Non siamo “Mascalzoni”

San Benedetto del Tronto, 2016-08-23 – Pubblichiamo una nota stampa inviata in redazione dai nostri amici PGC & SDG che lamentano la mancata pubblicazione di un, anzi di più comunicati di critica politica da loro inviati.

 

         Dovremmo finirla di scrivere a modo nostro. Specie quando osiamo – fondatamente, civilmente, non insultando – apostrofare i malfattori col loro nome. I giornali non gradiscono. La “notizia” – che normalmente li sorpassa – scomoda per la loro coscienza e rischiosa per i loro interessi (mavalà), quindi non conta. Anzi non c’è. Silenzio. Braccia aperte invece per le nostre cosiddette “recensioni”: non disturbano, fanno colore, tappano buchi, toh… però…

       Ma noi non abbiamo più tempo per cambiare. Soprattutto, non vogliamo. Se lo facessimo, qualcuno potrebbe giustamente apostrofarci come “giornalisti”… un’offesa da querela.

           Ma non faremo neanche più gli invadenti. Saremmo mascalzoni a disturbarvi ancora con i nostri inutili pezzi.

           Alè!

                     

         23 agosto 2016     PGC & SDG

 

ndr: Indipendentemente da questa nota abbiamo deciso da tempo di non occuparci di critica politica sul nostro giornale, perché riteniamo la politica una cosa ormai scoppiata al pari del pallone, delle religioni, ecc, così come non ci occupiamo dei vari incidenti, perché ci sembra di fare sciacallaggio mediatico su fatti che sono motivo di dolore. Abbiamo deciso di tornare alle origini dando ampio spazio alla cultura e in questo ci siamo avvalsi anche dell’acume critico dei nostri amici PGC & SDG pubblicando sempre in “primo piano”, e non come tappabuchi, le loro originali e puntuali recensioni. Ma forse smetteremo anche con la cultura visto il deserto culturale che ci circonda e, quindi, non ci resta che chiudere. Cari PGC & SDG, un abbraccio!

 

“Bandiera bianca”

 

Rispondiamo alla replica de Il Mascalzone alla nostra nota del 23.08, con preghiera di pubblicazione.

 

 

Grazie per la risposta alla nostra nota.

 

La redazione del Mascalzone rivendica legittimamente la propria scelta di non occuparsi di “critica politica” (e di religione/i, del pallone ecc.).

 

Ma noi ci chiediamo cosa abbiano a che fare con la “politica” o con la “critica politica” le note polemiche o di denuncia che abbiamo sempre inviato alla stampa locale, nel tentativo di coinvolgerla – per la sua intrinseca capacità di diffusione – e nella speranza che attraverso di essa la nostra critica, la nostra indignazione, qualche volta il nostro allarme, potessero “contagiare” positivamente più gente possibile.

 

I mezzi d’informazione non dovrebbero confondere la “politica” – specie nella sua accezione deteriore e nelle pratiche degradate che la connotano attualmente dalle quali è giusto prendere le distanze – con l’interesse attivo, e con la polemica e la denuncia se è il caso, intorno ad aspetti del vivere civile che sono, sì, politica, ma nel senso originale ed etimologico della parola: problemi della polis, quindi della città in senso lato, quindi dei cittadini, quindi del vivere comune nel suo complesso intrico di relazioni, problematiche, responsabilità.

 

Eppure il Mascalzone, sia in passato che di recente, ha mostrato sensibilità in questa direzione, discostandosi (un po’) dalla vocazione di tutta la restante stampa locale a farsi amplificazione e grancassa della “voce del padrone”. Unendo a questo anche un interesse culturale da altri pervicacemente ignorato.

 

Ci dispiace che alcune scelte e le argomentazioni esposte oggi dal Mascalzone denotino un allinearsi al conformismo di tutti gli altri quotidiani locali: attentissimi, questi ultimi, ad eludere – quando non addirittura a contrastare apertamente da discutibili pulpiti – la voce di (troppo pochi) comuni cittadini che esercitino civilmente la propria critica nei confronti di fatti, persone, problemi che coinvolgono tutti.

 

E’ a quel tipo di stampa locale (una buona imitazione di quella nazionale, d’altronde!), è a quel modo distorto di fare “giornalismo” che va la colpa più pesante del deficit di civiltà, di democrazia, di partecipazione che scontiamo, dalle nostre parti più che altrove. I politici, i potenti, i ricchi, i malfattori hanno meno colpe questa stampa, che non vuol essere libera.

 

Peccato  dunque: per la qualità dell’informazione, non certo per noi due che non rinunceremo, grazie a dio, ad indignarci.

 

Grazie per l’ospitalità

 

PGC & SDG

 

ndr: purtroppo non è un allinearsi al conformismo di tutti gli altri ma una resa per logorio vista l’inutilità di andare controcorrente; ora vorremmo goderci la pensione senza preoccuparci di querele, avvocati, tribunali, ecc.

 

Giusto che facciate ciò che ritenete meglio per voi.
 
Noi, se alzassimo bandiera bianca, la pensione ci andrebbe di traverso…
 
Alè
PGC – SDG
ndr: forse perché la pensione l’avete già goduta



Mucche fortunate

Officina Musicale

Direttore Orazio Tuccella

Pink Floyd 

“Atom Hearth Mother”  /  “Wish You Were Here”

Trascrizioni per 15 strumenti di Mark Hamlyn

CAMPO IMPERATORE (AQ) – bivio FONTE VETICA

Sabato 13 agosto 2016  h 18

 

 

 

     Non molti animali sono fortunati come le mucche di Campo Imperatore de L’Aquila, che hanno ascoltato oggi le armonie dei Pink Floyd; e anche, attentissimi e non visti c’erano tutti gli altri proprietari di quelle praterie, il capovaccaio e l’aquila reale e la vipera dell’Orsini e il grifone e il nibbio reale e il lupo e il gipeto e l’orso marsicano. Oltre alle plebee capre e pecore, e ai cavalli che pazienti subiscono gli improvvisati cavalieri. Poi i cani spettinati.

Compare minuscola, da lontano, la tensostruttura, come precipitata dallo spazio tra il verde e l’azzurro del “piccolo Tibet”, ma cresce via via che il camminare lento fra l’erba ce l’avvicina: e dopo li ospiterà tutti, i settottocento spettatori che i Quindici dell’Officina Musicale de L’Aquila hanno richiamato e che inchioderanno qui per due irripetibili ore. E a cui il “Grazie per l’accoglienza rock” del direttore strapperà boati di applausi.

In rigoroso classico nero, i musicisti, prestati al genio dei Pink Floyd da una trascrizione di genio per 15 strumenti d’antan. Perché dei classici ha l’intramontabilità, quell’ardito “dialogo tra musica sinfonica e rock” che il gruppo inglese realizzò allora con poderosi effetti orchestrali: ineguagliate creazioni e mito senza tempo, quarant’anni dopo Mark Hamlyn ne estrae una sua superba sinfonia per strumenti “veri”. Ed ecco gli ottoni in parata e il violoncello, il contrabasso, i violini e il sax e il flauto e il corno, insieme a tastiere e percussioni, per la rivoluzionaria orchestrazione sinfonica (con tracce di “contemporanea”) della suite Atom Hearth Mother e del pazzo diamante di Wish You Were Here, con le sue quattro parti di atmosfere acide e stranianti.

Ben altro che una scontata cover che molti saprebbero oggi elettronicamente riprodurre (non c’è gara, tra l’elettronica attuale e quella primitiva di allora): questa è operazione potente di rovesciamento che dal moderno estrae il classico e ri-creandolo lo consegna, nuovo e antico, alle emozioni, ai sussulti, alle tempeste dell’oggi.

Giovani di oltre 40 anni fa noi, mescolati nell’uguale piacere ai giovani di adesso, sopportiamo pure gli applausi fuori tempo di molti “tifosi”, ma neppure il bravo direttore se ne smaga, al massimo un sorriso affettuosamente sconsolato (tiremm innanz…) nel bonario faccione abruzzese… In un momento qualsiasi di queste due ore stregate il tendone potrebbe alzarsi in volo, entrare in orbita e noi con lui e non ce ne accorgeremmo, anzi forse è pure successo: la nebbia ha mutato silenziosa i contorni e i colori, e uscendo niente sembra uguale, fuori e dentro di noi.

Ma mucche & C. sono sempre là, solidamente reali, le pance dondolanti: hanno ascoltato, quietamente emozionandosi, hanno ospitato educate musica e musicisti scansandosi un po’ – riconoscono la bravura e l’incanto – e ora si riprendono lo spazio, si affacciano sicure sul ciglio della strada, tolleranti e sagge ci guardano ripartire. Abbassiamo i fari per non spaventarle, ma le luci neanche servono, ora che più in basso la nebbia s’è sfilacciata in brandelli di sciarpe intorno alle montagne, ed è così luminoso di sera questo cielo d’Abruzzo.

 

 

      16 agosto 2016                     Sara Di Giuseppe

 

 

Pink Floyd a Campo Imperatore

Pink Floyd a Campo Imperatore




Spoleto59 – Festival dei 2Mondi

 

PYLADE

di Pier Paolo Pasolini

regia Ivica Buljan

con Marko Mandi? e gli attori della Great Jones Repertory Company

Spoleto – Auditorium della Stella / 2 luglio 2016  h18

       Un “Pilade” pasoliniano che non ti aspetti, questo di Spoleto, fatto di sorprese e contrasti. A cominciare dal contenitore: le eleganti tranquille linee neoclassiche dell’ex chiesa tardo-settecentesca di Santa Maria della Stella – oggi Auditorium – scosse dal sisma di una forma teatrale di prorompente fisicità e dionisiaco furore.

Poi il pubblico: mediamente agé, mediamente borghese, mediamente…medio, combattuto tra interesse, curiosità, disagio; non si è molto abituati ad integrali nudità teatrali e ad espliciti amplessi mimati a un metro da te (il cinema è altra cosa), né al pasoliniano teatro di parola recitato in inglese senza un rigo di sottotitoli italiani (un Festival mondiale – e non di un mondo solo ma di 2 – non dovrebbe incorrere in certe gaffes organizzative). Così il pubblico finisce per essere, di suo, un piccolo spettacolo: disposti sui quattro lati del “ring”, ognuno ha davanti sia la scena che le facce degli altri e, con esse, la sorprendente tavolozza delle più disparate espressioni…

Poi il finale che è, anche questo inaspettatamente, una standing ovation che non richiede l’alzarsi in piedi perché lo siamo già, gli attori ci hanno trascinati all’aperto, sul sassoso sagrato dell’ex chiesa e qui consumano gli ultimi travolgenti minuti, dopo quasi due ore di spettacolo e sudorazione (la loro) a ettolitri.

Già appena seduto, il pubblico ha avuto il suo da fare: ghermiti, alcuni, dagli attori e portati sulla scena in uno scatenato girotondo/tarantella/ballo-in-piazza (armeggiare con la fotocamera come ne andasse della vita si rivela un’ottima via di fuga…). Loro fanno buon viso e partecipano, finchè ricompostisi tutti, tutto inizia.

E il Pilade furens di Pasolini ci irrompe addosso con la provocatoria modernità del suo disperato profetismo. Pur se intuiamo nell’inglese concitato e velocissimo una traduzione non proprio fedele (“almost self-parodie” la definisce impietoso il New York Theater Blog dopo il debutto del dicembre 2015 a Broadway), l’azione scenica lascia intatta, nella densità dei dialoghi e nella esasperata fisicità, la suggestione degli archetipi classici,  metafora potente della contemporaneità nel teatro pasoliniano.

Sulla scena di oggi, Oreste e Atena, Elettra e Pilade si muovono impetuosi come rapide di torrente in piena verso il destino segnato. Oreste assolto dal matricidio e vittorioso in Argo è – con il culto di Atena, la Ragione, che qui imporrà – il potere incurante di altro che non sia se stesso e volto, nella sua razionale ferocia, al futuro, alla ricchezza, al progresso per quanto falsi e illusori. La sorella Elettra, il mite Pilade sono gli sconfitti, disperatamente uniti nel loro protendersi al passato, “l’unica cosa che noi conosciamo veramente” perché “è il ventre di nostra madre la nostra meta”.

L’Oreste di Tundhe So e il Pilade di Marko Mandi? si fronteggiano sulla scena con rara plasticità e inarginabile forza; il militaresco pastrano dell’imponente Oreste contrasta con la nudità inerme dell’apollineo Pilade, e il grido e la bestemmia di quest’ultimo suggellano la solitudine della sua sconfitta e della sua diversità. L’esilio è il suo destino, la città lo ha condannato e lo allontana da sé, ad essa Pilade lancia l’anatema della sua ribellione impotente. E’ questo il senso della nostra uscita collettiva: Pilade/Mandi? va incontro al suo esilio e si congeda da noi uscendo dal perimetro del sagrato. Finalmente vestito, ora (la città si turberebbe…), e inseguito dagli applausi.

Due ore circa, difficili e intense, che ci hanno provocato e sollecitato e soprattutto mostrato che il grido di Pasolini/Pilade  è più che mai vivo e ci scuote e ci interroga.

Ora sì, siamo pronti a perdonare lo sconcerto iniziale, l’assenza di sottotitoli, la cattiva acustica, perfino la lunga attesa sotto il sole giaguaro del pomeriggio davanti al portone incomprensibilmente sbarrato. Sciocchezze.

Più difficile perdonare lo spostamento d’orario con effetto domino, oggi, di alcuni degnissimi spettacoli, sacrificati alla partita della milionaria Italietta germanicamente calciata.

 

9 luglio 2016                                   Sara Di Giuseppe




Il bello della (Presa)Diretta

Riccardo Iacona   “L’Italia in presa diretta”

Teatro delle Api

Porto Sant’Elpidio – 12. 5. 2016  h21.15

     Ha l’aria di essere appena sceso da un treno scomodo, Iacona, abiti un po’ sgualciti e la voglia di stare in piedi, così schizza via quasi subito dalla rossa sedia/poltrona di (spaventoso) design preparata per lui sul palco, se ne scusa con l’intervistatrice, non riesco a stare seduto…

Risponderà per una interessantissima ora e mezza a domande (inutilmente) paludate, sui temi del prossimo ciclo di “Presa Diretta”. Sono gli stessi maneggiati quotidianamente con sussiego pari alla superficialità, da un giornalismo italiano provincialissimo e povero – anche nel linguaggio – disinformato e salottiero, con un tasso di indigeribilità proporzionale alla ridondanza dei nomi e alla (pre)potenza delle testate.

Perciò ascoltare Iacona stasera è una rigenerante, catartica boccata d’ossigeno: giornalismo vero e onesto – specie quasi estinta – giornalismo d’inchiesta che entra mani e piedi e testa nelle realtà che indaga (“Sabato ri-parto per Baghdad…”), che non ti lascia dormire, che chiama le cose col loro nome, che ti strattona per dirti: ehi, ti riguarda!

      Il terrorismo e la guerra all’Isis, per cominciare: saranno a settembre i primi argomenti delle puntate, e la sintesi che qui ne fa Iacona è di estrema chiarezza e di terribile “semplicità”. L’orrore dispiegato in Europa dall’Isis è studiatissima operazione di marketing e propaganda, funzionale all’esibizione di una forza che deve attrarre e moltiplicare il reclutamento; obiettivo, la destabilizzazione di un ordine costituito (dalle potenze vincitrici alla fine del secondo conflitto mondiale) in territori sui quali esso intende imporre e mantenere il controllo.

Il contrasto all’Isis non può venire da potenze impegnate a scrollarsi di dosso le rispettive responsabilità per il mostro che hanno generato con lo sciagurato intervento del 2003 in Iraq e la successiva catena di errori: la divisione interna del Paese; lo scioglimento del partito baathista (il partito di Saddam) e 400mila militari dello sconfitto esercito iracheno esclusi da incarichi militari e stipendio ma con la possibilità di mantenere le armi; la cecità sul ruolo degli ex funzionari baathisti nell’ascesa dell’Isis (quasi tutti i leader dell’Isis sono ex funzionari iracheni). L’Iraq è dunque fallito, e Baghdad è oggi città in guerra con quotidiani attentati terroristici e centinaia di morti (e scarsissimo impatto sul nostro sistema mediatico).

Ma nessuna delle potenze coinvolte sembra voler seriamente sconfiggere il mostro, ognuna anzi “fa per sé” perseguendo obiettivi propri (i paesi del Golfo finanziando l’Isis contro l’Iran, la Turchia cercando solo di disfarsi dei Curdi interni, la Russia impegnandosi solo a difendere Assad, e l’Europa che… non c’è affatto).

E di migrazioni – drammatico corollario di ogni guerra e catastrofe – si occuperà il programma di Iacona in una puntata che si chiamerà “Muri”. C’è passione nel giornalista che racconta dei campi profughi in Libano, dei siriani che lì vegetano da quattro anni, dei bambini che non andranno a scuola e perciò “stiamo costruendo i terroristi di domani…”. Eppure all’incapacità dei governi suppliscono l’accoglienza diffusa delle associazioni, e i corridoi umanitari come quello della Comunità di Sant’Egidio che è riuscita a far passare mille persone, e “se ci fosse una distribuzione intelligente non ci sarebbe bisogno di muri”. Parlerà, la trasmissione, delle prigioni a cielo aperto in Grecia per i richiedenti asilo; dei fallimentari accordi con la Turchia (“braccio armato della Nato”), vecchio gioco della vecchia Europa (voi-vi-tenete-i-profughi-e-ci-pensate-voi)  coi dittatori di turno (con la Tunisia di Ben Ali, con la Libia di Gheddafi, ora con la Turchia); dei fascismi europei di ritorno (Ungheria, Bulgaria, Polonia ecc.).

E di crisi italiana si parlerà, anche e molto, a Presa Diretta. Di come essa sia irrisolvibile (un solitario +0,8% del PIL non creerà posti di lavoro), di come ci sia ancora tutto da fare, perché l’Italia è priva delle leve economiche, perché disinveste in settori chiave (un secco -20% l’investimento per l’Università*), perchè l’austerità non ci porterà fuori dalla crisi se non affrontiamo anche il problema della redistribuzione della ricchezza; perché non investiamo in alta tecnologia e in formazione; perchè l’impoverimento strutturale crea al Sud una zona di recessione costante (v. ultimo rapporto Svimez )**; perchè l’impoverimento demografico parla di un’Italia che si sta svuotando, e non solo al Sud.

Il deserto che si sta preparando anche in Europa richiederebbe 120 milioni di nuovi cittadini e un’intelligente politica di accoglienza dell’emigrazione. Come quella attuata dal Canada, che rilascia visti di lavoro attraverso i consolati diffusi nei paesi di partenza.

L’ultima domanda della conduttrice sollecita il giornalista sul tema del femminicidio. Le inchieste di Presa Diretta – dirà Iacona – mettono a nudo la realtà di 150 donne uccise ogni anno nel nostro Paese: “sono il nostro Afghanistan”, perchè la vita è il prezzo che esse pagano per la libertà, e ciò che il sistema mediatico chiama “amore” distorto e malato è solo il racconto “che fa comodo a un paese che odia le donne”. E’ una politica di apartheid, quella italiana nei confronti delle donne: che nega loro il sostegno costringendole a scegliere tra famiglia e lavoro; fa sì che siano le prime ad essere licenziate in caso di crisi; determina in certe zone tassi di disoccupazione femminile a livelli di Tunisia. “Non può uscire dalla crisi un paese che emargina le donne”, dirà.

E si lega a questo, anche, il tema dello sfruttamento femminile nella cultura prostituiva, in Italia e in Europa (da noi, 9 milioni di rapporti prostituivi all’anno: “ci sono più puttanieri che professori a scuola….”). La legalizzazione del fenomeno è solo teoricamente una soluzione. Nei paesi  in cui questa è applicata – come la Germania – resta una schiavitù sancita da un meccanismo capitalistico di sfruttamento, che non ha eliminato il traffico di esseri umani ma lo ha anzi moltiplicato. E 15 miliardi di euro l’anno è il volume di affari che si genera sul corpo delle donne. Non a caso la Svezia, paese civile e progressista per definizione, vieta la prostituzione: non accetta che il corpo della donna possa essere venduto.

Qualche domanda ancora, stavolta dal pubblico. Infine i saluti.

Cento di questi incontri, viene da augurarsi. Specie se aperti come stasera da due brevi ma intensi brani classici per chitarra del bravo giovane musicista di ottavo anno di Conservatorio.

Peccato la letale lenzuolata di sponsor di cui s’è sentita la “necessità” di sciorinare i nomi dal palco, uno a uno! Sarà così anche la sera dopo, a Fermo – sponsor diversi e più numerosi! – nel presentare Stefano Benni: Rubinetterie, Distributori automatici, Locande, Tacchifici, Scatolifici, Lacci per calzature…

      Il bello della (Presa) Diretta, il brutto della provincia.

 

*Il percorso intrapreso tende […]a fare della formazione universitaria un “bene di lusso” la cui produzione e somministrazione avviene in deroga, in sospensione di un diritto fondamentale (art. 117, comma II, lett. m e art. 119, comma V della Costituzione; legge n. 42 del 2009). Adriano Giannola, 4 aprile 2016 

**Per l’Italia, i dati OCSE dipingono[…] il quadro di una nazione che ha intrapreso con decisione la via del declino civile, culturale ed economico…Una nazione, l’Italia, che investe poche risorse umane e finanziarie nell’istruzione universitaria e che negli ultimi anni ha tagliato ulteriormente nel contesto di un generale disinvestimento riguardante l’intero settore dell’istruzione. (ROARS – Return On Academic Research)

 14. 5. 2016                                                  Sara Di Giuseppe       




I bambini non piangono

MOSTRA

Popoli alla deriva – Parole e immagini di un dramma

Impegno di Emergency nei territori in guerra

 

 Treviso, Palazzo dei Trecento

20 – 28 Aprile 2016

    “Quando arrivano nei nostri ospedali i bambini non piangono. Sono traumatizzati e atterriti. Piangono dopo, nei giorni e nei mesi successivi”. E’ la realtà di ogni giorno per chi opera in territori di guerra in difesa della vita umana: come Paola Carmignola, infermiera professionale e coordinatrice regionale di Emergency. La presentazione dei contenuti della bella Mostra ospitata a Treviso, Palazzo dei Trecento, dipana attraverso la sua voce pacata e ferma un largo sudario di cifre, statistiche, dati oggettivi che agghiacciano mentre si materializzano nella fotografia di carni martoriate, dilaniate, amputate.

La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra”: così Gino Strada nel ricevere il Right Livelihood Award 2015 (il “premio Nobel alternativo”). In Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina, Europa, nei teatri di guerra in cui la realtà di Emergency agisce da oltre 20 anni, due dati ricorrono con terribile costanza: il 90% delle vittime sono civili, e altissima è sempre la percentuale di bambini. Vittime dei bombardamenti, delle mine antiuomo (fabbricate e vendute nel Kurdistan Siriano dall’italiana Valsella), delle mine-giocattolo che raccolte con curiosità dai bambini non uccidono ma mutilano, bruciano, accecano; vittime, anche, cui la guerra nega l’accesso alle cure, all’istruzione, al lavoro.

Sono i civili, sempre, a pagare il prezzo più alto, tragedia sociale di cui la Siria odierna è emblematica, con i suoi 4,5 milioni di profughi, i circa 400.000 morti e una popolazione diminuita del 25% dall’inizio del conflitto nel 2011.

I bambini non piangono

I bambini non piangono

     E tragedia umanitaria, di cui le migrazioni sono l’aspetto per noi più appariscente: migrazioni che se sono “antiche quanto l’umanità”, solo raramente sono mosse da sete d’avventura o di conoscenza, quasi sempre invece “da guerre, occupazioni, carestie, persecuzioni religiose e politiche, catastrofi naturali e ambientali”.

La mostra ne ricostruisce intelligente i percorsi, dalla storia più antica ad oggi, da oriente a occidente. Statistiche e numeri da capogiro, suddivisi per aree geografiche, popolazioni coinvolte, fasi storiche: fra queste ultime, è il secolo successivo alla guerra di Crimea – l’arco temporale 1853-1955,  “L’età delle migrazioni forzate” – quello segnato dai più imponenti spostamenti di popoli fra Europa e Anatolia (circa 30 milioni di persone), vera “chirurgia demografica” volta a identificare e rimuovere categorie di popolazione secondo criteri di volta in volta sociali o culturali o linguistici o religiosi.

Il secolo scorso – “il secolo breve” dei due conflitti mondiali – vicino a concludersi si affaccia già, con la prima guerra del Golfo (1990), sulla ferocia del Terzo Millennio, dove le guerre saranno solo di religione perché la religione sarà una sola e si chiamerà petrolio.

In questo inizio di millennio – sono ancora parole di Gino Strada – in cui non vi sono diritti per tutti ma privilegi per pochi, i diritti sanciti quasi 70 anni fa nella Dichiarazione Universale sono calpestati da quei medesimi Stati che li hanno sottoscritti, e le guerre costituiscono ancora la più “aberrante, diffusa e costate violazione dei diritti umani”.

Le migrazioni attuali che ne sono conseguenza chiamano in causa il mondo intero, che siano fuga da guerre o che si chiamino “economiche”: esportazione di modelli di vita e di “democrazia” occidentali, guerre umanitarie (sic), interessi inconfessabili occultati dietro motivazioni religiose o etniche, sono all’origine di diaspore di proporzioni bibliche… così come gli sconvolgimenti e i disastri ambientali generati dal furto di risorse – terreni fertili, colture, acqua, risorse minerarie ed energetiche – da parte di multinazionali “dietro le quali, come loro gendarmi armati, vi sono di frequente le potenze ex coloniali”.

A queste emergenze umanitarie il nostro sguardo si rivolge con fastidio, preoccupazione,, paura: linfa per logiche politiche di esclusione e di chiusura. Benché dei 19,5 milioni di rifugiati nel mondo, i 9/10 non arrivino in Europa o USA ma siano ospitati in paesi non sviluppati (dove ai profughi si aggiungono gli sfollati interni), è contro queste “emergenze” che un’Europa immatura e sconfitta innalza muri: materiali, psicologici, politici. Un’Europa incapace di riconoscere le proprie colpe; che contratta accordi sui migranti – come merci  – con paesi come la Turchia (!); che chiude rotte marittime e terrestri; che respinge i profughi in campi di prigionia; che premia elettoralmente in ogni dove le politiche dei leghismi, delle xenofobie e dei nazismi di ritorno. Un’Europa – se non la si cambia subito – utile solo agli affari e inutile, anzi dannosa, per tutto il resto. Un’Europa retriva e pavida che reagisce con ottusa violenza alle ragioni degli “altri”.

 

7 maggio 2016                                         Sara Di Giuseppe  

I bambini non piangono

I bambini non piangono




Con l’acqua alla gola

      Venezia è un imbroglio cantava Guccini, e cominciavano gli anni Ottanta. Ma “l’acqua alla gola e un dolore al livello del mare” li senti oggi molto più di allora: malapolitica, affari, incultura, inciviltà, spietato turismo stritolatutto passano su questa antica signora di stupefacente incredibile bellezza lasciandola ogni giorno più lacera, spogliata, dileggiata, punita, offesa, rassegnata.

Il merletto dei suoi palazzi oscurato dai bidoni rigurgitanti rifiuti, gli avanzi di cibo e di merci lasciati a cielo aperto in barricate, le piazze e le strade ingolfate da pulcinelleschi chioschi da festa di Piedigrotta, l’infilata di brutti negozi con la puzza al naso e di vetrine farcite di ciarpame acchiappaturisti, l’obbrobrio dei muri sconciati dagli sgorbi e corrosi dall’incuria, i cartelli degradati e inutili che uccidono dignità e decoro, i rari servizi e le tariffe da rapina, il rumore. Poi le grandi navi SOPRA Palazzo Ducale!

Venezia

Venezia

     Ti chiedi come possa accadere che le grasse entrate di un turismo automatico, di certo tra i più fiorenti al mondo, degli eventi irripetibili, dei palazzi venduti perfino all’industria dei matrimoni, delle tariffe da emirati arabi, non generino – almeno! – politiche amministrative attente ad ogni pietra, ad ogni goccia di laguna, ad ogni prezioso respiro di questa città, e risorse che facciano di Venezia una cattedrale di bellezza dove entrare rispettosi, in punta di piedi e in silenzio. Fiumi di denaro, in quale mare finiscono? Purtroppo conosci ogni singola risposta.

Ti stupiscono di più il qualunquismo complice e diffuso, l’inciampare nell’anestetico mantra del sì-ma-Venezia-ha-sempre-il-suo-fascino, l’inconsapevolezza del disastro, la sovrana indifferenza di un turismo-cartavetro che tutto raspa e ingoia, gli affacciati dagli infiniti balconi e appartamenti della ciclopica “Costa Deliziosa” (sic) a fotografare San Marco e i turisti-che-fotografano…

Venezia e la meraviglia delle architetture, dell’arte, dei tesori, dei musei, degli eventi, della storia che custodisce: unici al mondo in una città unica al mondo. Ti dicono che deve bastare, ci vai per quello; il resto, pazienza. Come se l’arte e la memoria, la bellezza e la dignità, immerse nel degrado non ne uscissero contaminate e distrutte, come se tutto questo fosse inevitabile. Come se le gallerie, i musei, le architetture, i tesori, l’unicità di Venezia, fossero l’attenuante che mitiga la colpa, e non invece  l’aggravante che condanna senza appello il nostro deficit di civiltà e chi questa città l’ha allegramente amministrata e devastata, i responsabili politici di una cultura lottizzata, spettacolarizzata, sfruttata, degradata.

Ma, contenti e gabbati, si continua.

Venezia masticata e sputata, Venezia imbrogliata, Venezia con l’acqua alla gola e un dolore al  livello del mare. Venezia non respira già più.

 

 

30 aprile 2016                                    Sara Di Giuseppe

Venezia

Venezia




Pier Paolo Pasolini, “Una disperata vitalità”

L’OMBRA DI SOFOCLE

Pier Paolo Pasolini Una disperata vitalità

Ideazione e regia Paola Chiama, Piergiorgio Cinì

Testi di P.P.Pasolini

Teatro delle Energie – Grottammare   10 aprile 2016  h21

 

Le vicende un po’ indecenti / di questa tragedia che finisce ma non comincia…”: così parla l’Ombra di Sofocle nel prologo di “Affabulazione”, rovescio dell’Edipo sofocleo e metafora di un tempo che è disperatamente anche il nostro. Inizia da qui l’intenso percorso di una serata che dalla parola pasoliniana estrae con sapiente misura la carica profetica e l’inesausto vitalismo, il pathos tragico e l’accorato lirismo, la passione civile e il rigore analitico.

Nuda la scena; luce sobria, quel po’ che basta, e non per caso; gesti e movenze dei trenta attori (sfidano eroici la pessima acustica di un teatro “sbagliato”) trascolorano dal dolente al tragico, dal frivolo al grottesco, dall’apocalittico al satirico: coreografica fisicità che dà volti e corpi alla voce di un poeta “testimone diverso”, ingombrante presenza “nel corpo inerte della società italiana” (A.Moravia).

Il moto austero delle figure, l’ordinata cadenza delle entrate/uscite, alcuni “quadri” statici, tutto assume plasticità caravaggesche nella avara luce della scena.

Il buio totale scandisce i passaggi da un “movimento” al successivo in questa sinfonia per coro e voci soliste. Queste ultime mai al centro della scena ma sempre al lato di essa, un raggio di luce dallo zenit a illuminarle appena.

La coralità ora si frantuma in dissonanze graffianti che urlano la ribellione, ora si scolpisce in michelangiolesche Pietà nell’abbraccio che stringe la madre al figlio spezzato (… Mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato più), a tutti i figli spezzati che nella Resistenza cercarono la luce, finchè “Venne il giorno della morte / e della libertà, il mondo martoriato / si riconobbe nuovo nella luce…”; ora si addensa nel dolente “tutti” della Crocifissione nel cui Cristo esposto e umiliato palpita l’attualità del sottoproletariato offeso, identico nel sacrificio e nella crocifissione alla marea migrante del bruciante profetico Alì dagli occhi azzurri, “Migliaia di uomini / coi corpicini e gli occhi / di poveri cani dei padri”.

Eccellenti musiche, selezionate con sensibilità, sottolineano il pathos o ne attenuano l’asprezza; musica colta ma anche una indimenticata Gabriella Ferri, ma anche il misurato cinematografico Modugno del canto struggente – pasoliniano nel testo – che guida in discarica le disarticolate marionette (Totò – Davoli) con la loro domanda irrisolta (“Che cosa sono le nuvole”) e lo  sguardo a un cielo che ha in sé tutta la “straziante, meravigliosa bellezza del creato”.

Ci sono epoche nel mondo / in cui i padri degenerano”: è saggia l’Ombra di Sofocle; e Pasolini  ha sempre avuto ragione. Perfino quando sulla Lunga strada di sabbia che gli fa attraversare l’Italia incontra e annota il vuoto nulla di una San Benedetto di chalet e turismo e il soffocante orrore della provincia.

 

A rileggere oggi queste pagine si resta folgorati come da una profezia(Corrado Stajano)

 

 

11 aprile 2016                       Sara Di Giuseppe  

Pier Paolo Pasolini, "Una disperata vitalità"

Pier Paolo Pasolini, “Una disperata vitalità”




Basta seghe!

I TAGLIATORI DELLA PERLA

 

     Grottammare, pinetina di Piazza Kursaal: i tagliatori di pini colpiscono ancora, stavolta con ben 7 (sette!) esecuzioni in contemporanea.

     Niente di nuovo da ‘ste parti, un profiler si annoierebbe a morte: sempre uguale il movente, la fatwa contro i pini lanciata e attuata con cadenza seriale dagli amministratori della Perla; sempre uguale la tipologia delle vittime: pini sani e belli, senza colpa se non l’imperdonabile aver un po’ alzato, con le radici, l’adiacente manto stradale (ma i serial piner ne han fatto fuori anche uno al centro della pineta, gli sarà sfuggita la motosega).

E dire che c’avevano pensato proprio loro, i pini sul bordo, a fornire dei rallentatori naturali (e gratuiti) alla smania di velocità dei nostrani selvaggi-al-volante, in quel breve tratto quasi in curva all’inizio di via Roma.

Certo non ha rivali, la Perla, nell’accanimento contro il verde cittadino (le contende il primato solo San Benedetto col suo imbattuto club-della-motosega presieduto da assessori… verdi) e i pini che non sega li ingabbia dentro le strutture degli chalet, gli appende addosso lampade, fari, cartelli, chilometri di fili elettrici… cose così.

Niente, però, come questa pinetina del Kursaal è da sempre oggetto di vessazioni e torture: pini coi tronchi verniciati di bianco (la vernice si scioglierà presto con le piogge, dissero…); pini affumicati dagli arrosti di santipatroni e santimartini al grido di dio-lo-vuole; pini soffocati dalla giostrona estiva per grandi un po’ deficienti e piccini a loro vicini; pini tormentati e strattonati dai TIR di installazione-disinstallazione dei marchingegni giostraioli.

Dunque perché non la finite del tutto? Tagliatevi… quell’ultima trentina di pini superstiti e godetevi contenti i nuovi spazi. Vi si potranno installare più giostre, più girarrosti, più tavoli e panche per l’abbuffata, la cittadinanza avrà il panem e i circenses che reclama e che merita.

Per il momento, è certo, sventolerete arroganti e offesi la “campagna storica di sistemazione del verde”, l’intramontabile solfa della sicurezza che tutto sdogana, il parere del pensoso agronomo, dei pensosi tecnici, del pensoso sindaco, la barzelletta delle “procedure previste per legge”; la grancassa della stampa locale chiuderà in trionfo il corteo degli sbandieratori.

E continuerete a piazzar palme dall’inutile spettacolarità, mezzi di distrazione di massa dal diffuso degrado cittadino – e piatto ricco per il punteruolo rosso a venire – su lungomari sudici e piste ciclabili per aspiranti suicidi.

Perché dev’essere così che si diventa uno dei “borghi più belli d’Italia”. E noi che non l’avevamo capito!

 

     3 aprile 2016                              Sara Di Giuseppe

i tagliatori di pini

i tagliatori di pini




Agonia e morte di una libreria

Il giorno seguente non morì nessuno

       J. Saramago,  As intermitências da morte

 

 

      San Benedetto T. Chiude la libreria Nuovi Orizzonti. Due passi più in là, il moloch Mondadori – editore, distributore, libraio e altro – celebra i suoi fasti, monumento all’ottusità del mercato e dei suoi sacerdoti dalle dita adunche.

Amministrazioni cittadine meno insipienti di queste (vecchie e nuove e prossimamente nuove/vecchie) saprebbero che in un paesone di scarsa cultura, di ancor più scarso interesse per i libri, le piccole librerie vanno appoggiate, tutelate ad ogni costo da concorrenze violente, gelosamente conservate come scrigni preziosi, solo antidoto al vuoto di un decerebrato presente.

Ma questa città, è noto, si nutre di delitti. Uccise anni fa i due ultimi affettuosi centralissimi Cinema. Sulle rovine del primo innalzarono un deserto bubbone cementizio di presunto extra-lusso e il cinema emigrò nel lunare non-luogo di una periferica multisala (miserando lacerto del misfatto edilizio Panettone-Palacongressi). Dell’altro non avemmo macerie fumanti su cui versar lacrime: rimasero i muri – sono ancora lì – mummificati e sempre più lerci, le orbite vuote delle sue vetrine, sconcia maschera di morte tra il cafoname dei negozi finto-chic e il lobotomizzato passeggio cittadino.

Oggi perdiamo Nuovi Orizzonti. Finita la resistenza eroica, finito il cammino controcorrente: contro le devastanti inondazioni di piccole piogge, mai risolte da un Comune incapace perfino di gestire le proprie fogne; contro l’impari concorrenza-schiacciasassi; contro l’indifferenza di una città anestetizzata, senza memoria e senza futuro.

Resterà il luccichio fasullo delle vetrine Mondadori ridondanti di sconti farlocchi, libri-spazzatura, ingannevoli slogan, con le ammucchiate di folle turistiche-natalizie-epifaniche-sanvalentine-festedimammaepapà.

Resteranno i Centri Commerciali dove col prosciutto sbatteremo nel carrello anche un qualsiasi libro sottocosto.

Commessi spaesati, o nessuno, invece del libraio.

Forse alla domanda “Dove trovo Grossman?” ci sentiremo rispondere “Oggi non s’è visto”.

Ciao Nuovi Orizzonti.

 

 

        26 Febbraio 2016                                       Sara Di Giuseppe 




Remo Bodei, “I paradossi del tempo”

ff

festivalfilosofia

EREDITARE

Modena – Carpi – Sassuolo

18-19-20 settembre

Lezioni Magistrali

Remo Bodei

“I paradossi del tempo”

Modena, Piazza Grande

18 settembre 2015 h18

Bodei: Migranti del tempo

 

Ma, ahimé, che m’inganno, / tu sei, tempo, che te ne stai / io sono quello che se ne va

(Luís de Góngora y Argotte)

 

Suggestivo paradosso, quello del poeta barocco: il tempo resta fermo, siamo noi che passiamo. Niente di meglio per iniziare il “modico lavaggio del cervello” che Bodei dirà di voler fare con la sua Lectio, “sabotando” l’immagine comune del tempo.

Inoltrarsi nella riflessione su tanto argomento è un po’ salire sulle montagne russe di un ideale luna-park filosofico. Siamo davvero sicuri che il tempo scorra, che sia aristotelicamente una retta in cui il presente è un punto inesteso che procede dal passato e si protende verso il futuro? Oppure il tempo non esiste come movimento e – così nella dottrina agostiniana – noi non ci spostiamo dal presente poiché il passato esiste solo come ricordo e il futuro solo come speranza? O accettiamo la “licenza poetica” per la quale siamo noi che andiamo mentre il tempo resta fermo? Domande da perderci il sonno, noi non-filosofi.

La filosofia interviene dunque coi suoi paradossi – nell’etimo di “opinioni contrarie a quelle accettate per vere” – a sabotare l’idea di un tempo concepito semplicemente come fluire; a dirci che esso – lo si pensi come una retta, o un punto, o un circolo – è, per esempio nella dottrina freudiana, anche tempo psicologico: “tempo che non passa” nel quale si incistano i ricordi che abbiamo rimosso, e che coesiste col tempo che scorre; ciò che è immobile accanto a ciò che fluisce. In Leibniz il futuro è già nel passato e “nell’anima il presente cammina già gravido del futuro”. In Walter Benjamin “il futuro sverna nel passato” e le promesse non realizzate del passato proiettano la loro ombra sul futuro.

Tecnologia e scienza ce l’hanno messa tutta in circa due secoli per dare un serio scossone all’idea di una natura irreversibile del tempo: dal grammofono di Edison che può emettere i suoni al contrario ruotando il rullo all’indietro, alle fette di salame che si ricompattano nel salame intero mandando indietro la pellicola ne “La charcuterie mécanique” di Louis Lumière, al palazzo bruciato che si ricompone dalle proprie macerie in “The american fireman” di Samuel Porter. E siamo appena agli inizi del “secolo breve”: più tardi, ancora nel ‘900, cinema e narrativa di fantascienza modificano il nostro immaginario relativizzando l’idea di un tempo che si muove esclusivamente in avanti. Perfino il “déjà vu”, inquietante fenomeno che unisce e divide la percezione e il ricordo, è ricondotto dalla scienza ad una alterazione del lobo frontale sinistro (“procedo nel crearvi imbarazzi” chiosa Bodei, come dargli torto?)

Perfino l’idea di eternità, che il senso comune fa discendere dal tempo, non ha con questo alcun rapporto. L’eternità non riguarda la quantità del tempo ma la qualità di esso: da Plotino a Hegel, essa non ha a che fare con la durata; è “vita in quiete” in Plotino; è “pienezza di vita” – plenitudo vitae – in Boezio, laddove il tempo è “emorragia di vita”, è povertà, bisogno, è rincorrere una felicità terrena che non può essere raggiunta.

Ancora: come stabilire se il tempo sia lineare, o non sia addirittura costituito da tempi paralleli coesistenti pur se estranei tra loro, o non abbia piuttosto una ciclicità secondo la dottrina prevalente nel mondo classico (gli stoici, perfino, ipotizzavano cicli di 32mila o 72mila anni) che giustifichi una teoria dell’ ”eterno ritorno”? A partire da Agostino l’idea cristiana è invece quella di un tempo lineare: la ciclicità, l’eterno ritorno significherebbero la morte della speranza e della libertà individuale.

Domande sul tempo che danno la misura della nostra imperfezione: i nostri cinque sensi ci permettono di entrare in contatto con ogni cosa (con la vista arriviamo fino alle galassie) ma non con il tempo, e la percezione che ne abbiamo attraverso i mutamenti esterni non basta a sciogliere i dubbi su di esso.

Esistono, si chiede Bodei, “più tempi interni all’unico tempo che li misura”? Non abbiamo certezze, tuttavia i paradossi del tempo non tolgono verità all’idea comune che ne abbiamo, la quale è anzi funzionale alle esigenze sia della pratica quotidiana che della ricerca, che della filosofia. E’ solo nella reciproca connessione delle sue tre dimensioni di passato, presente e futuro che si ricompone la nostra identità: poiché, conclude il filosofo, “siamo tutti migranti”, non nello spazio ma nel tempo, e abbiamo bisogno della memoria ma anche dell’oblio, così come i migranti nello spazio geografico ricreano nell’altrove il microcosmo che hanno abbandonato, oggettivizzando il dolore del distacco, ricordando per dimenticare.

 

E’ bella l’atmosfera che la filosofia del Festival sa creare intorno a sé. Si torna al proprio presente con qualche consapevolezza in più e qualche fecondo dubbio. Non senza tuttavia un po’ di disincanto. Dio benedica gli intellettuali che ascoltiamo in quelle piazze di sole giaguaro e sotto i tendoni mentre la pioggia ruscella al di fuori: se non ci fossero bisognerebbe inventarli, il loro ragionare tocca corde profonde e ci avvince. Ma ci sembra difficile trovare nelle Lezioni ascoltate cose che essi non abbiano detto e scritto – belle e pensose e importanti – in anni anche di parecchio trascorsi.

Ben venga anche questo, di certo non abbiamo sprecato il nostro tempo, e avremo voglia di leggere quel libro che forse non ci avrebbe interessato, e avremo catturato nelle parole del filosofo il bagliore di un pensiero solo intravisto e sfuggito poi al nostro quotidiano rincorrere l’importantissimo nulla. Saremo comunque un po’ più nuovi.

Per evitare il disincanto,basterà tenere a mente ciò che il bravo Umberto Galimberti – parlando del vigore della giovinezza nella sua lectio su “L’adolescenza” – ha limpidamente confessato: “Tutto il mio pensiero l’ho elaborato fino ai trent’anni, dopo vi ho solo…ricamato sopra.

 

 

      26 settembre 2015                         Sara Di Giuseppe