Best of 2020: i dischi dell’anno del Mascalzone

Best of 2020: i dischi dell’anno del Mascalzone

Nadia Reid “Out Of My Province” (Spacebomb)

Nadia Reid è una ventinovenne cantautrice neozelandese che con “Out Of My Province” arriva all’importante traguardo del terzo album, forse il suo più compiuto e maturo. Per la prima volta pubblica con la Spacebomb, l’etichetta di Matthew E. White che sta lanciando autrici come Natalie Prass e Bedouine, e con l’occasione non stravolge una formula musicale ormai rodata ma aggiusta i vestiti delle proprie composizioni, con arrangiamenti eleganti, pieni, accoglienti. L’approccio è sempre votato all’intensità, ad una sincerità a tratti perfino autolesionista. Ogni canzone è un piccolo intervento a cuore aperto, anche quando, come in Oh Canada, apparentemente si limita a cantare le bellezze di un Paese amico. I toni confidenziali e cameristici di I Don’t Want to Take Anything From You e Get the Devil Out si accompagnano meravigliosamente all’arioso folk di All Of My Love, dove pare di sentire la migliore Cat Power. Nel suo insieme, “Out Of My Province” è un album dall’enorme potenziale, che cresce lentamente, un ascolto alla volta, e che si spera consenta a Nadia di tirarsi fuori dall’anonimato e prendersi il posto che il suo talento merita.

Jason Isbell and The 400 Unit “Reunions” (Southeastern / Thirty Tigers)

Jason Isbell è ormai divenuto un classico del roots-rock americano, quello che non va troppo per il sottile, quello che forse non soddisferà mai i palati più raffinati, ma che ha dalla sua delle frecce preziose, capaci di colpire nel profondo: onestà, autenticità, coerenza. Reunions contiene dieci brani in cui un uomo adulto si guarda alla specchio e riesce a vedere ferite e cicatrici, l’amarezza della delusione, la forza della dipendenza e a cantarle con grande lucidità. Ma Reunions è anche un disco sui rapporti di coppia, sulle assenze, le distanze e i riavvicinamenti che si nascondono all’interno di essi. Le canzoni si collocano tutte nell’ideale crocevia tra ballate country e sanguigni rock’n’roll, con piccole sfumature che ogni volta fanno la differenza: giusto per citare i brani migliori, What’ve I Done To Help è un eccellente soul-rock, Running With Our Eyes Closed una canzone d’amore che fa pensare a Tom Petty, It Gets Easier lo schietto racconto del passato alcolismo dell’autore e delle difficoltà affrontate ogni giorno per rimanere sobrio. Le chitarre (elettriche e acustiche) sono ovviamente protagoniste, sapientemente dosate dalle mani di Dave Cobb in cabina di produzione, mentre la voce di Isbell è sicura e percorre le emozioni della maturità senza alcuna sbavatura.

The Flaming Lips “American Head” (Bella Union)
American Head” è la nuova avventura sonora dei Flaming Lips, che per il sedicesimo capitolo della loro discografia escono dalla bolla in cui si erano cacciati e si trasformano in un gruppo che non disdegna la forma canzone, anzi la persegue con romanticismo – meno giochi di prestigio, più normalità. E’ la riflessione di Wayne Coyne sulla perdizione, sulla perdita e infine sulla morte. Il rifugio nelle droghe (basta scorrere i titoli per trovarne un ricco campionario) offre un punto di vista diverso per leggere una realtà ansiogena e avvelenata: quello che viene osservato e raccontato non è quasi mai piacevole. “We’re so high that we/Forget that we’re alive/As we destroy our brains/’Til we believe we’re dead”, canta Wayne in At The Movies On Qualuudes, riassumendo in pochi versi il senso del disco. “Now all your friends are dead/And their ghosts/Floating around your bed”, canta in Will You Return When You Come Down, come in un commiato generazionale. In un lento riannodare un passato che dagli ovvi Beatles passa per i Pink Floyd finendo per autocitare i Lips di un paio di decenni fa (quelli di “The Soft Bulletin”, per intenderci), il disco regala melodie strepitose, che a volte danno la sensazione del già sentito senza che questo rappresenti un problema. Il piano langue dove la chitarra respira, mentre il basso rimane sullo sfondo; le orchestrazioni sono ricche come è giusto che siano. Tutto molto zuccheroso, tutto piacevole e disturbante come una favola nera.
Josiah Johnson “Every Feeling On A Loop” (Anti-)

Primo capitolo della seconda vita di Josiah Johnson, quella dopo la fuoriuscita dalla band che ha fondato, The Head And The Heart, quella dopo la dipendenza da droghe e la difficile riabilitazione, “Every Feeling On A Loop” è un disco che affonda le sue radici nel country-blues ma sa farsi gioco della tradizione per abbracciare le sonorità più scintillanti del folk del nuovo millennio. Tra atmosfere caldo-estive (Woman In A Man’s Life), folktronica esistenzialista (Waiting On You), fanfare dolceamare (False Alarms) e piacevoli passi danzanti (Same Old Brick), “Every Feeling On A Loop” raccoglie dodici canzoni che somigliano ad inviti a puntare lo sguardo oltre, esorcismi contro la paura, inviti al coraggio e, dopo aver fatto a pezzi il passato, a prendersi cura del proprio futuro. Il minimo comune denominatore – e una delle più appaganti chiavi di lettura del disco – è la delicatezza, che si ritrova ovunque in svariate forme. E’ proprio con raffinatissima delicatezza che Josiah mostra un’identità queer fin qui tenuta nascosta in Woman In A Man’s Life e racconta la propria resurrezione nella meditativa, baritonale, profonda Rise Up, canto di chi ha sostato a lungo sul fondo della vita, di chi ha avuto bisogno di girare a vuoto dalla parte malata del proprio universo per ritrovarsi e rinascere. Per non parlare di Hey Kid, brano migliore del mazzo, un crescendo emozionale che è un atto di devozione verso l’amore, impreziosito dal violino di Olivier Manchon: provate ad ascoltarlo senza commuovervi, se ci riuscite.
Fiona Apple “Fetch The Bolt Cutters” (Epic)
A otto anni di distanza dal precedente album, Fiona Apple torna con il coraggio, la meraviglia e il dolore di chi non ha nulla da temere, con l’impeto di un’incontenibile libertà. “Fetch The Bolt Cutters” è proprio questo: il disco di un’artista in piena libertà da tutto, persino da se stessa. Stranezze varie e percussioni organiche, risacche jazz inscatolate in perimetri rumoristici, ballate tribali e frenesie scorticate di timida cantablità. Una spietata autoanalisi nell’impianto lirico, con una sincerità spesso brutale, va di pari passo con la volontà di superare i confini della forma canzone e di sperimentare un soul futuribile e allo stesso tempo arcaico, giocato sul ritmo e, per questo, percussivo e assillante. A volte l’ascoltatore può avere un’impressione di straniamento, specie se non sposa con convinzione il disegno artistico della Apple, allo stesso tempo però ci sono canzoni – I Want You To Love Me e Under The Table sono sicuramente tra queste – che non lasciano spazi a dubbi: “Fetch The Bolt Cutters” è un disco che segna in modo indelebile l’anno del coronavirus, settando il livello del cantautorato degli anni a venire, un po’ come fece nel 1983 “Swordfishtrombones” di Tom Waits. Quasi interamente registrato nella casa di Venice Beach dell’artista, pieno di suoni d’ambiente e persino dell’abbaiare del suo cane, è un ascolto ostico che difficilmente si dimentica.
Matt Berninger “Serpentine Prison” (Concord)
I National sono una delle band fondamentali degli ultimi quindici anni? Probabilmente sì. Il merito è delle linee melodiche e del talento in fase di arrangiamento dei fratelli
Dessner e della strepitosa sezione ritmica dei fratelli Devendorf? Probabile anche questo. Ma la verità incontestabile è che i National non esisterebbero senza i testi, la voce e la presenza di Matt Berninger, frontman atipico, intellettuale perso, poeta estinto, gentleman fragile e stropicciato. Così il suo primo disco solista, pur privo delle architetture sonore della band madre, funziona ed emoziona proprio grazie agli stessi elementi che hanno fatto la fortuna di dischi come “Boxer”, “High Violet” o l’ultimo “I Am Easy To Find”: il baritono caldo e familiare e quell’ostinato scrutare dentro le proprie oscurità e debolezze. Matt dimostra di non avere bisogno di trucchi, tutto sembra venirgli naturale, persino il denudare i propri demoni con sprezzante imprudenza, anche se i dettagli curati sapientemente da un produttore eccelso come Booker T. Jones regalano la veste giusta ad ognuna delle dieci canzoni.

Non tutto il disco è sullo stesso livello qualitativo, ma bastano One More Second, pop sentimentale della più squisita specie, Distant Axis, commovente ballata costruita su tre accordi, nitida e raffinatissima, scritta con Walter Martin dei Walkmen, o la semplicemente perfetta cover dei Mercury Rev Holes per inserire “Serpentine Prison” tra i dischi dell’anno. Perché se tutto il disco fosse sullo stesso livello di questi tre brani parleremmo di disco del decennio.

 

 

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