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“Conoscere per riconoscere”. La criminalità organizzata nelle Marche, intervista all’autrice Sara Malaspina

di | in: Interviste

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Per prima cosa, che cos’è la mafia oggi?

Con molta superficialità si parla di una mafia di ieri e di oggi. La mafia è un fenomeno criminale di potere che si rapporta ad altri poteri pubblici per accumulare ricchezza illecita. Le rispondo con le parole di Rocco Chinnici: «Io non parlerei di vecchia mafia e nuova mafia, parlerei sempre e soltanto di mafia, perché la mafia è stata, è, e fino a quando malauguratamente l’avremo ancora, sarà soltanto mafia, cioè crimine organizzato». Non siamo più fermi al 1992 e alla stagione delle stragi. Il fenomeno generale è quello della mimetizzazione e quindi della ricerca del consenso e dell’accettazione sociale.

Nelle Marche ci sono gli stessi segnali?

Fa molto senso sentir dire che da noi le mafie non ci sono. Già questa tendenza al quieto vivere fa capire che c’è un problema. Non credo che cambi molto rispetto a quello che sta accadendo nel centro-nord Italia. Il processo di insediamento è lo stesso, cambiano metodi e strategie di azione che le mafie calibrano in funzione del territorio da infiltrare. Non può ignorarsi una criminalità degli affari e dei circuiti clientelari, in cui la corruzione è l’anello di congiunzione. Piano piano lo capiremo tutti.



Quali sono i settori più a rischio in questa pandemia?

La pandemia ha solo aggravato la vulnerabilità del nostro sistema economico. Nella attuale situazione la partita decisiva si gioca sul piano della prevenzione: lavoro, regole, diritti. Gli appalti pubblici sono il settore nevralgico per il nostro Paese. Il primo a preoccuparsi è stato il capo della polizia, Franco Gabrielli, che si è soffermato sul crimine informatico, l’usura e le tensioni sociali, di cui la criminalità approfitta, carcere compreso. Inoltre, nel recente documento della Dia si individuano i settori più a rischio: la filiera del turismo e dell’agroalimentare, lo smaltimento dei rifiuti e il sistema sanitario.

Nel territorio regionale si registra la presenza di gruppi criminali stranieri.

Sono le cosidette “mafie etniche”. È bene contestualizzare, altrimenti rischiamo di fare confusione tra mafia e criminalità. Sul piano generale, si può dire che sono pericolose come entità criminali ma non hanno rapporti con la politica, che è una specificità delle organizzazioni mafiose. Sono quelle che creano allarme sociale, perché si occupano di reati di strada, come lo spaccio di droga; mentre nel traffico di stupefacenti è la ‘ndrangheta la più pericolosa.

Il consenso sociale di cui godono le organizzazioni mafiose porta a riflettere sul valore dell’educazione.

Indispensabile è far fronte alla povertà educativa che espone i più piccoli al pericolo del reclutamento criminale. Serve maggiore professionalità, più intelligenza. La cultura non è inoffensiva. Va riconquistato il valore della giustizia sociale e della memoria condivisa di fronte alla sopraffazione. E ricordiamoci del nostro diritto alla felicità.

 

Sara Malaspina, 35 anni, fermana, è filosofa e studiosa di organizzazioni mafiose. È autrice del rapporto di ricerca sulla criminalità organizzata nelle Marche. Una donna innamorata del suo lavoro, con una passione assoluta per la giustizia.

 

 

Sara Malaspina, “Conoscere per riconoscere”. La criminalità organizzata nelle Marche

 

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