Da aiutare “a casa loro”: i Boscimani del Kalahari. Intervista a Job Morris

Da aiutare “a casa loro”: i Boscimani del Kalahari. Intervista a Job Morris

 

 

di Raffaella Milandri

 

 

Uno dei popoli più antichi del mondo: i Boscimani. Essi hanno sempre vissuto nelle loro terre ancestrali, tra Botswana, Sudafrica e Namibia, e il Deserto del Kalahari, uno dei territorio più ostili all’uomo sulla faccia della Terra, è per loro “casa”, il posto dove vorrebbero sempre vivere, come i loro antenati. Perché l’identità e la cultura dei Boscimani è proprio incentrata sulla terra, quella terra inospitale dove nessun altro vorrebbe abitare. Non troverete mai un Boscimane che cerca di emigrare su un barcone: le loro radici sono là, e non desiderano essere in nessun altro posto al mondo. Purtroppo, nella zona del Kalahari sono stati scoperti i diamanti, negli anni ’90, e da pochi anni, giacimenti di gas. Irresistibile attrazione per multinazionali e potenti, il terreno –che era stato concesso loro come “riserva”- è stato requisito per poter iniziare a scavare e a guadagnare. Non solo: in quella terra ricca di fauna rara e di panorami fantastici, quasi un Paradiso originale, è stato irresistibile anche creare per gli occidentali resort di lusso con piscine, e a fronte di decine di migliaia di dollari, in quella zona è anche possibile, a ricchi viziati senza scrupoli e in cerca di avventure, andare a caccia di leoni, leopardi e tutti quegli animali superbi che tutti noi, anche i non-animalisti, vorremmo salvaguardare e proteggere. Insomma, i Boscimani sono stati deportati dalle loro terre ancestrali e “parcheggiati” in campi di reinsediamento subito fuori dal Deserto del Kalahari. Gli è proibito recarsi nella loro terra, gli è proibito nutrirsi con la loro antica risorsa, la caccia. La loro caccia non è per sport: è per nutrirsi, e non conosce la parola spreco. Cibo e acqua, nel deserto, sono davvero preziosi. Non i diamanti. E infatti in migliaia di anni in cui hanno abitato il Kalahari, nemmeno una singola specie animale si è estinta. Si va a caccia solo quando per sopravvivere. Ho conosciuto Job diversi anni fa, dopo la mia prima visita in Botswana, e da allora ci siamo sempre tenuti in contatto perché quello dei Boscimani è un popolo da aiutare e proteggere dalla estinzione. Da aiutare “a casa loro”, come dicono alcuni politici nostrani. Job ha fondato una associazione, la SYNet, che si propone di aiutare e far collaborare i giovani San, i Boscimani, a salvare la loro cultura, le tradizioni, e a riuscire a volgere il “progresso” in loro vantaggio, grazie a una migliore educazione e informatizzazione. La Omnibus Omnes Onlus, di San Benedetto del tronto, sta prendendo a cuore Job e la sua associazione. Una raccolta fondi, e la raccolta di computer nuovi e usati per le scuole e i giovani di D’Kar possono fare molto. I problemi sono molti. Prima di tutto, non scomparire e rimanere solo sui libri o in foto d’epoca.

Job, puoi raccontarci dove vivi e da dove viene la tua famiglia?

Vengo da un villaggio chiamato D’Kar nel distretto di Ghanzi, nell’ovest del Botswana. Il villaggio, dove vivo, ha circa 1800 abitanti e vi risiedono i San, i Boscimani, che parlano il dialetto Naro. Anche la mia famiglia vive in questo villaggio, e qui dove ho le mie radici spero che miglioreremo la qualità di vita per essere un esempio per altri villaggi nella regione e nel Paese.

Dove hai trascorso la tua infanzia? Puoi descriverci D’Kar?

Ho passato la mia infanzia in D’Kar, Ho avuto la opportunità di capire la complessità delle nostre vite come popolo dei San, ed è per questo che sono diventato un attivista per i diritti umani. Trovo la mia ispirazione per quello che sto facendo in D’Kar proprio a causa della situazione che il mio popolo deve affrontare. D’Kar è un villaggio con un sistema di amministrazione complesso. Fu dato dai missionari alla mia gente proprio per provare a stabilire un network di comunità cristiane tra i Naro San e al tempo stesso per far gestire il villaggio per conto proprio. Quasi tutti i residenti sono Naro San.

Parlaci dei Naro e delle loro tradizioni

Il popolo dei Naro è il custode della cultura dei San, dei Boscimani, Questa cultura ha una tradizione di danze curative, rebus, metafore, cantastorie, raduni. E anche di alimenti tradizionali. Queste tradizioni esistono ancora oggi. E la nostra medicina viene studiata dalla scienza attuale, perché preziosa per tutto il genere umano. Ma a mio parere, vedo la possibilità che questa cultura sia a rischio di estinzione. I giovani non sono interessati, e con gli anziani, questa conoscenza sta morendo. Oggi i giovani coinvolti nelle tradizioni lo fanno solo per denaro, e in questo, si perde la essenza e la sacralità della cultura.

Di che cosa sei particolarmente fiero, come membro del popolo San?

Sono fiero della nostra resistenza e capacità di adattamento come Popolo San, i Boscimani. Nel passato, i San sono stati cacciati come fossero prede animali, e per sport. In ogni caso, noi ancora esistiamo e ci stiamo organizzando per combattere per i nostri diritti, poiché siamo un gruppo di persone emarginate e discriminate.

Quali sono i più grandi problemi per voi San?

Le leggi e le politiche che non ci prendono in considerazione, e poi i diritti alla terra, la scarsa educazione dei giovani che è di misera qualità, l’identità e i diritti dei Popoli Indigeni, la estinzione della nostra cultura e poi abbiamo gravi problemi di assistenza sanitaria.

Qual è l’obiettivo della tua associazione, SYNet?

Lavorare in fretta prima che sia troppo tardi per la nostra identità di popolo. Abbiamo specifiche aree di priorità: il movimento dei Popoli Indigeni, la Cultura, i Diritti Umani, l’Educazione, la Salute, le Donne San, e i problemi dell’Ambiente. Siamo anche focalizzati sul Early Childhood Development (ECD), lo sviluppo dell’Infanzia, nell’ottica di migliorare la educazione e la Cultura dei giovani San.

 

Job Morris
Raffaella Milandri con donne Boscimani durante uno dei suoi viaggi nel Kalahari, in Botswana

 

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