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Jeff Tweedy “Let’s Go (So We Can Get Back)”

di | in: Recensioni

“Let’s Go (So We Can Get Back)” (Sur, 2019 – 322 pagine; 19,00 euro)

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L’unico problema dell’autobiografia di Jeff Tweedy è che si legge fin troppo velocemente e, una volta finita, se ne vorrebbe ancora e ancora. Alternando struggente intimità e invidiabile leggerezza, il cantante, chitarrista, fondatore, autore e leader dei Wilco regala ai fan – ma non solo a loro, il libro è consigliato a chiunque abbia voglia di leggere una storia sul rovescio della medaglia dell’essere una star del rock alternativo – trecento pagine abbondanti di aneddoti e ricordi, di dolore, depressione e creazione. Già, proprio quelle dedicate alla creazione di canzoni sono forse le pagine più interessanti di “Let’s Go (So We Can Get Back)”: Tweedy spiega come nascono le melodie dei Wilco, come lavora in studio per disegnare ogni volta la perfetta architettura sonora, come scrive i testi, come riesce a trarre il meglio dai suoi musicisti (e come riesce incredibilmente a litigarci). Per il tono usato e per l’atteggiamento da anti-star che permea l’intero lavoro, il libro è godibilissimo e prezioso. Si percepisce chiaramente che l’autore è sincero, che non ha remore a mostrarsi vulnerabile (“non avere problemi a mostrarmi vulnerabile è molto probabilmente il mio superpotere”) anche se questo vuol dire mettere a nudo innumerevoli debolezze (la dipendenza dagli antidolorifici, gli attacchi di panico, il continuo senso di inadeguatezza). Tweedy è uno che è stato salvato dalla musica, letteralmente. Quando è entrato nel Sear Sound Studio di Manhattan per registrare “A Ghost Is Born” era convinto che sarebbe morto lì dentro e ha concepito ognuna delle canzoni dell’album come un modo per farsi ricordare dai propri figli. Quell’album non solo non l’ha ucciso ma è diventato (insieme al precedente “Yankee Hotel Foxtrot”) l’apice della sua carriera e di tutto il rock americano del nuovo millennio. Tweedy, tra At Least That’s What You Said e The Late Greats, ha trovato un modo più sano di convivere con se stesso e con la propria arte. D’altra parte, non aveva previsto tutto già nel 1996 in Sunken Treasure, quando cantava “music is my savior/I was maimed by rock and roll/I was tamed by rock and roll/I got my name from rock and roll”?

 

 

© 2019, David Cresta. All rights reserved.




21 Ottobre 2019 alle 17:50 | Scrivi all'autore | | |

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