Gli USA sono poco bycicle-friendly?

Gli USA sono poco bycicle-friendly?

In un Paese poco incline a rinunciare alle quattro ruote e in cui il furgone è elevato ad icona dell’american way of life (c’è un omaggio al furgone più poetico di Nebraska di Alexander Payne?), quando si pensa alla mobilità urbana ed extraurbana in pochi pensano alla bicicletta. Le due ruote a pedali, nell’immaginario americano, sono relegate a film e serie del filone adolescenziale che, da ET a Stranger Things, vedono ragazzini correre in bmx. E pensare che all’inizio del Novecento, gli Stati Uniti avevano più ciclisti, più infrastrutture e più cultura ciclistica del resto del mondo, almeno a sentire ciò che sostiene Evan Friss, autore nel 2015 del libro The Cycling City. Quella di una città ciclistica però, sostiene Friss, è stata un’utopia svanita molto velocemente allorché le piccole e grandi città americane hanno presto iniziato ad essere pensate come luoghi in cui muoversi attraverso l’automobile.

 

Il Copenhagenize Index, la più autorevole graduatoria delle città bycicle-friendly del pianeta, attualmente vede al primo posto Copenhagen, al secondo Amsterdam e al terzo Utrecht, segna l’ingresso in classifica di Bogotà (che ha la rete di piste ciclabili più estesa di tutta l’America Latina) e la presenza nelle prime venti posizioni di due città canadesi, Montreal e Vancouver, senza che ci sia l’ombra di alcuna località USA (e nemmeno italiana, se è per questo).
E’ vero, a New York si vive abitualmente senza possedere un’auto, ma le persone si spostano prevalentemente a piedi, con mezzi pubblici e taxi, anche perché il traffico e l’assenza di piste ciclabili in tantissime zone della città sono importanti deterrenti all’uso della bici. Una classifica stilata da Bike Score e basata su fattori diversi quali la presenza di piste ciclabili, il grado di dislivelli, il numero di abitanti, etc, vede Minneapolis, Portland, Chicago, Denver e San Francisco stabili da tempo nelle prime cinque posizioni dei centri maggiormente a misura di bicicletta. A Minneapolis esistono piste ciclabili sicure, sia nel tessuto urbano che in quello suburbano, e la mobilità a pedali è diffusa non solo d’estate ma anche durante i rigidi inverni, quando non è raro incontrare ciclisti con gli occhiali da sci. Ma siccome, più che parlare di città nella loro interezza, potrebbe essere opportuno ragionare sui centri cittadini, la stessa Bike Score stila anche una graduatoria di questi ultimi. E allora la prospettiva cambia. Il downtown dove l’utilizzo della bicicletta è più sostenibile e sicuro è quello di Philadelphia, subito dopo vengono El Presidio di Tucson (dove i negozianti hanno in serbo sconti e bonus per i clienti su due ruote) e il centro di Austin.

 

Complici la crisi economica, la non più scontata predisposizione all’acquisto e al possesso di beni materiali costosi da parte delle nuove generazioni e ovviamente la svolta green dell’amministrazione Biden, si può prevedere che le cose cambieranno nei mesi e negli anni a venire, a partire per esempio da un incremento della mobilità condivisa e del bike sharing, finora diffuso in modo non uniforme se rapportato ad alcune realtà del nord Europa, ma su cui molte società, fiutando il business, sono decise a puntare. Un auspicabile cambio di rotta, insomma, che non può che far bene alla salute e al portafogli. Se gli spostamenti brevi invece che con l’automobile venissero effettuati con la bicicletta, la salute pubblica risparmierebbe diversi miliardi di dollari e, visto quanto la società americana è legata all’aspetto economico, questa se non altre potrebbe essere la molla decisiva.

 

 

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