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Mam, Museo d’Arte sul Mare: la storia – 6

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LE OPERE DEL MAM E LA LORO STORIA – 6

di Piernicola Cocchiaro

 

San Benedetto del Tronto, 2018-10-13 – Un nuovo post contenente le foto delle opere del MAM realizzate durante la sesta edizione di Scultura Viva, nel 2001 e la loro storia.
Le foto sono tratte dal catalogo del Festival dell’Arte sul Mare 2018, realizzato da Fabrizio Mariani, mentre la storia e’ tratta dal libro “Cercavo proprio te” di Piernicola Cocchiaro.


Scultura Viva 2001

La nuova amministrazione e il didgeridoo

Una delle novità dell’edizione del 2001 fu il cambiamento del nome della manifestazione, che, da “Rassegna di Scultura Viva”, come era nella sua forma completa sin dal 1996, considerato il suo salto di qualitaà, la grande partecipazione di artisti stranieri ed il fatto che quelli italiani erano quasi tutti di livello internazionale, divenne da quell’anno “Simposio internazionale”.
La seconda novità fu il fatto che dalla fine del mese di maggio, San Benedetto aveva una nuova amministrazione di centrodestra, guidata dal sindaco Domenico Martinelli. Nonostante un mio leggero timore, per il simposio quell’anno non cambiò nulla, perchè la precedente giunta Perazzoli, che aveva lasciato ad aprile, lo aveva già inserito nel bilancio preventivo approvato del 2001 e quindi per “Scultura Viva” era già previsto il solito finanziamento. Quindi tutto procedette senza problemi ed il 23 di giugno, iniziò la 6^ edizione del simposio.
L’ultima novità fu che quell’anno parteciparono a Scultura Viva nove scultori e non otto come era stato per i precedenti anni. Fu l’unica edizione tra tutte quelle passate e quelle future, alla quale furono invitati nove scultori. Ciò fu dovuto al fatto che oltre ai soliti otto scultori selezionati dal direttore artistico, quell’anno l’amministrazione comunale, chiese esplicitamente che venisse invitato uno scultore austriaco, per celebrare anche artisticamente, il gemellaggio sugellato qualche mese prima tra San Benedetto e la città austriaca di Steyr.
Così gli invitati furono gli italiani Maria Micozzi, Nadia Rognoni, Giuliano Giussani e l’argentino Jorge Romeo, che viveva a Carrara, il tedesco Norbert Jaeger, gli argentini originari del Chaco, Mimo Eidman e Fabriciano, la coreana Kim, Hwal-Kyung e l’austriaco Cristian Hadinger.
I lavori iniziarono come sempre la mattina della domenica ed io puntuale mi recai al molo sud per vedere se tutto filava liscio. C’erano già Paolo e Patrizio, i due fratelli-tecnici della Elettropneumatica che già avevano fatto i collegamenti di quasi tutti gli scalpelli pneumatici degli scultori con il compressore come sempre fornito gratuitamente da loro. Tutto sembrava procedere bene, finchè Nadia Rognoni non mi chiese se avevamo della colla per incollare dei vetri. Quando sentii la parola vetro, rimasi di sasso, non realizzando di che vetro si parlasse. Quando poi Nadia mi spiegò che quelle righette del bozzetto che mi aveva inviato erano vetro, mi caddero le braccia.
Sicuramente il vandalo seriale di cui abbiamo già parlato avrebbe colpito ancora, ma nonostante il mio insistere, come era già successo e come sarebbe successo poi negli anni successivi, lei volle comunque realizzare la scultura così come prevista, aggiungendo all’interno del collo di un’anfora che si divideva in alto, piccole lastre orizzontali di cristallo verde, che volevano rappresentavano l’acqua in essa contenuta e che lei aveva portato con se insieme all’anfora da Milano.
Naturalmente dopo un paio di mesi, quelle lastrine gradualmente scomparvero, prima distrutte e poi asportate dall’imbecille seriale che non poteva credere ai suoi occhi e non poteva arrestare la sua libido. Purtroppo a me non rimase altro che subire quella ulteriore vigliaccata, dispiaciuto soprattutto dal fatto che si poteva evitare solo se Nadia avesse ascoltato il mio consiglio.
Quell’anno, la maggior parte delle opere fu realizzata a bassorilievo, tranne quella di Maria Micozzi, che rappresentava un nudo femminile e che era più alta delle altre. Giuliano Giussani invece lavorò la parte superiore del suo blocco e vi realizzò una serie di forme geometriche circolari, simili a ciambelle, che lui nel titolo chiamò “Risorse”. La scultura dell’austriaco invece fu particolare, perchè oltre al fatto che era diciamo a tutto tondo, a differenza degli altri, che usarono mole elettriche e scalpelli pneumatici, lui usò solo la mazza e lo scalpello a mano, alla maniera di Michelangelo.
La scultura non era malvagia, ma forse un pò piccola e irriconoscibile nelle sue parti. Lui aveva scolpito una Venere e io che lo sapevo, riuscivo appena a distinguerne la testa nella parte sinistra del blocco, ma molte altre persone all’oscuro di ciò, nonostante il titolo “Shlofende Venus”, non distinguevano nessuna figura femminile.
Quell’anno però, la scultura che più di tutte le altre suscitò grande ammirazione fu quella del giovane tedesco Norbert Jaeger. Norbert praticamente svuotò un intero blocco di travertino, realizzando una sorta di larga nicchia, con un gradino sulla base, sul quale era seduta una figura stilizzata che dava l’idea stesse pensando. Piacque veramente a tutti e molte persone si fecero fotografare o fotografarono i loro bambini seduti affianco alla figura.
Norbert aveva allora 36 anni, era giovane e anche se parlava un italiano stentato, era molto spiritoso e cordiale con tutti e soprattutto con il resto degli artisti. Come sempre, dopo la cerimonia di chiusura del simposio, ci recammo tutti alla trattoria “Molo Sud” per la cena di arrivederci e durante la cena, ognuno di noi nel suo piccolo, naturalmente dopo una lunga serie di bicchieri di vino, diede del suo meglio nel cercare di rallegrare la serata.
Mi ricordo che io addirittura cantai l’ultima parte, quella dell’acuto finale per intenderci, dell’area pucciniana “Nessun dorma”, il cavallo di battaglia di Pavarotti e dopo di me altri accompagnati da una sempre immancabile chitarra, che in quelle occasioni sembra apparire all’improvviso, continuarono a cantare brani diversi. Norbert si allontanò per un attimo e quando tornò ci mostrò un lungo tubo, o così sembrava, di legno. Ricordo che si mise a sedere sul bancone del bar, vicino ai nostri tavoli e appoggiò l’estremità del tubo su uno di essi.
Quasi nessuno di noi sapeva cosa diavolo fosse e non ne capimmo di più nemmeno quando lui ci disse che era un didgeridoo australiano. Per chi non lo conoscesse, il didgeridoo è uno strumento aborigeno solitamente ricavato da un ramo di eucalipto (pianta assai diffusa nel Nord dell’Australia), scelto tra quelli il cui interno è stato scavato dalle termiti. Scortecciato, ripulito e accuratamente rifinito, lo strumento viene poi decorato. Gli aborigeni lo utilizzano soprattutto come strumento a fiato, nel quale soffiano e al tempo stesso pronunciano parole, suoni e rumori senza alcuna interruzione, respirando solo con il naso.
Così quella sera Jaeger, tra una grappa, un mistrà e un limoncello, si dilettò per una buona mezz’ora a suonare lo strumento. Era bravo e anche lui respirava con il naso, ma il didgeridoo emetteva quasi sempre lo stesso suono, anche se a volte modulato dal movimento continuo della lingua nella sua bocca. Un suono cupo, simile a quello dei corni tibetani, ma più duro, che quella sera comunque chiuse in bellezza la sesta edizione del Simposio internazionale “Scultura Viva” di San Benedetto del Tronto. Continua

 

MAM, Museo d’Arte sul Mare

 

 

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13 Ottobre 2018 alle 0:01 | Scrivi all'autore | | |

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