L’Ospedale diventerà un Albergo!?

L'”Ospedale non si tocca”? Purtroppo è stato già toccato!

 

San Benedetto del Tronto, 2019-10-19 – Ospedale Unico del Piceno: uno, doppio, trino? Chi più ne ha ne metta! Questa estate avevamo almeno tre proposte:
1) Pagliare ospedale 1 livello, San Benedetto ed Ascoli 2 ospedali di base (proposta della Regione) ;
2) Centobuchi ospedale 1 livello, Mazzoni ospedale di base (proposta di San Benedetto) ;
3) Mazzoni baricentrico tra mare e montagna quindi 1 livello, nuovo ospedale a San Benedetto decentrato, forse Centobuchi (proposta di AP).
Ma poi le proposte sono via via modificate, aumentate, diminuite, rinnegate… anche relativamente alle elezioni avvenute e advenire tanto che l’Algoritmo di Ceriscioli non ci capisce più nulla e non riesce a governarle. Intanto l’utente subisce ad iniziare dalle liste di attesa che sono sempre più lunghe anche se Ceriscioli dichiara: “Prestazioni soddisfatte per il 98,7% per brevi e differite”. Infine subentra la rassegnazione, forse proprio quella che vanno cercando i governatori del sistema. “Ma lo ricorderemo noi il nuovo ospedale? Se ne parla ormai da un quarto di secolo!” dicono quelli della mia età. Ed ancora: “Ma al Madonna del Soccorso ci faranno un albergo oppure un plesso residenziale? E talmente grande che ci possono fare le due cose. Invece nello stabile di via Romagna ci stanno bene delle residenze di lusso in pieno centro”. E via dicendo. Ma questo dell’albergo al posto dell’ospedale mi ricorda un fatto avvenuto quando in Asur Av5 c’era un progetto di Alternanza Scuola Lavoro nel quale i ragazzi dell’Istituto Alberghiero facevano accoglienza all’Ospedale. Il progetto era intitolato “Questo Ospedale è un Albergo” e la sua evoluzione negli anni veniva descritta periodicamente dagli organi di informazione compresi i siti ufficiali istituzionali e social. E proprio in una di queste occasioni un utente nei commenti replicò al titolo “Questo Ospedale è un Albergo”: <<Speriamo che non lo diventi!!!>>
Chissà se ricorderemo prima l’Albergo all’Ospedale oppure l’Ospedale unico? Oppure il Poliambulatoro? Oppure Rsa?

L'”Ospedale non si tocca”? Purtroppo è stato già toccato!

 

 

 

L’Ospedale non si tocca

 




Non si può morire per mancanza di una mascherina

Prevenzione, Prevenzione, Prevenzione: mi direte che è una mia deformazione professionale ma sono comunque un sostenitore della Prevenzione. Ho vissuto i momenti migliori della mia vita lavorativa nel Dipartimento di Prevenzione del Servizio Sanitario Pubblico. Attenzione, ho scritto “Servizio Sanitario Pubblico” e un Servizio Sanitario Pubblico non può avere un bilancio in attivo altrimenti significa che non si è investito in Prevenzione. Man mano poi hanno tagliato tagliato tagliato Risorse Economiche e Umane alla Sanità fino a dover lottare con la pandemia in mancanza di Attrezzature e dispositivi di protezione del valore di qualche centesimo di Euro quali Mascherine, Guanti, Tute usa e getta. E ai politici che si vantavano dei loro bilanci attivi è stato presentato il conto per non aver capito l’importanza della Prevenzione e che i sodi spesi in Prevenzione poi si ritrovano a valle evitando le cure di tutto quello che si è riusciti a prevenire. La Salute e la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro è stata sempre bistrattata e vissuto come fastidio il dover ottemperare alla normativa senza capire che la Prevenzione avrebbe evitato o ridotto al minimo Malattie Professionali e Infortuni Permanenti e Mortali. L’elenco sarebbe lungo e mi fermo qui. Passiamo al Personale Sanitario (anche qui tagliato, tagliato, tagliato e Primari trasformati in manager economici senza portafogli): loro non vogliono essere chiamati Angeli ma vogliono le Attrezzature e i dispositivi di protezione per non contagiarsi e non contagiare. Di questo passo gli Angeli diminuiscono e ci ritroveremo all’inferno. E non è di consolazione ritrovarci in una comune cattiva compagnia mondiale a dimostrazione che politici di tutto il mondo e di tutti i colori ci hanno portato in questo baratro. Se ne usciremo bene o male sarebbe opportuno che tutti togliessero il disturbo.

 




Che sta avvenendo dei nostri ragazzi?

Leggo i giornali. Li sfoglio con interesse, soprattutto il sabato e la domenica mattina. Voglio capire cosa capita nel mondo attorno a me, come vive la gente e cosa pensa. È sempre un momento che vivo con attenzione, si parla infatti di persone e di luoghi che mi interessano. Sempre più, però, mi trovo ad affrontare una domanda che mi sorge spontanea e imperiosa, soprattutto, dicevo il sabato e la domenica: che cosa sta avvenendo dei nostri ragazzi?

Che ragazzi e giovani cerchino momenti di divertimento, che cerchino luoghi dove potersi incontrare, non è una novità. Credo che sia così fin dall’inizio dei tempi. Lentamente la notte si è sostituita alla sera: anche questa non è una novità, anche se degli ultimi tempi. Che dove ragazzi e giovani si incontrano non sia proprio un luogo di religioso silenzio, solo i sordi hanno potuto crederlo. Ormai il silenzio non lo si tiene più nemmeno in chiesa. Tutto questo l’ho sempre saputo e non mi meraviglia troppo che anche oggi sia così.

Allora perché quella domanda: che cosa sta avvenendo dei nostri ragazzi? Perché leggo di giovanissimi che sono andati in coma etilico e a ore della notte (o, meglio, del mattino) in cui ragazzi di quella età dovrebbero essere a dormire da molto tempo o quanto meno a casa. Perché leggo di minorenni che hanno perso la vita in incidenti stradali alle quattro o alle cinque del mattino. Perché leggo di minorenni strafatti che vagabondano alle prime ore del mattino per le strade della città. Perché leggo di bande di minorenni che compiono reati gravi contro le persone.

Leggo cose di questo genere e non riesco a prendermela con i ragazzi, anzi sento una profonda tenerezza per loro. Sento di non condividere a pieno chi se la prende con loro: penso che sbaglino il bersaglio; penso che, tutto sommato, sparino sulle vittime che stanno già pagando un prezzo altissimo.

Penso, invece, che quello che sta avvenendo sia che questi ragazzi vengono sempre più abbandonati a se stessi e che, tutto sommato, faccia comodo che sia così. Fa comodo a chi li sfrutta commercialmente, in fondo certe movide rendono economicamente. Fa comodo alle famiglie che non devono affrontare le fatiche di dire dei no (e a volte so che è tutt’altro che facile). E fa comodo a molti altri che invece di lavoro, offrono loro solo l’illusione di un divertimento in cui affogare la coscienza di essere abbandonati e soli ad affrontare la vita.

Ma a pagarne il prezzo sono innanzitutto loro: i ragazzi. Lasciarli a se stessi non è un atto di amore: è rinunciare alla fatica di aiutarli a generare un adulto dalla loro esuberante giovinezza. E un essere umano è adulto quando è stato aiutato a porsi dei limiti e ha superato quella specie di delirio di onnipotenza che è proprio dell’adolescente.

Ecco penso che quello che è sotto i nostri occhi sia una società di adulti, sempre più centrati su se stessi e sui propri interessi e sempre meno capaci di farsi carico delle giovani generazioni. Adulti pronti a dare qualche soldo ai giovani (magari lamentandosene), ma non a guidarli nella vita. La libertà che è loro data sa più di abbandono, perché dare libertà, senza aiutare a gestirla saggiamente ponendo i dovuti limiti, significa abbandonarli in mare aperto e burrascoso (questo è il mondo, ci piaccia o no), senza offrire loro un salvagente e insegnare ad usarlo.

Mentre leggo i giornali, con il pensiero vado a questi ragazzi, non posso rimediare alla loro solitudine, ma mi viene una gran voglia di abbracciarli.

Carlo Bresciani




Statistiche e news: la violenza dei numeri

di Raffaella Milandri

 

Ogni giorno siamo sommersi da news: sui social, in tv, su quotidiani e riviste. In qualche modo, negli ultimi anni, alcune news sono diventate più opinioni e meno notizie, soprattutto quando si parla della nutella di Salvini. E questa “evoluzione” della comunicazione spinge tutti a diventare opinionisti, ognuno sui social può, anzi “deve” dire la sua. Veniamo a contatto con tante informazioni e affermazioni– spesso non cercate- che ci disturbano, e ci fanno pensare che era meglio quando era peggio, ovvero quando si parlava delle nostre idee solo con amici e conoscenti, e quando non c’era così bisogno di esternare a chiunque i propri malumori. Già, perchè su facebook, ad esempio, è molto più comune sfogare malcontento che non positività. E’ un dato di fatto. La bagarre con gli “amici” di facebook è sempre pronta ad esplodere. La unica cosa che ci riporta alla realtà, che ci fa sorvolare sulle opinioni, consiste in statistiche e numeri. Che hanno una forza, e alle volte una violenza, incredibile. Pensate a quanto si rammenta bene il tragico numero delle vittime di un disastro, o dei migranti sulla Sea Watch. E a come i media ripetono all’infinito le notizie, quando sono supportate da numeri, in un conteggio aggiornato e ripetuto. I numeri sono palpabili, sono pressochè certezze. Se avete piacere di fare una scorpacciata di numeri, vi consiglio alcuni siti e pagine che fanno riflettere, pur se i dati possono avere un margine di errore. Sulla pagina World Debt Clocks del sito UsdebtClock.org, ad esempio, troviamo numeri che scorrono all’impazzata: su alcune delle maggiori economia mondiali, c’è la bilancia che compara il debito pubblico nazionale con il PIL dei Paesi, il prodotto interno lordo, e in che percentuale questo debito sia interno o esterno, nei confronti di altri Paesi o fornitori di altri Paesi -come ad esempio il debito che gli USA hanno con la Cina . Facendo le dovute comparazioni, i numeri ci dicono che il Giappone non è in floride acque. UsdebtClock.org è un contatore che, sulla sua homepage, è invece esclusivamente dedicato agli Stati Uniti. Qui troviamo il numero dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati, lo stipendio medio di un cittadino americano e tanto altro ancora. Nello stesso sito, troviamo alla pagina Suto Sales le auto più vendute per marchio negli Stati Uniti. La Ford e la Chevrolet nazionali sono al primo posto, seguite ad onorevole distanza da Honda e Nissan. La gestione del sito, e delle statistiche, viene garantita come indipendente dal Governo statunitense, da partiti e da lobbies, affermando che viene fatto tutto il possibile per avere fonti affidabili. Ecco un altro sito interessante, che tradotto in italiano suona come “mondometro”, misuratore del mondo: WorldoMeters.info, che cita per ogni voce le fonti. Qui troviamo la popolazione mondiale, i nati e i deceduti dall’inizio dell’anno e odierni. In questo momento in cui scrivo, dall’inizio dell’anno, facendo la differenza tra chi è nato e chi ci ha lasciato, siamo circa 1.200.000 in più su questo Pianeta. Ma questo sito di statistiche non si ferma qui: calcola nel mondo le spese pubbliche sanitarie, per la educazione, per gli armamenti; le biciclette, le auto, i computer prodotti; i cellulari venduti oggi; gli ettari di foresta perduti, la erosione delle coste, il CO2 emesso, le energie rinnovabili e non …e anche il tempo rimasto prima di finire il petrolio, circa 44 anni. C’è veramente da ragionare sui tanti dati che scorrono sullo schermo, vi sono tantissimi spunti. Il sito WorldoMeters.info ha anche una pagina dove conteggia la popolazione per ogni Paese, la nostra si trova sotto la voce Population by Country. I Paesi in maggiore crescita demografica dall’anno scorso sono tutti africani. Sulla tabella dell’Europa, scopriamo che Malta è la più popolata per km quadrato, con 1354 abitanti; che abbiamo in Italia l’età media più alta, con 48 anni; che la Lituania e la Bulgaria hanno la maggior decrescita demografica; che la Germania è al primo posto per immigrati in arrivo dall’inizio dell’anno. Sito tutto italiano ItaliaOra.org, lanciato dal Real Time Statistics Project, che riunisce un gruppo di programmatori, ricercatori e volontari da tutto il mondo. Le fonti utilizzate per i dati e le statistiche elaborate sono sia fonti istituzionali ufficiali (come il Ministero dell’Interno e la Banca d’Italia) che centri di ricerca come l’Istat (Istituto nazionale di statistica) e l’Eurispes (Istituto di Studi Politici Economici e Sociali). Non possiamo evitare di restare ipnotizzati di fronte ad alcuni dati: quello del debito pubblico italiano, quello dei “soldi spesi per enti inutili”, matrimoni e divorzi, nati e morti oggi e dall’inizio dell’anno. C’è anche il conteggio della pasta mangiata in Italia oggi, il guadagno di oggi per impiegati e dirigenti. E tante cose da scoprire. Ma per gli scettici, la pagina ISTAT offre tante considerazioni e tante potenziali news: ad esempio in Italia le famiglie che nel censimento 2011 avevano un solo componente erano 7.667.305 su un totale di 8.319.826. Alla fin fine siamo anche noi stessi dei numeri, conteggiati nelle varie statistiche. Le nostre opinioni, forse, non sono indispensabili di fronte ai fatti. Ah dimenticavo: nel 2017, in base ai dati ISTAT, le persone oltre i 110 anni erano due http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=19052 .




Razzismo e antirazzismo ai tempi dei nuovi media

di Raffaella Milandri

 

Attraversiamo un periodo in cui tutto sembra propendere verso un bianco o un nero, con la esclusione di una vasta gamma di grigi. I moderati, i liberali, gli indecisi e soprattutto coloro che cercano di analizzare e comprendere la politica nazionale, europea e mondiale, spesso tacciono per evitare di essere sbattuti e catalogati in fazioni a cui non appartengono. L’Italia sembra divisa in razzisti e antirazzisti, con la demonizzazione degli uni e degli altri a seconda della opportunità che un partito o l’altro preferisce utilizzare. Da qualunque parte stiamo, siamo strumentalizzati e subiamo un costante lavaggio del cervello, sia dai media spesso di parte, sia da chi è decisamente schierato. Il dubbio non è permesso, pena essere ricoperti da lectio magistralis, insulti o altro ancora. Su facebook fioccano ovunque discussioni dove il cosiddetto “razzista” o il cosiddetto “antirazzista” inveiscono a spada tratta l’uno contro l’altro. No, non va bene, è IMMORALE. Questo è un voluto divisionismo (nulla a che vedere con l’arte pittorica). L’Unione Europea stessa viene frantumata dall’approccio all’immigrazione, con polemiche infinite e subendo la spinta ad abbandonare ogni posizione intermedia. Ormai sono numeri, da spartire tra Stati e non, di persone che soffrono, che affrontano un percorso di vita verso un altro Paese: niente a che vedere con la accettazione di una umanità sofferente e con la ricerca di una soluzione civile e umanitaria. Anche perché dietro al discorso immigrazione si scatenano accuse e critiche feroci a chi sfrutta gli sbarchi clandestini: non solo i mercanti di uomini, ma anche le ONG che organizzano soccorsi sono nell’occhio del ciclone. Tutto sembra fatto in nome del denaro. Viene il dubbio che il mondo sia ormai un gigantesco barcone pronto a naufragare. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Come è profondamente sbagliato vedere persone da altri Paesi arrivare in Italia a mendicare alle uscite del supermercato, o vendere mercanzie senza licenza: questo dovrebbe essere evitato a priori, per dare una dignità umana a chiunque abbia le carte in regola per stare nel nostro Paese. Inclusi ovviamente i “nostri” poveri, i compatrioti in difficoltà. Personalmente, come attivista per i diritti umani, mi sono vista attribuire automaticamente consensi o dissensi, indipendentemente dalla mia posizione che, tra l’altro, si muove specificatamente a favore dei Popoli Indigeni e che vuole evitare ogni possibile schieramento. Eppure mi sono vista strumentalizzata, da una parte o dall’altra. Ma di me poco importa: sono stati strumentalizzati i Popoli Indigeni stessi, che sono oltre 300 milioni di persone nel mondo, vittime di genocidi, deportazioni e discriminazioni, in tanti casi tuttora trattati come animali e non esseri umani. Insomma, attenzione: le problematiche umanitarie non hanno un colore politico. Non vanno strumentalizzate. Per una questione di rispetto della vita umana. Basta, basta, basta parlare di immigrazione come se fosse solo una questione di appartenenza politica. E non provate a strumentalizzare anche i Nativi Americani, per favore. Si salvi chi può… ragionare con la propria testa.

 




Dove vanno i nostri soldi di consumatori?

di Raffaella Milandri

 

 

Mentre da anni i piccoli commercianti, in Italia e all’estero, chiudono le loro attività a causa del mercato globale, e sono solo pochi che resistono, i supermercati e i centri commerciali continuano ad aprire, a sorgere come funghi: per quanto riguarda i generi alimentari e di consumo giornaliero i supermercati offrono una vasta gamma di articoli, coprendo le varie fasce di prezzo e di qualità; nei centri commerciali, invece, sono quasi sempre i negozi delle grandi catene – di abbigliamento, di scarpe, di cosmetici- a spadroneggiare, con le stesse insegne da Milano a Napoli, da Verona a Catania. Sono flussi enormi di denaro che convergono ogni giorno verso persone che troviamo anche nella lista Forbes delle persone più ricche del mondo, e verso compagnie che, spesso, sono straniere. Di quali Paesi? Vediamo insieme alcuni dati, e confrontiamoli, per fare alcune riflessioni utili. Vi suggerisco intanto di leggere qui  global-powers-of-retailing-2018 la classifica mondiale delle grandi compagnie di retailing, secondo la ricerca 2016 Deloitte della DTTL. 

Al primo posto mondiale ci sono i famosi supermercati –oltre 11.000 nel mondo- Walmart; nella stessa classifica i primi italiani che troviamo sono al 72° posto Coop Italia e al 78° Conad. In Europa il Gruppo tedesco Schwartz è leader indiscusso nei discount, con le catene Lidl –presente in Italia- e Kaufland, e detiene il 5,3% del mercato europeo; al secondo posto l’inglese Tesco al 4,1% e, a pari merito, il francese Carrefour; seguono i gruppi tedeschi Edeka (SPAR, etc) e Aldi che hanno il 3,5% ciascuno, mentre Rewe (Penny Market, Billa etc), sempre tedesco, è al 2,9%. Seguono poi Leclerc, ITM (Intermarchè) e Auchan, tutti francesi. Anche il marchio Metro, più in giù nella classifica, è tedesco; era stato acquisito dalla Walmart negli anni ’90 per poi essere riacquistato dai tedeschi. Nella classifica europea sono molto più giù in classifica i gruppi italiani, che però hanno una buona presenza sul mercato in Italia: Esselunga, Conad e Coop, insieme a Selex (Famila, A&O etc), Eurospin, Pam, Iper . Per quanto riguarda le catene di negozi presenti ormai in ogni centro cittadino e centro commerciale, perlopiù in franchising, abbiamo le italiane Kiko, Calzedonia che possiede anche il marchio Intimissimi, il Gruppo Miroglio che detiene il marchio Motivi, Fiorella Rubino e Oltre. Il famoso marchio Zara è spagnolo, e il suo fondatore, Amancio Ortega, è al quarto posto 2017 degli uomini più ricchi del mondo secondo Forbes; anche Desigual è spagnolo; H&M è svedese, Triumph –abbigliamento intimo- tedesco. La storia dei due fratelli tedeschi che fondarono l’uno Adidas e l’altro Puma è una storia interessante che varrebbe la pena di approfondire. Tommy Hilfiger è invece un marchio americano. Vi sono poi i colossi della vendita online, come Amazon, il cui fondatore Jeff Bezos è al terzo posto della lista Forbes 2017 ma pare che stia superando il primo posto di Bill Gates. Ah non dimentichiamo nella lista delle catene l’elettronica e gli elettrodomestici. Mediaworld è una compagnia tedesca, una curiosità: lo slogan utilizzato per la maggior parte dei paesi è “Non sono scemo!”. Unieuro è italiana; Euronics ha base ad Amsterdam. Mi fermo qui, la lista è davvero lunga. La riflessione generale è quella che noi, con i nostri soldi, nutriamo spesso delle grandi compagnie internazionali e aiutiamo i ricchi a diventare più ricchi. E magari, essere coscienti di dove vadano i nostri sudati stipendi è un modo per essere più responsabili. E per sapere che siamo noi, moltitudine di piccoli consumatori, a detenere il potere d’acquisto. Ma ecco il nostro letterale dulcis in fundo: al primo posto degli italiani più ricchi abbiamo Maria Franca Fissolo Ferrero & famiglia, del gruppo Ferrero.




Aspiranti scrittori, mai proporre o pubblicare un libro senza…

 

di Raffaella Milandri

 

Dal 2011 ad oggi, ho scritto cinque libri, l’ultimo in uscita tra poche settimane. Ho avuto la fortuna di iniziare a scrivere ognuno di essi con il contratto editoriale già in mano, e quindi senza dover realizzare prima, e iniziare a proporre poi, la mia opera in un mondo editoriale già saturo e poco incline ad accogliere nuovi autori, cosa che spinge molti aspiranti scrittori ad autopubblicarsi. Io, come dicevo, ho avuto fortuna, innanzitutto perché mi sono inserita in un segmento specifico, parlando di viaggi e di popoli indigeni. Le mie attività precedenti alla scrittura – viaggi in solitaria in sperduti angoli di mondo, fotografia, conferenze, attivismo per i diritti umani – hanno portato il mio primo editore a chiamarmi e a chiedermi: “Può scriverci un libro sui Pigmei?”. Domanda alla quale ho esitato a rispondere, perché, pur se scrivere è sempre stato nelle mie corde, e ho scritto tanti articoli, scrivere un libro è una cosa importante e deve essere fatta bene. Scrivo perciò oggi a tutti gli aspiranti scrittori, o a coloro che magari hanno già autopubblicato un libro. Innanzitutto, pur se l’idea di scrivere un libro piace a molti, anzi moltissimi, non siamo nati tutti scrittori, come nemmeno poeti, pittori, musicisti. Ci vuole una forte spinta ad esprimere il proprio Io attraverso una delle attività artistiche, e deve essere quella per cui ci sia una predisposizione: ripeto, non siamo nati tutti scrittori. Oggi facebook offre una vetrina a tutti coloro che vogliano pubblicare foto, poesie, racconti, filmati, e ognuno ha un manipolo di amici pronti ad incoraggiare, fare complimenti, semplicemente per amicizia, per compiacenza, e spesso senza una base critica. Scrivere un libro richiede mesi o anche anni; molti sono tentati di scrivere un libro sulla propria vita e sulle proprie esperienze, o sulle proprie passioni, che sono – senz’altro per loro stessi – incredibili e straordinarie, ma… un libro è tutt’altra cosa. Deve essere scritto pensando a chi legge, deve essere un atto rivolto al prossimo. L’argomento e la storia devono essere interessanti e coinvolgenti. Il modo di scrivere deve suscitare emozioni, anche contrastanti. Il linguaggio deve essere chiaramente comprensibile a tutti. Le frasi devono essere scritte e poi rilette dall’autore come se si estraniasse da se, per gli altri. Quello che emoziona in una frase che scriviamo, non sempre emoziona chi la legge, che magari vive, lavora, pensa in una dimensione diversa dalla nostra. Inoltre, ci deve essere un filo conduttore che tenga il lettore ancorato al libro, che desti interesse. Anche il nostro amico più caro potrebbe abbandonare quel libro sul comodino per sempre, o accantonarne il file dell’ebook. Se si scrive direttamente per una casa editrice, il lavoro di editing è automatico: un editor, ovvero un redattore editoriale, sarà pronto a correggere la prima bozza del libro, a chiedere di semplificare alcune frasi, ad evidenziare i refusi e le sviste. Ma se si scrive un libro per proporlo, o direttamente per autopubblicarsi, è assolutamente necessario rivolgersi a un editor esperto. Leggere da soli il nostro testo ci porta ad autocompiacersi, e a non vedere degli errori evidenti. La scelta del titolo ci sembra ottima. “Come siamo bravi”, senza editor! Personalmente, ho avuto la collaborazione di un rigoroso editor della casa editrice nella stesura degli ultimi tre libri e ne sono entusiasta. E’ chiaro, bisogna accettare le critiche alle volte su alcune delle frasi che ci piacciono di più. Bisogna arrendersi al fatto che possiamo sbagliare, e che quel concetto che ci sembrava chiaro e lampante, al pubblico potrebbe suonare incomprensibile. Alle volte io e l’editor abbiamo discusso e rimpallato una singola parola per mesi, e mentre io difendevo quella parola come se stessi lottando durante la presa della Bastiglia, l’editor continuava imperterrito a disarmarmi e a mettermi con le spalle al muro. Alle volte sembra che con l’editor si debba difendere la propria identità, il proprio onore, alle volte ci sentiamo offesi e vorremmo buttare tutto allaria. Ma…è quello, il lavoro di editing, che è fondamentale per sentirsi dire poi da un lettore: “L’ho letto tutto d’un fiato”. Che soddisfazione! Quindi: mai proporre a una casa editrice o autopubblicarsi un libro senza…un editor che lo abbia analizzato, riveduto, corretto. Alle volte sembra di impazzire, quando ci troviamo a rileggere il nostro libro per la quarta volta, per controllare che sia tutto a posto nella bozza dell’impaginato. Ma è solo con una valida opera professionale, imparziale, che si può avere una chance per poter dire: “sì, ho scritto un buon libro per il pubblico”.

( ndr: Fabrizio Patriarca, “Tokyo Transit”: <<Scrivere un romanzo, anche uno pessimo, in qualche modo ti mangia la vita>>

 




Caduta della Stazione Spaziale Cinese

 

di Raffaella Milandri

 
Non si vogliono creare allarmismi, è chiaro: la zona di impatto prevista è troppo grande per pensare ad evacuazioni e il preavviso reale parte da 40 minuti prima, anticipo ridottissimo con cui si saprà il luogo di impatto. Meglio quindi continuare con la vita normale, perché una cosa è sicura: se qualche persona o abitazione verranno colpite, la Cina dovrà pagare i danni. Magra consolazione. Il fatto che una vasta fetta di Italia sia a rischio di impatto è oltremodo inquietante, specialmente per chi abita nella zona tra il 43esimo parallelo dell’emisfero boreale e il 43esimo parallelo dell’emisfero australe. Il Corriere della Sera pochi giorni fa identificava la zona italiana a rischio “tra Grosseto e San Benedetto del Tronto”. Sul sito della Protezione Civile sono riportate avvertenze e precauzioni, ma questi 7500 chili che viaggiano a 28.000 chilometri all’ora potrebbero dividersi in pezzi non proprio minuscoli: qualcuno potrebbe essere anche di 100 chili, e stare a casa ai piani inferiori lontano dalle finestre non basterebbe di certo. Il problema di base però, è un altro. Sono oltre 15.000 i satelliti e le stazioni spaziali lassù sulle nostre teste. La maggior parte, in disuso. Insomma, la immondizia che abbiamo a miliardi di tonnellate, nel mare e sulla terra, non bastano: ne abbiamo anche nello spazio. I rientri incontrollati dallo spazio come quello della stazione cinese ci sono già stati, e per fortuna il nostro Pianeta ha il 70% di superficie ricoperto dal mare, quindi proporzionalmente le chance di essere colpiti sono poche. Questi rientri incontrollati accadranno di nuovo? Sicuramente sì. Non sarebbe forse possibile con un missile disintegrare questi rifiuti ad altezza di sicurezza nello spazio? Le risorse spese per la corsa allo spazio sono enormi, quindi i soldi non mancano per spedire satelliti e stazioni spaziali lassù. Perché affidarsi alla fortuna e alle statistiche? Una probabilità su 100.000 miliardi di essere colpiti da un frammento. Molte di meno che di essere colpiti da un fulmine, però ogni tanto capita. Meglio prevenire anche questo “ogni tanto”, visto che è un rischio causato dall’uomo, una delle ennesime minacce artificiali create dall’uomo. La Natura, confronto ai disastri causati dall’Uomo, rimane pur sempre una dilettante.




Margherita Sorge: “Abbiamo perso il consenso del nostro elettorato storico escluso dalla ripresa e in sofferenza”

 

di Margherita Sorge

 

 

San Benedetto del Tronto, 2018-03-22 – Prima di tutto grazie! Grazie di cuore ai concittadini, agli elettori che ancora una volta hanno creduto nel Partito Democratico e ci hanno votato. Grazie ai militanti che si sono spesi con una passione d’altri tempi. Grazie ai nostri giovani che hanno organizzato eventi ed iniziative sul territorio. Grazie ad Emanuela Di Cintio e ad Antimo Di Francesco che sono stati degli splendidi compagni di viaggio in questa campagna elettorale condotta insieme con grande spirito di unità.
Questa volta davvero non sono state le ambizioni personali a spingerci ad accettare le rispettive candidature, ma lo abbiamo fatto per spirito di servizio e senso di responsabilità.
Quando all’inizio della campagna elettorale ci siamo guardati negli occhi ci siamo detti che solo degli innamorati dei nostri valori avrebbero potuto accettare una candidatura in un momento così difficile e con poche probabilità di successo. Eravamo consapevoli del fatto che ci saremmo trovati di fronte ad una sfida difficilissima. Io ero all’ultimo posto nel listino proporzionale e con possibilità di riuscita veramente esigue, ma non per questo mi sono e ci siamo tirati indietro.
Per troppo tempo siamo stati identificati come l’establishment, come quelli che stanno nella stanza dei bottoni e decidono le sorti di una città, di un territorio, di una nazione. Si sta in politica per cambiare il destino delle persone. E si sta portandosi sulle spalle il peso della responsabilità. Io sento di dover ringraziare il mio partito per quello che ha fatto in questi anni. Abbiamo preso un Paese sull’orlo del default e lo abbiamo rimesso in piedi. Ce lo dice il PIL che dopo anni in terreno negativo è tornato a crescere, ce lo indicano i parametri macroeconomici che sono tutti positivi. Purtroppo a questa crescita non è corrisposta una equa distribuzione della ricchezza. Ci sono ampie fasce della popolazione che sono rimaste escluse dalla ripresa e che sono in sofferenza. Qui è il nostro elettorato storico ed è qui che abbiamo perso consenso. Lungi da me l’idea di autoassolverci anche se probabilmente per colpa degli stringenti vincoli di bilancio imposti dall’Unione europea era difficile fare di più in questo momento. Vincoli che abbiamo cercato di allentare incontrando forti resistenze. Abbiamo provato a farci carico dei bisogni dei cittadini, ma non abbiamo fatto abbastanza per ottenere la riconferma alla guida del Paese. A chi verrà dopo di noi lasciamo confini più sicuri grazie all’ottimo lavoro svolto dal Ministro Minniti e il reddito d’inclusione approvato al termine della legislatura che non sarà la panacea di tutti i mali, ma che costituisce pur sempre un passo avanti per chi fino ad oggi ha patito più degli altri la crisi. A chi governerà l’Italia nei prossimi anni il compito di non disperdere quanto di buono è stato fatto e di ampliare le tutele. Come sta il Partito Democratico? Ce lo stiamo chiedendo in questi giorni nei circoli, ma certamente le domande che tutti noi dovremmo porci sono le seguenti: come stanno i nostri concittadini? Di cosa hanno bisogno? Quali sono i problemi e le difficoltà che incontrano quotidianamente? Cosa possiamo fare per loro, per la nostra città e per il territorio?
Ci rincuora il fatto di aver ottenuto in città il 20 percento dei consensi, due punti in più del dato nazionale e poco più del risultato ottenuto dal partito nelle ultime amministrative. Si riparte da qui per tornare ad occuparci concretamente e al più presto dei problemi della gente.
Margherita Sorge, Presidente PD San Benedetto del Tronto




5 motivi per non andare a New York

 

Dopo aver accuratamente evitato di visitare New York, al mio decimo viaggio negli States non ho potuto. Per me gli Stati Uniti sono strade che si perdono all’infinito alla guida di un fuoristrada, riserve indiane, parchi nazionali, animali selvaggi, fiumi e foreste. Ma non sempre viaggio da sola: le uniche eccezioni di viaggi che faccio in compagnia sono le vacanze con mio marito, al quale concedo volentieri la scelta della meta. E così, dopo qualche debole obiezione, eccomi qua. Ho cercato di entusiasmarmi alla idea di visitare la “Grande Mela” ma, dopo qualche giorno, sono tornata alla mia idea originaria. Ecco i motivi per cui mi sento di consigliare di non andare a New York in vacanza.

New York

Primo: troppo, troppo cemento. E poca bellezza. Lo sguardo vaga da un grattacielo ad un altro, da un marciapiede ad un altro, e non basta il famoso “polmone verde” di Central Park per gratificare i miei occhi. Los Angeles, pur essendo una metropoli, ha spazi vasti e pochi grattacieli, a confronto. Certo, gli amanti di film americani si potranno beare di tutti gli angoli di città che hanno fatto da set a famosi attori e a scene epiche della storia del cinema.

Secondo: troppi negozi, ognuno simile all’altro. Ormai sono le stesse marche, gli stessi brand, che occhieggiano in tutto il mondo dalle insegne delle attività commerciali. Le stesse poche persone nel mondo che fanno soldi a palate. Gli stessi negozi a Dubai, a Londra, a Pechino. Le grandi città sembrano obbligarti a comprare le stesse cose, ovunque tu sia. Times Square, a parte la insegna del New York Police Department, è l’apoteosi dello spot pubblicitario.

Terzo: troppo costosa. Fa venire quasi un attacco d’asma comprare una bottiglietta d’acqua a 4 dollari, o bersi un bicchiere di vino a 15 dollari. E anche una porzione di pollo fritto al takeaway sotto l’albergo costa il doppio che altrove in America. Certo, a New York gli stipendi saranno proporzionati, penso.

Ma qui arriviamo al quarto punto: troppa povertà. Ad ogni angolo, un senzatetto che dorme in scatoloni di cartone, avvolto in coperte ingrigite dallo smog. Ognuno col suo cartello che spiega il suo stato di necessità, mimando le insegne dei negozi e cercando comprensione e umanità. E verrebbe voglia di portarli tutti a mangiare, a fare un bagno, a rivestirsi con abiti puliti e a ridare loro una dignità. Ma sono davvero troppi. E ci si chiede cosa abbia di civile la nostra società consumistica.

Quinto motivo per non andare a New York: una città senza identità. Senza quel fascino caratteristico, quelle immagini peculiari, tranne forse per le famose auto della polizia e i taxi gialli. E la Statua della Libertà, che si erge là, da sola, bella e impossibile. Little Italy, Chinatown, Little Corea, ma avete mai sentito parlare nel mondo di una Little New York o una Little America?