Arab Strap, il ritorno di una cult-band

Arab Strap, il ritorno di una cult-band

Gli Arab Strap sono stati uno dei nomi di punta della scena indipendente di Glasgow della seconda metà degli anni novanta, un duo atipico e riluttante, capace di creare una musica ruvida e personale fondata sullo spoken strascicato e sporco del cantante Aidan Moffat e sulle trame melodiche introspettive del polistrumentista Malcolm Middleton. Dopo l’esordio con The Week Never Starts Round Here, che nel 1996 li fece conoscere soprattutto grazie al singolo The First Big Weekend, i due scozzesi hanno pubblicato il loro capolavoro, Philophobia, nel 1998.
Philophobia è uno di quei dischi capaci di cambiare la vita di chi ascolta e a distanza di ventitré anni dalla sua uscita suona ancora attuale e destabilizzante, coraggioso e spudorato. E’ l’album che contiene pezzi come Packs Of Three, Soaps, Here We Go, The Night Before The Funeral, Not Quite A Yes, ovvero la quintessenza dell’idea di musica degli Arab Strap: incomunicabilità di coppia, maleducazione sentimentale e sessuale, stordimento, perdizione, sonnolenza, la lentezza di arpeggi di chitarra ultradepressi ravvivata da un’irresistibile drum machine, il post-rock che sfuma in una innovativa folktronica da camera da letto. Già dall’iconica copertina (con l’immagine della fidanzata di Moffat, ritratta nuda dalla pittrice Marianne Greated) si intuisce il senso dell’opera. Gli Arab Strap sono due ragazzacci che hanno paura di amare, ma non temono di mettersi a nudo e cantare le proprie debolezze e le proprie meschinità.
Grazie a
Philophobia la band raccolse consensi in Europa e anche in America, si rese protagonista di spettacoli dal vivo sempre slabbrati ma entusiasmanti e divenne in breve un nome di culto dell’indie scozzese, al pari dei conterranei Mogwai e Belle & Sebastian.
Dopo altri quattro lavori in studio, nel 2006 gli Arab Strap decisero di sciogliesi. Sia Moffat che Middleton avevano nel frattempo intrapreso le rispettive carriere soliste ed erano sempre più insofferenti l’uno nei confronti dell’altro: con un comunicato sul loro sito, nell’ottobre di quell’anno annunciarono che non esistevano più come duo, «senza animosità, senza drammi, sentiamo semplicemente di aver fatto il nostro corso». Ci fu una raccolta celebrativa,
Ten Years Of Tears, e un tour d’addio, The Farewell Tour, e sembrava che tutto fosse finito davvero.


Da allora il culto degli Arab Strap non è scemato, anzi. E’ stato difficile trovare negli anni successivi una band che si avventurasse con la stessa spregiudicatezza nel lato oscuro dell’essere umano. I più giovani, che non avevano mai visto gli Arab Strap dal vivo ma che riconoscevano la loro musica come una delle proposte più personali e oneste in ambito indie-(pop)-rock, erano molto incuriositi, mentre i loro fratelli maggiori non sono mai riusciti ad identificarsi come avevano fatto con Aidan Moffat con artisti che pure provavano a cantare le proprie sconfitte sentimentali e il proprio caos interiore.
Cinque anni fa però sono iniziate le sorprese. Nel 2016 i due vecchi compari riformarono gli Arab Strap per alcune date nel Regno Unito, l’anno successivo diedero vita ad un tour più strutturato, partecipando ai principali festival estivi. Erano in forma, più ironici che in passato, ma con la stessa voglia di denudarsi sul palco come in una seduta psicoanalitica collettiva. A settembre 2020 è arrivato poi un nuovo singolo,
The Turning Of Our Bones, la prima novità discografica a quindici anni di distanza dall’ultima. A novembre hanno addirittura annunciato un nuovo album, As Days Get Dark, in uscita il prossimo 5 marzo. Il ritorno della cult-band scozzese, dunque, è completo.
Noi abbiamo avuto la fortuna di ascoltare l’album in anteprima e possiamo anticipare che si tratta di un lavoro solido, notturno, più sintetico dei precedenti, con un Moffat più maturo sia come paroliere che come cantante e un Middleton impeccabile nell’accompagnare la desolazione dei testi con arrangiamenti ora più corposi e potenti ora evanescenti e minimali.
The Turning Of Our Bones è un singolo di straordinaria compattezza e con un messaggio forte e chiaro: «I don’t give a fuck about the past/our glory days gone by/all I care about right now/is that wee mole inside your thigh». Another Clockwork Day rimesta nel torbido con assoluta nonchalance; Compersion Pt. 1 gioca magnificamente con atmosfere morbose e danzerecce, Bluebird lampeggia come un momento di languore pop. Negli undici brani che compongono il nuovo lavoro c’è, in breve, la nuova visione del mondo degli Arab Strap e, allo stesso tempo, la summa della loro opera.
Spesso le reunion non portano nulla di buono,
As Days Get Dark invece va oltre quanto fosse lecito aspettarsi. Anzi, finora è il disco dell’anno.

“As Days Get Dark” (Rock Action, 2021)

 

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com