Nel Cuore, Nell’Anima: Ritratti d’Autore in Musica e Parole

Comune di San Benedetto del Tronto
AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali
con il contributo di
MiBACT e Regione Marche
in collaborazione con
Istituto Musicale Vivaldi


NEL CUORE, NELL’ANIMA
Ritratti d’autore in musica e parole
III edizione
San Benedetto del Tronto, Piazza Bice Piacentini


San Benedetto del Tronto, 2020-07-03 –  Presentata oggi alla stampa dal sindaco di San Benedetto Pasqualino Piunti, dall’assessore alla cultura Annalisa Ruggieri, dal presidente dell’AMAT Gino Troli e dal direttore Gilberto Santini, con il presidente dell’Istituto Musicale Vivaldi Francesco Romano, la terza edizione di “Nel cuore, nell’anima”, rassegna proposta in estate in Piazza Piacentini da Comune e AMAT con il contributo di MiBACT e Regione Marche e in collaborazione con l’Istituto Vivaldi.

I tre “Ritratti d’autore in musica e parole” di quest’anno vedono in scena Cristina Donà & The Fishwreck (18 luglio) confrontarsi con le canzoni che hanno per tema l’acqua di autori come Robert Wyatt, Nick Drake, Nick Cave, Paolo Conte e Lucio Dalla;
Filippo Graziani (31 luglio) interpretare i capolavori rock del padre Ivan; Antonella Ruggiero (8 agosto) proporre in duo con il pianista Roberto Olzer, una nuova lettura di suoi successi e brani di autori diversi (Matia Bazar, De Andrè, PFM) e diverse tradizioni (da quella pop a quella popolare sudamericana.
Cristina Donà (18 luglio) raffinata autrice e interprete della canzone italiana, è alle prese con un “canzoniere dell’acqua”. Il progetto è nato da una idea di Maurizio Busia per il festival Fabbrica Europa ed è diretto ed arrangiato da Cristiano Calcagnile (storico batterista della Donà) e da ottimi musicisti riuniti con il nome di The Fishwreck: Lorenzo Corti alle chitarre, Vincenzo Vasi al theremin, voci ed elettronica, Danilo Gallo al basso elettrico, Pasquale Mirra al vibrafono, Gabriele Mitelli alla tromba, flicorno e oggetti elettrificati.
«L’acqua è entrata spesso nelle mie canzoni – afferma la cantante bergamasca Cristina Donà –. Guaderemo fiumi impetuosi, cavalcheremo onde impossibili, ma sapremo anche godere della calma di una superficie sonora che cullerà come il grembo materno il nostro bisogno di appartenere agli elementi che ci costituiscono”.
Filippo Graziani canta Ivan in programma venerdì 31 luglio è un viaggio nelle canzoni e nel mondo di Ivan Graziani visto dagli occhi del figlio Filippo. Pochi musicisti italiani sono stati autenticamente rivoluzionari come Graziani, marchigiano d’adozione e primo artista in Italia a far dialogare la chitarra rock e il genere cantautorale, autore di alcune delle pagine più belle della musica italiana degli anni ‘70 e ‘80. Filippo, nato e cresciuto in un ambiente pieno di musica, anche lui chitarrista, rilegge (accompagnato dal Bip Gismondi) brani come Pigro, Lugano addioMonna Lisa, Firenze e Maledette malelingue che risuonano in tutta la loro forza.
Antonella Ruggiero accompagnata da Roberto Olzer al pianoforte chiude la rassegna sabato 8 agosto con Concerto versatile. Voce fra le più suggestive del panorama italiano, capace di passare dal pop al registro di soprano leggero, la Ruggiero ha esplorato molti territori.
Dopo i Matia Bazar, la cantante genovese ha spaziato dalla musica sacra al jazz, passando per la musica ebraica, portoghese, orientale e della tradizione popolare. Numerose le collaborazioni con artisti di primissimo piano, da Ennio Morricone a Roberto Colombo, Arkè Strings Quartet e Banda Osiris, ai videoartisti Iaquone e Attilii, agli scrittori De Luca, Affinati e Murgia.


Ingresso: biglietti di posto unico numerato euro 15 (Filippo Graziani canta Ivan euro 10) in
vendita su www.vivaticket.it, alla biglietteria del Teatro Concordia (largo Mazzini, 1 tel.
0735/588246) tre giorni precedenti gli spettacoli (orario 18/20) e la sera di spettacolo dalle 19
alla biglietteria in Piazza Piacentini.
Informazioni AMAT 071/2072439 www.amatmarche.net, Comune di San Benedetto del Tronto
0735/794438 – 0735/794587
www.comunesbt.it
L’iniziativa rispetta tutte le procedure di legge per il contenimento della diffusione del Covid.
Inizio concerti ore 21.30 * * *
Comune di San Benedetto del Tronto
AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali
con il contributo di
MiBACT e Regione Marche
in collaborazione con
Istituto Musicale Vivaldi
NEL CUORE, NELL’ANIMA
Ritratti d’autore in musica e parole
III edizione
San Benedetto del Tronto, Piazza Bice Piacentini
sabato 18 luglio
CRISTINA DONÀ & THE FISHWRECK
SEA SONGS
con Cristiano Calcagnile batteria; Lorenzo Corti chitarre
Vincenzo Vasi theremin, voci ed elettronica; Danilo Gallo basso elettrico
Pasquale Mirra vibrafono; Gabriele Mitelli tromba, flicorno e oggetti elettrificati
venerdì 31 luglio
FILIPPO GRAZIANI
CANTA IVAN
OMAGGIO A IVAN GRAZIANI
con Bip Gismondi chitarra
sabato 8 agosto
ANTONELLA RUGGIERO
CONCERTO VERSATILE
con Roberto Olzer pianoforte
TEATRO. FELICITÀ RESPONSABILE
questa manifestazione rispetta le procedure previste dalla normativa vigente
per il contenimento della diffusione del Covid

sabato 18 luglio
CRISTINA DONÀ
& THE FISHWRECK
SEA SONGS
Una delle più raffinate autrici e interpreti della canzone italiana è alle prese con un
“canzoniere dell’acqua”: un fluido omaggio a canzoni di ogni tempo, legate tra loro da liquide
trame, senza confini di genere o appartenenza ma tessute ad arte da musicisti dal cuore
impavido e irriverente. Il progetto è nato da una idea di Maurizio Busia per il festival Fabbrica
Europa ed è diretto ed arrangiato da Cristiano Calcagnile (storico batterista di Cristina Donà)
e dai suoi più intimi amici, nonché ottimi musicisti riuniti con il nome di The Fishwreck:
Lorenzo Corti alle chitarre (Nada, Cesare Basile, Donà), Vincenzo Vasi al theremin, voci ed
elettronica (Vinicio Capossela, Mike Patton, OoopopoiooO), Danilo Gallo al basso elettrico
(Enrico Rava, Jim Black, Guano Padano), Pasquale Mirra al vibrafono (Hamid Drake, Fred
Frith, Michel Portal), Gabriele Mitelli alla tromba, flicorno e oggetti elettrificati (Alexander
Hawkins, O.N.G.) e lo stesso Cristiano Calcagnile (Rob Mazurek, Anthony Braxton,
Multikulti).
Nello scorrere musicale di
Sea Songs appaiono una per una le composizioni degli autori del
cuore oltre che alcuni tra i brani più celebri della cantautrice come
Goccia, In fondo al Mare.
E in questo mare troviamo Robert Wyatt, che non ha mai nascosto il suo amore per la
cantante e che è ricambiato con riletture di brani come
Sea Song e Maryan, ma anche Nick
Drake (
Riverman e Way to Blue), Nick Cave (The Weeping Song), fino a Paolo Conte (Onda su
Onda
) e Lucio Dalla (Com’è profondo il mare).
«Arriviamo dall’acqua e nell’acqua, a volte, torniamo – afferma la cantante – fisicamente o
metaforicamente, attratti dalla sua potenza senza rivali, dalla sua inafferrabilità, dal suo
trasformismo, dalla nostra dipendenza da essa. L’acqua è entrata spesso nelle mie canzoni e
ho amato in modo viscerale alcuni brani degli artisti che hanno nutrito e idratato la mia vita
artistica e personale. Mettere assieme la mia essenza liquida con la loro è per me motivo di
grande felicità, farlo con musicisti di grande sensibilità e capacità artistica sarà un privilegio
assoluto. Guaderemo fiumi impetuosi, cavalcheremo onde impossibili, ma sapremo anche
godere della calma di una superficie sonora che cullerà come il grembo materno il nostro
bisogno di appartenere agli elementi che ci costituiscono. La musica può farlo. Dobbiamo
tornare a considerarci parte di un meccanismo vitale dove tutto è collegato, dove non c’è
separazione tra noi e il Pianeta che ci ospita, tra noi e l’Universo che ci contiene, perché siamo
fatti della stessa materia, e l’acqua, bene indispensabile, ne conserva la memoria, da sempre”.

venerdì 31 luglio
FILIPPO GRAZIANI
BIP GISMONDI chitarra
CANTA IVAN
OMAGGIO A IVAN GRAZIANI
Un viaggio nelle canzoni e nel mondo di Ivan Graziani visto dagli occhi del figlio Filippo.
Pochi musicisti italiani sono stati autenticamente rivoluzionari come Ivan Graziani,
marchigiano d’adozione (ha studiato ad Ascoli e poi a Urbino ed è vissuto fino alla scomparsa,
nel ’97, a Novafeltria, ancora marchigiana) e primo artista in Italia a far dialogare la chitarra
rock e il genere cantautorale, autore di alcune delle pagine più belle della musica italiana
degli anni ’70 e ’80, ancora molto amato ma mai ricordato abbastanza.
Nato e cresciuto in un ambiente pieno di musica, suoni, canzoni e di artisti, Filippo a 19 anni
inizia, con il fratello Tommy già navigato batterista professionista, a fare serate in trio in locali
di tutta Italia. Apre i concerti e divide il palco con artisti come Renato Zero, Le Vibrazioni,
Morgan, Negramaro, Niccolò Fabi, Max Gazzè e nel 2008 forma la band Stoner-Rock Carnera
con cui entra nel circuito dei club nazionali (è opening act dell’unica data italiana di Zakk
Wilde, storico chitarrista di Ozzy Osbourne dei Black Sabbath). Trasferitosi a New York,
suona nei locali del Lower East Side, guadagnandosi l’
headline nello storico Arlene’s Grocery,
club in cui hanno debuttato Jeff Buckley e gli Strokes.
Rientrato in Italia, Filippo tornare alle sue radici e comincia l’avventura di
Viaggi e intemperie,
omaggio alla produzione musicale del padre Ivan. Nel 2009 inizia un tour che riscuote grande
successo di pubblico, a cui fa seguito il live
Filippo canta Ivan Graziani che, nel 2011, lo porta
fra i 5 finalisti per la Targa Tenco. Cura la direzione artistica del disco
Tributo a Ivan Graziani,
un album di cover delle canzoni di Graziani realizzate, oltre che da Filippo stesso, da Marlene
Kuntz, Roy Paci, Simone Cristicchi, Cristina Donà, Paolo Benvegnù, Marta Sui Tubi, La Crus.
Nel 2014 partecipa al Festival di Sanremo tra le Nuove Proposte e con l’album
Le cose belle
riceve il premio Lunezia e la Targa Tenco per il miglior disco di debutto.

sabato 8 agosto
ANTONELLA RUGGIERO
ROBERTO OLZER pianoforte
CONCERTO VERSATILE
Antonella Ruggiero, una delle voci più intense e suggestive del panorama musicale italiano
capace di passare dal pop al registro di soprano leggero, negli anni ha assecondato la sua
innata curiosità musicale esplorando senza sosta molti territori. Concluso il percorso con i
Matia Bazar che l’ha resa famosa, dal 1996 la cantante genovese ha spaziato dalla musica
sacra al jazz, passando per la musica ebraica, portoghese, orientale e della tradizione
popolare, fino al teatro musicale.
Numerose le collaborazioni con artisti di primissimo piano. Dai Roberto Olzer con cui in
questo concerto la Rugiero divide la scena, pianista jazz ma anche concertista classico,
arrangiatore, organista al pianista pop Mark Harris e classico Andrea Bacchetti, dai
compositori Ennio Morricone, Adriano Guarnieri, Roberto Colombo, all’organista Fausto
Caporali, agli ensemble Arkè Strings Quartet, I Virtuosi Italiani, Palast Orchester, Digi
Ensemble Berlin, ma anche Bluvertigo e Subsonica passando per la Banda Osiris, ai
videoartisti Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii, Coniglioviola, agli scrittori Eraldo Affinati,
Erri De Luca, Michela Murgia.
Nell’autunno 2018 è uscito, suo ultimo lavoro discografico,
Quando facevo la cantante, un
box di 6 CD con 115 brani – sessanta dei quali inediti – registrati dal 1996 ad oggi con diverse
formazioni e dove l’artista affronta differenti generi e stili musicali.

BIGLIETTI
Posto unico numerato 15 euro
Filippo Graziani canta Ivan posto unico numerato 10 euro
BIGLIETTERIA E PREVENDITE
online www.vivaticket.it
Teatro Concordia (largo Mazzini, 1 tel. 0735/588246) nei tre giorni precedenti
gli spettacoli (orario 18/20)
Biglietteria in Piazza Piacentini la sera di spettacolo dalle 19.
INFORMAZIONI
AMAT 071/2072439 www.amatmarche.net
Comune di San Benedetto del Tronto 0735/794438–0735/794587 www.comunesbt.it
INIZIO
ore 21.30
TEATRO. FELICITÀ RESPONSABILE
questa manifestazione rispetta le procedure previste dalla normativa vigente per il contenimento della
diffusione del Covid

 




Pierantoni – Mosconi, “Covid19 – quei giorni sotto il cielo di Urbino”

IL PRESIDENTE CERISCIOLI E L’ASSESSORE BRAVI ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO:”COVID19 – QUEI GIORNI SOTTO IL CIELO DI URBINO”

“Un ‘istant book’ per fotografare quello che di straordinario è accaduto e sta accadendo dentro gli ospedali e per lasciare una memoria di quanto accaduto”.

Queste le parole del presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli che, con l’assessore Loretta Bravi, ha partecipato questa mattina a Palazzo Raffaello in video conferenza, alla presentazione del libro “Covid19_Quei giorni, sotto il cielo di Urbino”, un progetto nato nei giorni più drammatici della pandemia, da un’idea di Romina Pierantoni, consigliera di parità della provincia di Pesaro e Urbino con Tonino Mosconi fotografo professionista.

“Subito – ha proseguito il presidente Ceriscioli – c’è stata la disponibilità del direttore di AV Fabrizio Magnoni  che ringrazio, per permettere l’accesso e mai avrei immaginato, che un mese dopo, il libro fosse già disponibile con immagini di grande impatto visivo. Attraverso le pagine si racconta una storia che sta arrivando oggi a compimento. Sono 5 i ricoverati al momento”.

“La fotografia – ha aggiunto l’assessore Bravi –  è quello strumento che permette di capire meglio quello che c’è dietro una storia. Sono immagini forti ma che non invadono la privacy e le famiglie stesse hanno concesso la possibilità di catturarle. Siamo abituati a vivere il dolore come cosa privata, ma in questo caso lo abbiamo condiviso e questo è importante. C’è un lavoro di squadra che forse non abbiamo valorizzato abbastanza e questo è un documento per non dimenticare”.

“In un’epoca virtuale come quella che stiamo vivendo avere un documento cartaceo è sicuramente importante – ha sottolineato il direttore generale dell’Asur Nadia Storti – E’ un omaggio ai pazienti e agli operatori che hanno dato l’anima per curare queste persone. Gli eroi di oggi non vanno dimenticati, anche nel rispetto di chi non ce l’ha fatta”.

Toccante la testimonianza di chi, come il sindaco di Petriano Davide Fabbrizioli, tra i primi donatori della Regione Marche di plasma sperimentale iperimmune, ha vissuto da malato sulla propria pelle l’asfissia della malattia, la paura di non riabbracciare i propri cari, il dolore della lontananza.

Il presidente della Provincia di Pesaro e Urbino Giuseppe Paolini ha evidenziato “la tragica bellezza delle foto che mostrano lo spirito e la concretezza dei marchigiani”. A nome dell’amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino, partner fondamentale nella realizzazione del libro, Paolini ha voluto dimostrare riconoscenza ai suoi “guerrieri” facendo dono di una copia del libro simbolicamente a tutti i sanitari dell’ospedale di Urbino impegnati nel periodo Covid.

“Queste foto – ha aggiunto il sindaco di Urbino Maurizio Gambini – rappresentano appieno quello che è stato nel nostro territorio. Vanno ricordati soprattutto le persone che hanno combattuto in prima linea questa battaglia contro un nemico invisibile.  Ringrazio il presidente Ceriscioli: un amministratore si misura anche sulla capacità di intuire quello che sta accadendo e che non tutti hanno. Le Marche con la loro intuizioni hanno permesso di contenere un’epidemia che poteva essere ancora più grande”.

La consigliera Romina Pierantoni ha concluso: “Abbiamo sentito esigenza di mettere una mano sulla spalla dei sanitari. Grazie alla lungimiranza e alla generosità del presidente Ceriscioli, nella massima emergenza le porte dell’ ospedale di Urbino, convertito in struttura Covid per supportare anche il continuo afflusso di pazienti positivi dagli ospedali ormai al collasso della costa marchigiana, sono state eccezionalmente aperte per documentare, riconoscere, ricordare. Grazie a Tonino poi, è uscito un capolavoro ricco di testimonianze dei pazienti degli operatori delle famiglie. Allo stesso tempo si è voluto mettere in primo piano come, nell’ emergenza, la parità sia emersa in tutta la sua positività facendo scomparire qualsiasi differenza ed evidenziando le risorse e i valori autentici degli esseri umani che vogliamo trasmettere ai nostri giovani. In una parola: l’etica”.

L’intenzione del fotografo Tonino Mosconi “è stata quella di vivere quel frangente a stretto contatto con il grande lavoro svolto dagli operatori sanitari e con la gente, vedere il cuore italiano pulsare e messo in campo senza riserve, riconoscere e documentare, attraverso un reportage fotografico, quel momento con i suoi protagonisti, con le emozioni, gli ambienti e il dolore originali”.

Da evidenziare come il libro sia stato ideato, realizzato e stampato in meno di due mesi a dimostrazione della grande professionalità ma anche del desiderio di condividerlo con tutti.
Il progetto si è poi sviluppato vivendo a stretto contatto con medici, infermieri e pazienti, raccontando, oltre che documentando fotograficamente, momenti di vita nell’ospedale, raccogliendo testimonianze, pensieri, emozioni delle operatrici e operatori sanitari che hanno vissuto quei giorni lavorando ventiquattro ore su ventiquattro.
Il reportage si è ampliato coinvolgendo anche i sanitari del distretto territoriale con le visite a domicilio a pazienti positivi, e Urbino, la città stessa deserta, vuota, ma comunque viva nel respiro delle case nei giorni del lockdown.
Ne è nato un libro che racconta quei giorni in un territorio, in una provincia, in una città e soprattutto in un ospedale che ha saputo affrontare la situazione di emergenza con grande coraggio e determinazione. Un tributo al lavoro straordinario di donne e uomini medici, infermieri e di tutti gli operatori del distretto sanitario di Urbino, come simbolo di tutti coloro che hanno combattuto in prima linea questa battaglia per la vita, sotto i cieli di tutto il mondo.
Un libro unico dunque, di un tempo unico. Una testimonianza di come le pari opportunità siano possibili e utili da vivere e mettere in pratica.  Un documento di grande valore storico, informativo e soprattutto emozionale in un volume di grande formato con immagini in bianco e nero e parole, pensieri, riflessioni dei protagonisti di quei giorni; medici, infermieri, politici, pazienti uniti e coesi sotto l’unico intento di salvare vite umane.
Un invito anche alla prevenzione: la copertina del libro è infatti protetta da un film antibatterico certificato. Una innovazione in questo settore.

Tutta la conferenza stampa al link:




Cinesophia, un successo targato Clint Eastwood

Gli eroi sono stanchi, Guarda il Philoshow web

Ascoli Piceno – Il primo Philoshow Web di Popsophia, in onda il 31 maggio 2020 dalle ore 21.30 alle 23.00 per celebrare i novant’anni di una leggenda del cinema americano: Clint Eastwood. Un vero e proprio spettacolo online trasmesso in esclusiva sul nuovo portale web di Popsophia, registrato in diretta live dal Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.

Rivivi le emozioni dello spettacolo filosofico musicale dedicato ai novant’anni di Clint Eastwood.Un evento unico nel panorama culturale italiano. Dalla strepitosa cornice del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, dieci filosofi hanno raccontato la carriera di una leggenda del cinema.

Cinesophia traccia il nuovo corso: “Si può ripartire dalla cultura”

Cinesophia ieri, domenica 31 maggio 2020, ha tracciato un nuovo corso per le produzioni culturali nazionali, con il suo primo Philoshow web. Uno spettacolo filosofico musicale unico nel panorama italiano, dedicato ai 90 anni di Clint Eastwood.

Se pensi di sapere tutto allora sei in pericolo”, dice proprio il grande regista e attore in The Mule, e Cinesophia ha seguito il consiglio, scegliendo di scommettere su un format innovativo e mai visto. Un format dinamico e coinvolgente nonostante le distanze con il suo pubblico, che ha riscosso subito uno strepitoso successo. Superando di gran lunga le più rosee aspettative.

La nuova piattaforma web alle 21.30 è stata presa d’assalto da migliaia di utenti collegati da tutta Italia per ascoltare dieci filosofi raccontare la carriera di una leggenda del cinema. Per gestire l’elevatissimo numero di accessi, gli organizzatori hanno deciso di consentire la visione anche sul canale YouTube in modo da accontentare tutte le richieste.

Un’attenzione mediatica enorme; l’appuntamento è stato anticipato da una serie di articoli su tutte le principali testate giornalistiche nazionali e locali, che nei giorni scorsi hanno sottolineato l’originalità e la forza del progetto, nel momento difficile che sta attraversando lo spettacolo dal vivo. Una cosa mai vista in questa fase post-Covid, che farà scuola nei mesi che ci aspettano.

Il light designer ha disegnato con le luci il vuoto del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, la voce della direttrice artistica di Popsophia e le interpretazioni musicali di Gianluca Pierini hanno accompagnato il pubblico virtuale in un affascinante viaggio tra cinema e filosofia.

Siamo usciti dallo storytelling della pandemia – le parole di Lucrezia Ercoli – e siamo finalmente ritornati alla produzione di eventi. Una tappa importante che ci ha permesso di sperimentare nuove soluzioni. L’ibridazione tra spettacolo dal vivo e fruizione digitale è il terreno su cui si giocherà il futuro culturale del Paese. I bellissimi e commoventi messaggi che stiamo ricevendo in queste ore ci fanno capire che siamo sulla strada giusta. Vogliamo mantenere intatte le emozioni del live con produzioni esclusive ed inedite, potenziando il portale web e raggiungendo un pubblico che al momento non può essere con noi fisicamente”.

Soddisfatto il sindaco Marco Fioravanti. “Cinesophia è da quattro anni uno degli eventi di punta della nostra stagione culturale. Grazie a questa edizione digitale, Ascoli Piceno ha avuto una vetrina di respiro nazionale. Abbiamo fatto conoscere virtualmente la bellezza del nostro territorio in tutta Italia. Ma siamo pronti a ripartire: insieme a Popsophia stiamo organizzando un grande evento in piazza del Popolo per il 10 agosto, la notte dei desideri”.

La nostra sfida è ripartire dalla cultura – ha dichiarato l’assessore Donatella Ferretti – e con Popsophia abbiamo riacceso il nostro scrigno più bello, chiuso a causa dell’emergenza sanitaria, il teatro Ventidio Basso. È solo l’inizio di una nuova stagione che riaprirà le meraviglie della nostra città facendole dialogare con i linguaggi più innovativi del contemporaneo”.




Upcoming releases: i migliori dischi in uscita nelle prossime settimane

Bob Dylan “Rough And Rowdy Days”
Dopo 8 anni il nuovo album di Bob Dylan sarà pubblicato il 19 giugno per la Columbia Records. L’album conterrà dieci brani, tra i quali i tre già resi noti al pubblico, I Contain Multitudes, False Prophet e, soprattutto, Murder Most Foul, diciassette minuti in cui viene narrato l’omicidio Kennedy e in cui, in definitiva, Dylan fa quello che sa fare meglio, cogliere lo spirito del suo tempo per mezzo della poesia.

 

Norah Jones “Pick Me Up Off The Floor”
Esce il 12 giugno su etichetta Blue Note l’ottavo album di Norah Jones, anticipato da un brano, I’m Alive, in cui collabora con Jeff Tweedy. Un album collage, frutto di sessioni di registrazioni diverse e ispirazioni molteplici, un album che segue le tante declinazioni dell’animo nusicale di Norah. Collaboratori stellari, ma la stella cometa resta sempre lei.

 

Rufus Wainwright “Unfollow The Rules”
Inizialmente programmata per aprile, l’uscita del nuovo album del cantante canadese è stata posticipata al 10 luglio. “Unfollow The Rules” è l’album della maturità di Wainwright, che in brani come Trouble In Paradise, Peaceful Afternoon, Alone Time racconta l’età adulta con un pop orchestrale emozionante e raffinatissimo.

 

I Like Trains “Kompromat”
Per chi ama sonorità indie e post-punk, invece, segnaliamo un gradito ritorno, quello degli inglesi I Like Trains che, dopo un lungo silenzio, daranno alle stampe il 21 agosto “Kompromat”. Guidati dall’inconfondibile voce di David Martin, gli I Like Trains indagano i temi chiave del tempo, dall’inaffidabilità delle informazioni all’ascesa dei populismi, dalle divisioni e gli odi che hanno portato alla Brexit all’elezione di Donald Trump. Il primo singolo, The Truth, rende bene l’idea di cosa attendersi.

 

 




Film da (ri)vedere in quarantena: “Tonya”

La vita della pattinatrice statunitense Tonya Harding in un riuscito biopic firmato dall’australiano Graig Gillespie che ha ottenuto tre candidature all’Oscar e una statuetta per la migliore attrice non protagonista all’eccezionale Allison Janney.

 

Tonya racconta una storia che in America fece enormemente scalpore, mentre da noi forse in pochi la ricordano. Tonya Harding è una pattinatrice sul ghiaccio di Portland, Oregon, che nel 1994 finisce coinvolta nel cosiddetto scandalo Kerrigan. Il 6 gennaio, un mese prima dei Giochi Invernali di Lillehammer, l’amica rivale Nancy Kerrigan viene aggredita con una spranga sul ginocchio destro. Si scopre presto che il mandante dell’aggressione è Jeff Gillooly, ex marito della Harding, che avrebbe agito per togliere di mezzo una pericolosa avversaria di Tonya (ad oggi non è ancora ben chiaro se con il beneplacito di lei o meno). Dopo le Olimpiadi, alle quali la Kerrigan riesce comunque a partecipare aggiudicandosi la medaglia d’argento, la Harding, che a Lillehammer non va oltre l’ottavo posto, accetta di pagare una multa di 160000 dollari per non essere processata e finisce in questo modo la carriera, visto che la Federazione americana le revoca il titolo nazionale appena conquistato e la bandisce a vita dalle competizioni.
Il film di Graig Gillespie mette naturalmente questa torbida vicenda al centro del racconto, ma sa andare per fortuna oltre. La prima parte mostra allo spettatore l’infanzia di Tonya, la sua vita complicata, priva di amore, il rapporto con una madre anaffettiva prima e un compagno violento poi. Mostra anche la stima mai sbocciata da parte dei giudici e della Federazione americana, che vogliono che a rappresentare il loro Paese nel pattinaggio artistico sia un’atleta completamente diversa da Tonya, più elegante, più aggraziata, più educata. Tonya è lontana da questi standard, è una fumatrice e odia la parola femminile, ma non è una cattiva persona, o di sicuro non è una persona peggiore di quelle che la circondano, e come atleta vale le migliori: è la prima pattinatrice statunitense ad eseguire il triplo axel in una competizione ufficiale (la seconda al mondo dopo la giapponese It?). Ma chi è nata sotto una cattiva stella a volte è destinata unicamente a precipitare, e il regista è bravo a dettare i tempi della discesa con intelligente ironia, in alcuni casi degna dei fratelli Coen, come nelle scene dell’aggressione della Kerrigan, ai limiti del comico.
Aiutano la resa del film l’ottima sceneggiatura di Steven Rogers, basata sulle interviste fatte a alla Harding e a Gillooly e sul documentario della ESPN The Price of Gold, e le eccezionali interpretazioni di Margot Robbie nel ruolo di Tonya e di Allison Janney nel ruolo di sua madre LaVona (ruolo che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista).

 

 




Film da (ri)vedere in quarantena: “Paterson”

Per chi ama il minimalismo estetico di Jim Jarmusch, la sua poetica delle piccole cose, i tempi rallentati, la camminata dinoccolata dei protagonisti, Paterson è una sorta di ideale summa del suo cinema.


Adam Driver
 interpreta un giovane autista di autobus che vive e lavora nella cittadina di Paterson, New Jersey, la stessa del poeta William Carlos Williams. Gli elementi citati non sono secondari perché il protagonista si chiama Paterson come la sua città e, proprio come il suo illustre concittadino, è un poeta. I suoi versi slegati dall’obbligo della rima, attenti a piccoli insignificanti briciole di normalità, figli di attimi rubati alla ruotine del lavoro, accompagnano il film dall’inizio alla fine, dettandone ritmi e toni. Paterson si sveglia ogni mattina tra le 6.10 e le 6.30, va a lavorare a piedi, scrive qualche verso sul suo taccuino prima di partire con l’autobus, torna a casa, si siede sul divano e racconta la sua giornata alla compagna, porta fuori il dispettoso bulldog di famiglia e si ferma a bere una birra al solito bar. Questa è la storia, ripetuta e uguale a se stessa dal lunedì al venerdì. Questa è la velocità di crociera, che non ammette accelerazioni improvvise né brusche frenate. Per alcuni è il modo più poetico per accompagnare il girare delle lancette, accogliendo sfumature ma nessuna rottura: per Paterson è così.

La quotidianità con il suo passo metodico e le sue piccole variazioni sul tema disegnano un’idea di cinema solo apparentemente immobile, ricca invece di tanti obliqui e preziosi punti di vista sulla vita e il suo infinito ripetersi. Quello di Paterson è un cinema aneddotico dislocato nel mezzo di una mappa sentimentale dal retrogusto malinconico, con una patina di tristezza mai veramente manifesta, reso vincente da inquadrature mai meno che perfette, da una coppia di protagonisti teneri e lunari (accanto ad Adam Driver c’è l’attrice iraniana Goldshifteh Farahani), dalla musica stranamente carica di suggestioni emotive firmata dagli Sqürl (la band dello stesso Jarmusch).

Un piccolo gioiello di armonia e delicatezza, in cui i versi di Paterson sono affluenti cristallini di quel fievole rumore di fondo che è la vita vera.

 

 




Film da ri(vedere) in quarantena: “Breathless”

Un esordio devastante. Yang Ik-june – un nome già come attore del nuovo cinema coreano – qui scrive, produce, recita e dirige. Come fosse un veterano non sbaglia un colpo. E di colpi ne dà tanti, assestandoli per bene, con la giusta cattiveria, con una dose enorme di violenza.
In un tempo e in uno spazio nei quali casa e famiglia sono stigmate e i dolori si lasciano taciuti a scavare il proprio profondo, Sang-hoon è un picchiaduro al servizio di un amico strozzino, Yeon-hee una liceale orfana di madre costretta a subire violenze fisiche e psicologiche dal padre e dal fratello. I due diventano stranamente amici, tra picchi d’orgoglio e il disperato bisogno di gettare la maschera. Il non detto per i personaggi di Ik-june supera di gran lunga il dichiarato, i propri bisogni vitali relegati sullo sfondo a forza di botte. E’ spietato Ik-june nel mostrare come la violenza, una volta messa in moto, non sia in grado di fermarsi prima di aver concluso il suo circolo generazionale. Nondimeno riesce a far sorridere. I dialoghi sboccati settano il tono della pellicola verso lo spassoso, laddove il peso generale della storia è nero come la colpa, bordeaux come il sangue mosto. E’ un alleggerimento non da poco, i 130 minuti scorrono via in un attimo e si arriva al finale (prevedibile?) in cui Sang-hoon muore e il suo posto viene idealmente preso dal suo assassino, il fratello di Yeon-hee, senza essersi accorti che la lancetta dell’orologio abbia fatto per più di due volte il giro. E alla fine Ik-june riesce nel difficile obiettivo di congelare la violenza, nella felicità del dopo. La sensazione però è che le intimidazioni e i pestaggi per queste vite non finiranno e che il sangue mosto non dormirà per molto.

 

 




Film da (ri)vedere in quarantena: “No – I giorni dell’arcobaleno”

Come battere Pinochet con le armi dell’ironia, dell’allegria, della creatività. “No – I giorni dell’arcobaleno” di Pablo Larrain, tratto dall’opera teatrale “El Plebiscito” di Antonio Skarmeta, racconta quello che successe in Cile nel 1988, quando il dittatore Pinochet, spinto da forti pressioni internazionali, chiamò il popolo ad esprimersi con un referendum sulla possibilità per la sua presidenza di avere un ulteriore mandato di otto anni. “SI” per mantenere Pinochet al potere, “NO” per avere nuove elezioni.

L’esito sembra scontato a favore del “SI”, ma gli oppositori si affidano ad un giovane e coraggioso pubblicitario per ideare e dirigere la propria campagna, René Saavedra, interpretato da un intenso Gael Garcia Bernal (già giovane Che Guevara ne “I diari della motocicletta”). Con un linguaggio nuovo, spregiudicato per l’ambito politico, la campagna per il “NO” realizza un vero e proprio miracolo di comunicazione. Ciò a cui René punta da subito è un incontrastabile (e apparentemente sciocco) ottimismo. Rinunciando a mostrare gli orrori della dittatura, banditi i toni pietosi, percorre la sottile linea di confine che separa leggerezza da frivolezza, mettendo in scena tutto ciò che di bello vuol dire essere cileni e tutto ciò che di ancora più bello ci sarebbe in caso di libere elezioni.

Larrain è bravo nel mescolare filmati d’epoca con le immagini girate, nell’utilizzare una fotografia invecchiata e il formato 4:3, dando alla pellicola una patina di veridicità giornalistica. Ed è bravo nel mescolare pubblico e privato: René vive da solo con suo figlio, mentre il rapporto con la madre del bambino, un’attivista costantemente impegnata a scontrarsi con la polizia, attraversa una grave crisi. La sua vicenda personale non rimane sullo sfondo, ma si amalgama alle vicende storiche senza mai perdere credibilità.
Garcia Bernal ha dichiatato che “René rappresenta il risveglio politico di una persona apparentemente apolitica… durante la storia cerca inavvertitamente di redimersi con il suo essere politico che è chiamato a cambiare l’ambiente che lo circonda. Credo che questo passaggio verso la maturità sia ricorrente negli esseri umani e si verifica nel momento in cui capiamo che noi stessi possiamo cambiare le cose”.
Da ricordare che “No – I giorni dell’arcobaleno” non è il primo film di Larrain sulla dittatura cilena, ma il capito finale di un’ideale trilogia iniziata nel 2008 con “Tony Manero” e proseguita nel 2010 con “Post Mortem”.

 

 




Film da (ri)vedere in quarantena: “Alta fedeltà”

Alta fedeltà” (USA, Regno Unito, 2000) di Stephen Frears è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo musicale di Nick Hornby. Il film, rispetto al romanzo, è ambientato a Chicago anziché a Londra, ma nell’economia della storia non cambia molto. Chicago, d’altronde, è come Londra una città votata alla musica, con un clima simile, ed è la città in cui gli sceneggiatori (tra i quali c’è l’attore protagonista John Cusaak) si sono sentiti più a proprio agio nel far muovere i personaggi, Rob Gordon su tutti. Rob, interpretato appunto da Cusaak, è il proprietario di un negozio di dischi, il Championship Vinyl, dove lavorano come commessi Barry e Dick: sono un trio di “snob musicali”, hanno una conoscenza maniacale dello scibile pop-rock, si sfidano a creare le più fantasiose top five, guardano con disprezzo chi entra nel negozio chiedendo qualche insulsaggine commerciale e hanno una sistematica sfiga con le donne. Rob ha comunque intenzione di fare ordine nel caos sentimentale della sua vita e decide di andare alla ricerca di tutte le sue ex per capire cosa sia andato storto. Inizia un viaggio sentimental-musicale, che Stephen Frears dirige dosando romanticismo, battute indimenticabili (“lei è una depressa, single per necessità: sarebbe come andare con Talia Shire di Rocky senza essere Rocky”) e canzoni strepitose, tra le quali restano impresse nella memoria almeno “Most Of The Time” di Bob Dylan e “Dry The Rain” della Beta Band.
Il cast è s
uper: oltre a Cusaak, a cui il ruolo di Rob calza meravigliosamente, ci sono Catherine Zeta Jones, Lili Taylor, Tim Robbins e un irresistibile Jack Black; c’è anche Bruce Springsteen che interpreta se stesso in uno spassoso cameo.
Last but non least: recentemente “Alta fedeltà” è diventata anche una serie televisiva. Il negozio di dischi si chiama ancora Championship Vinyl ma si è spostato a Brooklyn e il protagonista è una donna, interpretata da Zo
ë Kravitz, figlia di Lenny. Ecco, c’è un momento migliore di questo per (ri)vedere il film di Stephen Frears e poi avventurarsi nei dieci episodi della serie?

 

 




John Darnielle “Master of Reality”

“Mia sorella lo sa che se avessi le cassette starei meglio. Quando ascolto la musica riesco a capire benissimo le cose, altrimenti mi distraggo troppo. Se volete che mi concentri dovreste lasciarmelo fare nel miglior modo che conosco! Dovreste almeno ridarmi Master of Reality dei Black Sabbath. E’ la mia preferita.”

 

 

A scrivere è il giovane Roger, ospite di un istituto psichiatrico nel quale impongono di tenere un diario e nel quale vige la nefasta regola di sequestrare beni preziosi, come per esempio, un walkman con le cassette. Siamo nel 1985, non è difficile capire che per un ragazzo problematico e appassionato di musica, il walkman possa essere il migliore degli amici. In particolare, Roger rivuole indietro la cassetta di Master of Reality, il terzo album dei Black Sabbath, quello della maturità, della conferma dopo il successo di Paranoid, quello con una copertina senza immagini, ma soltanto con una scritta ondeggiane che può indurre chi guarda a porsi la domanda “Cos’è la realtà?”, una domanda che non sempre è conveniente porsi, soprattutto se si è un adolescente alle prese con la difficile ricerca del proprio posto nel mondo (“Vorrei che conducessero un sondaggio nazionale per scoprire chi si sente fuori posto nel mondo. Solo per farsi un’idea delle proporzioni. Per capire indicativamente quanti siamo. A volte al lavoro ho la sensazione che deve essere tipo il 100%”). I Black Sabbath sono la band preferita di Roger perché sono musicisti autentici, non dei saputelli che stanno tutto il tempo a sfoggiare la propria bravura; sono dei disagiati come chi li ascolta, capaci però di tirare fuori dal niente un singolo riff di chitarra che “ti precipita addosso come una valanga”. Children of the Grave, Lord of This World, Into the Void non sono semplici canzoni ma universi (solo apparentemente) malvagi nei quali trovare riparo, cura, pace.

Nella seconda metà del libro ci spostiamo nel 1995, Roger è un giovane adulto con un lavoro e una normalità riconquistata a fatica, ma ha ancora tanta rabbia che lo porta a ricominciare a scrivere il diario iniziato dieci anni prima. Si rivolge ancora a Gary, lo psicologo che lo aveva in terapia e che non l’ha capito e forse non ha nemmeno provato a farlo. Prova ancora a spiegargli quanto Ozzy Osbourne e Tommy Iommi, rispettivamente voce e chitarra dei Sabbath, possano essere un valido antidoto alla crudeltà e alla stupidità dei grandi. Sa che le sue parole rimarranno inascoltate ma procede per pura necessità, perché scrivere di ciò che ama lo aiuta a ricomporre il cristallo frantumato nella sua mente.

Un po’ saggio musicale, un po’ romanzo di formazione, il libro di John Darnielle, cantante dei Mountain Goats ma anche affermato scrittore (con Il lupo nel furgone bianco è stato finalista al National Book Award) racconta il potere salvifico della musica. Ogni lettore può sostituire a Master of Reality il proprio album del cuore e il senso del libro acquisterà improvvisamente una valenza universale e inattaccabile. Evviva la musica scagliata contro l’incomunicabilità tra generazioni, evviva l’adolescenza e i suoi traumi, evviva l’heavy metal e le sue contraddizioni: le pagine di Darnielle non fanno che dire questo. Evviva la libertà di un paio di cuffie e il volume più alto possibile.