Troppo mascolina e poco avvenente per essere oggetto di attrazione sessuale? No stupro

ASSOLTI DALL’ACCUSA DI STUPRO PERCHÉ LA DONNA È TROPPO “MASCOLINA”, URBINATI: «SENTENZA SCONCERTANTE.

PIENA SOLIDARIETÀ ALLA VITTIMA ED UN APPELLO AD ISTITUZIONI E POLITICA AFFINCHÉ SI AVVII UN PERCORSO CULTURALE CHE PORTI AD UN’EFFETTIVA PARITÀ DI GENERE»

ANCONA, 15 MARZO 2019 – «È sconcertante aver letto la sentenza della Corte di Appello di Ancona su i due uomini assolti dall’accusa di stupro perché la vittima è stata giudicata “troppo mascolina e poco avvenente per essere oggetto di attrazione sessuale”».

Così il capogruppo in Consiglio regionale, Fabio Urbinati, commenta la vicenda di Ancona arrivata alle cronache nazionali. «La sentenzaproseguelascia a dir poco interdetti e soprattutto apre un fronte preoccupante sia sul livello culturale del nostro Paese sia perché può creare precedenti. Appare assurdo legare l’emissione di un verdetto su basi che nulla sembrano avere a che fare con dati oggettivi e di diritto, quanto piuttosto su dati soggettivi: la bellezza di una donna. Mi chiedo: rispetto a quali parametri oggettivi è misurata? Abbiamo assistito negli annicontinua ancora Urbinati –, e non solo in Italia, ma in Europa, ed anche in tempi recentissimi, a sentenze su fatti di violenza sessuale nei quali spesso la donna, vittima, è stata colpevolizzata, ed i suoi aguzzini assolti perché, a seconda dei casi:la vittima era vestita troppo discinta, o indossava biancheria provocante (ricordiamo il caso dell’Irlanda), solo per citare alcune vicende recenti.

Dunque a quanto pare aggiunge ancora Urbinatiin ogni caso la donna vittima è vittima sempre e comunque due volte: se è provocante “se l’è meritato”, se è “brutta” la violenza “se l’è inventata”. Questo ci fa comprendere quanti pregiudizi siano ancora fortemente radicati nella nostra società e quanto manchi ancora una cultura del rispetto nei confronti delle donne. Non posso dunque che esprimere tutta la mia solidarietà alla vittima di stupro, tacciata di “mascolinità”, e fare appello a tutte le istituzioni ed a tutte le forze politiche affinché si intraprenda davvero un percorso culturale che porti ad un’effettiva parità di genere, che ritengo si misuri prima di ogni cosa sul piano dei diritti e della dignità umana».




Stupro ad Ascoli, Gasparri a Minniti: “Stop immigrati nei comuni del cratere” 

Roma, 26 ottobre 2017 – “Esprimo profonda vicinanza alla famiglia della ragazzina costretta a subire abusi sessuali da due nigeriani ad Ascoli Piceno. Sono solidale con il sindaco di Ascoli, Castelli, e con tutta la sua comunità già martoriata dal terremoto che un anno fa ha colpito il Centro Italia ed esausta per il continuo flusso di clandestini che non esonera la loro città. Tutto ciò che sarà fatto da oggi in poi non cancellerà né potrà lenire le ferite di una bambina. Ma ritengo doveroso affrontare una volta per tutte la questione clandestini, soprattutto in quelle zone d’Italia ancora sofferenti per le conseguenze del sisma.

Chiedo al ministro dell’Interno di escludere dall’obbligo di accoglienza i comuni del cratere o quanto meno di accogliere la richiesta del sindaco Castelli di eliminare o riportare entro il tetto dei tre richiedenti asilo per mille abitanti i comuni come Ascoli. Ora basta. Prima gli italiani. Bisogna riaccendere la fiducia dei cittadini verso lo Stato e le istituzioni che si sentono giustamente ancor più abbandonate quando accadono episodi così deprecabili. E lo si può fare solo attraverso azioni concrete. Minniti ci ascolti e sollevi i comuni del cratere da questa ormai insopportabile piaga”. Lo dichiara il sen. Maurizio Gasparri (FI). 



Stupro Ascoli, CasaPound: “Situazione fuori controllo che avevamo previsto da tempo”


Ferretti: “Dobbiamo bloccare il business dell’immigrazione, i politici si ricordano del problema solo oggi”

 

Ascoli, 25 Ottobre – In seguito alla notizia dello stupro perpetrato da due richiedenti asilo nigeriani nei confronti di una 13enne italiana, CasaPound ha affisso uno striscione sul ponte di Porta Maggiore per sottolineare la gravità del gesto e lo stato di insicurezza in cui versano i cittadini. Implicito anche un attacco a chi gestisce il business dell’immigrazione: “I vostri finti profughi, le nostre vere vittime”.

“Una situazione che denunciamo da anni – spiega Giorgio Ferretti, responsabile locale del movimento – per la quale abbiamo effettuato più volte manifestazioni di protesta rimaste inascoltate. L’ultima lo scorso Giugno con 200 persone in piazza. Avevamo preannunciato fatti di questo tipo e puntualmente sono accaduti e la situazione non potrà che peggiorare con l’aumento dei flussi migratori previsto.”

“E’ ora di farla finita con l’accoglienza e con l’immigrazione. Il business delle cooperative bianche e rosse che lucrano sul tema deve essere tagliato alla radice. Le istituzioni devono prendersi la responsabilità politica di ciò che accade e non giocare a scarica-barile. Oggi tutti si scoprono contrari all’immigrazione: dalla Lega al Sindaco Castelli, ma dove sono stati fino a ieri? Solo CasaPound trattava il tema.”

“Preannunciamo, fin da ora, altre manifestazioni sul tema – conclude Ferretti – poiché non vogliamo più finti profughi nella nostra città. Tutti i centri di accoglienza devono essere chiusi e ogni iniziativa di verso opposto verrà contestata apertamente.”

 




Quella volta che non fui vittima di stupro

 

di Raffaella Milandri

 

Ci ho pensato molto prima di raccontare questa mia esperienza. Con pudore e con vergogna. Ho temuto che subito qualcuno dicesse: “Qualunque cosa sia successa, se l’era cercata”. E se io mi sento profondamente a disagio, e cerco di avere coraggio, nel raccontare di aver subito un tentativo di stupro, tanti anni fa, pensate come si può sentire una donna che oggi ne sia davvero vittima. Immaginate quali barriere di educazione, di pensiero, di società, si pongano di fronte a una donna che abbia subito uno stupro. E subito capirete quanti casi non detti, non raccontanti, non denunciati ci possano essere. Racconto la mia esperienza perché credo che possa essere utile a qualcuno, anche fosse una, sola, unica persona.

Avevo circa diciotto anni, voglia di vivere, di affermarmi come individuo, di ribellarmi. Erano i tempi in cui non sembrava così pericoloso uscire da sola, e pur tuttavia le proibizioni familiari erano forti, le regole ferree, l’orario di rientro categorico. Fino ai 18 anni praticamente dovevo sempre rientrare prima del tramonto, come se il buio nascondesse chissà quali mostri. Mia madre era fuori per alcuni giorni, e strappai a mio padre – più indulgente – il permesso di uscire di sera con una mia amica, quella di sempre, anche lei soggiogata da una madre-padrone. Uscimmo nella sera tiepida di giugno, a piedi, ebbre di libertà e ansiose di fare qualcosa controcorrente, pur se povere di mezzi economici. L’alcol ci sembrò subito il “delitto” ideale, una cosa diversa e trasgressiva. Andammo al negozio di liquori contando i soldi e gli spiccioli nascosti in tasca e raggranellammo quanto bastava per una bottiglia di vodka al limone. E due bicchierini di carta. Ci recammo sotto la pinetina con fare circospetto, ridacchiando nervosamente di fronte a questa “marachella” che oggi farà sicuramente sorridere molti. Iniziammo a bere, a ridere, a inventarci racconti di quella vita che non avevamo ancora vissuto e che si proiettava davanti a noi come la granitica sicurezza di un futuro. Sotto la pinetina, ogni tanto passava qualcuno, un ragazzo timidamente si avvicinò, poi altri due, attratti dalle nostre risate e dalla nostra femminilità incerta. Dopo mezza bottiglia a stomaco vuoto, eravamo lanciate come missili nello straparlare, sghignazzare, nell’assecondare le nostre menti annebbiate. Erano ormai le undici di sera, ora di tornare. Camminavamo piegate a metà dall’alcol, offuscate e appena coscienti di noi stesse. Quattro ragazzi, gentili e sorridenti, si avvicinarono suadenti. Erano i tempi in cui il clichè di comportamento era molto rigido. Gli dicemmo i nostri nomi e continuammo a camminare verso casa senza dare confidenza, cercando di tenere un contegno nonostante la sbronza. La nostra prima sbronza! Ci seguirono. Onestamente, il pericolo era l’ultima cosa a cui pensare, eravamo ubriache ma compiaciute di avere riscosso un interesse da parte di quei ragazzi. Perché in fondo eravamo convinte di essere brutte. Ad un tratto, ci si affiancò la macchina della madre della mia amica che ci apostrofò in modo brusco come se fossimo state colte a delinquere. La mia amica impaurita scomparve dietro lo sportello. Io, in un impeto di orgoglio, rifiutai il passaggio in auto con voce impastata. Mi bastavano le sgridate dei miei, non avevo bisogno di quelle della madre della mia amica. E poi, mi vergognavo. Continuai a procedere verso casa seguita dai quattro “bravi ragazzi”, che cominciavano a farsi insistenti e volevano portarmi “a bere qualcosa o a mangiare un gelato”. Arrivata sotto casa, citofonai. Mio padre non era rientrato. Aprii il portone con la mia chiave e salutai i quattro, che si infilarono dietro di me. Non mi mollavano. “Dai ci divertiamo” dicevano un paio toccandomi il braccio e cercando di abbracciarmi. Un segnale di pericolo comparve nella mia mente offuscata, e l’unico cosa chiara fu: “No non voglio”. Mi circondarono, stringendomi al muro. Mani dappertutto. La vergogna mi impedì di gridare aiuto, pensai ai vicini del palazzo. Io ubriaca e con quattro ragazzi! Lottavo affannosamente, mi stavano importunando pesantemente e cercando di togliermi la maglia. Improvvisai una tattica: “Ma ora sto male, ho bevuto, ho sonno. Ci vediamo domani e ci divertiamo”. Cercai di individuare il “capobranco”. “Poi io preferisco lui. Da solo”. Ripetei le stesse frasi all’infinito, guadagnando un po’ di tempo. Nel frattempo il mio spazio vitale era inesistente. I quattro mi erano appiccicati e uno di loro cercò di tapparmi la bocca. I miei tentativi di temporeggiare, di promettere “divertimento” sembravano sempre più patetici. Capivo che non erano ragazzi cattivi e usi alla violenza, ma ormai costituivo una occasione irrinunciabile. Un canto di sirena. Il mio respiro era affannoso e il mio cuore stava per esplodere. Cercai di divincolarmi e di graffiare chi mi capitava, col dubbio che la violenza non mi avrebbe aiutato. Ad un tratto, un rumore di chiavi, il pesante portone che si apriva stridendo: mio padre che rientrava. “Lella cosa fai lì? Chi sono questi?”, disse mio padre, che non si rese conto di cosa stesse per succedere. I quattro fecero all’unisono un passo indietro. E io un balzo avanti: “Niente babbo, sono contenta di rientrare insieme a te”.

2017-09-24

 




Stupri di serie A e di serie B

 

di Raffaella Milandri

 

 

 

2333 nei primi sei mesi del 2017

 

2017-09-01 – Quale donna oggi è a rischio di essere vittima di uno stupro? Probabilmente tutte. Giovani e giovanissime, anziane, single, sposate, disabili, belle e brutte, transgender. Le strade, le città, oggi non sono più posti sicuri. Basta un uomo, o un gruppo di uomini, italiani o stranieri, che siano su di giri, vogliosi di potere, sesso e violenza. Basta rientrare a casa di sera in una strada appartata, uscire per un giro normale di faccende da sbrigare. Oggi, quel rumore di passi nel buio o quello sguardo insistente bastano a una donna per temere per la propria incolumità.

Vi sono stati 2333 casi denunciati in Italia (dati del Viminale riportati da Repubblica) solo nei primi sei mesi del 2017. Attenzione, è solo la punta dell’iceberg se pensiamo a quanti casi restino nel silenzio per vergogna o paura. Stupratori italiani o stranieri? Su 2333, 1534 italiani, ovvero il 61% , e 904 stranieri, in testa un 8,6% romeni sul totale, un 6% albanesi, etc. Nella lotta tra difensori e accusatori dei migranti, i dati sembrerebbero dar ragione a chi dice che gli italiani sono i peggiori. Ma attenzione però: a onor del vero, in Italia ci sono oltre 23 milioni di uomini italiani dai 14 agli 80 anni, mentre gli uomini stranieri sono poco oltre 1 milione e mezzo. Le percentuali vere sono quindi diverse.

Sapete quale Paese è il primo per stupri al mondo? Il Sudafrica: tra aprile e dicembre 2016, oltre 30.000 casi di stupro sono stati riportati, e secondo una recente ricerca di The Economist, solo un caso su nove viene denunciato. Ma torniamo a parlare di Italia.

Viviamo in un Paese dove si cerca di garantire il massimo a livello di diritti del cittadino. Una buona parte di noi italiani è arrabbiato: contro il governo, contro la scuola, contro il sistema sanitario, contro il sistema giudiziario, contro la agenzia delle entrate. E siamo pronti ad arrabbiarci molto più di venti anni fa, quando le tragedie e le violenze di cui apprendevamo sui giornali o in tv ci rendevano prima di tutto sgomenti, e solo in un secondo tempo si parlava di responsabilità, fosse essa pubblica o privata. Adesso, siamo pronti a indignarci subito, in particolare virtualmente: sui social media siamo pronti al linciaggio, alla violenza, alle minacce. In questi ultimi giorni, lo stupro a danno di una turista polacca effettuato da quattro nordafricani a Rimini ha invaso le cronache, scatenando l’ira del web. Ed ecco che lo stupro non è più un orribile e gravissimo crimine contro le donne, ma diventa faccenda di migranti e di giustizia internazionale. Poche parole invece per il transessuale violentato nella stessa scorribanda dei quattro. Nel frattempo sono avvenuti altri stupri: a danni di una ottantenne a Milano, di una diciannovenne in Puglia, etc. Attenzione, lo stupro non è giudicato tout court: la gravità dipende. Dipende da cosa? Da chi stupra, e da chi viene stuprato. E tutto ciò è molto triste. Ancora echeggiano nelle nostre menti testimonianze in casi giudiziari dove la donna viene accusata di provocare la violenza, sulla base di atteggiamenti, di abbigliamento. “Se l’è cercata”, ecco la frase magica che butta discredito su chi è senza dubbio una vittima. Che però non si può applicare alla ragazza polacca che era insieme al suo fidanzato, o alla ottantenne di Milano. Certo la ottantenne non fa scalpore: “Sarà stata pure contenta” commenta qualcuno su facebook. E la compassione per il transessuale è pressoché inesistente: “Tanto si prostituisce”, commentano altri sempre su facebook. E’ lo stupro della ragazza polacca che scatena i media, perché la violenza ha toccato non solo una donna ma una coppia, in cui l’uomo è stato picchiato e ha dovuto assistere. Non ci sono scusanti per gli stupratori: non se la è cercata. Il perbenismo e il buonismo, nonché alcune scelte politiche, non consentono ai media di puntare il dito contro gli immigrati nordafricani; eppure, sui social media la gente è pazza di rabbia: si parla di immigrati, e chi prova a difenderli si prende un sacco di brutte parole. Il problema è enorme e si muove su due fronti: la ennesima discriminazione delle donne, che vengono soppesate di fronte allo stupro come vittime di serie A e di serie B, sulla base di età, cittadinanza, mestiere. E la discriminazione dello stupro in base a chi sia il violentatore. Sicuramente c’è il tentativo dei media e del governo di dominare e incanalare una rabbia crescente verso gli immigrati nel nostro Paese; eppure, solo pochi giorni fa è apparsa la notizia di un immigrato subito rilasciato dopo aver abusato di un minore disabile. La responsabilità di tutto questo odio è di un sistema giudiziario inefficace, e di media che mettono l’accento su alcuni fatti più che su altri, e che non riportano solo le notizie, e analisi obiettive di ciò che accade. Oggi, la realtà è che il “mestiere di essere donna” è difficile e pericoloso. Per il lavoro sottopagato, per le discriminazioni. Per gli stupri, per i femminicidi, per le violenze domestiche.