Best of 2023: i dischi dell’anno del Mascalzone

Best of 2023: i dischi dell’anno del Mascalzone

Molto semplicemente, ecco i sei dischi che abbiamo scelto per ricordare il 2023, i sei che ci hanno tenuto compagnia più di tutti gli altri. Tra importanti ritorni (Natalie Merchant, Feist), nuovi progetti di musicisti affermati (The Weave) ed esordienti assoluti (Nico Paulo), questa è la musica che ci è piaciuta di più. Visto che abbiamo scelto un numero ristrettissimo di dischi, ricordiamo anche gli altri che sono rimasti fuori ma che si sono giocati un posto fino all’ultimo, Javelin di Sufjan Stevens, Haunted Mountain di Buck Meek, Milk For Flowers di H. Hawkline e altri graditissimi ritorni come Sit Down For Dinner dei Blonde Redhead, The Ballad Of Darren dei Blur, I Inside The Old Year Dying di PJ Harvey e My Back Was A Bridge For You To Cross di Anohni & the Johnsons. Buon ascolto e appuntamento al prossimo anno!

 

The Weave “The Weave” (Transgressive)
Un disco spiazzante e irresistibile, ricco di influenze e di libertà espressiva, una collisione di talenti musicali, un pop che rifiuta gli stereotipi e un’avanguardia che non ha paura del pop, un trattato di eccentricità dolente e necessaria, tutto questo e molto altro è The Weave, il disco d’esordio dell’omonimo gruppo formato da Graham Coxon dei Blur e da Rose Elinor Dougall delle Pipettes. Frutto dell’unione artistica e sentimentale dei due musicisti inglesi, l’album inizia con un progressive folk claustrofobico, Can I Call You, che presto prende la tangente verso sentieri psych, e si conclude con l’obliqua ballata You’re All I Want To Know, con il ritrovato sax di Coxon che commuove con un assolo straripante sommerso dagli archi. Nel mezzo altri otto brani in cui la strumentazione lavora per depistare, in cui la confusione appare sbattuta in primo piano mentre nelle retrovie a regnare è l’ordine, ovvero la precisione con cui i sogni (e gli incubi) di Graham e Rose costruiscono il loro nido d’amore.

Natalie Merchant “Keep Your Courage” (Nonesuch)
Keep Your Courage è un disco d’altri tempi, anzi un disco senza tempo, in una sola parola un classico. Realizzato da Natalie Merchant dopo la pandemia e dopo seri problemi di salute che per poco non l’hanno fatta smettere di cantare, contiene dieci brani di incredibile intensità, per lo più sotto forma di ballata e per la gran parte riguardanti le conseguenze che la continua messa in discussione dell’equilibrio globale hanno sull’uomo, sulla sua capacità di resistere alle intemperie e sul suo coraggio di immaginare, nonostante tutto, un futuro. Forse è un disco troppo intenso per l’attenzione che viene generalmente concessa oggi all’ascolto, un disco dal linguaggio ricercato, dai continui riferimenti alla mitologia, un disco in cui la parola ha il suo peso, un verso dopo l’altro, fino a comporre un mosaico di amore e meraviglia che è un autentico lusso per la nostra epoca balorda. Erano passati nove anni dall’ultimo album di inediti dell’ex 10.000 Maniacs, ma per brani come Eye Of The Storm o Narcissus è valsa la pena aspettare.

Nico Paulo “Nico Paulo” (Forward Music Group)
Nico Paulo rivela un’autrice che, pur con le ingenuità tipiche della giovane età e con la voglia di strafare che spesso caratterizza i primi lavori, dimostra di avere una voce ben riconoscibile, una scrittura dotata di nostalgica freschezza e la capacità di amalgamare egregiamente la tradizione musicale del suo paese di origine (il Portogallo) con le sonorità che ormai da anni definiscono il canone indie del suo paese di adozione (il Canada). Ecco dunque che l’intensa Amor amor amor sembra uscire dall’ultimo lavoro di Tim Bernardes, con le sue delicate inflessioni tropicali, mentre Lock Me Inside offre variazioni e screziature degne della più audace Leslie Feist. In mezzo ci sono ballate che non prescindono dall’esempio sempiterno di Joni Mitchell ma ne aggiornano gli insegnamenti con la sensibilità di una ragazza di questi flagellati e schizofrenici anni venti, una ragazza di oggi di cui, siamo pronti a scommettere, si parlerà molto domani.

Wilco “Cousin” (dBpm)
«It’s good to be alive/It’s good to know we die», canta Jeff Tweedy nell’iniziale Infinite Surprise ed è sempre bene stare attenti a ciò che i Wilco ci dicono con il brano che apre i loro album. In questo caso si tratta di un brano che riassume le molte anime della band di Chicago, quella rumorista, quella folk, quella intimista e quella experimental e che invita sì ad avere una visione laconica e matura del domani ma anche a tenere aperte le porte alla sorpresa. Siamo lontani dall’aria bucolica dell’ultimo Cruel Country ma non così distanti da quella rarefatta del penultimo Ode To Joy. Cousin contiene ballate inacidite, con un’inflessione anni settanta ma al contempo con il gusto della rivelazione tipico del sodalizio con Jim O’Rourke. Ballate come Ten Dead (dalla sonnolenta melodia beatlesiana) o A Bowl And A Pudding (dalle ascendenze progressive), con la chitarra di Nels Cline solo in apparenza messa in sordina, mentre taglia diagonalmente tutto il disco lavorando sottotraccia salvo poi trasformarsi all’improvviso in una scheggia luminosa.

Feist “Multitudes” (Interscope)
Attraverso un approccio nuovo alla tradizionale canzone folk, di cui ha spesso rimaneggiato i confini, pur facendo sì che rimanesse solo e soltanto una canzone folk, Feist ha aggiornato il songwriting al nuovo millennio, diventandone icona. Nei sei anni trascorsi dal precedente Pleasure, la canadese è diventata madre, ha perso suo padre ed è stata protagonista, nel settembre 2022, dell’abbandono del tour con gli Arcade Fire dopo le accuse di molestie rivolte da alcune ragazze a Win Butler. Il risultato è un disco in cui domina una poetica del passo indietro – dalla luce dei riflettori, dalla vita pubblica, dall’esuberanza di Pleasure – per cantare quanto sia delicato il soffio della vita. In Multitudes sono raccolte canzoni in punta di plettro, con una sezione ritmica asciugata, armonie vocali mai meno che fascinose e timbri acustici talmente ben bilanciati dal lavoro di Robbie Lackritz e Mocky in produzione che lo struggimento mormorato di Forever Before fa da perfetto contraltare al suono più polposo ma non meno struggente di Borrow Trouble.

Colapesce Dimartino “Lux Eterna Beach”
Il brano che apre il disco, dal chilometrico titolo La luce che sfiora di taglio la spiaggia mise tutti d’accordo, è il miglior biglietto da visita possibile di un universo musicale che contiene Lucio Battisti e i Broken Social Scene, che mette in mostra un’indiscutibile cifra autorale di fianco alla voglia di sperimentare e tracciare nuove rotte: sei minuti di lontananza siderale dal pop. Perché Colapesce e Dimartino non sono (soltanto) gli autori di Musica leggerissima ma due battitori liberi che maneggiano autorevolmente il pop divincolandosene subito dopo tra derive psichedeliche, tentazioni elettroniche e influenze terzomondiste. Dalla lenta dissonanza di 30.000 euro (alla maniera di un Sufjan Stevens oppure, come dicono loro, di uno Scott Walker) alla commozione senza tempo de I marinai (in cui duettano virtualmente con Ivan Graziani, che aveva scritto le strofe di questo brano alla fine degli anni ottanta senza mai completarlo) in Lux Eterna Beach non c’è un solo momento di non bellezza.

 

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