Lucilio Santoni, “Cristiani e anarchici verso un futuro possibile”

Presentazione dell’ultimo libro di Lucilio Santoni, poeta e scrittore sambenedettese

MACERATA – Sabato 29 novembre alle ore 18:00, presso la Bottega del Libro in Corso della Repubblica 7, si terrà la presentazione del libro “Cristiani e anarchici. Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile” (Infinito edizioni, 2014).
All’incontro, organizzato nell’ambito della rassegna “No man’s Island – Solitudini da osservare” curata da Nessunteatro, parteciperanno l’autore Lucilio Santoni e il filosofo Alessandro
Pertosa, introdotti dal giornalista Fabrizio Baleani.
«Con questo libro – spiega Santoni – ho tentato di fare cultura. La cultura è sempre rivoluzionaria, costringe a guardare le cose e la realtà da altre angolazioni, mettendo in stato di emergenza i luoghi comuni».
È opinione comune che i cristiani e gli anarchici siano in eterno conflitto, ma la riflessione profonda dell’autore, che non è tanto un’indagine filosofica, quanto un’analisi del vissuto, mette in
discussione questo giudizio, aprendo ad un nuovo, possibile, futuro condiviso.
Ingresso libero. Per informazioni: 329 7020664.

LUCILIO SANTONI, classe 1963, vive a Cupra Marittima. È poeta, scrittore, traduttore e operatore culturale. Direttore artistico del “Teatro della parola” a Grottammare. Direttore artistico di “Pensare altro” a Cupra Marittima. Collaboratore del “FuturaFestival” di Civitanova Marche. Con Infinito edizioni ha pubblicato Fusa e parole tra umanità e gatti (2014).




Voce di un corpo, Diario di una performer

Tutto quello che non, a partire dall’incontro con Silvia Calderoni

di Emanuela Sabbatini

La filosofia del grande gesto volto ad aprire rivoluzioni mi lascia sempre un po’ perplessa. Eppure pare essere quella la stella cometa cui aspira Silvia Calderoni, performer dei Motus e premio Ubu under 30 nel 2009.

L’ho incontrata ieri in un pomeriggio di primo inverno a Grottammare, invitata dall’associazione Nessunteatro presso la sede di Deep Art, una vecchia struttura appartenente un tempo alle ferrovie dello stato ed ora utilizzata nei modi più disparati. È la seconda volta che vedo nelle Marche un luogo strappato al viaggio delle ferrovie italiane, messo al servizio della cultura. Il concetto mi piace, la resa è un discorso aperto.

Una chiacchierata con un premio Ubu. Anzi di più, con Silvia Calderoni. Quando ti approcci al teatro dei Motus non puoi prescindere da lei. Non solo perché ne è di fatto lo strumento protagonista, ma anche perché non capisci mai dove finisce la drammaturgia dei Motus e dove inizia quella del corpo-Silvia.

Non ho domande, non credo nemmeno che sia il caso di porgliele. Il senso sarebbe quella di sollecitare i suoi racconti a partire dal tema della serata “Voce di un corpo. Diario segreto di una performer”. Il mio intento sarebbe quello di partire dal corpo. Concetto puro e molteplice: oggetto singolo, insieme di singolarità, qualità di qualcosa.

L’idea è quella di capire come a partire dal suo strumento corporeo, si raggiunge il concetto di molteplicità in un corpo unico, e come in quella molteplicità in movimento costante si generi azione politica.

Perché è fuori discussione che il teatro dei Motus sia luogo politico per eccellenza. Un passaggio costante tra la strada e la scena, tra la contemporaneità e il classico. In questo sta la vita del teatro secondo Motus.

La discussione balbetta però. Silvia ha una sua idea della serata, un discorso più o meno diretto con il pubblico, privo di mediazioni. Dice di non aver mai parlato così tanto. Si lambiscono mondi diversi, tutti accomunati da un monito più o meno esplicito: è necessario cambiare questo “Paese di merda”.

Il riferimento innegabile ad una Italia bloccata, stantia nel lavoro, razzista, omofoba. Dal pubblico si solleva qualche timido dissenso. La definizione è sempre una gabbia pare che le si rammenti. E non c’è dubbio che quando si definisce qualcosa si costruiscano confini, recinti che giustificano quella definizione. Ma è altrettanto vero che definire significa conoscere uno stato di cose e quindi eventualmente capire dove andare ad agire per cambiarlo.

Quello che sfugge è il senso stesso di una discussione organica. Si attraversa la questione del Valle. Silvia racconta il Valle negli eventi finali. Mi sento in dovere, benché non mi competa, di raccontare le sensazioni di una esterna che entra al Valle Occupato all’inizi della sua rivoluzione. Il senso di appartenenza a quel corpo che si muove, a quell’atto politico.

E allora mi chiedo cosa intenda quando sul finire sostiene di aspirare a un grande atto. Non necessariamente compiuto da lei in prima persona, ma anche da qualcun altro. Un grande atto come lo è stato occupare il Teatro Valle, come lo studente di Piazza Tienanmen che blocca un carrarmato, come la marcia del sale di Gandhi, come Valle Giulia, come la presa della Bastiglia.

La filosofia del grande gesto. Quello che ribalta completamente l’ordine delle cose. Mi chiedo quanto ancora si debba anelare alla rivoluzione totale, alla spettacolarizzazione dell’atto. Il grande gesto.

Il problema mi pare molto più complesso di quello appena tracciato. Cosa serve a questo Paese per cambiare? Il presupposto è che possa farlo davvero. Lo assumo per buono. Mi chiedo però se l’atto rivoluzionario debba per forza essere grande, eclatante, visibile, spettacolare. I gesti spettacolari di cui ho una conoscenza più o meno diretta non hanno realizzato il cambiamento auspicabile. A quegli atti è seguito un atto restauratore.

Il gesto potrebbe quindi essere più sottile? Potrebbe essere un microscopico gesto? Potrebbe non essere grande? Mi chiedo cioè se possa verificarsi un cambiamento di un corpo a partire da un suo elemento singolo. Non un moto di rivoluzione come quelli che la storia ha attraversato ma una presa di coscienza del singolo che rimane singolo, che non si fa corpo.

L’Italia Paese razzista, omofobo, legato. Questi sintomi mi paiono più conseguenze che cause. La grande rivoluzione che non si è mai fatta in Italia parte, a mio parere, dalla presa di coscienza che la mentalità italiana è mafiosa. E non mafiosa nel senso stretto del termine di appartenente a una cosca, di armarsi di pistola, di seppellire cadaveri in blocchi di cemento. Mafiosa nel senso di ammanicato, prepotente, asservito ai piccoli scambi di potere, al sistema di amicizie e conoscenze che ti permette di ottenere qualcosa scambiando il diritto di averlo con il concetto di privilegio. E allora razzismo, omofobia, maschilismo, classismo, imbrigliamenti lavorativi diventano conseguenza di uno status quo di poteri da mantenere e tutelare. La rivoluzione del grande gesto allora in questi termini mi sembra una burla.

Il grande gesto è strumentale, identificabile, qualificabile, descrivibile, ingabbiabile.

Questo Paese non ha bisogno di grandi gesti ma di gesti invisibili, impercettibili, collegati tra loro ma forse, per la prima volta senza una coscienza di movimento.

Qui sta il corpo politico. Quello dei Motus e di Silvia che accendono una miccia e la chiamano teatro. Che prendono l’inquietudine della situazione politica contemporanea e la vomitano in un luogo/concetto-teatro che altrimenti sarebbe morto vivente da botteghino. Ma questa è l’arte visibile. Utile, fondamentale per destare dal torpore.

Ma al di là del grande gesto, di quell’apice della sinusoide della storia, ammesso che si esca dalla circolarità dei fatti, occorre capire se è possibile portare il cambiamento vero nella società che viviamo. L’altalena è fatta di molte oscillazioni, la più visibile è quella che ti porta con le gambe alte verso il cielo. Siamo sicuri che sia quello il movimento vero? Il culmine del movimento, quello stare con le gambe in aria, è il non tempo, uno spazio di staticità nel quale il tempo si ferma per qualche istante.

E se la rivoluzione così come è stata fatta sinora fosse un cliché morto e defunto? Se il movimento vero fosse un altro?

Silvia Calderoni al Dep Art

Silvia Calderoni al Dep Art