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Best of 2016: gli album più belli dell’anno

di | in: in Vetrina, Play List

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In un 2016 che ci ha portato via David Bowie, Glenn Frey, Keith Emerson, Greg Lake, Prince, Leonard Cohen, Gianmaria Testa e tanti altri, abbiamo scelto di non inserire nella playlist di fine anno due dischi meravigliosi come Blackstar di David Bowie e You Want It Darker di Leonard Cohen per non prolungare quell’effetto nostalgia che non ha mai smesso di accompagnarci negli ultimi mesi. Consapevoli di aver lasciato fuori altri album che abbiamo molto ascoltato e molto apprezzato come Schmilco dei Wilco, Away degli Okkervil River, A Moon Shaped Pool dei Radiohead, Singing Saw di Kevin Morby, New View di Eleanor Friedberger, Mangy Love di Cass McCombs, i seguenti otto sono i lavori che più ci hanno segnato, emozionato ed esaltato durante tutto il 2016.


Nick Cave & the Bad Seeds “Skeleton Tree”
Le tenebre hanno accompagnato la scrittura di Nick Cave sin dagli esordi, la prematura perdita del padre quando lui aveva appena diciannove anni ha segnato in modo definitivo la sua vita e la sua arte. Il dolore e la morte sono stati affrontati in tutte le loro variazioni in quasi quarant’anni di canzoni. Eppure
Skeleton Tree è un album talmente pesante che al suo confronto persino The Mercy Seat, la più grande canzone mai scritta sulla sedia elettrica, The Boatman’s Call, la più pessimistica riflessione sulla fine dell’amore, e Murder Ballads, disco interamente incentrato su storie di omicidi, sembrano immediatamente alleggerirsi nella memoria. Concepito in gran parte prima della tragica morte del figlio Arthur (che nel luglio del 2015 è caduto fatalmente da una scogliera a Brighton), ma registrato e portato a termine successivamente, Skeleton Tree descrive il vuoto pneumatico del dolore, il battito attutito della vita che continua, portando all’estremo l’estetica di Push The Sky Away e traformando l’assenza in un magma sonoro che dai Bad Seeds era difficile attendersi.

Michael Kiwanuka “Love & Hate”

Per chi fa centro al debutto, il secondo disco è il passaggio più delicato. L’artista londinese lo sa bene ed ha aspettato ben quattro anni prima di dare un seguito a quell’Home Again che fece suonare a festa più di una campana. Love & Hate porta con sé la più bella delle notizie: il purificante talento del ragazzo non è stato dissipato, ma anzi coltivato come meglio non si sarebbe potuto e reso in dieci brani che hanno la forza di ammaliare sin dal primo ascolto. Kiwanuka rinverdisce la classicità soul di Marvin Gaye, Otis Redding e Bill Withers, ibridandola con l’amore per Dylan e per il cantautorato inglese e concedendosi perfino inaspettate digressioni psichedeliche. Dall’elettrizzante Black Man In A White World alla ballad I’ll Never Love, i brani sono dominati da una vocalità forte e allo stesso tempo accogliente, vestiti da arrangiamenti sartoriali, cuciti con cura addosso all’artista da produttori superstar come Danger Mouse e Inflo.

Tindersticks “The Waiting Room”
Sono quasi venticinque anni che i Tindersticks percorrono con la loro musica il lato più buio dell’esistenza, dove si cammina in punta di piedi e con l’unica compagnia di una luce fioca. La band di Nottingham non ha mai edulcorato il suo tempo, l’ha sempre cantato, anzi, senza tacerne le crepe, i rovesci, le battute d’arresto.
Malinconico senza essere retrò, lento e cedevole senza essere indolente, il nuovo The Waiting Room eccelle in quello che è uno dei tratti distintivi della band: riuscire a creare un’atmosfera. L’apertura è un colpo di teatro: una sorprendente rilettura di un brano di Bronislau Kaper, Follow Me, tratto dalla colonna sonora de Gli ammutinati del Bounty, apre il sipario ai raffinati passi di danza di Second Chance Man. Andando avanti c’è modo di gustare le fascinazioni jazz di Help Yourself, il recitato struggente di How He Entered, la saturazione di We Are Dreamers, che ospita la voce di Jehnny Beth delle Savages, e la commovente Hey Lucinda, duetto con Llhasa de Sela, cantante americana più volte collaboratrice dei Tindersticks e prematuramente scomparsa nel 2010.

Hamilton Leithauser + Rostam “I Had A Dream That You Were Mine”
C
i sono poche voci in circolazione capaci di stritolare i lamenti del blues dentro le trame del rock’n’roll con la stessa efficacia della voce di Hamilton Leithauser e un singolone come A 1000 Times ce lo chiarisce immediatamente. Ma Hamilton grida e si scuote per tutti i 40 minuti di un disco che cavalca meravigliosamente gli ossimori, grazie alle mani aggraziate di Rostam Batmanglij: le armonie surf e la coda jazz di Rough Going o il bucolico metropolitano di Peaceful Morning sono momenti a cui è impossibile resistere. C’è New York e ci sono gli anni 50, quelli più sferraglianti e stonati. C’è il racconto di una metropoli immalinconita da una successione di cuori infranti. Gli anni passano, gli amori finiscono, le bevute colossali si fanno meno frequenti, solo le amicizie vere resistono. Come quella tra Hamilton e Rostam che, fuori dai rispettivi gruppi (The Walkmen, Vampire Weekend) hanno trovato una perfetta alchimia.

Spain “Carolina”

Carolina è il primo album che gli Spain pubblicano dopo la morte di Charlie Haden, gigante del contrabbasso jazz e padre di Josh, autore e cantante della band californiana. E’ una chiave di lettura ovvia ma necessaria di un lavoro in cui il passato ha un grande peso specifico, sia il passato della musica americana con le sue radici country-western, sia il vissuto personale dell’autore e della sua famiglia. Allo stesso tempo, nelle nuove canzoni sembra di trovare una strana forma di pacificazione che rende Carolina, a partire dall’azzurro della copertina, un disco più solare dei precedenti. Josh mette insieme poche semplici parole e poche semplici note, canta le prime e suona le seconde con il ritmo compassato che si addice a chi ha fatto la storia dello slowcore e confeziona il tutto in modo artigianale con l’aiuto di musicisti eccellenti. E’ una ricetta vecchia come l’America, ma è tuttora capace di regalare canzoni di bellezza liquefatta come Starry Night, Apologies, Lorelei, Station 2.

Mothers “When You Walk A Long Distance You Are Tired”

Kristine Leshper ha una voce dolente e magnetica, ammaestrata ma non troppo e tutto lascia supporre che il debutto discografico dei suoi Mothers possa essere il primo capitolo di una fortunata serie. Si tratta di un album concepito come un vinile anni Settanta, contenente otto brani che raccontano piccole storie che ambiscono all’universalità, storie di provincia talmente credibili da permettere di sentirci dentro l’eco di ogni città con i suoi milioni di cuori infranti. Si inizia in punta di piedi con le atmosfere classicheggianti di Too Small For Eyes, la chitarra elettrica si inserisce prepotentemente in It Hurts Until It Doesn’t e arpeggia con sensualità in Copper Mines e in Nesting Behavior, prima di tornare a farsi eterea in Burden Of Proof . Intimità trafelata, tessitura elettroacustica appena un po’ barocca, pennellate minuziose ma dense di olio, cuori che sussurrano a cuori, movimenti simulati, schermaglie d’amore: quello dei Mothers è un seduttivo mix di educazione sentimentale e folk delle origini, passando per un post-rock mal trattenuto ed inevitabili sperimentazioni pop d’inizio millennio.

Andy Shauf “The Party”

Con il nuovo album, Andy Shauf realizza il suo capolavoro scegliendo di raccontare una festa, con invidiabile capacità narrativa e con un gusto per gli arrangiamenti che fanno di The Party un originale ibrido tra piccolezze da songwriter e ambizioni da concept. Ogni canzone è dedicata ad un personaggio presente alla festa e sembra immergere l’ascoltatore in quelle cronistorie di disastri sentimentali a cui ci avevano abituato i primi Belle & Sebastian, ma con orchestrazioni degne dei più raffinati cantautori degli anni Settanta, Randy Newman e Bill Fay su tutti. Altrove si sentono echi di Elliott Smith, , Kings Of Convenience, Steely Dan, George Harrison, Paul Simon. C’è insomma il meglio del pop degli ultimi cinquant’anni, riletto attraverso la sensibilità del cantautore canadese. C’è, soprattutto, una sottile ed elegante decadenza che percorre The Party , dall’iniziale straniamento di The Magician alla romantica conclusione di Martha Sways, lentone in cui il narratore si trova a ballare con un’invitata che gli ricorda la sua ex e non fa che ripetere: “dance dance to the radio/while the devil takes control”. Tutto talmente bello da togliere il fiato.

Niccolò Fabi “Una somma di piccole cose”

Il miglior disco italiano dell’anno. Niccolò asciuga la sua musica del superfluo, mettendosi coraggiosamente a nudo e lasciando che sia l’essenza delle canzoni a sgretolare qualsiasi resistenza. Perché a ballate struggenti come Facciamo finta e Filosofia agricola, semplicemente, è impossibile resistere, così come non ci si può che arrendere di fronte ad una canzone d’amore come Una mano sugli occhi. Una somma di piccole cose è un disco di passi felpati e luci soffuse, cantato con una lingua sciolta da qualsiasi schema imposto e libera tanto dall’obbligo della rima quanto dall’alternanza strofa-ritornello. Per trentasette minuti Niccolò decodifica poeticamente la solitudine del nostro tempo, stratificando dettagli, inventariando ricordi e moniti, tranne poi trafiggerci nel finale e lasciarci per un lungo istante sospesi a fissare il vuoto, ovvero spalancando il più ricco dei punti di vista. Succede con Vince chi molla, tre minuti di intenso commiato nei quali passa una vita, scemano riluttanze e paure, e si agguanta la forza di sopravvivere a tutto.

© 2016, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




19 Dicembre 2016 alle 16:38 | Scrivi all'autore | | |

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