Il piacere di scomparire nel nuovo disco degli Snow in Damascus!: l’intervista

Nati in Umbria nel 2011, gli Snow in Damascus! hanno esordito nel 2014 con “Dylar”, disco che, se anche non li ha fatti conoscere al grande pubblico, li ha fatti apprezzare da appassionati e addetti ai lavori per quella riuscita amalgama di suoni folk e tinte wave. Ora tornano con “Unconscious Oracle”, un disco più complesso, più ardito, e forse anche più riuscito. Pensosi e romantici, gli Snow in Damascus! suonano immaginando distese fluide, a volte ghiacciate dal freddo del nord, ma subito dopo scaldate da sentimenti e ritmi di più basse latitudini. Sono energici e letargici, minimali e cosmici, contemporanei e futuribili e in ognuno di questi contrasti si muovono con classe e raffinatezza tipiche di musicisti mai scontati. Ancora una volta dietro l’ispirazione per le nuove tracce c’è un riferimento letterario: niente di nuovo per una band che deve il suo nome ad una citazione da “Zeitoun” di Dave Eggers. Di questo e di tutti gli altri aspetti riguardanti “Unconscious Oracle” abbiamo parlato con i cinque Snow in Damascus! Gianluca Franchi (voce e chitarra), Giorgia Fanelli (voce e synth), Matteo Bianchini (basso, sassofono, synth), Ciro Fiorucci (batteria), Michele Mandrelli (voce e synth), che insieme hanno risposto alle nostre domande.


L
’album è un esempio di equilibrismo fra timbri e toni anche diversi, che sono però amalgamati in un unico flusso sonoro. Come siete arrivati a tale risultato?

Facendo le cose come avremmo preferito non farle! A parte gli scherzi, lavorare a un disco per noi è sempre, per forza di cose, un qualcosa di molto articolato, fosse anche solo per le difficoltà di trovare spazi e tempi per portare avanti il progetto – equilibrismo” è una parola molto azzeccata anche in questo senso.

La conseguenza è che il processo diventa frammentato e lungo, cosa che per tanti motivi certamente preferiremmo cambiare, ma che ha anche i suoi aspetti positivi: da una parte ci costringe a lavorare spesso anche in maniera indipendente luno dallaltro, il che favorisce la confluenza dei diversi approcci senza che i contributi siano filtrati da un sistema di veti incrociati che è un rischio spesso presente per una band; dallaltra parte, la lunghezza del processo fa sì che le diverse sensibilità trovino il tempo di sedimentare, amalgamarsi nei nostri ascolti e di maturare in qualcosa che alla fine appartiene a tutti pur senza essere il disco che ognuno si sarebbe immaginato. Questo esplorarci a vicendaarrivando a un risultato in qualche modo inaspettato è forse una delle cose che più rendono vivo il progetto, quindi speriamo che il prossimo album lo possiamo concludere magari in due settimane di prese dirette, ma senza perdere ciò che di buono si porta dietro il lavoro di lento artigianatocui siamo stati costretti finora.

Qual è la principale differenza tra “Unconscious Oracle” e “Dylar”?

Quando abbiamo iniziato a lavorare a “Dylar”, gli Snow in Damascus! non erano ancora un gruppo: il bisogno e la voglia di coinvolgere i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione di quell’album è stato proprio ciò che ha portato poi alla formazione della band vera e propria. I brani che lo compongono erano stati per lo più scritti senza sapere bene come e da chi sarebbero stati poi sviluppati, mentre in Unconscious Oracleabbiamo avuto la possibilità fin dallinizio di percorrere direzioni che magari in “Dylar” avevamo appena imboccato, e certi elementi sono emersi in maniera più evidente, penso ad esempio al lavoro sullelettronica o alla maggiore centralità assunta dalla voce di Giorgia.

Potete raccontare come si è svolta la lavorazione a “Unconscious Oracle”? 

Unconscious Oracle” è passato attraverso fasi anche molto diverse tra loro: in un primo periodo abbiamo avuto la possibilità di suonare insieme gli appunti scritti da Gianluca e cominciare a farci unidea della forma che quelle idee avrebbero potuto prendere. Per alcune è avvenuto in maniera più naturale, e le abbiamo registrate presso il Jam Recordings di Michele Pazzaglia, che ci aveva già seguito in Dylar. 

Poi abbiamo fatto base nello studio che ci siamo creati in casa(letteralmente), dove abbiamo completato le registrazioni e prodotto praticamente tutto il disco fino al mix realizzato nel nuovo studio di Michele. A pensarci bene, questo disco è passato attraverso almeno tre traslochi – uno studio e due case – credo renda lidea dellostinazione con cui abbiamo voluto portare in fondo il lavoro.

Il risultato finale è qualcosa che avevate progettato sin dallinizio o la trama musicale e poetica del disco si è sviluppata strada facendo?

C’erano alcune idee di fondo, quantomeno alcuni spunti che sentivamo tutti linteresse di approfondire, ma sicuramente non si può parlare di direttrici troppo marcate. Di nuovo, la tempistica con cui si è sviluppato l’album è determinante da questo punto di vista: in tre anni le attenzioni e le sensibilità si muovono, e quando un disco è finito ci trovi dentro una serie di cose, di pezzi di vita se vuoi, che se si provassero a stringere in un concept risulterebbero in qualcosa di probabilmente forzato e sclerotico.

Il tema del disco è ispirato al libro “Larte di scomparire” di Pierre Zaoui, è così?

Non so se si possa parlare di ispirazione vera e propria: di sicuro c’è che diversi di noi lhanno letto allinizio del lavoro sullalbum, e ha toccato corde che abbiamo scoperto comuni, è stato quindi naturale in diverse fasi della produzione richiamarci un poalle idee espresse in quel libro. Penso che alla fine ci sia finito dentro in maniera indiretta, ma profonda; la discrezioneesplorata da Zaoui ha sicuramente a che fare con laltro tema che emerge nel disco, cioè il binomio vista/cecità, la questione di quale sguardo porre sul mondo. In un momento in cui il guardare e il farsi guardare stanno diventando elementi così centrali e invasivi nel nostro modo di vivere, lesercizio della discrezione parte forse anche dal sospendere questossessione per la visione: non a caso il pezzo con cui il disco si chiude è “Make Me Blind”.

Quanto è praticabile per un musicista / per un artista il vivere con discrezione?

Domanda interessantissima, che coglie nel vivo un dubbio che è stato cruciale durante il lavoro su Unconscious Oracleal punto da metterne a rischio la realizzazione. Evero che lidea di sospendersi, il piacere di scomparire nel mondo, è per certi versi quasi paradossale per un artista, che in parte è mosso anche dal desiderio di mostrarsi al mondo, e non è facile far convivere le due spinte: per noi c’è stato un momento in cui ci siamo chiesti seriamente se fosse veramente necessario aggiungersi a questa pioggia quotidiana di suoni, di produzioni, di espressioni di sé, o se non fosse stato meglio scegliere il silenzio, lascolto, e spingere la discrezione fino allassenza, alla negazione dellespressione. 

È peraltro un interrogativo che attraversa molta arte e letteratura, da Salinger a Pynchon a Juan Rulfo – c’è un piccolo libro molto interessante in proposito, Bartleby e compagniadi Enrique Vila-Matas, che racconta di queste scelte di sottrazione. Zaoui stesso dice però che la discrezione è per natura unesperienza temporanea, si può magari coltivare attenzione ad essa, più che interpretarla come una regola di vita o una scelta rigorosa da portare alle estreme conseguenze.

Anche il precedente album era ispirato ad una lettura, in quel caso il romanzo “Rumore bianco” di Don DeLillo. Che tipo di fascinazione esercita su di voi la pagina scritta?

Credo che il rapporto con i libri sia diverso per ognuno di noi, è impossibile parlare per tutti. Forse gioca banalmente un ruolo anche la fascinazione degli opposti, nella fattispecie quella esercitata da unarte che è per natura silenziosa su chi fa dei suoni la propria arte.

A parte questo, la lettura crea necessariamente, forse anche perché si muove di solito su un tempo abbastanza dilatato rispetto a unopera musicale o un film, una condizione di ascolto anche interiore che permette ai libri (almeno quelli fatti bene, sintende) di scriverti dentro, in qualche modo, e credo che questo creare solchisia qualcosa che noi SiD! cerchiamo anche nella musica. 

Come si pongono gli Snow in Damascus rispetto alla scena musicale italiana? Avete rapporti di amicizia/stima con altre band? Ci sono nomi o scene che rappresentano un riferimento per voi?

Viviamo in provincia, piuttosto lontani dalle scene. Non è necessariamente un male: ti costringe a costruirti un percorso che non è condizionato da appartenenze particolari, per esempio. A parte le amicizie più dirette (Ciro, il nostro batterista, è anche parte del gruppo di Paolo Benvegnù), di cose belle e realtà che stimiamo ce ne sono molte, e in genere hanno in comune un lavoro forte sulla propria identità, anche quando molto distante stilisticamente dalla nostra: in Italia pensiamo a gente come i C’mon Tigre e i Campos, o vicinissimi a noi gruppi come Voldo e Lenz.

In generale, è interessante fare musica in questa epoca in cui tutto è frammentato e moltiplicato: può essere frustrante per chi cerca visibilità a tutti i costi e tramite una scena può pensare di coagulare attenzione, ma questa moltitudine di piccole realtà a volte sconnesse è anche occasione di scoprire affinità e stimoli inaspettati. Eanche questa una dimensione della discrezione, se vuoi, uno scenario in cui essere musicisti in disparte” può essere perfettamente normale: uno dei nostri artisti preferiti, per dire, è DM Stith, che vanta, oltre a lavori egregi, collaborazioni prestigiose (per citarne una, con Sufjan Stevens), ed è uno che fatica a suonare a New York e nei social ha meno likedi noi. 




“Il mio sublime è la miseria”: intervista a Paolo Benvegnù

di Pierluigi Lucadei

 

Ultimo approdo di una ricerca musicale, concettuale ed esistenziale mai doma, “Earth Hotel” è un disco suddiviso in stanze, in ognuna delle quali abita un personaggio o una lacerazione, un amore o una distanza, il mondo visto con la fatica del sensibilista. Non è un disco facile, occorre pazienza per farsi largo in una scrittura densa come mai prima d’ora e una certa dose di coraggio per fronteggiare il lato peggiore di noi stessi, svelato in brani come “Nuovosonettomaoista”, “Divisionisti” e “Piccola pornografia urbana” in una sorta di seduta analitica liberatoria e collettiva. Paolo Benvegnù arriva ad “Earth Hotel” a tre anni e mezzo di distanza dal precedente “Hermann” e a dieci anni da quel “Piccoli fragilissimi film” che, una volta chiusa l’esperienza con gli Scisma, ne lanciò la carriera solista nel segno del miglior rock d’autore. Non possiamo non incontrarlo, per parlare del disco d’accordo, ma soprattutto per fare filosofia nel modo in cui sanno farla solo i poeti ubriachi.

 

Per uno che ogni volta che fa un disco sembra che scavi nel profondo tanto da riuscire a dire tutto quello che ha da dire, un nuovo disco somiglia a un miracolo. Dove trovi ogni volta la forza di scavare ancora più a fondo?

In tutta sincerità non lo so. Questa volta sono proprio andato sull’inconscio, verso le mostruosità. Adesso posso dire che è venuta fuori una cosa fin troppo graziosa rispetto a ciò che ho sentito mentre scrivevo. Sono andato verso l’inconscio, perché rispetto al conscio pensavo di aver detto tutto quello che dovevo dire. E alcune cose credo di averle dette proprio bene. Stavolta ho cercato disperatamente di disinnescare il fattore umano a cui ero ancora legato. Mi sono dato il compito di andare verso il vuoto. Alla fine è venuto fuori questo disco, che paradossalmente non suona poi tanto diverso dalle cose che ho fatto prima. Questo da un lato conforta la mia identità, dall’altro, dal punto di vista del ricercatore, anzi della studentessa di storia in sovrappeso, come io mi definisco (ride, ndr), mi conforta meno. Ho una gran voglia di ricercare, anche perché questo è un bel periodo. I periodi di così grossa crisi regalano tanti scenari da poter scegliere.

Quando ti ho conosciuto, a Firenze nel 2004, avevi appena pubblicato il tuo primo album solista e ti stavi costruendo una nuova identità artistica. Sono passati due lustri, hai cambiato diverse città, e hai pubblicato altri tre album. Pensando a questi dieci anni, sono stati gli album a scandire la tua vita oppure la tua vita, con i suoi cambiamenti, a scaturire le canzoni dei dischi?

E’ la vita ed è l’essere umano che vengono prima, decisamente. Io sono una persona con gravi mancanze. Quando dico persona, è già una mancanza, perché persona vuol dire maschera. Sono un essere vivente con delle grandi mancanze, sono molto malato, per cui ho bisogno di scrivere canzoni. Le canzoni sono un effetto del mio essere in vita, tenacemente. Nonostante io creda sempre meno nell’umanità, credo molto nella vita. Dici che mi stanno influenzando negativamente le letture che sto facendo ultimamente? Se uno legge Cioran, Ceronetti, Manganelli….

Possiamo dire che “Earth Hotel” è il tuo album solista più vicino alle cose degli Scisma?

Direi di sì. Per “Earth Hotel” mi sono dato delle difficoltà, un po’ come me le davo ai tempi degli Scisma. Allora, la difficoltà stava nel criptare il messaggio, non perché volessi effettivamente criptarlo, ma semplicemente perché avevo timore di renderlo palese. Stavolta mi sono dato delle difficoltà musicali. L’idea era trovare un limite altro, non componendo con la chitarra, né con il pianoforte, ma in maniera astrusa. La cosa bella è che, un po’ come ai tempi degli Scisma, non ho scritto. Ho soltanto registrato dritto i provini con quello che mi veniva fuori. Il lavoro sull’inconscio è stato questo: non scrivere nulla, non mirare a niente, vedere cosa succedeva. E il disco è venuto fuori così, con una sequenzialità elementare.

Col passare del tempo sei diventato molto meno cantabile, lo sai?

Forse sì, le canzoni sono più complicate.

E’ un modo di mettere distanza tra te e chi ascolta? O tra te e le tue stesse canzoni, tra te e il tuo inconscio?

No, la complessità viene dalla vita. Nel momento in cui perdi l’innocenza del gatto, hai una realtà più complessa da affrontare, anche se il vero grande tentativo è tornare al gatto (ride, ndr.). Il mio tentativo non è mai stato quello di diventare un superuomo. Anzi, vorrei essere occupato in altre cose, forse semplicemente nel riuscire a vivere questa vita con maggior respiro. Devo dire, però, che ultimamente mi sembra di riuscirci. Non sono più in rincorsa, sono fermo e contemplo.

"Earth Hotel" (Woodworm/Audioglobe)

“Earth Hotel” (Woodworm/Audioglobe)

Anche il maggior utilizzo dell’inglese rientra in questa forma di distacco e complessità?

L’uso dell’inglese è un po’ un paradosso. L’idea era quella di utilizzare la lingua del colonizzato e quella del colonizzante. “Earth Hotel” è un disco sì di soggettiva, ma anche di scenari, e mi piaceva che gli scenari fossero rappresentati proprio con la lingua del colonizzante.
Una stanza dell’Earth Hotel è occupata da Stefan Zweig. Come mai?

Il perché è “Novella degli scacchi”, grande affresco del Novecento e dell’esplorazione dell’uomo verso se stesso e verso l’altro. In più, cosa che mi piace molto, Stefan Zweig incarna nella sua biografia il vero Novecento, ovvero un uomo che lascia il suo Paese per via delle leggi razziali e decide di farla finita insieme a sua moglie a quindicimila chilometri di distanza perché non riesce a tollerare una diversità così ampia rispetto alla sua radice. Praticamente, la stessa cosa che fa il suo carnefice, la stessa cosa che fa Hitler. Quindi, al di là del discorso prettamente letterario, di ciò che ho letto e di ciò che ho sentito specialmente in “Novella degli scacchi”, ma anche in alcuni brani di “Notte fantastica”, è proprio questo paradosso a colpirmi: nella mostruosità e nel sublime siamo uguali.

Come mai, invece, hai inserito la voce dello psicoanalista Jacques Lacan alla fine del brano “Piccola pornografia urbana”?

Sono le letture che ho fatto in questi ultimi anni, anche perché consigliato in tal senso. Quanto è consolante Lacan quando dice che l’uomo è il suo linguaggio! Adoro l’essere meravigliosamente sardonico di Lacan mentre cerca di dare delle risposte all’impossibile. Lo stesso discorso vale per Proust, o per Sartre ancora di più. Quanto è consolante che delle menti così straordinarie vogliano dare un senso a ciò che è insensato! Ecco perché, passando da Minkowski, passando da Jaspers, passando da Lacan e passando anche da Freud, alla fine sono arrivato a Cioran e Ceronetti, che sono il mio doppio in questo momento. Nella prosa ritrovo certe cose in Céline. E’ come se Céline, scrivendo, dicesse “sono un animale pensante spregevole, anche magico alle volte, ma sempre nello spregevole”. Il mio sublime è la miseria. Non dovremmo guardarci un pochettino di più in questo modo nel riflesso narcisistico?




Avi Buffalo “At Best Cuckhold”

Etichetta: Sub Pop / Audioglobe

Brani: So What / Memories Of You / Can’t Be Too Responsible / Two Cherished Understandings / Overwhelmed With Pride / Found Blind / She Is Seventeen / Think It’s Gonna Happen Again / Oxygen Tank / Won’t Be Around No More

 

Quattro anni fa gli Avi Buffalo avevano esordito giovanissimi e con raccomandazione pesante (Sub Pop). L’album aveva spunti che lasciavano intravedere delle qualità ma era anche pieno di ingenuità e il risultato finale poteva attestarsi non oltre una sufficienza stiracchiata. Ora Avigdor Zahner-Isenberger (è lui che scrive, canta e produce) ha aggiustato il tiro, limato gli errori grossolani ma anche le piccole sbavature, e, soprattutto, ha atteso quattro anni prima di ripresentarsi sul mercato discografico, rischiando che il nome degli Avi Buffalo finisse nel dimenticatoio, ma sapendo bene che, dopo un altro album incerto, probabilmente sarebbe stato difficile riprovarci. Proprio in virtù dell’attesa e del lungo lavoro, “At Best Cuckhold” è un disco più solido e convincente del suo predecessore, dotato di una maggiore consapevolezza nei propri mezzi, come dimostrato da un pezzo di pop totale come il singolo So What.

“At Best Cuckhold” permette agli Avi Buffalo di collocarsi tra i nomi più interessanti di quel genere a cavallo tra la classicità dell’Americana e le bizze dell’indie anni zero. I Wilco continuano a restare su un altro pianeta, ma Avigdor e i suoi hanno dalla loro la capacità di scrivere ballate romantiche con un appiccicoso gusto retrò. Forse il riferimento più azzeccato va cercato dall’altra parte dell’oceano: sono i Belle & Sebastian di Stuart Murdoch a fare capolino più di una volta tra le nuove tracce, provate ad ascoltare, per esempio, l’accoppiata Overwhelmed With Pride / Four Blind per convincervene. O abbandonatevi alla dolcezza bucolica di She Is Seventeen, canzone d’amore gemella di Jessica, il lentone dell’album d’esordio: gli Avi Buffalo devono ancora completare il loro processo di maturazione ma conoscono l’arte di toccare il cuore.