Best of 2022: i dischi dell’anno del Mascalzone

Best of 2022: i dischi dell’anno del Mascalzone

Come da tradizione, con il mese di dicembre arriva il momento di mettere insieme i dischi che più ci sono piaciuti nel corso dell’anno che sta per concludersi. Il 2022 ha visto in primo piano tante voci femminili (noi abbiamo scelto Aldous Harding, Julia Jacklin e Marina Allen, ma meritano di essere ricordate anche Emily Wells, Laura Veirs, Cat Power, Cate Le Bon), diversi lavori di pregiato country-rock e un grande disco italiano, quello di Alessandro Fiori. Buon ascolto!

 

Aldous Harding “Warm Chris” (4AD)
E’ la più arty, folle, disperata, autoironica, gotica, sensuale tra le giovani songwriter, e con “Warm Chris” Aldous Harding è arrivata al quarto capitolo della sua discografia armata del magnetismo di chi come poche altre ha allargato lo spettro d’azione della cantautrice (indie) e ha già una generazione di artiste che le è devotamente debitrice. I dieci nuovi brani necessitano di quei due o tre ascolti di riscaldamento e poi cominciano a sedurre silenziosamente i nostri recettori del piacere e a renderli loro schiavi. Ennui apre l’album nel segno di una sensualità decadente molto anni settanta, con il pensiero rivolto a Gainsbourg e a certe colonne sonore di serie inferiori. Le successive Tick Tock e Fever hanno un impianto più classico che dona loro raffinatezza ma che riesce comunque a far emergere la cifra inconfondibile di Aldous. I toni confidenziali di Warm Chris dimostrano che la cantautrice folk degli esordi non è sparita e anzi dà il titolo all’intero lavoro. Lawn è il piacevole singolo di lancio, utile ad agganciare nuovi adepti ma forse, per la sua vicinanza a cose già presenti nel catalogo dell’artista, momento meno interessante dell’album per chi è già pazzo di lei. Passion Babe è una finta Fiona Apple più bizzarra della vera Fiona Apple, She’ll Be Coming Round The Mountain una ballata minimale con un’aura di mistero, Staring At The Henry Moore un sobrio pop da camera. Il pianismo straniante di Bubbles e la morbosità tipicamente Velvet Underground & Nico di Leathery Whip chiudono in modo magistrale un disco che dimostra una volta di più l’unicità assoluta di Aldous Harding. VIDEO
Julia Jacklin “Pre Pleasure” (Transgressive)
Ebbene sì, c’è anche Julia Jacklin nell’olimpo delle cantautrici di questa irripetibile stagione di dive indie. “Pre Pleasure”, suo terzo lavoro, lo conferma in modo inequivocabile con dieci tracce di assoluta bellezza che non hanno nulla da invidiare alle confessioni delle varie Phoebe Bridgers, Snail Mail, Lucy Dacus, Soccer Mommy e delle altre che finora hanno raccolto più di lei. Dopo aver suonato a lungo a supporto dei precedenti lavori, complice anche la reclusione forzata del Covid, Julia si è concessa un periodo di pausa in cui ha suonato poco ma ascoltato tantissimo, anche musica fino a quel momento sempre trascurata, come le grandi produzioni pop. Gli ascolti si sentono nel nuovo lavoro, che è corposo, denso, curato come non erano i primi due capitoli della sua discografia. Per la prima volta l’artista australiana si è allontanata dalla chitarra e ha composto molte tracce su una tastiera Roland nell’appartamento di Montreal dove si era nel frattempo trasferita. “Pre Pleasure” è in effetti un album molto canadese, co-prodotto da Marcus Paquin (The National, Arcade Fire) e registrato con la collaborazione di musicisti come Ben Whiteley e Will Kidman dei Weather Station. Armonie celestiali, arrangiamenti burrosi, malinconia dispensata senza tregua. Musica per deboli di cuore, per l’umanità atterrita e fragile del nostro tempo rovinoso. Una meravigliosa traccia piano-driven come Love Try Not To Let Go è emblematica della capacità dell’autrice di usare una lingua credibile nel raccontare la precarietà sentimentale, economica, politica della propria generazione. VIDEO
Alessandro Fiori “Mi sono perso nel bosco” (42 Records)
Dopo quasi sei anni di silenzio, Alessandro Fiori, già cantante dei Mariposa ma dal 2010 titolare di una discografia in proprio, torna con un album di profonda e struggente bellezza. “Mi sono perso nel bosco” arriva quando sembrava quasi che Alessandro volesse smetterla con la musica ma fortunatamente una ritrovata ispirazione e l’aiuto di tanti amici-musicisti hanno reso possibile la realizzazione del nuovo lavoro. Sono arrivati in tanti a dare il loro contributo, da Dario Brunori a Lorenzo Colapesce, da Levante a Marco Parente, tanto che in alcuni momenti si ha la sensazione di essere di fronte alla summa della canzone d’autore italiana del nuovo millennio. Quello di “Mi sono perso nel bosco” è un cantautorato che ha palesi richiami al passato (Gino Paoli, Luigi Tenco e Lucio Dalla risuonano in diverse occasioni) ma che sa essere contemporaneo, optando per una strumentazione ricca e per una vocalità piena, sicura, emozionante. Non c’è un solo momento in cui si fugge dalle emozioni, che anzi vengono cercate, rincorse, prese per mano. Una sera, brano con una melodia e un testo capace di far commuovere anche le pietre, è paradigmatico in questo senso: si tratta di una canzone d’amore senza se e senza ma, con una dichiarazione tra le più pure degli ultimi anni, “a far l’artista per il tuo cuore/mi sono garantito/il pubblico migliore”. Già dopo un singolo ascolto si è tentati di affermare che potrebbe essere questa la signature song di Alessandro Fiori. VIDEO
Marina Allen “Centrifics” (Fire Records)
Cantautrice collocata fisicamente ed esteticamente nella west coast del Laurel Canyon, Marina Allen ci mette poco a far capire di avere sufficiente talento per non essere l’ennesima artista passatista con i versi di Joni Mitchell tatuati sulla spalla. A mostrare quanto fosse brava ci aveva già pensato peraltro il brevissimo album d’esordio “Candlepower”, per chi non se lo era fatto sfuggire lo scorso anno. Il sophomore “Centrifics” è meno oscuro e più diretto del suo predecessore e contiene brani di sublime candore come Getting Better, Or Else, New Song Rising, My Stranger. New Song Rising, in particolare, è una delizia pianistica che racconta una separazione e una rinascita, lo fa in punta di piedi ma con la grazia delle grandissime (“I can’t take you where I’m going/new love seeps in, a new life is coming/I can’t take you though my tears are falling/but I see now how life transforms me”). E che piacere si prova ad alzare il volume sui tre minuti di puro genio di Foul Weather Jacket Drawing e canticchiere quel “who taught me love is pain?” che Marina ripete come un mantra?! Si possono fare i nomi di Fiona Apple e Laura Nyro a chi non può fare a meno di coordinate per orientarsi. Oppure si può semplicemente suggerire di ascoltare e riascoltare “Centrifics” fino a distillarne un po’ per volta tutta la bellezza. VIDEO
Wilco “Cruel Country” (dBpm Records)
L’ultimo album dei Wilco è un progetto commercialmente discutibile, ma perfettamente in linea con la parabola musicale di una band partita dalla tradizione e, alla fine, alla tradizione ritornata. “Cruel Country” contiene ben ventuno brani, registrati quasi interamente in presa diretta dalla band al completo. Ovvio che in un lavoro di queste dimensioni non tutti i momenti siano programmati per essere intensi ed efficaci allo stesso modo e che alcune tracce finiscano per sembrare delle pause per riprendere fiato tra canzoni che invece fanno dell’intensità il loro punto forte. Si farebbe un torto alle prime se si usasse il termine riempitivi, perché una qualsiasi traccia tra All Across The World, Falling Apart (Right Now) o Sad Kind Of Way potrebbe fare la fortuna di molte band. Se vicino, però, hai brani come Hints, Bird Without a Tail / Base of My Skull o Many Worlds è molto facile impallidire. Il pezzo forse più significativo dal punto di vista emotivo è Many Worlds, impianto lennoniano, purezza melodica al servizio di un testo che gronda pessimismo (“When I look at the sky/I think of all the stars that have died”), un senso di sospensione che rimanda ad alcune ballate dilatate del passato (Reservations), quattro minuti di delizia chitarristica in coda al brano: in altri tempi Nels Cline avrebbe generato un’esplosione, qui invece la sua chitarra gioisce senza turbare l’equilibrio del brano, depotenziata sì ma non decontaminata dall’inconfondibile bellezza. VIDEO
Tim Bernardes “Mil coisas invisiveis” (Psychic Hotline)
Ecco un altro album lungo e generoso, contenente ben quindici brani: l’autore è il brasiliano Tim Bernardes, già leader del trio O Terno e già nel giro di un folk-rock internazionale che offre credibili coordinate per chi si chiede in che ambito musicale si muova, Fleet Foxes innanzitutto (ha collaborato al loro ultimo album “Shore” e suonano spesso in tour con loro), ma anche Devendra Banhart e David Byrne. Quella di “Mil coisas invisiveis” è musica cameristica che si caratterizza per la delicatezza ma anche per la profondità, oltre che per una voce personale ed emozionante. Saudade sì, ma non solo. Non occorre conoscere il portoghese per capire che Tim sta cantando di cose terrene e ultraterrene, di dolori fisici e psicologici, di malinconie che non hanno fine, sempre nel segno dell’autenticità. Per rimanere affascinati non serve molto, basta ascoltare il primo brano in scaletta, nonché primo singolo, Nascer, viver, morrer, appena due minuti di straordinaria potenza espressiva che dimostra come, ad averne le capacità, si può parlare di ciò di cui è più difficile parlare, ovvero il senso della vita e della morte e del loro eterno ripetersi, abbinando candore e brevità. Le quattordici canzoni che si susseguono hanno anime differenti, dal sensuale tropicalismo di Falta a quel capolavoro di chamber folk che è A balada de Tim Bernardes, ma Tim tiene insieme il tutto con rara grazia. VIDEO

 

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