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Purple Mountains “Purple Mountains”

di | in: in Vetrina, Recensioni

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Etichetta: Drag City
Brani: That’s Just The Way That I Feel / All My Happiness Is Gone / Darkness And Cold / Snow Is Falling In Manhattan / Margaritas At The Mall / She’s Making Friends, I’m Turning Stranger / I Loved Being My Mother’s Son / Nights That Won’t Happen / Storyline Fever / Maybe I’m The Only One For Me

 

Nel bel mezzo delle giornate dedicate all’ascolto del primo disco firmato Purple Mountains arriva la notizia della morte di David Berman e niente è più uguale a prima. Fosse successo qualche mese fa, con il nostro assente dalle scene musicali da circa dieci anni (l’ultimo album dei suoi Silver Jews, uno dei gruppi cardine del suono indie anni Novanta, è Lookout Mountain, Lookout Sea del 2008), conoscendo i problemi di dipendenza e quelli psichici del musicista americano, avremmo appreso la notizia della sua dipartita con una sorta di rassegnazione. Poche settimane fa, però, David è tornato in pista con un nuovo moniker, Purple Mountains appunto, e un nuovo splendido lavoro contenente dieci brani che hanno subito preso posto tra le cose più preziose di questa prima parte dell’anno: con queste note a riempire le nostre stanze, la sua morte fa molta rabbia oltre che molto male.
L’ascolto diventa improvvisamente pesante e, allo stesso tempo, catartico. Ogni istante di “Purple Mountains” acquista un senso di definitivo e lascia dietro di sé una commozione sincera. Il disco del ritorno che si trasforma nel disco del commiato riesce, però, a cambiare i connotati dei brani fino a un certo punto. Perché le nuove canzoni sono belle canzoni di per sé, a prescindere da tutto. Certo, parliamo di musica dolorosa, depressa, pessimista, che sonda pericolosamente l’abisso mentale del suo autore, tuttavia riusciamo a scorgere l’ironia tipica di Berman, incapsulata in versi di rivendicazione fiera di non appartenenza a questi tempi fatui.

 

La prima canzone scritta per l’album è I Loved Being My Mother’s Son, che risale al 2014, all’indomani della perdita dell’amata madre. Da un lutto difficilissimo da superare è nata una ballata di sconfinata dolcezza, testamentario gesto d’amore e d’addio – uno dei tanti contenuti nel disco. “She helped me walk, she watched me run/she got where I was coming from/and when I couldn’t count my friends on a single thumb/I loved her to the maximum”, canta David con piglio quasi scanzonato, mentre tutto dentro di sé continua a sanguinare senza sosta: se non vi viene da piangere ascoltando questa canzone, probabilmente avete un sasso al posto del cuore.

Il senso di smarrimento e di fine imminente è ovunque, a partire dalla traccia di apertura, That’s Just The Way That I Feel, subito chiarificatrice di come sia sceso il buio nel mondo interiore di David: “the end of all wanting/is all I’ve been wanting”. Il singolo All My Happiness Is Gone parla di amore, amicizia, anni che passano con una disillusione che perfora l’anima, nonostante le chitarre scintillanti e l’appiccicoso ritornello. Darkness And Cold sembra un country sbarazzino ma racconta la fine del suo matrimonio (con Cassie Marrett, a lungo anche sua collaboratrice nei Silver Jews) con parole inequivocabili: “The light of my life is going out tonight/with someone she just met/she kept it burning longer than I had right to expect/the light of my life is going out tonight/without a flicker of regret”.
Nights That Won’t Happen è una fatale allucinazione nella quale il mondo dei vivi sfuma improvvisamente in quello dei morti, con i toni più funerei dell’intero album; una canzone in cui la fine sembra intravedersi come unica possibile liberazione e il cui ascolto si fa quasi insostenibile.

Gli arrangiamenti hanno il merito di asciugare il pathos e di non gravare ulteriormente i brani (come accade per esempio in uno dei dischi più dolorosi degli ultimi anni, “Skeleton Tree” di Nick Cave) e, in questo senso, la collaborazione con due quinti dei Woods, nota band psych-folk di Brooklyn, Jeremy Earl e Jarvis Taveniere, è stata fondamentale per rendere il suono allo stesso tempo attuale e delicatamente vintage, per librare in aria le ultime composizioni di David e regalare loro il respiro di cui avevano disperato bisogno. “Purple Mountains” è stato registrato a Nashville, ma con lo sguardo puntato verso l’orizzonte più lontano. ‘Alterntive country’ era un’etichetta molto in voga qualche anno fa che oggi non usa più nessuno. Ma se un ragazzino volesse capire di cosa si tratta, ecco che “Purple Mountains” potrebbe essere il perfetto disco ‘di testo’. Un disco da scavare con coraggio, quarantacinque minuti di musica dentro cui abbandonare tutti i rovesci della vita. Con immenso dolore.

© 2019, Pierluigi Lucadei. All rights reserved.




11 Agosto 2019 alle 20:46 | Scrivi all'autore | | |

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