sua armonia, grazie agli elementi architettonici che si snodano lungo le stradine. Appena arrivati ci troviamo di fronte le Mura Castellane risalenti al XII – XIII secolo, una struttura militare fatta dai muraglioni intervallati dalle torri: il torrione quadrato era l’ingresso principale al quale si accedeva attraverso un ponte levatoio. Ciò che rimane rende bene l’idea della funzione di queste mura, che, in epoca medievale, oltre a dare una definizione urbanistica, si ergevano per la sicurezza del luogo, in chiave di difesa militare, ma anche per esercitare un controllo politico e sociale. Bisogna immaginare Offida come una piccola città che guarda verso le colline dove la campagna ha sempre rappresentato una grande ricchezza da gestire. Questo è anche il posto del tombolo, l’arte del merletto a fuselli che vanta una tradizione molto antica: un tempo le signore del luogo si radunavano in piccoli gruppi davanti all’uscio di casa, ognuna seduta ed impegnata a praticare gli intrecci con una grandissima disinvoltura. Simbolo di Offida, il tombolo è perfetto per i manufatti di pregio.
Il magnifico loggiato del Palazzo Comunale comprende anche il piccolo Teatro Serpente Aureo. I palazzi e la chiesa della Collegiata che definiscono la piazza sono del sette-ottocento: la piazza è incorniciata da questi elementi che mettono il visitatore in condizione di godersi lo spazio, raccolto ma non piccolo, il luogo perfetto per celebrare il carnevale. Questo centro storico diventa palcoscenico per il periodo di carnevale: si parte con Lu Bov Fint. La tauromachia non è prerogativa spagnola, ma si praticava anche in centro Italia ed è stata una realtà fino alla metà del 1800. Gli spazi pubblici dove si svolgeva prevedevano lo steccato, una barriera che utilizzava cani addestrati, ma spesso anche uomini che correvano e giostravano con il toro. Si narra che nel Piceno fosse usanza mettere a disposizione dei meno abbienti un animale, un bovino, che veniva cacciato e mattato.
Recarsi ad Offida per il venerdì grasso significa rivivere tutto questo, in un pomeriggio che riporta indietro nel tempo: “Lu Bov Fint”, come suggerisce il nome, è realizzato con una intelaiatura di legno che ne definisce la sagoma, è ricoperto da un telo bianco a strisce rosse ed è completato dalla testa con le corna. Il bove, solo contro tutti, viene letteralmente condotto per le vie della città, la folla lo insegue e si simula una vera e propria corrida. La sagoma è mossa da un uomo che si infila sotto ed è guidata da una seconda persona che lo indirizza verso le persone che lo provocano: durante la sua corsa e giravolte su se stesso, il bove cerca di incornare la folla che urla e partecipa con grande passione. Complice una certa ebbrezza generale, si arriva a sera quando il bove viene simbolicamente ucciso, “matato” di fronte al loggiato del Palazzo Comunale, si mette un fazzoletto rosso sul muso e viene poi portato via per le strade del paese, accompagnato dal canto di “Addio Ninetta addio’’.
Al Bove si indossa preferibilmente la M’ntura o mutandoni, che ricorda la divisa tipica di Pamplona: questo abbigliamento consente movimenti molto più agevoli rispetto a quelli che consentirebbe il Guazzarò, indumento simbolo del carnevale Offidano. Il guazzarò è un capo di tela bianco con dei bordi rossi, usato anticamente per i lavori nei campi, ma anche legato al lavoro di cantina, perché veniva usato per svinare e pulire le botti: da qui è passato al carnevale dove il vino è sempre protagonista ad Offida. Da sempre è tradizione segnare il viso con un tappo di sughero bruciato ad una estremità: a contatto con la pelle ci si dipinge la faccia, vecchia usanza di quando si aveva poco a disposizione, ma ci si ingegnava per trovare una nota distintiva per celebrare il carnevale.
La chiusura del carnevale, martedì grasso, coincide con un enorme falò che si accende in mezzo a Piazza del Popolo dopo che tutte le Congreghe hanno sfilato portando a spalla lunghi fasci di canne accesi che alimenteranno il fuoco. I primi riferimenti di questo rituale sono del 1814: Vlurd è un’espressione dialettale che sta per “bigordo” (bagordo), in riferimento alle giostre medievali disputate in occasione di festeggiamenti. All’imbrunire si accendeva il fuoco e questo termine, che nell’uso comune è sinonimo di baldoria, è passato ad indicare i fasci di canne accesi. Piazza del Popolo si illumina in maniera ipnotica, mentre il falò arde sempre più forte man mano che arrivano tutti i vlurd che, gettati nel fuoco, sprigionano un calore enorme e cambiano completamente l’atmosfera e i colori. La folla è completamente rapita da questo rito di passaggio che porterà al mercoledì delle ceneri, ma finché vi è fuoco, si continua a ballare girando vorticosamente intorno alle fiamme che sprigionano tutto il loro fascino. Stare lì ha qualcosa di magico, perché il tempo sembra fermarsi eppure tutti si muovono come se tutte le persone componessero un corpo unico che ruota incessantemente fino alla fine.
È un legame indissolubile quello tra il vino e la città di Offida e non è un caso che una delle cinque DOCG delle Marche sia proprio qui: il motivo è la storia di millenaria tradizione dietro la coltivazione della vite nel piceno, perché questa coltura ha caratterizzato il territorio, che è stato plasmato nel corso del tempo ed ora raccoglie i frutti migliori. La qualità raggiunta negli ultimi anni, paga dell’intenso lavoro che è stato dedicato dai produttori locali, che hanno saputo interpretare al meglio le peculiarità, sia delle terre che dei vitigni autoctoni sui quali è stato fatto un grandissimo lavoro corale. I risultati sono evidenti, non solo sul mercato interno, ma anche in quello estero, dove le Marche possono vantare vini dal grande carattere.
I vitigni a cui fa riferimento la denominazione sono Pecorino e Passerina per la vinificazione in bianco, e il Montepulciano per il rosso che si presenta come un vino dalla grande intensità.







































